giovedì 1 gennaio 2026

Sospesi (Tra vecchio e nuovo, prima e dopo)

Nella cerniera tra il vecchio e il nuovo anno rimangono impigliati scampoli di ricordo, senza gerarchia né nesso, tanto che se dovessi elencarli non me ne verrebbe in mente uno.
Strano marchingegno la mente umana, che archivia a modo suo, a spregio delle priorità razionali, restituendo soltanto una parte del tutto, sempre a brandelli e quasi mai quando occorre, nel momento in cui - come adesso - sarebbe gradita risposta a un desiderio preciso.
Rinuncio perciò all’intento diaristico, ripromettendomi di tornarci sopra, attraverso l’espediente dell’album fotografico del telefono. Nell’attesa, mi domando se abbiamo smesso di avere memoria proprio perché non la coltiviamo più, avendo delegato appunto al telefono e a quella sorta di schedario sempre disponibile la funzione di tener vivo il passato, oppure se sia sempre stato così, anche prima, nei decenni addietro, che il cervello oltre al glucosio di nulla ha bisogno, se non di continuamente cancellare, per dare vita, facendo spazio.
Una paresi uguale ed opposta ce l’ho pure per il futuro, per l’elenco dei buoni propositi per il 2026 appena iniziato. In quel caso, a bloccare è l’effetto imbuto, la massa di «desiderata» che se sollecitata ad interruttore non fa passare nulla, se non qualche banalità della quale, se ne lasciassi traccia scritta, mi pentirei un secondo dopo. Anche in questo caso, occorre tempo, nessun auspicio può esser sfornato introducendo una monetina come al distributore automatico. Ci penserò allora, tenendone appunto e, se meritevole, portandone impronta in futuro. E, a pensarci, già questo è un buon proposito.

P.S. Siamo la società del «prêt-à-porter», del disponibile tutto e subito. E proprio per questo facciamo fatica ad accettare che per alcuni aspetti della vita, tra l’altro i più essenziali, occorra pazienza, tempo. Perciò preferiamo escogitare modi per accelerare i processi, eliminando le pause, riducendo le attese, piuttosto che accettarle, magari dando ad esse valore, avendo consapevolezza che lo spazio tra prima e dopo, tra vecchio e nuovo, non soltanto è «abitabile», ma spesso è pure un bel posto dove accamparsi e ammirare il panorama che c’è attorno.

sabato 27 dicembre 2025

In tutta coscienza (Libertà e responsabilità)

«La grazia abbonda dove ha regnato il peccato».
Ho masticato per giorni queste parole come fossero foglie di coca, gustandone il sapore e provando una sorta di eccitazione, quale soltanto la «rivelazione» comporta.
Mi tornano in mente ora, per introdurre un distinguo.
Un conto è il peccato, la scelta deliberata del male, un’altra l’accettazione catatonica di un precetto, l’adeguarsi ad una regola senza domandarsi se e quanto sia giusta, quanto e se essa sia in linea con il principio che l’ha ispirata, introdotta, imposta.
Che è poi la traduzione dell’ammonimento evangelico al sabato (la legge) che deve essere al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio del sabato. Una deriva antica, connaturata a qualsiasi organizzazione o società, sempre in tensione tra due poli, due esigenze opposte: libertà individuale e responsabilità collettiva.
Il discrimine, in tutto questo, è uno: la coscienza. Il luogo di ciascuno più intimo, dove ha voce l’autentico, nel quale non esiste menzogna, a patto che vi sia un ascolto reale, limpido.
Un buon proposito per l’anno che viene potrebbe essere questo: valutare e decidere ogni volta «in coscienza», rifiutando pigrizie di ragionamento e omologazioni e accettando che pure gli altri facciano altrettanto.

P.S. A un giudizio superficiale potrebbe essere un argomento da poco, faticandone a comprendere l’urgenza, oltre che il senso. Per come la vedo io, in una società sempre più regolata, qual è la nostra, sarà tema essenziale per vivere bene, in futuro. Un’avvisaglia l’abbiamo già avuta, durante la pandemia, mentre ora è il dilemma tra guerra e pace ad essere sfidante e divisivo. Ma se ci pensa bene, ogni nostro atto - dal codice della strada alla morale sessuale, dalla fiscalità al gioco del calcio - naviga tra la Scilla della libertà (la possibilità di scegliere, di fare) e la Cariddi del vincolo (la necessità di obbedire, di sottostare). 

sabato 20 dicembre 2025

Fiorire e far fiorire (Stare bene al lavoro)

Vedere positivo è una propensione del cuore, prima che un esercizio oculistico.
In ogni mestiere, in ogni luogo di lavoro abitato, ho trovato del buono e son certo di esser stato fortunato.
Ad ogni modo, sono grato a chi fin da principio mi ha dato la possibilità di guadagnarmi il pane e anche il companatico. Così come ricordo con affetto ogni collega avuto accanto, compresa l’esigua minoranza di coloro che mi urtavano e i molti con i quali invece s’è sviluppata un’affinità elettiva che ha tuttora i tratti dell’amicizia, pur se non ci vediamo.
Un corposo preambolo, per dire che dopo un lungo vagabondare, sovente facendo di necessità virtù, il porto in cui sono approdato due anni fa è un piccolo gioiello, un diamante per il quale quanti ci sono abituati faticano a cogliere le sfaccettature di luce, mentre brilla agli occhi di chi ha conosciuto in quarant’anni altro.
Mi riferisco sia al nocciolo del lavoro, a quanto produciamo, alla cifra giornalistica in sé, sia al contorno: la città, l’ambiente, le persone di ogni ordine e grado.
Ieri ne ho avuto la conferma, in due distinti momenti: il brindisi aziendale mattutino e la cena con i colleghi, karaoke finale incluso.
Momenti di partecipazione genuina, non ipocrita, in cui per metà mi sono immerso, per l’altra metà invece era come se osservassi me stesso e gli altri da fuori, dall’alto, realizzando cosa m’è capitato in questi mesi e comprendendo appieno come mi sento davvero, professionalmente parlando: un fiore sbocciato.

P.S. Fiorire e far fiorire. Un buon proposito per il nuovo anno. «Fioritura» nel senso in cui la intende Maura Gancitano, cioè la sua traduzione in italiano di ciò che i greci chiamavano “eudaimonia”, la felicità che discende dal trovare il proprio “daimon” socratico. Che è ancor più di talento, interesse, scopo, fuoco. Piuttosto, un sentirsi in armonia profonda con se stessi, «agendo secondo i propri tempi e la propria vocazione», rendendo il lavoro denso e insieme lieve, pienamente innestato nella vita e non zavorra, cruccio, laccio.



domenica 14 dicembre 2025

Il silenzio degli innocenti (L’amicizia conta, non si conta)

In questo tempo di incroci e di incastri, zeppo di impegni e incombenze, provo a riannodare uno ad uno i fili lasciati sospesi. Ho scritto così a chi ho a cuore, non chiedendo perdono per non essermi nelle ultime settimane fatto vivo. È stata infatti una scelta di percorso, non un accidente. Avevo bisogno di restare a maggese, come quei campi che se non si concede loro dei mesi di riposo rendono poco, diventano sterili.
Dopo tutto, se esiste un rapporto vero, al silenzio fanno da sponda soltanto due possibilità di reazione: lo si interrompe, compiendo un primo passo, bussando noi quando l’altro rimane muto, oppure si comprende, consapevoli che in amicizia non corrisponde mai a un vuoto, bensì ogni porta è socchiusa, sapendo di poter in qualsiasi momento entrare ed uscire.
Di certo nessuna amicizia, così come alcun amore, può reggersi su una contabilità puntuale, la sommatoria impiegatizia tra dare ed avere, calcolo certosino tra entrate ed uscite.
Il “bene” è infatti una frequenza d’onda, non prevede “ritorno”, necessita semmai, come ogni trasmittente, di ricezione: una disposizione del cuore che sappia regolare la modulazione per coglierne la sintonia, trasformando in suono, in parola, in significato ogni segnale. Compreso il silenzio e la sua interruzione.

P.S. Contabilità non può esistere, anche perché raramente esiste obiettività: credo infatti che ciascuno di noi sia assai più sensibile a ciò che dà rispetto a quanto riceve. Ci sentiamo quasi sempre in credito e mai in debito di favori, premure, attenzioni. Siamo assai solerti nel computare i nostri meriti, minimizzando le carenze, risultando meno indulgenti con gli altri. Non è una tragedia, basta però saperlo, esserne consapevoli e ricordarsi di fare la tara, quando al primo passo preferiamo rimanere con le braccia conserte e ci sentiamo pure seduti dalla parte della ragione.

domenica 30 novembre 2025

L’età dell’innocenza (Altri tempi, un uomo)

Conoscere è fuori luogo, se per “conoscere” intendiamo la frequentazione assidua, l’incontro fisico.
Se invece ammettiamo che per gli esseri umani basti un lampo che ne illumini uno scorcio e con esso si intuisca nitidamente un tratto autentico e distintivo, e che quella parte possa in qualche modo comunicare l’essenza stessa di un “tutto”, allora si può dire che Emilio Vercellini lo conoscevo e perciò mi spiace che ci abbia salutato.
Lasciando in eredità, per quelli come me, qualcosa di non banale: l’esempio di passione civile e il desiderio, l’audacia di comunicare, di mettersi in relazione, forte delle convinzioni che si hanno, senza preoccuparsi troppo che non garbino o urtino.
In un tempo in cui ciascuno di noi corre il rischio di rinchiudersi nelle proprie eco bolle e di rinunciare a confrontarsi, per ottusità, viltà o sdegno, Emilio era una “penna battente”, capace di bussare a mille porte, prendendo sul serio i social, infischiandosene delle metriche e degli algoritmi, utilizzandoli come fossero mondo reale, con i comportamenti che per decenni, da galantuomo, aveva adottato.
Per usare una metafora, ho sempre avuto l’idea di lui come i primi temerari guidatori di automobile, che ne prendevano la guida come per reggere le briglie d’un cavallo. Ecco perché ci mancherà: perché con lui se ne va pure l’innocenza, quell’innocenza incantata e spiazzante che distingue e insieme accomuna chi è vecchio e chi è bambino.

sabato 22 novembre 2025

Sdraiato chi guarda (Diamo ai giovani fiducia, speranza)

Abbiamo un debito, nei confronti di chi ci segue. È la dote che abbiamo ricevuto a nostra volta: positività, speranza, fiducia.
È una generazione di cui aver cura, quella che sta crescendo ora, cominciando da una narrazione che dia fiato, colore, orizzonte, spogliandola dalle incrostazioni che il benessere raggiunto porta con sé e che a noi adulti fa ritenere tutto «mai abbastanza».
Lo scrivo per coloro che hanno la mia età: togliamoci gli occhiali del pessimismo, del brontolio, della nostalgia per ciò che manca. Gettiamo i bilancini, quel misurare miserevole per cui da ogni minimo sforzo occorre ottenere la massima resa. Vediamo quanto di buono c'è, torniamo a sognare, a desiderare in grande, insegniamo con l'esempio che «esistere» è più importante di «funzionare», che ogni ostacolo può diventare trampolino, che gli interessi, le passioni, i sentimenti valgono quanto un tesoro perennemente a loro portata, come tutto ciò che dipende da sé stessi e non è concesso da autorità esterna. 
Il futuro è una pagina bianca, tutta da scrivere, una tela su cui dipingere, non un drappo scuro da appendere alla finestra. E se abbiamo motivi di risentimento, delusioni, rabbia, frustrazione, paura, evitiamo di farcene sommergere e ricordiamo che anche nella fragilità c'è una forza, così come luce entra da ogni crepa (questa è di Cohen, non mia: e lui, in più, la cantava).

P.S. Michele Serra ci ha scritto un libro, di cui molti ricordano il titolo, meno la lezione che insegna.
In ogni caso, proprio per averlo apprezzato, di mio aggiungo che è un po' come per il gatto di Schrödinger: dipende dall'osservatore, dal momento in cui guarda.
«Sdraiati» stanno loro, ma né più né meno di quelli della mia generazione quando avevamo la loro età. E in più, a differenza nostra, hanno un'indipendenza di giudizio e un'autonomia ben maggiore della nostra nel scegliere la loro strada, nel non appiattirsi su modelli altrui, che invece noi ci siamo ritrovati appiccicati addosso quasi fossi una via obbligata.
Sono ottimista, è vero, ma lo ammetto: non mi costa nulla. Perché davanti agli occhi ho i miei figli e i loro amici, colleghi, compagni, ammirando le mille qualità che hanno, alcune delle quali fanno già da cerotto alle storture che lasciamo noi in dote e che partoriscono ansia.
Potrei citare mille esempi che aprono le porte alla meraviglia, episodi minuti ed eventi rilevanti che dimostrano quanto talento, bravura, sensibilità hanno i ragazzi di oggi.
In superficie possono sembrare superficiali, scostanti, apatici e perennemente incollati al telefonino, ma è un difetto (nostro) di osservazione, una mancanza di profondità dello sguardo che finisce con il distorcere la prospettiva.
Ciò non significa siano esenti da difetti o manchino eccezioni negative, tuttavia se guardo all'insieme ho per loro la stessa stima di quella nei confronti di chi ha ci ha preceduto, di coloro che uscendo da una povertà assoluta hanno costruito pezzo su pezzo il benessere di cui godiamo ora.
E quando sento dire che la prossima sarà la prima generazione a ricevere meno di quanto hanno a loro volta ricevuto, provo rabbia e istinto di controbattere. Poi però penso che in fondo è vero, anche se non nel senso economico, bensì per quella «speranza, positività, fiducia» che è la vera ricchezza a dover passare di testimone e che non merita di essere interrotta.

sabato 15 novembre 2025

In memoria di te (Così vero, così vivo)

Sei alto più di me e forte, con quelle braccia e gambe che paiono rami verdi di larice, compatti e tosti.
I lineamenti invece sono rimasti dolci, così come gli occhi, luminosi, tali e quali a quelli del bimbo che eri quando in questa casa - la tua casa - sei arrivato.
Con te sperimento un bene vero, ricambiato. Sei cresciuto migliore di chi ti sta attorno e anche questo è un piccolo miracolo: fa onore a te e stupisce coloro che sanno soltanto misurare, ignorando che nella vita uno più uno non fa sempre due: l'amore moltiplica pure lo zero.
Così ti osservo mentre cucini, in quello che hai scelto per lavoro, e ammiro la tua meticolosità paziente, l'indipendenza d'azione, la confidenza tipica di chi agisce, prima che di ragione, d'intuito. Diventi ogni giorno più adulto, conservando per fortuna tratti fanciulleschi, che sulla soglia del diciottesimo compleanno stridono soltanto per quanti confondono il serio col noioso.
"Benedizione", sei una benedizione, è la prima parola che a te associo, convincendomene ogni giorno che passa, considerando ciò che sei al fondo: un dono.

P.S. C'è stato un tempo che scrivevo molto di te, pur se in forma anonima, poiché non volevo condizionarti e parimenti tenevo al fatto che di te bambino e poi ragazzo non andasse disperso tutto. Facevo memoria ed era una sorta di corredo. Se penso a te riesco a cogliere nitidamente ciò che non so, ma sento: l'esistenza di una rete di connessioni vasta e tuttora misteriosa, ch'è come il mare per i pesci, che essendo ovunque non dà modo di esser percepita dal di dentro. Ricordo il modo in cui sei arrivato; le coincidenze che - prima ancora - ti hanno portato al mondo; quel portento che è la natura, che segue suoi percorsi e non dà soddisfazione agli umani che vorrebbero ordinarla a loro piacimento, avendo la presunzione - la tracotanza - che esista un giusto e uno sbagliato e che lo sbagliato o il giusto siamo noi a deciderlo. Pia illusione. E tu sei qui a dimostrarmelo, ogni giorno, senza dover proferire parola, con quegli occhi scuri e profondi che per fortuna sovente si illuminano.