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domenica 27 settembre 2020

Io per primo (Cambiare)

“Cambiare” e “convertirsi” sono verbi che si somigliano: entrambi occorre declinarli alla prima persona singolare, se si vuole che si realizzino.
Di questo, con gli anni, mi sono convinto: l’unica certezza di cambiamento comincia dall'io, da sé stessi. Limitarsi all'auspicio o alla pretesa che gli altri possano o debbano farlo è inutile, prima ancora che sbagliato.
Mutare il modo di pensare, i propri convincimenti, gli schemi mentali, non è semplice, figuriamoci le azioni, i comportamenti.
Il cambiamento suscita sempre resistenza, ansia, smarrimento.
Di contro, osservo con stupore la disinvoltura con cui avviene nella natura, specialmente in questa stagione, che del cambiamento è il simbolo.
In essa trovo agio, forse perché in un mese d’autunno sono nato.
Adoro il calore dei colori, che sostituisce quello sulla pelle, ad agosto; il taglio della luce all'alba e al tramonto; le piante che si spogliano del superfluo, andando incontro all'inverno; il profumo greve, dolciastro, della frutta che nessuno coglie, per terra o sull'albero, e che rimanda all'eccedenza, all'abbondanza senza calcolo, senza risparmio: l’unica unità di misura che conosce la natura o, per chi crede, Dio.

P.S. “A scrutare gli abissi altrui siamo bravissimi, ad esplorare i nostri un po' meno” mi scrive David. È vero. Soffriamo di presbitismo. Lontano vediamo benissimo, invece tutto si sfoca man mano che ci avviciniamo. Cercherò di ricordarlo e di farne un buon proposito nei prossimi mesi. Cominciando a cambiare io, per primo.

giovedì 31 ottobre 2019

L'ultima pagina del libro (Questo)


Questo blog, il mio lascito. Perché è vero che non sono altro che fogli di carta in un bidone che brucia, ma a differenza di soldi, palazzi, gioielli ed oro, queste parole raccontano di me, di questo tempo, rendendolo in qualche modo vivo.
Il primo ottobre scorso, in occasione del dodicesimo anniversario, mi ero ripromesso di tornare a scrivere con assiduità, un post al giorno, per un mese di fila.
L'ho fatto.
Un poco arrugginito all'inizio, più disinvolto nella scelta degli argomenti e nella stesura dei testi man mano che i giorni passavano, ricordando una delle regole principali di ogni mestiere, compreso il mio: per fare una cosa non c'è miglior modo che farla.
Trentun giorni, trentuno argomenti, trentuno spunti, alcuni pubblicizzati poco, altri nulla, qualcuno molto, messo su Twitter e su Facebook, ammorbando coloro che passano di lì e ogni tre per due trovavano la mia postilla (mi ha fatto assai sorridere David, con la sua consueta ironia: "Ma che logorrea tieni in questi giorni? Non riesco a starti dietro con i like").
Da domani me la prenderò con più calma, senza tuttavia farmi vincere dalla pigrizia.
Dico spesso che non ho ancora pubblicato un libro, ma mento. Questo blog è già di per sé un libro, anche se l'ultima pagina è quella che non ho ancora scritto.

P.S. Sono grato a questo blog, anche perché è un pretesto: per osservare meglio le cose, per riflettere sui giorni che passano e ciò che mi capita, per dialogare con me stesso e con gli altri, soprattutto per fare quanto ogni volta mi prefiggo: posare lo sguardo.
"Posare lo sguardo", vedere "veramente", in particolare la persona che mi sta dinnanzi, sia esso qualcuno che conosco benissimo e frequento abitualmente, sia chi intervisto per lavoro, chi incontro casualmente al bar, per strada. "Posare lo sguardo" è uno stile, un punto fermo, ciò che mi qualifica e fa di me un essere davvero umano.

mercoledì 25 novembre 2015

Emilia non è stupida (Guardare dalla parte sbagliata)

Foto by Leonora
"Emilia si stava convincendo di essere stupida!". Lo dice con foga sua mamma Laura, di getto, come se dovesse prender fiato dopo un'apnea, groppo di dolore tenuto troppo a lungo tra cuore e gola.
Emilia è una ragazza ormai, quarta di quattro figli, nata in una famiglia perfettamente normale o normalmente perfetta, tanto che la mamma la definisce  "famiglia invisibile". Una coppia che si ama, tenore di vita dignitoso, senza sciupare nulla e senza nulla lasciarsi mancare, fratelli che sono sempre andati bene a scuola, zero richiami, pochi brutti voti, mai una nota. Emilia no. Emilia fin dalle elementari ha espresso un disagio, stando male parecchie volte, vomitando persino, tanto che più volte i genitori sono stati chiamati per portarla a casa, con le maestre prima e i professori poi che storcevano il naso e ripetevano la solita litania: "Emilia non studia abbastanza... Emilia potrebbe dare di più... Emilia non si impegna...".
Una discesa ripida e faticosa quanto una salita, con nessuno che riesce a trovare il bandolo della matassa, finché il destino fa uscire il dado che sblocca lo stallo e risolve la storia. Emilia viene sorteggiata per una ricerca sul valore e l'utilità delle riunioni di famiglia in ambito scolastico. Attorno a un tavolo si siedono lei, la sua famiglia, i professori, un "facilitatore" delle relazioni e un "advocat", un "portavoce" potremmo chiamarlo, che parli a nome della ragazza.
Il risultato positivo non tarda ad arrivare, con Emilia che pian piano riprende fiducia, i docenti che allentano la presa e l'inizio di un percorso che porterà alla diagnosi di disturbo dell'apprendimento, concretizzato nella scarsa memoria a breve termine e la necessità di utilizzare tavole e altri strumenti per compensare la mancanza.
"Emilia si stava convincendo di essere stupida!" si sfoga la madre al convegno che racconta in teoria ciò che lei ha vissuto nella sua stessa carne, in prima persona. "Emilia si stava convincendo di essere stupida e se non fossimo stati fortunati nel far parte di questo percorso probabilmente ne saremmo stati convinti tutti, senza scoprire mai la cause delle sue difficoltà e del malessere che ne seguiva".
Riporto questa storia, pari pari a come l'ho ascoltata, ieri, perché Emilia non è sola, di Emilia è pieno il mondo e anch'io ne ho avuto da genitore un'esperienza diretta. Lo scrivo senza pretese di invettiva, con una funzione più prosaica, ch'è quella di lanciare una cima, un salvagente, per tutte quelle famiglie che si trovano in difficoltà e non sanno dove sbattere la testa: non lasciatevi cadere le braccia, non permettete a vostro figlio o figlia di convincersi che è stupido o stupida, cercate il tratto di genio che c'è in ciascuno di noi, perché spesso il problema di noi adulti è che guardiamo dalla parte sbagliata.
P.S. Grazie a David, a Laura, a Elena Meroni, a Francesca Maci e all'azienda speciale consortile Comuni Insieme che mi ha invitato come moderatore della tavola rotonda per spiegare i risultati della ricerca sperimentale sulle "riunioni di famiglia nella scuola". Ogni volta che vado a Bollate torno più fiducioso sul servizio pubblico e sulle risposte che è in grado di offrire nella società contemporanea.

sabato 25 ottobre 2014

Cielo grigio giù (e gli amici che lo dipingono)

Foto by Leonora
Certe settimane nascono così, storte. Altre invece sembrano dritte come un fuso, salvo poi accartocciarsi su se stesse, diluendo i colori in un grigio torvo, spento.
Questa, per dire, aveva tutto per essere blu, a specchio del cielo, invece è spuntata una vena malinconica, di quelle che c'è il sole fuori ma piove dentro.
Avendo un carattere positivo non ci faccio troppo caso, sapendo che l'orizzonte dello sconforto è limitato, in più ho la fortuna di avere una famiglia che non mi chiede di essere sempre al cento per cento e amici che mi aiutano anche quando non lo sanno, senza incalzarmi, in mille modi, a turno.
Potrei elencare cento nomi e le maniere in cui di volta in volta mi tendono la mano, scintille di serenità che non scacciano il buio, ma impediscono che diventi profondo, nero. Mi limito a un grazie per coloro che l'hanno fatto negli ultimi tre giorni.
Ringrazio Paola (Farina), che mi ha mandato un messaggio per farmi sapere che ci terrebbero a riprendere i collegamenti con me, in radio, come accadeva quando dirigevo il Cittadino.
Ringrazio Giuseppe (Guin), che ha trovato la sua strada nel mondo e a differenza mia, improvvisatore nato, insegna l'importanza di essere meticoloso, realizzando la massima dei produttori americani secondo cui nulla appare più spontaneo di ciò che è preparato.
Ringrazio le novantasei persone che ieri sera sono venute per ascoltare Guin. Molte di loro l'hanno fatto per amicizia, perché erano state invitate personalmente ed era un modo per dirmi "Io ci sono".
Ringrazio Isabella (Dominioni), che si sente sempre inadeguata, invece è tale e quale al lievito, colei che ara la pigrizia, getta semi e coltiva un campo che rischierebbe di restare abbandonato. Sua è stata l'idea della serata di ieri e soprattutto suoi gli inviti a cui la gente ha risposto.
Ringrazio David (Chinello), che giovedì mi ha fatto partecipare a una giornata di formazione con relatori visionari. Una scorta di sapere che durerà tutto l'inverno.
Ringrazio Francesca (Vella), a cui sono bastate due righe asciutte per farmi partecipe di una felicità, la sua, per i quattro giorni che sta trascorrendo a Istanbul, con i figli e il marito.
Ringrazio Klaus (Wagenbach), storico editore tedesco e autore di un libretto - "La libertà dell'editore. Discorsi, memorie, stoccate" - che mi ha sorpreso, stuzzicato e tenuto compagnia la sera tardi, impedendo il sonno del depresso.
Ringrazio Giorgio (Gandola), che mercoledì, in una giornata di vento e cielo terso, mi ha portato in un posto con una vista incantevole, a Bergamo, e ogni volta, sorridendo, riesce a farmi riflettere. Ad esempio sulla differenza tra l'eccellenza dell'eclettico, che fa molte cose bene, e la mediocrità del generico, che fa di tutto ma male. E' arduo che io possa appartenere alla prima categoria, ma la seconda posso evitarla senz'altro, standoci attento.

giovedì 26 giugno 2014

Anni Ottanta: la musica che gira intorno

Foto by Leonora
Per Giulia sono i giorni della maturità (come per Federico, Martina, Micaela, Andrea "Zwooby" e molti altri) e vedo in lei la mia trepidazione di allora. Formidabili quegli anni ma anche no. Cioè, non tornerei indietro, anche se sono contento di averli vissuti appieno, con tutto il candore e lo stupore di un adolescente che sta sbocciando nella speranza di non essere bocciato.
Mi tornano in mente oggi perché David mi ha segnalato un bel post di Luca Sofri sui trent'anni esatti dall'uscita di Purple Rain, di Prince: era il 25 giugno 1984. Quella canzone per me e per David è legata a filo doppio a diverse stagioni più tardi, quando la sentimmo cantare nella via centrale di Copenaghen, accompagnata da una ragazza che ballava in un modo da togliere il fiato. L'articolo di Sofri invece mi ha catapultato di nuovo sui banchi del liceo, con Michele Bignami, Antonio Giamminola detto Marco, Gianluca Gazzolo, Rodolfo Sonzogni, Mauro Colombo, Carla Molteni, Patrizia Mattaboni, Simona Bettarello e molti altri, di cui ometto i nomi per non trasformare queste righe in elenco.
Proprio per non divagare, potendo ciascuno di noi scrivere un libro sui propri anni alle superiori, oggi mi limito alla musica, che aveva in Antonio detto Marco il mio mentore, colui che mi teneva aggiornato, anticipando le tendenze, con una sensibilità direttamente proporzionale al metro novanta e passa che lo distingueva dal resto del gruppo. Il citato Prince, ad esempio, me lo fece scoprire lui, così come altri suoi artisti preferiti, da Paul Young ai Prefab Sproud.
Non ero un ragazzo da discoteca (quella arrivò, di striscio, ma più tardi, che i vent'anni li avevo superati da un pezzo), preferivo e frequentavo l'oratorio, però di musica ne ascoltavo un sacco, anche in tv. Erano i tempi di Deejay Television, con Claudio Cecchetto ma anche Jovanotti, Sandy Marton, Tracy Spencer, Kay Rush, , Fiorello, Linus, Albertino, Amadeus, Gerry Scotti e persino Leonardo Pieraccioni. Qualcuno di loro - penso appunto a Pieraccioni, Fiorello, Gerry Scotti, ma soprattutto Linus - è tra i personaggi che più piacciono a Giacomo, che con i suoi diciassette anni non si perde una puntata che sia una di Deejay chiama Italia, e di ciò lo ringrazio: mi fa sentire meno vecchio.
Concludo con un pensiero che mi consola sul destino del mondo. Allora sembrava che la musica contemporanea (quella degli anni Ottanta) fosse un obbrobrio, poverissima rispetto allo splendore degli anni Sessanta e anche dei Settanta, con i Beatles, i Rolling Stones, Elvis Presley e tutto il resto. Invece ora i vari Terence Trent D'Arby, Guns N' Roses, Kim Wilde, Nick Kamen, Samantha Fox, Wendy and Lisa, Sheila B, Afrika Bambaataa, Run DMC e Public Enemy, Debbie Gibson, Bon Jovi, Mandy Smith, Bryan Ferry, Boy George, George Michael, Duran Duran, Spandau Ballet sono rivalutati e si tende a sputare nel piatto, anzi, sugli Mp3 dei cantanti attuali, che sicuramente saranno osannati dai critici tra qualche decennio. Così va il mondo: basta aspettare e non agitarsi troppo. Buon ascolto.
P.S. Poi ci sono ancora in giro i Rolling Stones, con Mike Jagger che per due ore canta, incanta e corre come un centometrista sul palco, ma questo è un altro discorso...

lunedì 23 dicembre 2013

Vince la parola, è matematico

Foto by Leonora
Dicono che la perfezione dell'universo stia tutta dei numeri. Io non ci credo. La perfezione dell'universo - se un perfezione esiste - semmai sta tutta nelle parole (non a caso il Vangelo di Giovanni con: "In principio era la Parola" e non "In principio era due più due" o "In principio era xy al quadrato fratto z tendente a 0").
Chiedo dunque moderatamente scusa a tutte le insegnanti di aritmetica, algebra, geometria e fisica che ho avuto e che hanno dovuto fare i conti, ostici, quelli sì, con le mancanze evidenti che avevo. Talvolta mi sono pure impegnato ma certe materie non fanno per me, pur se ne ho rispetto, se sono grato a tutti coloro che in esse trovano gusto e che hanno consentito al mondo di progredire, dunque anche al sottoscritto.
Mi sono tolto questo sassolino dalla scarpa, non solo per spiegare il motivo per cui ho scelto di fare questo mestiere e non l'ingegnere nucleare, come il mio amico Angelo, o lo scienziato come Toto, bensì per un motivo semplice e commerciale, visto che siamo in prossimità del Natale e sono certo che qualcuno che passa da qui ha ancora qualche pensiero da fare e non avendo provveduto prima è in ritardo.
Avrei una preghiera: se non sapete cosa regalare, fate dono di un libro. Di carta, piccolo o grande non importa, così come non è fondamentale il titolo. Chi li legge sa che il libro azzeccato non esiste: ce ne sono alcuni intonsi sugli scaffali di casa mia ed altri che dieci volte ho cominciato a leggere e per altrettante volte ho desistito, salvo poi capitare un pomeriggio di giugno o una mattina di novembre di riprendere in mano e divorare letteralmente, sembrandomi esso il miglior libro del mondo ("Guerra e pace" ne è un esempio).
Un libro azzeccato non esiste e per questo tutti sono azzeccati, a patto da avere pazienza e non pretendere che vengano letti subito. E poi un libro può esser a sua volta donato, se quello che riceviamo è doppio, oppure il massimo è ragalarne uno proprio, non importa se usato. Anzi, più è consunto, vissuto, meglio è. Vuol dire che teniamo, che abbiamo a cuore a chi lo regaliamo, perché non è un libro qualsiasi, è un vero pezzetto di noi che vogliamo entri nella vita dell'altro (il primo libro che ho ricevuto così è stato "Non ora, non qui" di Erri De Luca, datomi da David, non l'ho mai scordato).
In più, fatti due conti (vedi che la matematica a qualcosa serve), il libro è anche un regalo economico, ma non è questo (gioco di parole) che conta di più. L'aspetto essenziale è piuttosto la constatazione che leggere un libro è bello. Magari quando si è ragazzi non ce ne se rende conto, oppure si legge un sacco però poi la passione scema (non è una parolaccia), salvo poi tornare impetuosa in età adulta o quando si è vecchi proprio (non ho mai visto mia madre leggere un libro per quarant'anni, mentre ora divera un libro dietro l'altro). Quando accade, e qui sta il punto (esclamativo), è come se si diventasse protagonisti non di un'avventura o una storia straordinaria, come nella vita di ciascuno può capitare una o due o tre volte, ma attraverso la lettura capita invece cento, mille volte. Ed è questo il motivo principale per cui scrivo, ma prima ancora leggo.

domenica 1 gennaio 2012

Scrivi che ti passa (Il potere terapeutico della scrittura)

"Il potere terapeutico della scrittura". Me l'ha ricordato David, che l'ha sperimentato in prima persona quando l'ombra dell'incertezza, della morte, della malattia d'una persona cara gli ha oscurato l'orizzonte della sua stessa vita.
Il potere terapeutico della scrittura lo conosceva Tolkien, che fa dire a Bilbo Baggins, quando lascia volontariamente l'anello (ed è l'unico, con Samvise Gamgee, a farlo), che dopotutto così sarà libero di terminare il libro che aveva da lungo tempo cominciato.
Il potere terapeutico della scrittura lo tocco con mano io stesso, lasciando qui - quasi ogni giorno - la mia impronta, il calco in positivo della persona che sono, padre, figlio, fratello, amico, uomo perso nel mare d'uomini con l'angoscia nel cuore di non lasciare traccia, pur se con la testa so che la vera saggezza consiste nel perderla, nel fluire d'onda senza resistenze, poiché non esiste risposta ad una sola domanda che conta e non c'è altro destino, a questo mondo, dell'assenza prima o poi di memoria.
Una prospettiva soltanto in apparenza arida, oscura, a cui contrapporsi in ogni caso vale poco, nulla. Tanto vale farsene una ragione e, al più, scriverci sopra.

Foto by Leonora

martedì 11 ottobre 2011

Il primo passo (e poi un altro e un altro e un altro...)

Non credo ai disegni misteriosi del destino, ma il destino non ha bisogno che noi crediamo ai suoi disegni misteriosi per renderli presenti, vivi.
E ho imparato che il caso spesso ci fa incontrare persone che restano per sempre nella nostra vita o che ci accompagnano semplicemente per un tratto di strada, tenendoci per mano o anche solo camminando al nostro fianco.
Tra le molte benedizioni che la vita mi ha concesso, c'è quella di aver sempre incontrato persone che mi hanno voluto bene, nei fatti e non limitandosi alle parole.
Molte di loro le ritrovo spesso, altre solo di tanto in tanto, ma in entrambi i casi non occorre che un istante per ricreare quella sintonia che aveva reso e rende tuttora il legame speciale, a suo modo unico. So che ci sono ed è moltissimo. Spero che loro pensino così di me, consapevoli che possono contarci anche quando sembro lontano.
Quasi sempre mi sento in colpa proprio per questo, per non avere una vicinanza palese, costante, continua, che eviti loro di doversi fidare pur se ho ridotto le tracce a impronte di dinosauro. Eppure in mille circostanze, tutti i giorni direi, mi vengono in mente, penso loro e mi riprometto che proprio perché non le sento o non le vedo da parecchio tornerò a mandare un segnale, farò una sorpresa, facendomi vivo, spuntanto pur nudo di tutte le mie colpe, le mie mancanze, senza stare a spiegare troppo, preferendo esserci di nuovo e riallacciare il filo che sembra interrotto.
Discorsi in generale, che hanno però volti precisi a cui penso. Sono quelli di Marco e di Sonia, della mia ex collega Chiara, di Caterina, di Mauro. Di molti altri. E penso a chi invece, di recente, ho incontrato di nuovo, scoprendo che il senso di colpa era medesimo, reciproco, e che rivedersi pur se per pochi minuti, per un caffé al bar o per due chiacchiere in mezzo alla strada, portava in sé il seme dell'amico ritrovato. Mi è capitato con Marianna, ad esempio, ma anche con David, che merita una citazione particolare, perché resta per me stella polare, un esempio, un modello di riferimento, mostrandomi quasi sempre cosa significhi essere amico: fare il primo passo, avvicinarsi sempre, di nuovo, cercarsi senza spuntare il conto dei "spetta a lui", "ora basta, sono sempre io a cercarlo". In questo assomiglia molto a Isabella, un'altra persona da cui imparo molto.

Foto by Leonora

venerdì 26 agosto 2011

D. (A spalle dritte)


Ho detto mille grazie, ne avrei dovuto pronunciare un milione.

Farei un patto con il diavolo pur di aggiungerne uno, che mi è sfuggito ma di cui mi sono pentito subito, perché è dedicato a una persona che ho incontrato una mattina di maggio, venuta a Como con una Mini rossa per scrivere un lungo articolo sul lago. Sarei dovuto essere la sua guida, sono andato per due giorni a rimorchio, restando incantato più volte e commosso persino, mentre mangiavamo un panino, in fondo a viale Geno, quando all'improvviso mi raccontò di suo padre, di suo fratello, della sua vita spezzata e di un sacco di cose che erano come orecchini, collane di perle, spille d'oro estratte da uno scrigno e consegnate a me, che passavo in quella sua stagione per caso ma che forse ispiravo fiducia, o ero soltanto abbastanza ingenuo da apparire candido.
Candida era lei, che ha fatto carriera e che ora ha un posto di prestigio ma sono certo sia rimasta tale e quale.
Mesi fa l'ho vista in un video: era l'unica donna vera in un circo di maschere, collagene e botulino che se dovessero fare il conto di quando spendono in chirurgia plastica supererebbero il Pil norvegese, petrolio incluso.
Se di lei non ho mai parlato su questo blog, che pure è spudorato, al punto da mettere in piazza il mio lato più intimo, è per rispettarne la sua riservatezza, il suo essere "troppo snob per sembrarlo", e anche perché di quella fiducia sono rimasto onorato.

A proposito di riconoscenza, mi hanno scaldato il cuore (oltre che fatto ridere) le parole di David, a commento della sua inclusione nel listone.

"Caro amico, ritrovarmi nel listone mi ha fatto un piacere enorme. Ho scorso veloce tutti nomi per trovare il mio (sotto sotto, ma neppure troppo sotto, sapevo che ci sarei stato), mi cade prima l’occhio, con un po’ di delusione, sull’omonimo Bardaglios, ma poi scorro di nuovo su e finalmente trovo il mio! Non ho ben capito la questione dell’elezione, diciamo che la intuisco! Comunque mi sarei accontentato di essere quello con cui hai condiviso gli anni più belli della tua giovinezza, quello con cui hai riso di più, quello con cui hai fatto il guardone per una settimana a Copenaghen, quello con cui guardavi solo i primi 30’’ del film porno alla tv dell’albergo perché dopo si pagava (e forse perché i 30’’ bastavano :-), quello con cui avresti voluto condividere molto più tempo ma per tanti motivi va bene così, ecc.

… e invece addirittura stella polare nelle nebbia! Sti cazzi …. direbbe Bombolo!"

David è stato mio compagno di università, suona da dio la chitarra (e canta altrettanto da dio "Don Raffaé" di De Andrè), mi ha insegnato a leggere De Luca e consigliato decine di libri stupendi, è un bell'uomo con occhi alla Paul Newman, ha sposato Maria Giulia, ha due bimbi, ama camminare in montagna, faceva atletica leggera, tifa Milan (e sì, un difetto ce l'ha anche lui) ed è forse la persona più sensibile che conosca. Non sensibile come Brandon Fraser in "Indiavolato", quando proponeva l'insalata nizzarda fatta con il tonno pescato salvando i delfini e piangeva ogni volta che guardava il tramonto. Quella di David è una sensibilità senza fronzoli, fatta di attenzione e perspicacia, abbinata a un ironia ch'è il vero antidoto per declinare in positivo anche i verbi negativi della vita.
Cito David perché ha qualcosa in comune con colei di cui parlavo all'inizio di questo blog. Due cose. La più banale è l'iniziale del nome. La più bella è che entrambe sono persone che mi fanno stare con le spalle dritte, ricordandomi di essere migliore di quello che sono e spingendomi ad essere degno della loro stima, quando mi alzo, ogni mattina.

Foto by Leonora