In latino si chiama “confiteor” ed è l’atto penitenziale che si proclama insieme, in coro, all’inizio della messa: «Confesso a Dio padre onnipotente e a voi fratelli…».
Mi accontenterei di farlo tra me e me, davanti a uno specchio: confessarsi tutto, anche ciò che c’è di brutto, dirsi la verità, dare nome e contorno a pulsioni, desideri, istinti. Dovrebbe essere un esercizio quotidiano, senza limitare i pensieri, accettandosi per ciò che si è, riconoscendosi e così conoscendosi, nel profondo.
Ammettere a se stessi di provare anche ciò che convenzione è storto è il primo passo per contenerlo, scremando tutto ciò che si ritiene vero e lasciando ipocrisie, falsità, perbenismo fuori dal cancello.
Per farlo, occorre innanzi tutto coraggio. E un abbondante senso d’indulgenza, un volersi bene che ha come unico limite la libertà e il diritto dell’altro a ricercare e ottenere lo stesso.
Guardarsi, considerarsi, rivelare a se stessi, accettarsi… Esercizi quotidiani di consapevolezza, un buon modo per trovare pace ed essere sereni, non schiacciati o soffocati da un peso, da un sentimento di inadeguatezza, considerandosi mai all’altezza o meritevoli del peggio e riuscendo così a provare indulgenza anche per l’altro, per limiti, errori, inciampi che ci sono stati o si avranno, essendo nessuno perfetto.
P.S. Immagino che mi stai ad ascoltare con quei tuoi occhi chiari, con il guizzo di sguardo di chi intuisce che sono parole che ci riguardano, in prima persona plurale, tutti, pur quando non se ne coglie pienamente la portata, il senso. Viviamo spesso di corsa, sfiorando tutto in superficie, senza addentrarci nel profondo, quello vero. Eppure basterebbe poco, avendo cura ogni giorno di coltivare la coscienza, come fosse un giardino.

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