Se invece ammettiamo che per gli esseri umani basti un lampo che ne illumini uno scorcio e con esso si intuisca nitidamente un tratto autentico e distintivo, e che quella parte possa in qualche modo comunicare l’essenza stessa di un “tutto”, allora si può dire che Emilio Vercellini lo conoscevo e perciò mi spiace che ci abbia salutato.
Lasciando in eredità, per quelli come me, qualcosa di non banale: l’esempio di passione civile e il desiderio, l’audacia di comunicare, di mettersi in relazione, forte delle convinzioni che si hanno, senza preoccuparsi troppo che non garbino o urtino.
In un tempo in cui ciascuno di noi corre il rischio di rinchiudersi nelle proprie eco bolle e di rinunciare a confrontarsi, per ottusità, viltà o sdegno, Emilio era una “penna battente”, capace di bussare a mille porte, prendendo sul serio i social, infischiandosene delle metriche e degli algoritmi, utilizzandoli come fossero mondo reale, con i comportamenti che per decenni, da galantuomo, aveva adottato.
Per usare una metafora, ho sempre avuto l’idea di lui come i primi temerari guidatori di automobile, che ne prendevano la guida come per reggere le briglie d’un cavallo. Ecco perché ci mancherà: perché con lui se ne va pure l’innocenza, quell’innocenza incantata e spiazzante che distingue e insieme accomuna chi è vecchio e chi è bambino.

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