sabato 27 giugno 2026

Perfetto sarà lei (Io ci provo)

Un piccolo sbrego, nella carta “Varese” in cui è avvolto un libro che sta in cima allo scaffale che ho accanto al letto.
L’ho notato stamani, con quel senso di disagio che danno i dettagli fuori posto, la sensazione di trascuratezza e disordine che aborro. Non che quell’angolo di casa prima fosse perfetto, tutt’altro, ma un conto è quello strappo, un altro sono i libri appicciati alla rinfusa o la polvere che si accumula e che togliere è sempre una battaglia persa, una di quelle che si ha il dovere di combattere, sul campo, ma si sa che la guerra la vincerà lei, quell’infinità di particelle, quell’insieme di cellule, fibre finissime, acari, batteri, minerali che scompare mai, al massimo si sposta, colonizzando ogni punto del luogo che abitiamo.
Il nocciolo della differenza di percezione è questo: il disordine dei libri si riesce sistemare, la polvere - almeno provvisoriamente - si può spazzar via, lo sbrego invece rimane, è un guasto irreparabile. Sì, d’accordo, con un pezzetto di scotch il grosso del danno non si vede, ma la perfezione di quella confezione è persa per sempre, il senso di bello, di nuovo, di prezioso, è leso mortalmente.
È così me ne sto con il naso all’insù, perso in questi pensieri, appesantiti da un’aggravante, che poi è il vero motivo di quanto l’ho presa male: quel libro avrà almeno dieci anni, me l’hanno regalato dopo aver moderato un convegno ed era tanto bello che non l’ho mai scartato, dicendomi ogni volta: «Aspetta, magari lo regali a tua volta, oppure lo apri un giorno in cui hai voglia di qualcosa di bello e sei curioso di scoprire che libro è, non farlo adesso, sarebbe sprecato».
Sarebbe sprecato. «Sarebbe sprecato» è la ragione per cui alla fine l’ho sprecato davvero.
È così che quel minuscolo squarcio rimanda a qualcosa di infinitamente altro, all’unico, vero peccato da cui ammonisce il Vecchio come il Nuovo Testamento: nascondere il tesoro nel campo, non vivere appieno l’esistenza, non dare valore al talento, non cogliere le opportunità che di volta in volta la sorte porta in dono.

P.S. Oggi una persona cara è chiamata a chiudere una parentesi che immaginava luminosa, invece s’è conclusa al contrario, in quello che noi umani, in modo spiccio e perentorio, siamo soliti definire “un fallimento”. Sbagliando. Sì, perché il vero fallimento sarebbe stato nemmeno tentarci, evitare - per paura o per pigrizia - di mettersi in gioco, trasformando la nostra vita in quel libro in cima allo scaffale, che il tempo passa e non è utile a nessuno.

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