sabato 12 febbraio 2011

Gian Paolo Porlezza e la tessitura Taroni

Ogni giovane dovrebbe avere la fortuna d'incontrarlo. Io l'ho avuta, quando il tempo era maturo, né troppo presto né troppo tardi, come ora, che non c'è più. Gian Paolo Porlezza mi mise una sconfinata tristezza, facendomi però intuire il profondo che esiste in ogni uomo e l'impossibilità, nonostante tutte le fortune del mondo, di colmarlo, di dare pienezza a ciò che invece per natura è limitato. Egli fece il paio con Lino Gelpi: vegliardi disincantati, che dalla vita avevano avuto tutto comprendendo solo allora che non valeva niente. E scrivo vegliardo perché vecchio mi fece l'impressione di esserlo davvero anche se, leggo ora, aveva settant'anni, cioè in quell'età in cui molti uomini sono ancora ragazzini. Mille volte mi ero riproposto di tornare a stringergli la mano, ma non lì, alla tessitura Taroni, bensì a casa sua, tra le sue erbe, nelle serre che gelosamente custodiva. Lì per me Porlezza era un uomo felice. Negli appunti postumi, che ho trascritto al termine dell'articolo, metto anche il riferimento alla moglie, che credo si chiami Silvana Bernasconi. Chissà se c'è ancora. Mi riprometto di scoprirlo e di andare a trovarla.

Per andarci d’accordo, dice lui, serio come se stesse celebrando messa, basta amare la natura, la cucina, il buon vino e la pittura.
Non pretende molto, sostiene. Dopotutto si tratta di saper gustare alcuni tra i più sapidi piaceri della vita. Ammette anche di accontentarsi di meno. Basta che l’interlocutore ne condivida almeno una, di queste sue passioni.
Ci sentiamo confortati, ma non a lungo. E’ il significato del verbo “condividere” che ci appare impegnativo.
Gian Paolo Porlezza ha il più bel giardino aromatico d’Europa; ha girato il mondo alla ricerca di sementi rare; coltiva circa tremila specie di piante, tra cui almeno tredici varietà di rosmarino, quindici di menta, ventuno di timo, sette di artemisia, quattro di santoreggia, undici di salvia. Ditelo voi, a uno così, che vi interessano le erbe, portando a testimonianza solo il fatto che nell’insalata di pomodori ci mettete l’origano.
Ditelo voi, a uno che possiede una ricchissima collezione di opere del futurismo italiano e che ha quadri famosi appesi persino nell’antibagno, che apprezzate l’arte perché la settimana passata avete intervistato Somaini e da un paio di mesi sognate di acquistare una scultura vista nello studio di Eli Riva.
Alla cucina e ai vini non pensiamo neppure. Anche se la polenta con le quaglie che saltuariamente ci capita di assaggiare nell’abitazione materna, forse non dispiacerebbe neanche ad uno che adora la carne di maiale e a cui, in Borgogna, hanno concesso il titolo di “chevalier”, di cavaliere della buona tavola.
Gian Paolo Porlezza, settant’anni, vive per le sue passioni. Tutto il resto è fatica e noia. A cominciare dal lavoro.
All’industria di famiglia - ereditata dal nonno materno, che aveva fondato la Tessuti Taroni nel 1880 - Porlezza ha dedicato quasi mezzo secolo, gestendola con sapienza ed entusiasmo. La prima è rimasta. Il secondo è finito da un pezzo.
“Nostri clienti sono i più famosi stilisti internazionali, soprattutto gli italiani e i francesi. Con tutti ci diamo del tu. Siamo rimasti l’unica azienda al mondo che fa un prodotto di altissima qualità. Non abbiamo più concorrenza. Semmai è il mercato che si restringe. Gli articoli di altissimo pregio hanno un prezzo elevato e c’è meno gente che si veste con i miei tessuti”.
Qualche anno fa, ad un giovane cronista, disse che il suo lavoro non avrebbe mai conosciuto crisi perché al mondo ci saranno sempre i ricchi. Conferma?
“Certo. Magari adesso ce ne sono meno in Europa e in Asia, ma in America e in altre parti del mondo aumentano. Siccome noi produciamo esclusivamente per loro non ci possiamo lamentare. In ogni settore, la specializzazione è una garanzia di stabilità. Basta sapersi accontentare, poiché occupandosi di un settore limitato non si moltiplicano i guadagni, non succedono miracoli. Il nostro giro d’affari rimane costante nel tempo, senza picchi vertiginosi e senza cadute pericolose”..
Ci risponde con cortesia, ma lo capirebbe anche un carro armato che la nostra insistenza lo spazientisce. “Sono un uomo che lavora molto e adesso lo faccio controvoglia. Sono stanco. Dagli anni ‘50 agli ‘80 ho vissuto il mio mestiere con pieno entusiasmo. Successivamente è diventato un peso. Dopo cinquant’anni di lavoro nulla mi meraviglia. Non trovo niente da scoprire. Nella moda i cicli si ripetono ogni dieci, quindici anni. Sono stufo di vederli. Conosco vizi, difetti, pregi, meriti di tutti i clienti, a memoria. So già cosa succederà nella mia azienda. Ho solo il desiderio di venderla e non riesco. E’ un’impresa sana, ma dicono sia troppo difficile da gestire e che non esisterebbe senza di me. Chi la vuole comprare, vorrebbe che restassi, ma allora preferisco rimanere da padrone. Anche se alla mia età sento il bisogno di riposare”.
È un Porlezza rassegnato. Racconta, ma non incanta. Nella persona che abbiamo di fronte intuiamo a malapena il ricordo di un personaggio vivace. Dicono che ogni uomo ha il suo punto di rottura. Gian Paolo Porlezza ha la stoffa e la tempra di colui che per una vita ha creduto che quella regola per lui non avesse valore. Il passare degli anni gli ha insegnato il contrario. Col trascorrere del tempo ha continuato a superare gli ostacoli, ma ha smarrito il senso, il motivo per cui farlo. Persino quel dono raro che madre natura gli ha confezionato e per mezzo del quale gli “sono facili tutte le cose che per gli altri sono difficili” gli si è ritorto contro. “Supero tutti i problemi con tanta facilità che non trovo niente di speciale. Sono invidiato da tutti, perché ho un bel lavoro, tranne che da me stesso”.
Lo dice senza clamori, quasi di sfuggita, ma ai nostri orecchi suona come una sentenza. La condanna di un dio onnipotente, ma annoiato, capace di far tutto e per questo a nulla interessato.
Quasi nulla, in verità. Se il lavoro lo incatena, le passioni e gli svaghi lo liberano. “Per fortuna ho i miei passatempi, che non hanno a che fare con il tessile e sono la mia distrazione e la mia forza. Primo di tutto sono un botanico. Una passione che ho appreso da mia madre. Avevamo una casa sul lago e lì imparai i primi rudimenti del giardinaggio. Attualmente, a Monte di Rovagnate, coltivo migliaia di piante, che curo con l’aiuto di tre giardinieri. In particolare, ho circa quattrocento piante aromatiche e medicinali. Poi colleziono rose. E mele. Ne ho centosettanta specie. La terra del mio orto, che è calcare e poco acida, è adatta alla loro crescita”.
Il tono di voce è mutato, lo sguardo riluce. Comprendiamo di aver commesso un errore. Siamo seduti nel suo ufficio, ma dovremmo essere a chilometri di distanza, immersi nel verde della Brianza, per vederlo maneggiare i piccoli arbusti, accarezzare foglie, sentire gli aromi, gustare i sapori.
“La natura non è come il tessuto, che è sempre quello. Ci sono un’infinità di piante. Non ci sono limiti. E’ una continua ricerca. Ogni fine settimana lo passo a Rovagnate, tra le mie piante, i vini, i fiori. Se non avessi quei tre giorni sarebbe la fine. Sono per me un respiro, un sollievo, una gioia”.
Oggi l’unico Gian Paolo Porlezza vivo è quello vegeto. Il resto conta poco. Como compresa.
“Sono comasco, ma per niente affezionato a questa città. Un sentimento di repulsione recente. Abitando a Milano e avendo l’abitudine di essere il primo ad arrivare allo stabilimento, mi condiziona nel giudizio la stanchezza che è dovuta al viaggio. Non partecipo più alla vita della città. Di buon mattino arrivo e prima che faccia sera me ne vado”.
Como città turistica è argomento che, di recente, va per la maggiore. Prima degli anni settanta, quando tutti allargavano le proprie fabbriche, Porlezza dimezzava la sua, costruendo un albergo.
“Fu una delle mie utopie. A quel tempo di hotel ce n’erano pochi e fu un buon affare. Poi lo vendetti. Como non è una città turistica. Anzi, è la negazione del turismo. Se così non fosse l’ex casa del fascio dovrebbe essere un museo da visitare, non la sede della Guardia di Finanza”.
Giorgio Bardaglio


P.S. Anche in questo caso, ho trovato appunti mai trascritti prima, che mi pare uno spreco non menzionare.


C’è una parte della città che preferisce?
“Da giovane mi piaceva Sant’Agostino. Abitavo vicino a Gianni Clerici, era mio compagno di scuola. Già matto allora. Poco disciplinato. Un amico”.
Cosa legge?
“Cose che non disturbino. Ad esempio, adesso sto leggendo un romanzo di Bagnasco molto bello, sulla cucina”.
Giunge l’ora di pranzo. Porlezza mangia ogni giorno in mensa, assieme ai suoi operai. Senza pomposità o retoriche.
“Sono tecnici espertissimi, esecutori di grande talento, che fanno un lavoro da orafi e, come loro, alle dodici e mezzo ho fame”.
Lei mangia prima, dopo o insieme agli operai?
“Insieme”.
Quale piatto preferisce?
“Amo la cucina brianzola, il maiale. Sono cuoco e degustatore”.
Ci parli di sua moglie?
“È giornalista. Scrive su Vogue ed è la classica cittadina. Adora Milano e le mondanità. Io la campagna. Andiamo d’accordo. Mi piacciono gli amici, molto selezionati e molto intelligenti. La gente con cui non si può parlare di niente non mi interessa. Il pettegolezzo quotidiano non mi interessa niente, di lavoro non voglio parlare. Se alla mia età, dopo tanto lavorare, non mi fosse permesso di selezionare gli amici e di dire ciò che penso sarebbe dura”.
Ha paura della morte?
“No - pausa - non ci penso”.
Unico passatempo la natura?
“No, ho un’altra mania. Sono un collezionista di futurismo italiano. Cominciai quarant’anni fa, acquistando opere di Sant’Elia, di Boccioni, anche di autori minori. Possiedo circa quattrocento quadri. Compresi quelli del primo astrattismo comasco, come Radice. La passione per l’arte è naturale. Bisogna essere artisti per forza con questo lavoro. Bisogna stare in mezzo alle belle cose. È il mio destino. Un gusto innato e affinato col tempo”.

7 commenti:

Elena ha detto...

Complimenti, veramente per questo post. Ma anche per il blog, mi ci sono appena imbattuta! Bello il titolo "20 righe" sconoscevo questa frase di I. M.

Lucilla ha detto...

...quando ero bambina ho avuto la fortuna di visitare diverse volte i giardini, le serre e il frutteto del Sig. Porlezza (i miei zii erano i suoi giardinieri). Dopo la sua morte tutto sta andando lentamente a perdersi... per chi sa com'era una volta quel "paradiso", vederlo scomparire poco a poco fa spezzare il cuore.

Anonimo ha detto...

Il libro di Giampaolo Porlezza Taroni ,Il giardino degli aromi, mi impressiono' al punto che nel mio giardino allestii una parte destinata alle erbe aromatiche,tuttora presente.
Un libro mitico ma ancora pienamente attuale che testimonia che l'autore era un uomo di grandissimo valore a cui deve essere reso omaggio restaurando e mantenendo in buone condizioni il suo giardino
M. C. Castelfiorentino (FI)

Camilla ha detto...

Gianpaolo era mio nonno e io non l'ho mai conosciuto, perché la vita è davvero strana e gli adulti si separano e si odiano con troppa facilità. Lo conosco tramite qualche racconto spezzato e oggi, anche con questo post.

Grazie.

Camilla ha detto...

Gianpaolo era mio nonno e io non l'ho mai conosciuto, perché la vita è davvero strana e gli adulti si separano e si odiano con troppa facilità. Lo conosco tramite qualche racconto spezzato e oggi, anche con questo post.

Grazie.

libera ha detto...

cara, hai avuto un gran bel nonno, condivido tutto quello che dice.peccato non averlo conosciuto. ti abbraccio

Marzio Casoli Castelfiorentino (FI) ha detto...

Dopo la lettura del libro di G.P.Porlezza-Taroni,pubblicato nella collana L'Ornitorinco di Rizzoli, mi appassionai alle erbe aromatiche e allestii un piccolo giardino delle erbe aromatiche sotto casa che esiste tuttora e ordinai alla Taroni Agricola anche 6 piante nel 1975.Nel 1978 feci una ulteriore ordinazione, ma mi fu risposto che la Taroni agricola non vendeva piu' ai privati e di rivolgermi a un concessionario di Roma.Conservo ancora il catalogo Taroni delle piante aromatiche del 1974-1975 con l'elenco di ben 154 varieta' con nome latino e italiano,il libro di Porlezza-Taroni de L'Ornitorinco e anche la fattura dell'acquisto del 1975.