domenica 4 dicembre 2011

Non fare l'indiano, a meno che sei a tavola

Con Giovanni sono severo, mi arrabbio quando frigna e non mangia nulla. Dimentico che io ero molto, ma molto peggio e mi arrabbio ancora di più quando me lo fanno notare.
Dico che lo faccio per lui, che sono uno schizzinoso pentito, in verità dev'essere lo stesso seme che potenzialmente porta la vittima a diventare aguzzino.
E pensare che anche adesso, che pure sono migliorato un sacco, rimango un abitudinario pigro, che si perde moltissimi piaceri del gusto. L'altra sera, ad esempio, se non fosse stata per l'insistenza del mio amico Angelo, non sarei mai entrato in un ristorante indiano. Mi veniva fastidio anche solo a pensarlo e mi sono seduto al tavolo scettico, neanche che al posto della sedia ci fossero i chiodi di un fachiro. Invece alla fine se non mi portavano via a forza avrei mangiato pure le gambe del tavolo. Eravamo a Como, in via Borgovico, quasi di fronte al parcheggio di Villa Olmo. Il locale non era riscaldato benissimo, in compenso il cibo era delizioso. Non chiedetemi di pronunciare e tanto meno di trascrivere le pietanza che ho ingurgitato: so soltanto che c'erano salsine sublimi, carne di pollo cotta a puntino e delle focacce da urlo, con un retrogusto delicato di menta.
Mi sa che una delle prossime settimane ci porto Giovanni. Lui non mangerà nulla e io mi arrabbierò, ma intanto avrò la scusa per sbafarmi anche quello che c'è nel piatto suo.

Foto by Leonora

giovedì 1 dicembre 2011

La mamma elefante e i poteri forti

Mi sento in cima a un monte e sorrido pensando a come ci sono arrivato. Dirigere Il Cittadino senza tessere, senza raccomandazioni, spinte, non rappresentando nessun altro, se non me stesso. Gli unici poteri forti che conosco sono quelli di mia madre, che però - saggiamente - ha smesso di esercitarli quando avevo tredici anni e temendo che fossi di carattere troppo chiuso, introverso, mi ha spinto, letteralmente spinto, all'oratorio, tra persone in gamba, che sono gli amici che ho anche adesso.
(Volevo scrivere: mi ha spinto a calci, ma non sarebbe stato corretto. E' stato più uno spingere con il muso, come fanno i cavalli col puledro o le elefantesse con il loro cucciolo, quando ha ancora le gambe malferme e vorrebbe starsene accovacciato ma lo costringono ad alzarsi, a camminare, a stare al passo con il branco perché è l'unico modo per sopravvivere, chi si ferma è perduto).
Devo dire grazie a Massimo Cincera, l'editore, che mi ha scelto, guardandomi negli occhi, fidandosi del ragazzo che ero, cinque anni fa, la prima volta che l'ho incontrato e avevamo parlato della multimedialità, del futuro dell'informazione. Era stato Giorgio Gandola a organizzare l'incontro. Conoscevo poco anche lui, gli era piaciuto un report che gli avevo mandato via mail prendendo spunto dal libro di Vittorio Sabadin, "L'ultima copia del New York Times". "Devi parlare con Cincera" mi aveva detto. Così è stato. Tutto è nato lì, non c'è nulla dietro.
Basta però parlare del nuovo lavoro, è ora di farlo. Anche perché sono grato e commosso (commosso veramente, non per modo di dire) dalle dimostrazioni di affetto dei tanti amici che ho, però sono anche un po' in imbarazzo per questo clima da "Santo subito". Per fortuna se mi guardo allo specchio vedo sempre quel ragazzo chiuso, insicuro e pieno di difetti che a tredici anni sua madre ha spinto a lasciare la sua stanza, i libri sugli animali, il microscopio e il piccolo televisore con i baffi (l'antenna mobile), in bianco e nero, mandandolo all'oratorio, a imparare come si sta al mondo.

Foto by Leonora

mercoledì 30 novembre 2011

Da sabato cambio lavoro

Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io e che sono rimasto chiuso nel ripostiglio del seminterrato per molti anni. Un tempo a cui sono grato, poiché mi ha insegnato a portare rispetto per chi non trova l'ascensore giusto e ancor di più a godere del poco, figuriamoci quando il credito incassato è moltissimo.
Per chi non lo sapesse, da sabato cambio lavoro. Cioè, il lavoro resta identico, ma mi trasferisco una provincia più in là, a Monza, a una testata dal nome stupendo: Il Cittadino.
Se me l'avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto e un po' non me ne rendo pienamente conto neppure adesso, ch'è tutto nero su bianco. Stanotte, ad esempio, mi sono svegliato di soprassalto e m'è capitata una cosa che non era mai successa prima: pensavo di essere diventato il direttore di un giornale e per la prima volta non era un sogno, non c'era nessuna greve amarezza e delusione al risveglio, era vero! Adesso posso dirlo: so cosa si prova a vincere al superenalotto. Non per i soldi, bensì per il piacere di andare a fare quello che mi piace davvero, di poter mettere alla prova le proprie idee dopo tanti anni di un passetto dopo l'altro.
Basta, non voglio dilungarmi, mi fermo. Del resto dai prossimi giorni (da sabato, per la precisione) potrò farlo senza freno. Qui lo segnalo soltanto per ringraziare le tantissime persone, ma proprio tante tante, che in questi anni mi hanno sostenuto, hanno creduto in me, mi hanno dimostrato stima, affetto. Non sarei nulla se fossi solo. Perciò voglio dividere la gioia con tutti, con tutti voi, nessuno escluso, sapendo che la gioia ha proprio questo di straordinario: che si moltiplica quando si divide, quando non la si tiene per sé ma se ne fa agli altri dono.

Foto by Leonora

domenica 27 novembre 2011

Carlo, Alessio e il mondo che non si ferma

L'annuncio è a pagina 18 del giornale di domani e lo vedo in anteprima sul computer. Solo cinque parole: "Ciao nonno Carlo, una roccia". Firmato Gisella e Davide.
Gisella è mia collega e a quel nonno spiccio e brillante, che fino a qualche settimana fa si spostava ancora in bicicletta, era affezionata quanto a un padre. Un acciacco se l'è portato via, con una rapidità da discesa libera, in un ospedale efficiente e modernissimo, dove sempre oggi a pochi metri di distanza, ma in tutt'altro reparto, Alessio piangeva per la prima volta, uscendo dalla pancia della mamma Sonia.
Il papà di Alessio è Marco Migliavada, uno dei miei più cari amici e di cui sono stato testimone di nozze, in un bel giorno di luglio, dentro una chiesetta in mezzo a un bosco che pareva uscita da una favola.
Questo però è un divagare da nulla, ciò che volevo descrivere è il passaggio infinito del testimone, dalla morte alla vita. Per un Carlo che parte c'è un Alessio che arriva ed è sempre stato così e così sarà sempre, perché come rispondeva Carol Wojtyla a quanti lo assillavano con i problemi più tragici: "Il mondo va avanti. Nessuno lo ferma...".
Il pianto di Gisella è lo stesso di quello di Alessio: un pianto di tristezza, di paura. Per entrambi però dopo lo smarrimento arriverà ad asciugare le lacrime quella incredibile forza che è la vita stessa, con il suo erompere e sgorgare instancabile dalle rocce, che aggiusta sempre le cose e medica ogni ferita. Dopo tutto, è proprio questa la lezione di nonno Carlo, che se n'è andato in fretta ma anche in pace, come quando saliva in sella alla sua bicicletta.

Foto by Leonora

martedì 22 novembre 2011

Liberiamo la tigre (storie di quotidiana determinazione)

Io, cinque anni, discesa della Napoleona, in macchina, guida mio zio, qualcuno si rivolge a me e passando di fronte a una grande fabbrica dice: "Lì lavora tuo padre. E tu? Tu cosa vuoi fare da grande?". Ci penso, dico: "Lo scienziato!". Risata generale, ci rimango male.
Non ho fatto lo scienziato, non lo potrei mai fare. Se però ho un seme di ambizione, sono certo ch'è stato piantato lì, allora, in quel preciso istante in cui tutti ridevano e avrei voluto essere già grande.
Camminando a ritroso sono molti i momenti di svolta che potrei elencare, ogni volta un bivio, una scelta da fare. Uno degli incroci decisivi è stato quattro anni fa, quando volevo cambiare lavoro e mi sono messo in testa che l'unico modo era rimboccarmi le maniche, mettermi a studiare, far funzionare il cervello con un obiettivo: migliorare. E' stato allora che ho aperto questo blog, con la disinvoltura di un orso sui pedali, promettendo a me stesso che avrei tenuto duro, che anche se ero imbranato ce la potevo fare e che se cascavo mi sarei dovuto comunque rialzare.
Lo scrivo oggi, ricordando che ogni conquista è sempre figlia di una delusione, che nessun salto in avanti sarebbe possibile senza i passi indietro che nella vita capita sempre di fare. Sta a noi decidere, se lasciarci cadere le braccia e maledire tutto e tutti oppure se stringere i denti e utilizzare lo spazio che si è creato per una ricorsa, per un ricominciare.

P.S. Dedicato ai cinquantenni che hanno perso il posto di lavoro, ma anche ai trentenni che non l'hanno ancora trovato e ai quarantenni come me, che oggi sono fortunati ma domani chissà: meglio essere preparati.

Foto by Leonora

lunedì 21 novembre 2011

Il bene che facciamo

Prendo a prestito le parole che mi ha detto settimana scorsa Maria: "Verremo giudicati sul bene che abbiamo fatto".
Continuo a pensarci, in questi giorni. Il bene che facciamo conta più degli errori, delle debolezze, del male commesso. Non è un alzare le spalle e giustificare i propri torti, semmai uno sprone alle buone azioni, ricordarsi che la regola non è "non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te", bensì "fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te". Un "non" di troppo che compromette tutta la prospettiva, trasformando in passiva indifferenza quello che invece presuppone un'azione, un moto a luogo, un impegno reale, una fatica.
Verremo giudicati sul bene che abbiamo fatto e io non ho da mettermi nulla. O troppo poco. Una socievolezza a generosità limitata.
Perciò in questi giorni attingo a una scorta di energia, per prestare ascolto alle persone che mi sono più vicine e per rendermi prossimo anche alle altre, con un'urgenza fino a qualche settimana sconosciuta.
Verremo giudicati sul bene che abbiamo fatto e non è mai troppo tardi, per darsi una mossa.

Foto by Leonora





domenica 20 novembre 2011

Professione fisioterapista: il tocco divino

Odiavo il lunedì. Ora lo tollero, l'ho metabolizzato, come la piccolissima scheggia d'osso che in principio faceva male e adesso neanche ricordo di avere, a pochi millimetri dall'occhio destro.
Marco Arighi è sempre contento. Non l'ho mai visto diverso, fin dai tempi in cui aiutava Vladimiro al PalaSampietro.
L'ho rivisto una settimana fa e non è cambiato: una persona positiva, che fa passare gli acciacchi con le mani e con la testa, trasmettendo un'energia devastante, quella del sorriso.
"Come fai a essere così? Hai davvero un bel carattere" gli ho detto. Mi ha risposto: "Sai Giorgio, ho la fortuna di fare il mestiere che mi piace, come faccio a non essere contento?".
Il mestiere che gli piace è il massofisioterapista e lo fa benissimo. Non è il solo, dalle parti di Como. Senza nulla togliere agli altri, senza dubbio bravissimi (Vladimiro è casinista ma fenomenale e l'ho già nominato, ma anche con Mauro Falzone mi sono trovato bene, pur avendolo frequentato pochissimo, e poi c'è Erica Mowinckel, come posso scordarla, così solare che contagia anch'essa col sorriso), per due di loro metto la mano sul fuoco senza timore di essere chiamato per il resto della mia vita Muzio.
Uno è Marco, appunto. Perché è generoso, disponibile, mai brusco, entusiasta di quello che fa e capace di trascinare persino i più pigri a faticare per tornare in forma, a prescindere dall'acciacco che hanno.
L'altro è Andrea Lanzi, forse il più professionale, quello che ha più esperienza di tutti e se si trattasse di farmi consigliare, tra lui e un medico sceglierei comunque lui (anche perché, essendo bravo, quando ti serve un medico è lui stesso a dirtelo).
Al di là dei gusti e dei pareri disinteressati e personali, la cosa che più mi colpisce di tutti loro è le belle persone che sono. Ogni mestiere ha il buono e il gramo, ma deve esserci un motivo se tra i massofisioterapisti la percentuale di bravi uomini e donne sfiora il cento per cento. Sarà il contatto con la sofferenza altrui che ne affina il carattere. Sarà che per spronare gli altri ad impegnarsi a tornare quello che erano o a migliorare le prestazioni devono crederci per primi loro. Sarà che stare a contatto con le persone non li aliena affatto, ricevendo in cambio un pizzico della molta energia che infondono. Sarà per tutto questo e per molto altro, ma la maggior parte dei fisioterapisti ha una marcia in più e va dato loro atto.
Detto ciò, spero di non doverli vedere in azione, preferendo incontrarli per caso o per piacere reciproco, ma se dovesse capitare qualcosa di storto (incrocio le dita e tutto il resto) so che ci suono buone mani in giro, per rimettermi in sesto.

Foto by Leonora