mercoledì 20 aprile 2011

I buoni insegnanti non si estinguono mai


Voce che grida nel deserto. Sola, anche quando sussurra. Come l'insegnante di scuola media, che si confronta ogni giorno con una classe che a guardarla a pelo d'acqua è una meraviglia, ma basta poco per accorgersi che l'apparenza inganna. C'è il ragazzo più grande, con gli ormoni di un uomo e il cervello bambino; l'alunna che non viene più a scuola e non è malata, non ha problemi, semplicemente in classe si stufa e preferisce restare davanti alla tv a casa; i tre compagni che li hanno trovati che fumavano uno spinello nel parco e i Carabinieri hanno chiamato la preside e la preside ha telefonato ai genitori e la mamma ha risposto: "Guardi che mio figlio è a letto" e la preside insiste: "Venga" e la madre replica: "Senta, sono la madre! Saprò bene dov'è mio figlio" e la preside che esasperata risponde: "Senta, sono la preside, e ho qui di fianco i carabinieri e suo figlio. Viene o non viene a riprenderselo?!?"; lo studente modello, che ha una famiglia più modello di lui e va tutti i giorni all'oratorio, e quando sente parlare di quanti non hanno rispetto per l'ambiente e non fanno la raccolta differenziata, alza il braccio e dice: "Sì, sono gli extracomunitari"... Guardo l'insegnante, che ha una faccia buona e passione per il suo lavoro. Penso a quante volte si sarà sentita dire: "Insegna? E' fortunata. Cosa ci vuole? Quattro ore di lavoro al giorno e tre mesi di vacanze all'anno". Vorrei abbracciarla, dirle che sono orgoglioso di lei, ringraziarla a nome di tutti i genitori, pur se la scuola non è quella di mio figlio. Rimango in silenzio, con sguardo un po' ebete, annuisco, saluto. Credo che questo sia un paese fortunato, perché trova frutti abbondanti pure quando non semina, anzi, fa di tutto per sradicare l'albero buono.

Foto by Leonora



lunedì 18 aprile 2011

Il sacrificio di Roberto e gli occhi del cieco


Ce l'ho qui da dire, tra gola e lingua, da sabato mattina, ma ogni volta ho deglutito insieme con la saliva pure la buona volontà e il pensiero. Ora però guardo il computer, lo schermo luminoso che contrasta con il buio tutt'attorno, e mi pare di non avere più scuse per tacerlo, se non quella dell'essere pavido, di non ammettere ciò che durante i funerali di Roberto ho sentito, cioè che si sia chiuso un tempo, che la mia generazione si sia ritrovata adulta, vecchia persino, nonostante ciascuno di noi dentro immagini di essere e si senta un ragazzino. Era come vivere una poesia di Giorgio Caproni: "Con voi sono stato lieto / dalla partenza, e molto / vi sono grato, credetemi, / per l’ottima compagnia".
Quella chiesa strapiena, quei volti familiari e sconosciuti insieme, di tanti amici con cui sono cresciuto - magari io un filo più grande ma tutto sommato dell'età loro - e che ora si ritrovano per caso, tutti un po' diversi, con parecchi capelli in meno e molte segni in più sul viso, qualcuno d'occhi stanchi, altri - molti - cresciuti in pancia e peso, ma con una scintilla di ciò che erano che tuttora conservano, accanto alle loro compagne o ai figli o agli amici, anche chi è solo e la sera, a casa, non lo attende nessuno, se non un genitore ormai anziano, che continua a preparargli da mangiare e rifare la mattina il letto. Qualcuno, come Flavio, come ora Roberto, se n'è andato, strappato alla vita giovane, con l'unica consolazione che rimarranno per sempre ragazzi, che il tempo non potrà scalfire ciò che non ha più sottomano. Gli altri, tutti gli altri, erano lì, seri, qualcuno con le lacrime agli occhi, qualcun altro con lo sguardo fisso. "Sono i miei amici" ho pensato. Anche se non li vedo più o, quando capita, non è mai per più di una chiacchiera, una battuta al volo. Eppure ho condiviso con loro un tempo che pareva infinito e, se lo guardo adesso, senza fine lo è davvero. Marco, Paolo, Giannino, Drino e tutti gli altri, che non sto a nominare uno a uno, perché occorrerebbe l'elenco del telefono. Sono distanti ormai, ma sabato li sentivo legati da un unico filo, e quando ci siamo ritrovati al cimitero, una folla immensa, un paese intero, mi è sembrato che divisioni, pareri diversi, scelte di vita, fossero accessorio minimale di fronte a un'appartenenza che mi pareva forte ed evidente, quanto il cielo sopra la testa e la ghiaia sotto i piedi, tra un loculo e l'altro. Da dov'ero non sentivo le preghiere del prete, non udivo alcuna parola, solo silenzio, e vedevo centinaia di persone, chi ha opinioni simili e chi diverse dalle mie, compresi gli assessori, il sindaco e altra gente che cammina su sentieri opposti al mio. Eppure con essi, con tutti, in quel momento mi sentivo un tutt'uno, parte di una comunità, e mi parevano così sciocchi e banali i miei distinguo, i punti e le virgole che metto, tralasciando il senso e il nocciolo del discorso, cioè che siamo sulla stessa barca, in qualche modo fratelli e che occorreva il sacrificio di uno di noi per aprire gli occhi a un cieco.

Foto by Leonora

giovedì 14 aprile 2011

La verità dei Simpson (Abiola, la Comense e il razzismo: ultimo atto)

Siamo tutti neri, ma qualcuno lo è di più. E non mi riferisco a Abiola Wabara, dalla cui vicenda la Federazione Italiana Pallacanestro ha preso spunto per lanciare la lodevole iniziativa: "Vorrei la pelle nera", bensì a tutti coloro che nella suddetta vicenda hanno usato per ragionale la pancia, invece della testa. Tanto incavolati neri da dirne di tutti i colori. Io però - e chi legge questo blog lo sa - al coro preferisco la stecca, così invece di fidarmi di troppe versione in cui i conti non tornavano, ho preferito badare ai fatti e sentire le testimonianze di chi c'era. Il risultato è quello che ho già scritto nel post precedente: cori non ce ne sono stati, come risulta da referto di arbitri e commissari di campo, oltre che dai verbali delle forze dell'ordine. Semmai qualche insulto, di pochissimi beceri, di cui in ogni caso nel frastuono dei mille tifosi presenti nessuno reca testimonianza, tranne la giocatrice stessa e forse qualcuno tra il pubblico, nelle immediate vicinanze. E per nessuno intendo arbitri, commissari di campo, carabinieri, agenti della Digos, ma anche giornalisti presenti e altre giocatrici in campo, compresa Cameo Hicks, che pur ha la pelle del colore di Abiola e dunque si sarebbe dovuta sentire parimente offesa. I fatti finiscono qui. Poi entrano in gioco i media. Non voglio giudicare certi colleghi: ognuno va a letto con la propria coscienza e, soprattutto, viene giudicato dalla credibilità che merita. Per spiegare cos'è successo, devo ricorrere a dei geni: gli autori dei Simpson. Due puntate, in particolare. La prima è quella del "Dolce bon bon" in cui Homer Simpson viene spacciato per molestatore. In realtà lui voleva soltanto prendere una caramella (il dolce bon bon, appunto) che si era attaccato alla sottana di una ragazza, ma l'episodio viene a tal punto gonfiato e manipolato dai media che la gogna è inevitabile. La seconda invece è quella che racconta la storia di Jebediah Springfield, eroe e fondatore dell'omonima città. Lisa Simpson scopre che in realtà (sempre questa maledetta realtà!) egli non era un uomo mite, saggio e coraggioso, bensì un pirata pluriomicida. Nonostante la reticenza degli abitanti attuali, che non vogliono sentir ragione, alla fine Lisa trova la prova che rivela la verità, ma una volta salita sul palco, durante la parata, "guardando gli occhi della gente commossa e grata a Jebediah, decide di lasciarli continuare a credere che il fondatore sia stato una brava persona. Infatti, l'immagine positiva che hanno di lui ha sempre fatto in modo che ad ogni anniversario della fondazione della città, i suoi concittadini tirassero fuori il meglio di loro stessi". Ecco, in questi episodi è contenuto il riassunto di ciò che è avvenuto alla Comense. Con due lezioni. Prima: quando i mass media soffiano tutti nella medesima direzione, le voci fuori dal coro vengono spazzate vie e non è da saggi mettersi lì con l'ombrellino, mentre il tifone impazza. Seconda: a volte anche se le premesse sono fondate sulla menzogna, il frutto che ne esce può essere comunque positivo, tipo l'iniziativa "Vorrei la pelle nera" contro ogni forma di razzismo, che sarà ripresa su tutti i campi da basket, domenica prossima.


P.S. Dedicato a chi non ha paura di cercare la verità; a tutti quei giornalisti che ce l'hanno in tasca e pontificano così, alla rinfusa; a tutte le ragazze di colore che hanno vestito la maglia della Comense, che guarda caso è "nero-stellata"; a Razija Mujanovic, che per l'aspetto fisico in carriera ne ha sentite di tutti i colori e neanche un cane che si sia indignato almeno una volta, di striscio, per difendere la sua dignità di persona, prima che di giocatrice e di donna; a tutti coloro che leggendo questo blog, invece di avercela con i neri "perché solo loro sono tutelati" o con i bianchi "sporchi razzisti", ricorderanno le parole di Albert Einstein, che al funzionario doganale che gli chiedeva di che razza fosse, rispondeva: "Umana".



Foto by Leonora

mercoledì 13 aprile 2011

Ciao Roberto

"Se posso fare qualcosa...". Invece non si può fare niente. Se non stare in silenzio, muti, attoniti, impotenti, nudi di fronti al dolore di un padre e di una madre che hanno perso il figlio, di una donna che non ha più il marito, di due bimbi piccoli che del padre conserveranno l'affetto e un ricordo pallido. Oggi su un pendio di Lasnigo è morto Roberto, che ho visto crescere all'oratorio e in tante vacanze insieme, un tempo ormai lontano. Aveva trentasei anni e se n'è andato in questo giorno di sole, aria fresca e cielo limpido. L'ultima volta l'avevo visto un paio di settimane fa e mi aveva salutato con quel suo fare spiccio e deciso insieme. Lo ricordo bambino, quando voleva sembrare già adulto e facevo lo sguardo corrucciato, salvo aprirsi in una risata ch'era fragorosa e decisa, come un colpo di schioppo. Per anni ho frequentato la sua casa, suo padre faceva con me catechismo e Roberto aveva sempre qualcosa da fare nell'orto o nel portico, ingegnandosi, senza mai restare con le mani in mano. Anche tra i ragazzi, aveva modi spicci, irruenza, coraggio e un fisico atletico e compatto, che sopperiva ai centimetri che gli mancavano. Era campione a "sparviero bulldozer", un gioco da uomini veri, e divorava piatti di pasta da annichilire i commensali, che magari pesavano il doppio di lui. C'è una fotografia bellissima, che ho ritrovato stasera, di noi due, qui sotto casa, quando in mezzo al prato c'era ancora un enorme tavolo di cemento. Giocavamo a chi faceva cadere l'altro, in una sorta di braccio di ferro. Ridevamo entrambi, d'un sorriso ampio, aperto, senza ombra. Voglio ricordarlo così, ancora bambino ma già adulto. Per la mamma Silvana, il papà Elio, il fratello Piero, la moglie Barbara e i suoi due bimbi, di quattro e sei anni, non posso fare nulla. Se non appunto farne memoria, conservarne il ricordo, l'unico luogo di questo mondo dove i nostri cari sempre vivono.

Foto by Leonora

Abiola, la Comense e la verità in retromarcia

Cos'è la verità? Diceva Sciascia che è come la luna che si specchia nell'acqua di un pozzo. Tu la vedi, splendida, nitida, chiara, ti ci butti, per prenderla, ed ecco cosa resta in quell'acqua buia e fredda della verità. Lo scrivo perché invece, ogni giorno, io la verità ho l'impegno di cercarla, capirla, raccontarla. Può capitare di ignorarla, non di spacciare per essa una bugia. Qualche giorno fa scrivevo su questo blog - ch'è nato proprio per comunicare, nella massima libertà, senza condizionamenti se non quelli della mia coscienza - della vicenda di Abiola Wabara e dei cori che l'avrebbero bersagliata al Palasampietro. Passo al condizionale perché, con il passare dei giorni, le certezze granitiche di quei giorni si sono via via sgretolate. Tutto era basato sui resoconti della stampa, una parte della stampa, che tuttavia offre garanzie di credibilità, tanto che anche un giornale serio come quello in cui lavoro li ha ripresi. Pian piano però, sentendo le testimonianze, dando voce alle fonti ufficiali (arbitri, commissari di campo, carabinieri, Digos), guardando filmati e documenti fotografici, di quei cori beceri e razzisti non c'è traccia. L'episodio, a quanto sappiamo nel momento in cui scrivo, è circoscritto semmai a un esagitato, un pirla, che ha insultato la ragazza, ricevendo in cambio pan per focaccia. Può essere crocifissa per questo una città intera, una società che, come scrivevo, in quasi centotrentanni di esistenza, ha unito più di chiunque altro il bianco e il nero, diventando modello di integrazione, di convivenza? No, non è possibile. E mi spiace che dopo l'indignazione generale dell'inizio, molti moralisti abbiano preferito dare per assodata una versione dei fatti parziale e ingiusta, piuttosto che fare marcia indietro, alzare la mano e dire: "Scusate, ci siamo sbagliati". Non giudico gli altri, io però non posso essere complice, il mio lavoro è distinguere il grano dalla gramigna, anche a costo di prendere qualche cantonata. Quando capita, come in questo caso, chiedo scusa. E dico grazie a Francesco, che per primo mi ha instillato il dubbio, spingendomi a cercare la verità, anche a costo di finire nel pozzo e picchiare la faccia.







Foto by Leonora

martedì 12 aprile 2011

Profughi, Lega e un punto di partenza


In Ticino, alle elezioni di sabato e domenica, stravince la Lega. Al di qua del confine - lo stesso confine dove un giorno sì e l'altro pure vengono fermati i profughi in fuga dalla loro patria e pure dall'Italia - è sempre la Lega a spopolare. Facciamo la voce grossa, per farci a nostra volta coraggio e mascherare la paura. Siamo stati generazioni di venditori di piazza, con il catalogo sotto il braccio e un paio di calze nella valigia, alla conquista del mondo, siamo ora assediati in casa nostra, che hanno paura non soltanto dell'estraneo, ma della loro stessa ombra. Esportavamo prodotti e pure intelligenza, cultura, guardando al pianeta come un'opportunità da cogliere, mentre ora è insidia da evitare, chiudendo a doppia mandata la porta. Non faccio lo snob, vivo in questo fazzoletto di terra e alcune considerazioni della Lega mi sembrano ragionevoli, anche quando non posso condividerle, per lo stesso motivo per cui mi arrabbio con chi mi taglia la strada, magari suono il clacson, però non scendo e lo riempio di botte o gli sparo in testa. Nati non fummo per viver come bruti e c'è sempre un grado di separazione tra la reazione istintiva e la saggezza della buona scelta. Condivido dunque le preoccupazioni, sull'accoglienza, non sposo una linea esclusivamente buonista, tuttavia vorrei che alle molte voci protettive se ne unisse almeno una profetica, visionaria, capace di opporre alla debolezza della difesa, la forza di un principio, ch'è quello dell'integrazione, del trarre il meglio dalla differenza. Penso agli Stati Uniti e a quello che ha detto il giornalista Federico Rampini, a Como, ieri, cioè che la Cina si sta imponendo non soltanto come potenza economica, bensì come modello di sviluppo per i paesi attualmente sotto la soglia di sopravvivenza e che se l'Europa è destinata al declino, gli Stati Uniti si salveranno, proprio per la loro capacità di raccogliere le intelligenze migliori, per quel melting pot, quel crogiulo, quell'abilità d'amalgama tra elementi diversi della società umana. Non sono stanco soltanto della facce dei nostri politici, mi urtano anche le promesse da poco, le parole da destra a sinistra, scandite ad uso e consumo della massa, per blandirla e lisciare il pelo, secondo il verso non giusto o sbagliato che sia, bensì dettato dal sondaggio, dall'opionione diffusa, fosse pure la mia. Mi spaventano gli uomini forti, quelli unti dalla provvidenza, ma ancor di più l'idea debole che di cui si nutrano e che spacciano per panacea. Ai molti che sbarcano sulle nostre coste, oggi, rivolgerei le domande che ben sintetizza il mio amico Marco Migliavada, ("Hai i documenti? Se non li hai perchè? Se li hai perchè hai speso migliaia di euro per un barcone invece di un centinaio per un volo low cost? Dove vorresti arrivare? Come pensi di riuscire a mantenerti a destinazione? Cos'altro sai fare oltre a ciò che rappresenta la tua aspirazione? Sono le domande di buon senso che farei a uno sconosciuto per accoglierlo in casa mia insieme ai miei cari senza metterli in pericolo"). Ne aggiungerei una settima e un'ottava: cosa posso fare io per te e cosa tu puoi fare per me. Sarebbe un buon punto di partenza.


Foto by Leonora

sabato 9 aprile 2011

La festa è finita (per oggi, domani vedremo)


Il caldo improvviso mi coglie impreparato, come il colpo dietro la nuca che tramortisce il coniglio. Mi dà fastidio più di tutto la luce, in queste giornali di giugno in aprile, ed è strano per uno come me che non ha mai messo gli occhiali da sole, se non per leggere i libri in spiaggia, con il sole a picco. Tempi che cambiano. Boccheggio pensieri, lento di riflessi e reazioni, impanato quanto una cotoletta milanese prima di finire nel pentolino, desideroso soltanto di starmene a letto, al buio, in silenzio. Lavoro, un fine settimana sì e l'altro no. Questo sì. Chiedo scusa in anticipo a tutti coloro a cui risulto introverso e poco simpatico: resto fondamentalmente sereno, ma la stanchezza toglie brillantezza e a volte pure il sorriso. Mi confortano piccole cose. La telefonata d'un uomo che non la pensa come me, ma è onesto dentro. Un paio di fatti cronaca che daranno sapore e sostanza al giornale di domani. La pianta verde e lussureggiante sulla scrivania oggi vuota, di fronte alla mia. Le canzoni di Diana Ross e David Bowie alla radio. Il pensiero di persone che, nonostante tutto, mi vogliono bene. La dieta forzata della pausa pranzo al lavoro, a compensazione del barattolo di Nutella che ho divorato ieri sera tendente notte. Resisto. Stringo i denti e tengo duro, consapevole che nella vita c'è assai di peggio, con l'unico rimpianto di sciupare troppo spesso le occasioni che mi si presentano sotto il naso e accorgermene soltanto ora, chiuso nella gabbia di me stesso. Pranzare all'aperto, in un crotto, sotto il portico, in una giornata come questa, ad esempio. O piantarla di essere rigido e andare in quei posti dove ti rilassi e ti fanno i massaggi con quell'olio profumato, che fa tanto film sui persiani debosciati, che poi magari le buscano dagli spartani, ma vuoi mettere la soddisfazione tra essere invincibili in battaglia e sapersi godere anche la vita, di tanto in tanto? Nel frattempo passo e chiudo. La festa è finita già prima di cominciare. Domani vedremo.


Foto by Leonora