domenica 30 agosto 2015

Il mezzo vuoto (grazie ai miei limiti)

Foto by Leonora
Leggere ho sempre letto, dai sei anni in su almeno. Questa estate di più. Romanzi, gialli, saggi, di tutto. Ringrazio in particolare Manuel Vasquez Montalban, George Simenon, Paolo Giordano, Francesco Piccolo, Mauro Magatti, Carlo Bordoni e Zygmunt Bauman per avermi tenuto compagnia, sugli scogli, in spiaggia, a bordo piscina, sul divano di casa, a letto, sia di notte sia di giorno, mattino sera e pomeriggio. Sono stati compagni poco chiassosi, generosi e discreti: non potevo pretendere di meglio.
Dico a loro grazie, così come sono grato ai molti difetti e alle mancanze che ho e che avevo.
Alla timidezza che mi faceva diventare rosso peperone e paralizzava le giunture, quando ero bambino, ad esempio. E' grazie a quel guscio che ho imparato allora a costruirmi e agli sforzi per superare i miei limiti che sono diventato un uomo e ogni volta che compaio in tv o che parlo in pubblico ricordo la prima volta in cui presi la parola, attorno al tavolo di legno scuro, massiccio e intagliato della sala da pranzo della casa parrocchiale: eravamo una dozzina di ragazzi e ragazzi, avrò avuto sì e no quindici anni e decisi di dire ciò che pensavo a proposito di un libro che avevamo appena letto ("Il deserto in città", di Carlo Carretto). Deglutii un paio di volte e poi, come in un tuffo, pronunciai le prime quattro parole, udendo una voce che non sentivo neppure mia, tanto mi pareva giungere da lontano. Parlai un minuto scarso, esprimendo un concetto banale, finendo metà sollevato per il coraggio che avevo dimostrato e metà in imbarazzo per le risatine di commento che avevo suscitato in Cristina e Manuela, che mi sedevano accanto.
Sono grato a quella timidezza che mi ha forgiato, ma anche all'intelligenza limitata nel comprendere i ragionamenti complessi e alle lacune nelle materie scientifiche, specie in matematica. E' anche per questo, credo, che quando ho di fronte qualcuno non lo guardo mai dall'alto in basso e mi sforzo sempre di capirlo, convinto come sono che se tra uno dei due c'è uno stupido quello sono io.
Parimenti sono grato alle risorse economiche limitate e alle origini umili della mia famiglia, che senza flettersi in complessi di inferiorità hanno piantato in me il seme buono del desiderio. Lo stesso desiderio e stupore nei confronti dell'universo femminile conseguente alla scarsità di informazioni con cui è convissuta la mia generazione e tutte quelle antecedenti alla marea montante di internet e del suo universo mondo.
Questo per dire che esiste in ogni bicchiere il mezzo pieno e pensandoci bene pure il mezzo vuoto è utile e dà qualcosa in cambio, se lo si sa apprezzare per quello che è invece di limitarci alla delusione e al lamento.
Me ne dovrò ricordare domani, quando aprirò gli occhi e avrò di fronte mesi di lavoro e alle spalle le vacanze, il mare, le giornate con gli amici, le lunghe serate sul terrazzo.

venerdì 14 agosto 2015

Il gesto dell'ombrello (oltre la siepe del nostro giardino)

Foto by Leonora
Prologo: stamattina, nel mio paese. Il corteo del funerale avanza composto, nonostante la pioggia abbia colto tutti d'improvviso. Quando il temporale diventa uno scroscio mi fermo sotto il tettuccio di un cancello. Due, tre, quattro minuti. Nell'abitazione di rimpetto una signora esce con l'auto e Isabella, che è accanto a me insieme con Adriano, l'ex edicolante, domanda alla donna se può prestarci un ombrello. "Non posso, sto uscendo!" è la risposta. "Vedo, ma al massimo quando è finito il funerale glielo lasciamo sul cancello" ribatte Isabella, che oltre a faccia tosta ha tosto pure altro. "No, no, poi lì me lo rubano" conclude la signora, mettendo in moto e andandosene senza degnarci di uno sguardo.
Dalla casa di fronte si affaccia un'altra vicina. Isabella ci pensa un istante e poi ritenta: "Scusi, stavamo andando al funerale e si è messo a piovere a dirotto. Non è che ci presta un ombrello?". Negli occhi della donna di mezz'età il vuoto. Silenzio. Capisco che ci sta pensando, che il suo cervello sta macchinando per capire cosa fare, finché se ne esce con questa frase: "Chi siete?".
Come chi siamo? Mi pare una domanda fuori luogo, ma resto muto, continuando a sentirmi a disagio, fingendo da un lato di essere lì spettatore per caso e dall'altro sperando che Isabella la faccia finita, che si qualifichi, che spieghi chiaramente chi siamo, che certamente ci conoscono, magari dovrebbero solo guardare meglio, riconoscendo Isabella e me o almeno l'ex edicolante cartolaio, coronando con un lieto fine questo momento di imbarazzo. Invece no. Isabella non dice chi siamo, cioè si limita a dire l'indispensabile, come in definitiva è giusto: "Siamo persone che stavano andando al funerale" ripete, sorridendo. Con eguale sorriso ci risponde pure la signora affacciata alla finestra, cortese nei modi e inflessibile nel rimarcare il suo recinto: "Guardate, mi spiace, non posso proprio aiutarvi, noi di ombrelli non ne abbiamo, quando piove noi usiamo soltanto giubbini. Ma la chiesa è vicina, sapete, cinque minuti e ci siete e poi tra un po' vedrete che smette". 
Per smettere ha smesso. Dieci minuti dopo. Quando ormai ci eravamo decisi a lasciare il rifugio improvvisato e come tutti gli altri siamo arrivati in chiesa zuppi, prendendola alla fine per quello che era, una benedizione del cielo e allo stesso tempo una lezione, su ciò che eravamo un tempo e su ciò che siamo diventati o che rischiamo di diventare se chiudiamo porte e finestre, se restiamo nei nostri cancelli, chi si è visto si è visto, considerando l'altro, chiunque altro, un estraneo.
Lo scrivo per me stesso, che a differenza di Isabella, cresciuta in una corte e abituata a condividere, sono figlio anch'io della generazione cresciuta al riparo del proprio giardino, con al di qua della recinzione tutto in ordine e a posto mentre fuori "non è affar mio". Cioè, lo è, ma devo pensarci un attimo, risposta non data con il cuore, ma con il cervello. E mentre il cuore non domanda se chi si ha di fronte ha un nome, una storia, un volto (proprio come monseigneur Bienvenù Myriel nei Miserabili), il cervello per ogni azione- reazione pretende uno studio, un calcolo, possibilmente un tornaconto.
Cambiare senso di marcia, tornare ad essere ciò che eravamo, ciò che erano i nostri padri almeno, generalmente cresciuti con il gramo ma proprio per questo disposti a condividere il poco che avevano, al giorno d'oggi deve diventare un obbligo, non un vezzo: soltanto tornando ad essere una "comunità", infatti, potremo fare fronte al terremoto di cambiamenti globali che avvengono attorno.  
Me lo appunto qua, anche se per ricordarmelo non occorrerà rileggere questo post. Basteranno quattro gocce di pioggia battente e un ombrello.

venerdì 31 luglio 2015

La guerra dei rovi (dalla parte del bene)

Foto by Leonora
Chi non crede all'esistenza di un'intelligenza superiore, di un essere supremo che ha dato vita alla materia informe, plasmandola con sapienza divina e "programmandola" in modo che si adatti da sé all'esigenze di sopravvivenza, non taglia i rovi.
Lo avesse fatto, fosse rimasto un paio d'ore, d'estate, falce in mano, a liberare dalle piante infestanti una lista di prato o un muro di cinta, avrebbe provato nella sua stessa carne la forma arcuata della spina, che arpiona la pelle dell'avambraccio o di qualsiasi lembo di pelle non coperta e si conficca arpionandola. Per toglierla esistono soltanto due modi: con la forza, a strappo, procurandosi un dolore ancor più acuto di quando nella carne è entrata, oppure - se la spina è una sola, al massimo un paio - ruotandola leggermente, in modo che si stacchi da sé, seguendo il senso d'ingresso.
Non è però dello stupore di fronte a qualsiasi dettaglio presente in natura di cui voglio scrivere, ora. Piuttosto mi incuriosisce l'illusione di forza e al contempo la pochezza unita all'ostinazione del roveto. Esso infatti è rigoglioso e forte e verde, esplode in questa stagione e tutto ammanta e ricopre, all'apparenza inestricabile, arduo da debellare quanto da contenere. Basta tuttavia un poco di attenzione e di destrezza contadina per accorgersi quanto fragile sia, tutto fronde e rami che si inerpicano, ma di sostanza sotto sotto poca o niente, tanto che bastano rari tagli netti alla base per recidere i fusti principali e quel groviglio vegetale subito si inchina, si affloscia, si sgonfia, mantenendo la bruttezza, senza più possanza.
Non è finita. Poiché per averne ragione basta mano ferma e taglio sapiente, ma debellarlo definitivamente è assai più complicato, capace com'è di rigenerarsi da una radice o da un semplice ramo, che da solo si interra e ne crea altri che a loro volta si allungano, incessanti, coprendo tutto ciò che incontrano, armati soltanto di pazienza e di una forza misteriosa il cui nome è vita.
Certi giorni immagino il male che è in me - l'invidia, la disonestà, la debolezza, la cattiveria - proprio simile al roveto: ostinato, pervicace e, se non lo si respinge giorno per giorno, in grado di diventare rigoglioso e ammorbante. Basta però poco per troncarlo: un taglio netto, un'azione decisa, un gesto radicale, uno slancio di bene per districare l'intreccio che ci aggroviglia, soffocando la nostra migliore natura. Una battaglia che ogni volta si può vincere, in una guerra che non finisce mai.
P.S. Dai rovi nascono le more, morbide, dolci, gustose. Perché la natura sa sorprendere, sempre. E forse per insegnarci che anche da ciò che consideriamo male può nascere il bene.

mercoledì 22 luglio 2015

Padri a briglia larga (La faccia pulita dell'egoismo)

Foto by Leonora
I libri di Francesco Piccolo parlano di me, proprio di me. Per questo lo adoro.
Sono libri che davvero mi cambiano la vita o almeno il modo di vederla, con la conseguenza appunto di cambiarla. È successo con "Il desiderio di essere come tutti", riguardo alla politica, accade ora, con "Momenti di trascurabile infelicità", su un versante più intimo: la famiglia (all'inizio almeno, perché l'ho appena cominciato, magari proseguendo mi faranno vedere con occhi nuovi anche altri aspetti, tipo la pesca, la pubertà, l'arte sacra o altro ancora).
Nel concreto, a pagina 20, in un capitolo riguardante colui che dovrebbe essere un figlio maschio - che lui chiama "il giapponese" - Francesco Piccolo scrive: "Il momento più bello di tutta la giornata è quando il giapponese si addormenta. Oltre, ovviamente , alle ore in cui lui è a scuola, e noi al lavoro".
Già. Se sono onesto, onesto onesto, forse pure un filo troppo onesto, per me è lo stesso.
Quante volte torno a casa e dopo un tempo imprecisato di convivenza, utile per scambiarci qualche informazione sommaria, attendo che Giacomo e Giorgia se ne vadano per i fatti loro, magari andandosene proprio, visto che è estate ed è bello uscire con gli amici in compagnia? Resta Giovanni, che avendo dodici anni non esce tutte le sere, ma anche con lui, dopo magari aver visto un film insieme, aspetto che tolga placidamente il disturbo, salendo in camera sua, andando a dormire, "facendo il bravo" insomma, dove fare il bravo significa lasciarmi in pace, permettermi di fare ciò che voglio, vuoi vedere altro in tv o mangiare senza esser visto la Nutella.
Estremizzo. Esagero. Neanche troppo.
Quando capita che faccia qualcosa con i miei figli non perché piace a me, ma a loro?
Per la risposta bastano le dita di una mano. Monca.
Quando Giovanni sceglie il film che piace a lui e meno a me (una volta su dieci)... Quando accompagno Giacomo a far pratica per la patente (una volta ogni paio di settimane)... Quando porto Giorgia in auto all'oratorio o la riporto a casa dopo una festa (una volta al mese)...
Frattaglie.
La verità è che a differenza della loro madre io sono profondamente egoista. E se ci penso lo era pure mio padre, anche se io gli volevo un bene infinito. Forse perché in fondo sapevo che se avessi avuto bisogno, bisogno vero, sarebbe saltato nel fuoco per me o avrebbe scalato una montagna. O forse perché dopotutto un padre deve essere così, deve tenere la briglia larga, deve insegnare loro non la simbiosi, bensì l'autonomia, che poi dell'egoismo è la faccia pulita.
P.S. E anche stasera mi sono lavato la coscienza.

domenica 19 luglio 2015

Tre noci (Buon compleanno mamma)


Foto by Leonora
Tre noci, quelle che da bambino quatto quatto cavai dal sacchetto sullo scaffale e ti mostrai fiero, appena usciti dal supermercato.
Un ceffone, che mi rifilasti quello stesso istante, costringendomi a tornare indietro e a rimetterle a posto, facendo seguire alla sberla data d'impeto un appello accorato a non ripetere mai più una cosa simile, insegnandomi che non era stata una furbizia, bensì un furto.
Infinite migliaia, le volte in cui ti sei preoccupata per me, la maggior parte senza dirmelo, per lasciare che crescessi sereno, non schiacciato dal peso di essere figlio unico.
Due domeniche, nelle quali mi accompagnasti "di forza" all'oratorio, perché avevo tredici anni e adoravo restare per i fatti miei in stanza, a leggere libri sugli animali e a giocare a fare l'adulto, mentre tu eri ossessionata che crescessi "introverso", senza amici e con soltanto te come riferimento.
Cinque, le coca cole che lasciavi nel frigorifero prima di andare a lavorare, nel luglio del 1982, perché sapevi che c'erano i mondiali di calcio e nel pomeriggio sarebbero venuti a casa i miei amici, per vedere le partite, e volevi che fossero contenti, che si sentissero accolti, che la nostra fosse casa loro.
Un anno, un anno intero in cui mi pare di non ricordare una tua risata, un sorriso lieto: era morta la nonna, tua madre, e forse entrasti in depressione, non l'ho mai saputo, non te l'ho mai chiesto, so soltanto che avevo dodici anni e poi un giorno, d'inizio estate, arrivarono amici di famiglia a cena, noi apparecchiammo la tavola fuori dalla porta d'entrata - in un angolo dove poi non abbiamo più pranzato - e tu tornasti ai miei occhi a essere felice e ricordo come fossero ora le tue risate, una donna tornata ad essere viva e vivace, come ormai non la ricordavo.
Svariate decine, i viaggi che fai tuttora avanti e indietro, con l'auto, a scorrazzare i nipoti a scuola, a chitarra, dagli amici, a danza, a calcio.
Quattro, le amiche del cuore, ex colleghe, quelle che tu ancora chiami "le ragazze" pure se ragazze non lo sono ormai più da un pezzo e con le quali vai a mangiare ogni tanto la pizza o il gelato.
Tre libri, che leggi in media ogni settimana, da quando sei diventata una lettrice accanita, cioè da qualche anno, dimostrando che non è mai troppo tardi per avere una passione e non si smette mai di imparare, se si è curiosi davvero.
Novanta, i mesi in cui non ti alzi più con accanto tuo marito e tutti siamo andati avanti, te compresa, ma nessuno sa come brucia ritrovarsi senza qualcuno da abbracciare quando ci si sveglia al mattino e si ha il cuore greve e il semplice contatto di un corpo altrui abbatte la solitudine e le paure di ogni essere umano.
Settantacinque, come i tuoi anni, oggi.
Buon compleanno mamma.
Grazie per tutte le lezioni che mi hai dato, per tutte le volte che eri preoccupata senza dirmelo, per le occasioni in cui mi hai spinto fuori, incontro al mondo, invece di tenermi stretto a te, al caldo di un nido, sapendo che il tuo compito era farmi diventare un uomo e non mantenermi figlio. E scusami se le parole più dolci sono quelle che raramente ti dico.

giovedì 2 luglio 2015

Il ritorno del sorriso (siamo ruote che girano)

Foto by Leonora
Il collo di bottiglia del tempo è sempre più stretto e in questi giorni i pensieri, tutti insieme, fanno tappo.
Penso ai compagni del liceo incontrati due settimane fa, un ritrovarsi spontaneo, nonostante i trent'anni anni di solco, ma che ci ha restituito più docili, meno spigolosi, maturi davvero (e non in virtù di una licenza scolastica che allora era barriera da superare d'impeto).
Penso a Giacomo, ai suoi diciott'anni, all'esame di teoria della patente che ha appena superato e al fatto che se fosse nato nella mia generazione avrebbe avuto di fronte un anno da passare lontano dagli amici con cui trascorre la maggior parte del tempo, in una caserma a Vipiteno o a Fano o ad Ascoli Piceno (com'è cambiato il mondo, in meglio, anche se non ce ne accorgiamo, presi come siamo a temere il futuro e rimpiangere senza distinguo il passato).
Penso alla crisi, che se per qualcuno è soltanto dolo e danno, per alcuni è opportunità, mentre per tutti può essere un mondo più a misura d'uomo (penso ad esempio alle amministrazioni comunali, a come le risorse sempre più scarse costringano sindaci, assessori e consiglieri a cercare l'aiuto di tutti; penso agli stessi cittadini, che nel male e nel bene devono farsi carico in prima persona di problemi per i quali prima delegavano, costretti dagli eventi a ricordare che il paese in cui vivono non è di qualcun altro, bensì loro, per cui o si trasformano in comunità oppure fuori da casa cresceranno le erbacce, nessuno farà attraversare davanti alle scuole i bambini, gli anziani non potranno uscire di casa e sarà soltanto un grumo di appartamenti, senza legame sociale alcuno; penso alla tutela del paesaggio, che fino a che il mercato immobiliare "tirava" non importava a nessuno, mentre ora si fa di necessità virtù e si costruisce con molto più riguardo).
Penso alla bellezza dei ragazzi di cui sono stato ospite a cena, sabato scorso: insieme hanno chiesto un fazzoletto di terra e lo stanno trasformando in un parco, lavorando fianco a fianco, con tutto l'entusiasmo e la pienezza di vita dell'adolescenza, che mi pare meno complicata di un tempo, pur se il tempo nel frattempo si è complicato (me lo spiego nella capacità di adattamento degli esseri umani, per cui io che sono cresciuto in un altro tempo sono spaventato dalla precarietà, dall'incertezza introdotta dalla crisi di cui sopra, mentre loro ci sono cresciuti dentro e insieme alla malattia hanno sviluppato gli anticorpi per affrontarla al meglio, senza drammi né pianto).
Penso a tutto questo ma più di tutto a Stefania e a suo figlio Edoardo, che le assomiglia come una goccia d'acqua, anche se ha lo stampo di suo padre Tomaso, che dovrà imparare a conoscere dai racconti che altri faranno e per me, per sua madre credo, per tutti noi, se ci ragioniamo a freddo è una sofferenza lacerante, un'ingiustizia incommensurabile, ma lui probabilmente la avvertirà meno, almeno a prestar fede a ciò che mi raccontava il mio d'un padre, che il suo non aveva fatto in tempo a conoscerlo, avendolo perso anch'egli da bambino. Penso a Edoardo e Stefania ma per quanto mi sforzi nessuno può sapere né capire cosa provano realmente, dentro, ciò che si spezza e ciò che resiste, nonostante tutto. Siamo ruote che girano e un giorno, d'improvviso o annunciate, si fermano, questo sappiamo. Con due certezze: ciascuno è solo e nudo di fronte al dolore ma per chi sopravvive prima o poi torna il sorriso.

martedì 23 giugno 2015

Eight Is Enough (La pazienza di Enrichetta)

Foto by Leonora
Otto non erano abbastanza. Infatti c'ero io.
In queste sere che sembrano finire mai, con un cielo che ha i colori del fuoco, Enrichetta attende di raggiungere il suo Matteo e resta aggrappata alla vita, con quella pazienza ostinata - ma non ostentata - che è un tutt'uno con la fibra forte che il buon Dio le ha dato in dono. 
Enrichetta è la mamma del mio migliore amico, Angelo, e pure di Domenico, Giacomo, Elisabetta, Maria, Paolo, Giorgio, Giovanna. Otto figli in tutto, proprio come la famiglia Bradford ("Eight Is Enough" il titolo originale, Otto è abbastanza, appunto), il cui attore principale se n'è andato oggi, all'età di ottantasei anni.
Enrichetta ha qualche mese di più di Dick Van Patten, ma da qualche giorno l'arco disegnato dal destino pare esser teso a dismisura e figli e nipoti sono preparati al peggio, ammesso e non concesso che sia un "peggio" il riposo dei giusti, quale sarà certamente il suo.
Quando ero un ragazzo la loro casa era la mia, poiché da figlio unico cercavo compagnia dai vicini e Angelo mi trattava proprio come un fratello. Campassi cento anni riuscirei a stento a ripagare la discrezione con cui sua madre mi accoglieva a casa loro. In tanti anni non le ho mai sentito dire una parola fuori posto, né alzare la voce, né fare un gesto di stizza o anche soltanto di disappunto. Al massimo scuoteva il capo e alzava gli occhi al cielo, riprendendosi subito celiando, con una battuta, un moto di spirito, sussurrato e accompagnato da un sorriso scaltro e insieme buono.
Della sua pazienza infinita ho già scritto. Pari alla pazienza Enrichetta ha però l'intelligenza, acutissima, che trasmette con gli occhi, parlando il giusto. L'episodio che più le piaceva raccontare era quando aveva vinto un tal premio scolastico ed era andata fuori Grosio per ritirarlo: se chiudo gli occhi rivedo i suoi, mentre lo diceva, come brillavano.
Raccontare la vita che ha vissuto alla dozzina abbondante di nipoti che ha, oppure ai miei figli, sarebbe un esercizio meritevole quanto vano: chi non ha vissuto quel tempo ignora quanto era gramo il gramo. Eppure il basto di fatiche e dolori portati a mo' di giogo non le hanno impedito di avere una vita felice, piena, a dimostrazione che i beni materiali e ciò che riteniamo generalmente come ricchezze non sono tutto. Ed è forse questa la lezione più bella che mi ha dato e di cui le sarò per sempre grato.