venerdì 4 novembre 2011

Verrà un giorno

Verrà un giorno in cui rimpiangeremo le nostre certezze, il tifo da stadio, il "o di qua o di là'', "con me o contro di me".
Verrà un giorno che la scelta non sarà più esclusiva, tra il nemico da attaccare o il dio da difendere.
Verrà un giorno in cui leggeremo il giornale e non potremo più dire "tanto è un pirla" oppure "tanto è la stampa che ce l'ha con lui e lo dipinge come un pirla".
Verrà un giorno in cui dovremo tornare a riflettere, a pensare, a schierarci non in base a un dogma, una casacca, bensì su fatti concreti, su idee differenti per sottili distinguo.
Verrà un giorno in cui gli amici di oggi saranno dall'altra parte della barricata e i nemici attuali insieme con noi, sul nostro carro, fianco a fianco.
Verrà un giorno in cui non potremo ragionare a pacchetto completo, prendere o lasciare, ma ci sarà ogni volta da scegliere, argomentare, discutere, prendere pesci in faccia e ingoiare rospi da persone che stimiamo, che abbiamo sempre considerato sensate, alla mano.
Sì, verrà un giorno in cui crolleranno le nostre certezze e rimpiangeremo il tempo in cui tutto era più semplice, perché bastava stare con o contro Berlusconi.
Allora ci scopriremo nudi e tutto sarà dannatamente più complicato.
Non vedo l'ora che arrivi, quel giorno.


Foto by Leonora

giovedì 3 novembre 2011

Mio padre e il default Italia

Mio padre - che se non avesse tolto il disturbo prima, dopo domani avrebbe compiuto settantaquattro anni - non ha mai comprato a rate nulla, se non un camion, il primo e l'unico intestato a lui, quando a quarant'anni decise che era ora di mettersi in proprio e mettere da parte qualche soldo, comprare un pezzo di terra, da buon valtellinese, che nel sangue ha il mal della pietra.
Fino ad allora era uno stimato dipendente, operaio specializzato ma semplice, senza ruoli di comando, "perché bisogna avere il carattere per comandare e io non ce l'ho" mi spiegò la volta che gli chiesi ragione del fatto che il vicino di casa era un caporeparto e lui aveva preferito restare al piano terra. Non era adatto per fare il capo ma sapeva farsi rispettare da tutti, non concedendo un eccesso di confidenza a nessuno. Aveva una dota particolare: sapeva cavare il meglio anche dai più timidi, da chi non gradisce essere incalzato e ha i suoi tempi e i suoi modi per affrontare la vita. Era un maestro del dialogo, perché sapeva ascoltare non soltanto con le orecchie, ma con il cuore, comprendendo anche ciò che l'altro non diceva.
Si pentì subito del passaggio dall'industria al commercio, però non è mai stato tipo da abbandonare a mezzo la partita. L'ho sempre visto alzarsi all'alba, la mattina, bere il suo caffélatte con dentro il pane della sera prima e stringere i denti, fare quello che non gli piaceva, ritagliandosi le sue soddisfazioni con gli amici o in quei momenti di tregua che si concede anche la gente di questo lembo di terra, capace di lavorare per ore senza fiatare, a testa bassa.
Ho preso la strada per la periferia ma ritorno al centro di ciò che volevo dire. Mio padre non ha comprato nulla a rate. Quando voleva qualcosa dava fondo ai risparmi accumulati con ostinazione e pagava in contanti, sull'unghia. "Non voglio debiti - diceva - perché mi piace dormire, la sera e anche quando la notte diventa mattina". Così facendo, secondo gli studiosi, non era uno di coloro che fanno girare l'economia, ma alla larga gli giravano pure i guai, non soltanto la finanza.
Se lo scrivo è perché penso a cosa avrebbe fatto se fosse ancora qui, se avesse sentito tutte le voci di default, di fallimento dei mercati, di crac dell'intero sistema Italia. Probabilmente niente. Sicuramente niente. Avrebbe scosso la testa, borbottato, magari bestemmiato a voce bassa, continuando ad alzarsi ogni mattina e lavorare sodo, sperando che nessuna cicala scialacquasse la sua scorta di formica.

Foto by Leonora

mercoledì 2 novembre 2011

La figlia di Alberoni e la tenerezza che addomestica il cane da guardia

La gentilezza, l'onestà, la trasparenza sono carte vincenti, anche su Internet. Soprattutto su Internet.
La pratica conferma la teoria e la riprova si ha nella vicenda delle critiche al post di Francesco Alberoni su Facebook. Merito della figlia dello scrittore, che ha fatto la cosa più semplice: ai commenti al vetriolo ha aggiunto il suo. Questo:

Francesca Alberoni papà puoi scrivere nelle note tutto quello che vuoi, anche i tuoi articoli e invitare la gente a leggere le tue note. se vuoi ti spiego meglio al telefono. ciao

Una frase pacata, tenera persino.
"Mi sembrava una figlia premurosa che vuole evitare dispiaceri al papà..." mi ha spiegato Andrea, che in ragione di questo ha tolto il suo commento caustico al post in questione. "Anche se eticamente non lo avrei mai fatto - ha aggiunto - ho usato un briciolino di cuore...".
Già, il cuore. E' strano come Alberoni ne abbia scritto infinite volte, ma a dimostrare di averlo sono state persone in carne e ossa, sua figlia, gli amici di Facebook... A dimostrazione di ciò che ho messo in premessa: la gentilezza, l'onestà, la trasparenza placano anche il più tenace e integerrimo cane da guardia e finiscono con il rivelarsi carte vincenti. Le uniche.

Foto by Leonora

Ferruccio de Bortoli e i giovani dinosauri

Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie e io no.

Una collega chiama un'altra collega e le chiede di seguire una questione approdata sui social network. "Non posso - le viene risposto - non sono su Facebook". Benissimo. Allora però cambia mestiere, mi verrebbe da risponderle.

Non sono un fanatico dei social network, ma chi si occupa di informazione, di comunicazione, non può non diventarne esperto. Non ci sono alternative. Se anche Ferruccio de Bortoli, uno che la d minuscola del nobile ce l'ha nel sangue, direttore del Corriere della Sera, si iscrive su Twitter e viene persino insultato quando non usa le corrette modalità di scrittura informatica, come può un collaboratore di un giornale di provincia fare lo snob, ignorare che c'è tutto un mondo attorno e non è solo quello che cantavano i Matia Bazar?

Io stesso, che a dispetto delle apparenze nella vita reale sono assai poco social, sono anni che trotto (vedi qui e qui per comprendere la genesi, l'inizio, il principio del tirannosauro che vuol diventare velociraptor). Non sono un nativo digitale e sbuffo, arranco, tentenno, ma non solo cerco di stare al passo dei tempi: se posso, le anticipo. Cerco di stare sulla cresta dell'onda, almeno, come i surfisti, che sanno di cascare se perdono anche per un istante il filo del cavallone.

E' la stampa digitale, bellezza.


Foto by Leonora

lunedì 31 ottobre 2011

Francesco Alberoni resta in mutande (di marca)

La rete è una strana bestia. Richiede onestà e trasparenza o, se proprio proprio, di evitare almeno l'ipocrisia.
Francesco Alberoni, sulla sua pagina Facebook, dieci minuti fa scrive: "Mi fa rabbia non poter scrivere nulla qui e devo rimandarvi a cliccare su google yamamay-alberoni o Alberoni-yamamay".
Un secondo dopo partono i commenti. Questi.
(Carmen Pistoia) Ma se riesci a scrivere questi post perchè non riesci a scrivere altro Francesco Alberoni?
(Andrea Mollo) regole del mercato?!
(Carmen Pistoia) ‎:-)
(Antonio Amato) Questo ci marcia.
(Christian Randazzo Di Carlo) http://www.yamamay-alberoni.com/
(Antonio Amato) Più clicchi e più guadagna.
(Antonio Amato) consulenze a pagamento si chiamano.
(Renato Baldi) Basta scrivere una nota...Se fai così troverai quella pagina cui rimandi piena, diciamo così, di critiche...
(Andrea Mollo) x di più ci son solo 3 articoli e 2 lettere... bah...
(Antonio Amato) quasi quasi gli rimando indietro Avere o Essere.
(Andrea Mollo) per di più non è aggiornato... è vero che laq natura umana non cambia.... ma manca di contestualizzazione... ad una certa età bisognerebbe godersi i nipotini....

E siamo solo all'inizio. Probabilmente continuerà così, fino a che l'amministratore della pagina Facebook di Francesco Alberoni (lui stesso o chi per lui) se ne accorgerà. Allora sono curioso di sapere cosa accadrà, come reagirà. Cancellerà i commenti? Risponderà? Farà l'offeso? Aprirà una discussione?
Un buon caso di studio, potrebbe essere. Ma per saperlo, come nelle puntate di "Beautiful" occorre attendere la prossima puntata.

Foto by Leonora

sabato 29 ottobre 2011

Seicento

http://www.lyonora.it/
Seicento. Non erano giovani e nemmeno forti, galleggiano ugualmente in quest'universo senza pareti dove nulla si cancella, al massimo si perde.
Seicento. Non è l'automobile color latte e menta della Fiat che comprò, prima in vita sua, mio padre.
Seicento sono i post redatti dal sottoscritto in quattro anni e un mese di esistenza in vita di questo blog, nato per istinto di sopravvivenza professionale e conservato come diario di viaggio, nella convinzione che la privacy è importante ma di privazioni si muore, per cui viva la pubblicità.
Non quella dei reclàme, che pur ha uno scopo nobile se somministrata in dosi omeopatiche, bensì quella del "pubblico", della casa aperta (che infatti è il contrario di quella chiusa), del cortile, del paese dove tutti sanno tutto di tutti e non si vive peggio, poiché conoscersi è il primo passo per venirsi incontro, aiutarsi a vicenda.
"Non sei geloso delle tue cose, della tua vita?" mi ha chiesto Paolo, leggendo questo blog. Ho risposto "No, ne sono orgoglioso". Perciò le metto in piazza, sapendo di correre un rischio ma pure di cogliere un'opportunità: nessun uomo è un'isola, tanto vale nuotare. E poi mi hanno insegnato che la piazza è quel luogo in cui, quando ciascuno porta il fardello dei crucci, alla fine torna indietro con il proprio, per scelta, perché alla fine non è poi tremendo al confronto con quelli altrui.
Non è vero che ho cancellato la linea del pudore, semmai l'ho spostata un metro più in là. Infatti qui non dico tutto. Cerco di filtrare il meglio, anche quando si tratta del peggio.
Dare valore al "pubblico", essere trasparente, allargare il cerchio della condivisione, oltre che delle conoscenze, sono le tre linee guida che mi orientano ogni volta che si apre una pagina vuota e la riempio.
Ringrazio coloro che mi accompagnano, sia quelli che finiscono protagonisti in qualche post, sia coloro - assai di più - che si accontentano di passare di qua, dare una sbirciatina e passare altrove. Sappiano che comunque mi fanno tutti un gran regalo. Quello di non farmi sentire solo, di interessare a qualcuno. Esiste forse un premio migliore di questo?
I seicento complimenti allora non me li faccio da solo: li condivido con voi.

venerdì 28 ottobre 2011

Quelli di Espansione Tv

In queste settimane ha cambiato sede, scenografia del tg, conduttori, programmi. Si è rinnovata. Una rivoluzione di cui non ho scritto nulla, ma che ho seguito con attenzione perché a Espansione Tv - la televisione di Como - non ho dedicato soltanto quindici anni della mia vita, ma fin da ragazzo era un punto fisso, un orizzonte, una finestra su ciò che mi è vicino e perciò mi interessa di più.
La fine del rapporto professionale non è stato dei migliori, ma neppure dei peggiori. Credo fosse giunto il tempo di diventare grandi, di lasciare gli ormeggi. Io lì mi sentivo stretto, chi comandava pensava mi stessi allargando troppo e per me non c'era spazio, tutto qui.
Come ho scritto più volte, sono grato per il molto che ho ricevuto.
Se scrivo queste cose è perché ieri sera, mentre vedevo un vecchio film ("Il vento del perdono", con Robert Redford, Morgan Freeman e Jennifer Lopez), m'è capitato di guardare su Facebook prima di sfuggita e poi attentamente le foto del gruppo "Gli amici di Espansione Tv - Il gruppo di tutti quelli che sono passati dalla storica televisione di Como".
E' inutile fingere, mi sono commosso. Non una commozione di quelle con lacrimoni, singhiozzi e sussulti. Non sono il tipo. Semmai un moto malinconico del cuore, una latente nostalgia per un tempo che non torna più e soprattutto per le moltissime persone che mi sono state amiche, compagne, e che se ne sono andate per sempre o semplicemente hanno intrapreso altri percorsi, altri viaggi. Penso ad Adolfo Caldarini o a Gino Gorno, a Nanni Pennestrì, che allora mi faceva sbuffare come un bufalo per l'incapacità di essere concreto, ma che se ci penso adesso - quello sì - mi viene da piangere, per la fine che ha fatto, perché le cose che importano alla fine sono altre e aveva anche lui del buono. Lo stesso vale per Claudio Bulgarelli, che c'è ancora ma non so dove. Aveva un carattere del cavolo, ma l'ha pagata cara, quando si era illuso di poter fare le scarpe al direttore di turno. Se ne andò chiudendosi il portone alle spalle una sera di dicembre. Mancava poco a Natale e aveva perso il posto di lavoro. Anche con lui mi scontravo spesso, però fu gentile quando lo chiamai, il giorno dopo, per dirgli che mi dispiaceva e che se aveva bisogno di qualcosa io c'ero. Non l'ho più sentito, ci berrei volentieri un caffé per sapere cosa fa adesso. Così come Emilio Arnone, Salvatore Battaglia, Valerio Scheggia, Mattia Normanno, Barbara Masi, Laura Bianchi, Antonella Battistessa, Filippo Franchino... Chissà che fine hanno fatto?
E poi tutti gli altri, che invece ancora vedo, chi di frequente, chi più di rado. Marina, Marco, Benedetta, Mauro, Annalisa, Michela, Manuela, Teo, Laura, Sabrina, Stefania, Nino, Andrea, Claudia, Alessandro, Lilliana, Roberto, Annalisa, Marzia, Sarah, Federica, Paola, Roberta, Nick, Mario, Max, Valerio, Pamela, Lorenza, Antonietta, Margherita, il ragioniere (come diavolo si chiama, il ragioniere? L'ho sempre chiamato così), Valter, Anna, Antonio, Elda, Francesca, Alessandra, Luca, Andrea, Sabrina, Franco, Erminia, Giovanna, Alessio (sì, proprio quell'Alessio, Butti), Nino, Poldo, Stefania, Pino, Pauline, Massimo... Qualcuno certo lo dimentico, ma non ce n'è uno che non abbia contribuito a rendere grande e, soprattutto, unica, la televisione di Como.
Ora dicono voglia diventare regionale (sempre che il "fuoco amico" del governo non mette i bastoni tra le ruote, con le vicenda delle assegnazioni di frequenze condotta da pasticcioni, come capita a chiunque metta piede a Roma), che voglia espandersi, come dopotutto è scritto nel dna, nel nome.
Sarà. Io mi auguro che non perda ciò che ha di meglio: un'anima.
Lo scrivo senza pedanteria, come fosse una preghiera, indirizzata a tutti coloro che sono ancora lì e specialmente a colui che l'ha inventata, Maurizio Giunco, sapendo che non ha bisogno di consigli, anche perché non li accetta, specialmente dal sottoscritto. Non una valida ragione, tuttavia, per stare zitto. Perché Espansione Tv, o Etv, come a lui piace chiamarla ora, sarà pure sua figlia, ma è una figlia a cui vogliono bene in molti. A cominciare da chi ogni giorno la guarda.

Foto by Leonora