domenica 23 gennaio 2011

Accompagnato per mano


Giacomo se n'è già andato a letto ed è imbronciato: s'è ammalato proprio oggi, nel giorno del suo quattordicesimo compleanno. Raffreddore e febbre devono essere il suo modo inconsapevole di santificare le feste, visto che a parte quest'ultimo, i tre Natali precedenti li aveva passati a prova di termometro. Anche se a lui stasera non pare (persino il pur saggio profeta Giona s'indispettì gravemente quando gli si seccò la pianta di ricino che lo metteva dal sole al riparo) è un ragazzino fortunato. Ma fortunato sono anch'io, nato in una famiglia che mi ha fatto sentire innanzi tutto accolto, amato, insegnandomi il bene con l'esempio. Quando mio padre tornava la sera, non voleva essere disturbato, specialmente al momento del telegiornale, che per lui era una sorta di vangelo laico. "Shhh, silenzio" era il suo mantra, anche quando nessuna aveva aperto bocca: lo intimava a scopo preventivo. Poi però trovava il tempo di chiacchierare con me, di ascoltarmi, di discutere, proprio come se fossi un adulto e non un bimbo di sette o otto anni. Non ho mai ricevuto dalle sue mani un regalo di compleanno (era mia madre che ci pensava, con più frequenza quand'ero adolescente, perché prima c'era da costruire la casa e in quei tempi per noi era già un lusso non risparmiare su ciò che mettevamo in pentola e poi nel piatto: per i regali non c'era testa, tranne che a Natale, che infatti era assai più atteso che adesso). Dalle mani di mio padre non ho mai ricevuto un regalo, dicevo, ma il regalo più bello me lo faceva ogni giorno. C'è una frase che prendo a prestito da ciò che mi ha scritto oggi un'amica, di cui per rispetto conservo l'anonimato, e che parlando dei suoi, di genitori, ha detto: "Erano troppo impegnati a creare per noi un futuro, scordandosi di accompagnarci per mano". Con le debite proporzioni ed eccezioni, potrebbe essere il manifesto di un'intera generazione di figli, i cui padri e madri sono cresciuti negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta col poco, nel gramo, e hanno creduto fosse sufficiente garantire i beni materiali che loro non avevano avuto per esaurire appieno il compito. Non escludo la loro buona fede, ci mancherebbe altro, né considero giusto sputare nel piatto dove per anni s'è mangiato. Mi limito a constatare che se questa bella casa dove vivo e gli studi che mi sono potuto permettere, grazie ai sacrifici e alle rinunce loro, non fossero state abbinate a quella capacità di ascolto, di confronto, di cui parlavo prima, sarei ugualmente ricco ma probabilmente infelice. Ecco perché spero di essere per Giacomo e per Giorgia e per Giovanni lo stesso di ciò che Anna e Gino sono stati per me: persone sagge, due genitori d'oro.


Foto by Leonora

1 commento:

laura ha detto...

ciao, innanzitutto.
poi, volevo sottoscrivere ciò che hai scritto. aggiungendo che i nostri genitori hanno fatto con noi già di più di quanto i loro genitori avessero fatto con loro. unire i sacrifici all'ascolto, mentre la loro adolescenza aveva visto solo i sacrifici.
mia madre non aveva l'auto, anche se aveva preso la patente. non c'erano i soldi per una seconda auto. ma mi accompagnava in piscina, e ricordo la sua mano calda mentre tornavamo sul lungolago. e le chiacchiere infinite sul filobus.
oggi anch'io accompagno giorgio e giovanna (curioso, abbiamo i figli coi nomi al contrario..:-)), ma in auto. e spesso ascoltiamo musica, o chiacchieriamo insieme. la qualità della vita è cambiata. vorrei che anche quella del dialogo fosse ancora migliore.
grazie per aver condiviso il tuo passato.