Visualizzazione post con etichetta università. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta università. Mostra tutti i post

sabato 26 aprile 2025

Giovanni e i suoi fratelli (Fare luce)

Debbo a te e ai tuoi fratelli e ai tuoi molti amici ciò che mi distingue e fa da antidoto alla vecchiaia: saper guardare al futuro con fiducia.
Sei il terzo dei miei figli, quello cresciuto al riparo e con poca pressione, poiché osservato meno e perciò in grado di sorprendere sempre. Il complimento più bello e più vero credo te lo abbia fatto Giacomo, constatando una verità lapalissiana: quando entri in un posto, illumini la stanza.
È successo pure l'altra mattina, di buon ora, nell'aula dove hai concluso il tuo triennio universitario, laureandoti in scienze dei beni culturali, raggiungendo con la tesi un punteggio da cifra tonda.
Io però ti ammiro anche per altro.
Innanzi tutto, la perseveranza. La tenacia paziente, carsica, con cui ti applichi in ciò che ti interessa. Poi la capacità di relazionarti, di coltivare amicizie di lunga durata, di non eccedere. Non ti è mai mancato nulla, eppure sono certo tu abbia attraversato il dolore, la sofferenza, magari a strappi, a lampi, dai quali è scaturita e s'è intessuta per reazione una trama spessa di empatia.
Quando eri piccolo avevo il timore potessi crescere debole, condizionabile. Mi sono reso conto presto che si trattava d'una paura falsa. Ora di preoccupazioni ne ho meno - la dose fisiologica di ogni genitore adulto, credo - per cui posso permettermi una raccomandazione blanda, affinché tu sappia che già così sei per noi, per tutti, moltissimo, non devi dimostrare nulla. Goditi il tuo tempo dunque, a pieni polmoni, senza ansia, senza fretta.

P.S. Hai scelto un titolo di tesi ambizioso, non di nicchia. Ne riporto qua le parole con cui l'hai presentata.
«Buongiorno a tutte e tutti, la tesi che ho portato oggi si intitola: "Società multiculturale, identità e cittadinanza: un'analisi comparata tra la Roma repubblicana e l'Italia attuale".
L'idea di questo lavoro è nata da una convinzione che ho sempre avuto: la storia serve a capire il presente. Tante delle sfide che viviamo oggi - come il rapporto con la diversità, l'integrazione, il riconoscimento dell'identità e dei diritti - non sono sicuramente nuove. Al contrario, sono temi che le società hanno già affrontato in altre epoche, in forme diverse.
Ma la motivazione è anche personale. Sei anni fa infatti la mia famiglia ha accolta in affidamento mio fratello Kadir. Lui è nato in Italia, da madre moldava e padre marocchino, e parla italiano come me, vive da sempre qui, eppure non è cittadino italiano. Questo paradosso mi ha colpito profondamente.
Questi due punti di partenza hanno dato luogo ad alcune domande: cosa significa davvero essere cittadini e cittadine? Su quali basi si costruisce oggi l'appartenenza a una comunità?
Da lì la volontà di approfondire questi concetti: identità, cultura, cittadinanza, confrontando due società diverse ma entrambe multiculturali: la Roma repubblicana e l'Italia di oggi.
Ho scelto di utilizzare un approccio comparativo, ma sempre facendo attenzione a non cercare somiglianze forzate. Ho cercato invece di cogliere elementi ricorrenti, riflettendo su come due contesti molto diversi abbiano affrontato problemi simili: l'integrazione dei "nuovi arrivati", l'accesso ai diritti, la definizione di chi può far parte della comunità politica.
Nella prima parte della tesi, ho definito i concetti fondamentali di cultura, identità e cittadinanza. Ho fatto riferimento a studiosi come Geertz, Tylor, Bauman, Stuart Hall, Amartya Sen e Habermas. Questo mi ha permesso di costruire una base teorica utile per leggere entrambi i contesti.
La parte centrale è dedicata alla Roma repubblicana, vista non soltanto come potenza militare, ma come società profondamente multiculturale. Ho analizzato la concessione della cittadinanza, gli status intermedi, e soprattutto il dibattito sulla romanizzazione. Ho messo a confronto visioni diverse: da quella più critica di Mouritsen, che la interpreta come un processo di assimilazione forzata, a quella più dinamica di Traina e Cecconi, che parlano di "métissage" culturale e mediazione.
Infine, nella parte conclusiva, ho guardato all'Italia di oggi: un paese sempre più eterogeneo, in cui la normativa sulla cittadinanza resta legata a principi come lo ius sanguinis, che esclude chi, pur vivendo e crescendo in Italia, non ha ancora pieno riconoscimento. In questa parte ho anche individuato alcuni parallelismi, come la cittadinanza per meriti o per matrimonio, già presente in età romana.
Nella conclusione, ho cercato di mettere in luce come la cittadinanza, al al la del suo aspetto giuridico, rappresenti anche un elemento chiave nella costruzione dell'appartenenza.
In chiusura, se guardiamo al confronto tra Roma e Italia di oggi, credo si possano cogliere due spunti principali.
Il primo è che un'integrazione efficace non può essere rigida, ma deve sapersi adattare alle differenze e ai contesti. Roma, pur con tutti i suoi limiti, seppe creare un sistema flessibile, fatto di status intermedi, alleanze e percorsi graduali verso la cittadinanza.
Il secondo è che i cambiamenti profondi non avvengono da un giorno all'altro, ma richiedono tempo, equilibrio e pragmatismo. La storia romana mostra che è possibile includere nuovi soggetti senza stravolgere l'identità collettiva, ma anzi, arricchendola.
L'Italia di oggi è un contesto completamente diverso, ma affronta sfide che, in forme diverse, sono già state vissute. Non si tratta di imitare il passato, ma di trarne ispirazione: per costruire una cittadinanza più aperta, consapevole, e capace di tenere insieme differenze e coesione. Spero che questo lavoro possa offrire uno sguardo storico utile per riflettere sul presente e magari contribuire, nel suo piccolo, a una visione più consapevole e aperta, inclusiva, della nostra società».

martedì 3 ottobre 2023

Dubbio magistrale (Ciò che conta davvero)

È vero, penso spesso alla fortuna di chi ha scelto un percorso di studi che sfocia in professioni in cui c'è molta richiesta d'impiego (ingegneria, chimica, medicina, infermieristica...), mentre tu hai deciso per il campo largo della filosofia, d'una materia che portando dappertutto non trova sbocco in nessun luogo specifico.
Poi però mi ritrovo sdraiato accanto a te, come ieri sera, mentre mi spieghi la differenza tra ontologia e metafisica, imitando con bonomia il tuo professore, quando dice che "la metafisica, la metafisica è tutto!", potendo discutere delle risposte di Papa Francesco ai "dubbia" di cinque cardinali, contando sulla capacità di comprendere e affrontare qualsiasi ragionamento, per amore di conoscenza, senza altro fine o scopo.
Ed è in quei momenti che il piatto della bilancia assume un altro peso e comprendo che se anche non ne ricavassi un euro, grazie a ciò che hai imparato e stai apprendendo sei certo più ricca e d'una ricchezza che non teme disoccupazione né inflazione o scherzi d'investimento.

P.S. Il percorso di laurea magistrale che hai scelto, in lingua inglese, per me è difficile da pronunciare e impossibile da ricordare a memoria, per esteso: "Philosophical Knowledge: Foundations, Methods, Applications". Hai cominciato a frequentare da un paio di settimane e, rispetto all'anno di lavoro che hai fatto, nella mia percezione è come se fossi tornata al liceo. Basta tuttavia un istante, un attimo, sentendoti parlare, per comprendere che no, che la ragazza di allora s'è già trasformata in donna e che nulla è più lo stesso, tranne l'essenza della persona che sei, curiosa e desiderosa di capire sempre tutto, a fondo.

giovedì 27 ottobre 2022

Sua Altezza (Milan l'è un gran Milan)

"L'umiltà è quella virtù che, quando la si ha, si crede di non averla".
Mario Soldati

Alto non è soltanto quanto sei, ma il punto esatto in cui inviti tutti noi a guardare: oltre, sempre, all'orizzonte.
Hai il cuore più gentile che abbia conosciuto, a pari merito con altri, tu tra i pochi tuttavia a detenere sulla carta il diritto di conservarlo chiuso, cocciuto, con la vita che ti ha messo a dura prova quando eri ancora bambino, per vicende che in altre pagine ho raccontato.
Invece no. Invece la privazione e la sofferenza non ti hanno corrotto, il bene ha saputo prendersi in carico il male e tramutarlo.
Partire da lì sarebbe facile per spiegare il motivo che oggi mi rende felice, orgoglioso: la storia del ragazzino a cui è dato molto, viene tolto altrettanto e arriva in cima, ripartendo da capo.
Voglio evitare però di essere scontato o, peggio, retorico.
Preferisco sottolineare i sacrifici, la fatica, il peso che hai portato sulle spalle in questi ultimi anni, facendo carriera e gestendo una posizione di ardua responsabilità sul lavoro e nel frattempo studiando intensamente, investendo ore ed energie alla famiglia, a Dina e a Viktor, allo svago, al tempo libero.
Ecco perché vederti lì, con la stola e il cappello e il diploma dell'Executive Master in Business Administration, in gruppo con gli altri - tu, sempre il più alto - mi ha commosso nel profondo e reso ancor più orgoglioso di esserti amico, "fratello" maggiore che impara da quello più piccolo come stare al mondo.

P.S. Riporto qui ciò che hai scritto tu, a corollario delle foto della cerimonia di assegnazione del diploma. Perché le parole che hai scelto, caro Milan, spiegano l'uomo che sei, più di un ritratto.
"Executive MBA alla Dublin City University. Sì, ce l'ho fatta! Tuttavia questo post non riguarda me, riguarda le persone dietro le quinte che hanno reso possibile tutto questo per me.
Questo post riguarda la resilienza e i miei cari che hanno altruisticamente sostenuto la mia ambizione - Grazie!
Il mio più profondo apprezzamento ai miei colleghi, ai miei professori Dublin City University per tutto il supporto e le conoscenze trasferite negli ultimi 2 anni.
Un ringraziamento speciale a Alexion Pharmaceuticals, Inc. a tutti i miei mentori e leader organizzativi che mi hanno supportato e riconosciuto l'opportunità.
Grazie a tutti!".

mercoledì 15 dicembre 2021

Non tanto (Molto di più)

Mi hai aperto la mente, dunque la laurea in filosofia te l'avrei data ad honorem.
Hai voluto fare di testa tua, come sempre, prendendone una vera, alla Statale di Milano, con discussione della tesi, proclamazione, voto, corona d'alloro e festa di amici e parenti.
Ometto di netto tutto il resto - l'orgoglio, la gioia, l'emozione... - punto dritto al cuore, a ciò che per me ha valore.
Non tanto l'università in sé, come istituzione, quanto l'università in te, cioè lo studio, la conoscenza, il sapere e tutto quanto ha cambiato la tua e la nostra vita, in meglio, come persone.
Non tanto il diploma, quanto il punto che si mette alla fine, il percorso che si chiude, poiché è soltanto così che un altro se ne può aprire.
Non tanto l'eccellenza nel capire, quanto la perseveranza e il gusto del cercare, quella curiosità che è come energia inesauribile e dà senso a ogni esperienza, considerato che da ogni esperienza c'è da imparare.
Questo è ciò che conta, di questo sono fiero e lieto, veramente, poiché non carta è la laurea che hai preso, ma carne.

P.S. Della tua tesi, quella sul linguaggio sessista e di come noi per primi ne siamo portatori inconsapevoli, ne ho già scritto, un paio di settimane fa, forse tre. Ammetto però che più passa il tempo, più le tue riflessioni mi convincono, più mi pare urgente una coscienza diffusa, un concreto cambiamento nell'uso delle parole e della ricerca dell'eguaglianza, tra generi.
Ecco, anche in questo, figlia mia, hai voluto essere originale, spiegando non in teoria, bensì nei fatti, come la filosofia non sia qualcosa di vago, astratto, lontano, ma affronti - e spesso risolva - problemi pratici, attuali, concreti. In questo sei in linea con la più profonda nostra tradizione famigliare e vedo i volti di chi ci ha preceduto che stanno annuendo, serafici.

lunedì 11 ottobre 2021

Come un aquilone (Per sempre accanto)

I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.
(Madre Teresa)

È vero, hai ragione: di notte, in questi tempi, spesso non dormo.
Mi sveglio di colpo, i pensieri inceppano il sonno, mi giro e rigiro finché alla fine mi arrendo, rinunciando al buio, alla speranza di riaddormentarmi subito, all'evitare di fare i conti con pensieri, tarli, preoccupazioni.
Una di esse, lo ammetto, riguarda te, il tuo futuro, la paura da un lato di metterti troppa pressione e dall'altro di non comunicarti quanto sia importante il tempo attuale per costruire qualcosa, per gettare le fondamenta di una felicità che raramente casca dall'alto, quasi sempre è invece fatta di responsabilità, di sacrificio, di impegno.
Sei stato bravo nell'affrontare il liceo, non dandomi eccessivi pensieri, facendo il tuo dovere senza che la scuola diventasse troppo.
Ora però è necessario crescere, fare un gradino in più, comprendere cosa cambia dopo le superiori e applicarcisi con tenacia, impegno.
Credo ti sia goduto una buona estate, che abbia staccato la mente e vissuto più possibile amicizie, passatempi, svago.
Non ti chiedo di rinunciarvi, però - da oggi in poi - di mettere in cima alle tue priorità l’università, lo studio.
Io so quanto può essere difficile, quanto a volte il futuro spaventi o ci si senta schiacciati, anche dall'incertezza, dal timore di non farcela. Ci sono passato.
Alla tua età non avevo punti di appoggio o strade segnate, vagavo spesso a vuoto e ho aspettato due o tre anni, dopo il liceo, prima di mettermi in asse e imboccare un percorso certo, mio.
Non ti chiedo di non ripetere i miei errori, men che meno di dover riuscire a tutti i costi.
Ti chiedo soltanto di provarci, di concentrarti su ciò che conta, di non farti scivolare tra le dita questo tempo senza tentare di metterlo a frutto.
Ti chiedo di provarci non per me, per le mie paure o le mie ansie forse eccessive, ma per te stesso, perché l’uomo che diventerai dipende dal ragazzo che sei, da quanto semini adesso.
Perdonami dunque queste parole invadenti, questo richiamo “all'ordine”, questo condividere una preoccupazione che ho e che non dipende esclusivamente da te, ma richiama le mie di paure, le incertezze, le fragilità della persona che sono.
Non voglio che ti senta schiacciato, semmai soltanto spronato, a fare meglio, a volare alto.
Sapendo che comunque ti voglio un bene infinito, che non c’entra nulla con ciò che fai o farai, ma riguarda ciò che sei e proprio per questo non mi deluderai mai, a prescindere da tutto.
Coraggio allora, non temere nulla, né i quiz, né i test, né gli esami, né il futuro.
Una strada la troverai, questo è certo.
Da oggi mi aspetto soltanto che ci provi, che ti metti in cammino, d’impegno, sapendo che con me non dovrai nascondere o temere nulla, poiché ti sarò sempre accanto.

P.S. A Giovanni. 10 settembre 2021

lunedì 16 novembre 2020

In verticale (Tu, laureato)

A quest'ora le luci si sono spente tutte, tranne quella del tuo sorriso, così ampio, così limpido.
Da oggi sei dottore, la corona di alloro da portare qualche ora, il diploma da appendere al muro, una laurea per la vita, mille ricordi d'università che ti faranno compagnia, in futuro.
Ciò che dovevo dirti di più sincero te l'ho scritto, soltanto per te, consapevole che il meglio di quanto provo non hai bisogno di leggerlo, lo conosci nel cuore, per quel legame insondabile che unisce padre e figlio.
Qui aggiungo un appunto per tutti coloro che pensano di non potercela fare, che si arrendono agli inciampi, che si lasciano tarpare le ali dalle difficoltà e dalle persone ottuse o meschine incontrate lungo il cammino, comprese coloro che dovrebbero essere d'aiuto e invece si dimostrano l'esatto contrario, una zappa sui piedi, pietra attaccata al collo.
Sei nato e cresciuto in una famiglia che ha creduto in te, ma niente ti è stato regalato.
Sei arrivato in cima agli studi con l'ardire e la cocciutaggine degli scalatori in verticale, quelli che hanno una meta nel cuore e proseguono un appiglio via l'altro, senza timore di stare per un istante sospesi nel vuoto pur di aggrapparsi a uno spuntone di roccia o a un solco nella parete e salire oltre il bordo del dirupo.
In passato quello odierno sarebbe stato il traguardo, oggi è una tappa - una pietra miliare - di un cammino di formazione infinito.
Per questo sono orgoglioso di te e felice al tempo stesso. Non tanto per il "pezzo di carta" ottenuto, bensì poiché hai dimostrato in questi anni di essere curioso, capace, intelligente, perseverante. Un uomo, insomma. E non soltanto uno studente modello.

P.S. Ho scelto la foto con tua madre, poiché nessuno più di lei è contenta per questo tuo risultato, nessuno più di lei conosce la resistenza e l'ostinazione di volare alto anche quando la sensazione è di schiantarsi al suolo. Che il suo esempio ti sia sempre utile, nei giorni in cui c'è luce, come oggi, ma soprattutto quando diventa buio.

domenica 22 aprile 2018

Brava Giulia (Fiducia nel futuro)



Fiducia. Una parola che non uso spesso, un sentimento che raramente esige di essere pronunciato: quando c'è, sta in piedi da solo, senza necessità di evocarlo.
Faccio eccezione, poiché in questi giorni la sento particolarmente presente, soprattutto abbinata ai termini "giovani" e "futuro".
Sarà che nei mesi recenti ho ricevuto un regalo stupendo, quello di stare a contatto e lavorare con i ragazzi delle scuole superiori, un'esperienza che si somma alla compagnia dei miei figli, anch'essi più o meno di quell'età, con ogni contatto che diventa occasione di scambio, iniezione di positività, di ottimismo, confermando ciò che già sapevo: il mondo è una ruota che gira, quasi sempre in meglio.
Ieri l'altro poi si è laureata Giulia, mia nipote, dimostrando una caparbietà, una determinazione, pure un'ambizione che molte ragazze della generazione precedente non avrebbero avuto. Sono così orgoglioso di lei, che non si è limitata a seguire un solco già segnato, costruendosi piuttosto un percorso e un destino. Molto resta ancora da fare, è vero, la laurea al giorno d'oggi non è un punto di arrivo, semmai una base di partenza, un possibile trampolino, tuttavia merita un applauso l'esserci saliti, aver compreso che l'avvenire si gioca innanzi tutto puntando in alto, cercando ciò che genera passione e dà soddisfazione davvero.

P. S. Non sono uno dei suoi moltissimi fan, sulla persona in sé ho anzi motivate riserve, tuttavia c'è una canzone di Vasco Rossi che fa da colonna sonora perfetta di questo post. Soprattutto il ritornello: "E brava Giulia, e brava Giulia / prenditi la vita che vuoi / E brava Giulia, e brava Giulia / sceglitela, certo che puoi". Brava Giulia, te lo dico anch'io, per tua fortuna (di tutti) senza cantarlo. La vita non si subisce: si sceglie. Una lezione che ci hai dato, insieme a tutte quelle che a tua volta hai imparato.

sabato 4 giugno 2011

L'occidente ha già vinto (povero Mao)


I cinesi russano. All'università. In classe. In prima fila proprio. Se la dormono della grossa, con tanto di bavetta al lato della bocca e in qualche caso bolla al naso, ragazzi e ragazze, incuranti del professore a pochi centimetri, che in dieci minuti è passato dall'attonito al basito, scocciato, incredulo, perplesso, meravigliato, sconcertato. Non sa cosa fare. Interrompere la lezione e dare loro una sveglia o far finta di nulla? Fa finta di nulla. Poi, sale le scale, entra nell'ufficio del rettore e espone il caso. Aspettano. Il giorno dopo stessa aula, medesima scena, finché alla fine della settimana l'addetta agli studenti stranieri del Politecnico chiede motivo a una delle ragazze cinesi su tale comportamento. "Da noi si usa così" si sente rispondere. A raccontarcelo è lei stessa, l'addetta agli studenti stranieri, non la cinese che russa. Siamo a tavola e dice che l'indomani avranno un incontro con tutti i trecento e passa studenti provenienti da ogni parte del mondo che studiano a Como. "Abbiamo preparato un opuscolo per spiegare le norme di comportamento in Italia. Ci siamo resi conto di quanto fosse necessario qualche anno fa, quando si verificarono gli episodi dei cinesi che russavano in prima fila. Non un pisolino, proprio una domrita bella e buona e non negli ultimi banchi, proprio sotto gli occhi del docente! Nella loro cultura, abbiamo scorperto, si dà molta importanza alla presenza fisica e il messaggio che si vuole dare è questo: sono così stanco che non riesco a stare sveglio, ma nonostante tutto sono qui, a lezione, al mio posto. Non è l'unica differenza, ce ne sono moltissime. Gli indiani ad esempio hanno un tono di voce fortissimo e urlano anche quando sono a lezione, invece di bisbigliare gridano, e disturbano. Non si fa". Già, non si fa. Non qui almeno. Chissà se andassimo noi in quei paesi, che maleducati saremmo... In ogni caso non è per questo che scrivo questo post, bensì per rivelare che i cinesi hanno già perso, sono già stati colonizzati, alla faccia della loro potenza econimica, del loro roboante progresso. Me ne sono reso conto sempre sentendo raccontare dalla ragazza addetta agli studenti stranieri del Politecnico il suo ultimo viaggio in Cina. Per caso ha assistito a un matrimonio. Si sposavano un ragazzo di campagna ("E quando dico campagna dico un giorno di auto in mezzo a campi sterminati per arrivare all'unico villaggio di duecento anime nell'intera regione") e una ragazza di città. Così hanno fatto due matrimoni. Il primo, quello tradizionale, in campagna, è iniziato alle sei del mattino ed è durato cinque giorni, con banchetti, danze e persino pantomine, con il promesso sposo che girava di casa in casa cercando la sua futura compagna armato di un cosciotto di agnello. Poi la ragazza e i genitori di lei hanno preteso di farne un secondo, questa volta in città, come va di moda adesso, in un ristorante di un mega albergo a sei stelle, molto occidentale e anche molto pacchiano. "Non c'erano ufficiali d'anagrafe o preti, monaci o altro, soltanto un presentatore, che per un'intera giornata ha inscenato una vera e propria trasmissione, ripresa con telecamere e mandata in onda su un megaschermo, con tanto di interviste a sposi, parenti e ospiti. C'è da capirli - dice sorridendo la ragazza - se si pensa che il programma più seguito sulla televisione pubblica, la sera, in prima serata, è una sorta di "Amici", modello Hollywood, che guardano decine e decine di persone".
E' qui che mi si è accesa una lampadina. "Povero Mao Tse Tung - mi sono detto - guarda la lunga marcia dove l'ha portato: a un Claudiano con gli occhi a mandorla e a una qualsiasi Den Filipp In con residenza a Pechino...".

P.S. So già cosa scriverà David: "Anche tu all'università dormivi". E' capitato una volta, all'ora di Mozzanica. Ero stanco morto, sedevo in penultima fila ed ero appiattito sul banco, tanto che neppure un satellite spia avrebbe saputo distinguere dove iniziavo io e finiva il banco.

Foto by Leonora

giovedì 17 febbraio 2011

Marco Somalvico, scienziato (Un file di back up)


Era talmente proiettato nel futuro che sembrava non dovesse morire mai, che come il computer di "2001: Odissea nello spazio" potesse sopravvivere per sempre. Marco Somalvico era una bella mente, una di quelle persone la cui intelligenza è vanto e anche ingombro. Nelle due ore che l'incontrammo, il 27 marzo 1998, non ce lo godemmo affatto e non abbiamo avuto il tempo di rifarci, perché a sessant'anni appena compiuti se n'è andato, d'un colpo. Ne riportiamo l'intervista qui, nel giorno in cui i notiziari dicono che Steve Jobs si è aggravato e non avrà che poche settimane di vita. Speriamo non sia vero, ma la vita, a differenza dell'intelligenza artificiale, ha un limite che non può ancora essere superato. Neppure dal ricordo, che è come una copia di back up, tanto per usare un termine più consono all'esimio professor Somalvico.


Per scolpire il marmo non basta colpirlo. Con lo scalpello lo si deve tagliare. Un colpo malamente assestato può infliggere alla pietra una ferita letale. Se si è fortunati il danno non appare evidente, ma il tempo finisce inesorabilmente per rivelare la verità. Passano i giorni, le notti, le stagioni e, quello che era un impercettibile segno nel bianco, diventa una ruga, una fessura, una crepa.
Conoscere un uomo è infilarsi in quella crepa.
Per descrivere una persona ci si può limitare a riportarne la misura, l’aspetto, le forme, le luci, le ombre, le sembianze.
Per sapere chi è occorre entrare in contatto col suo profondo.
Con Marco Somalvico non ci siamo riusciti. Abbiamo scoperto molto di ciò che pensa, ma poco, quasi nulla, su chi egli veramente sia.
Somalvico non parla, professa. Sempre. Non solo “ex cathedra”, di fronte agli studenti che seguono il suo corso. Capace di ammaliare col suo incedere incalzante, di stupire con la sua prontezza, Somalvico ostenta una sicurezza che non conosce apparenti scalfitture. Non ricordiamo abbia atteso più di una frazione di secondo nel replicare ad ogni nostro quesito, spunto, provocazione. Mai un accenno di disorientamento. Mai un vacillare delle proprie convinzioni. Mai l’impressione, da parte nostra, di aver colto nel segno.
L’unica debolezza che Somalvico si concede - senza accorgersene e senza calcare troppo la mano - è la vanità.
Non gli basta dire “la mia carriera universitaria”. Gli preme aggiungere l’aggettivo “brillante”.
Somalvico ha cominciato ad insegnare nei licei di Como e scalando tutte le balze della docenza, dopo aver effettuato un periodo di ricerca in California (“il miglior ateneo di informatica del pianeta” precisa orgoglioso), è diventato professore ordinario di ingegneria informatica del Politecnico di Milano. “In Italia, nel settore dell’intelligenza artificiale, sono un precursore. Sono stato il primo a tenere un corso di robotica. Quest’anno ho vinto uno dei più prestigiosi riconoscimenti mondiali nel settore informatico”.
Il professore è tra coloro che ha più insistito per portare l’università nella sua città natale. “Con i colleghi Caldirola, Casati e Della Vigna abbiamo formato un quadrunvirato di persone che, vedendo lontano, hanno ritenuto molto utile la nascita di un polo universitario a Como”.
Cosa risponde a coloro che denunciano i limiti dei piccoli centri universitari?
Non importa che una sede nuova abbia tre laboratori invece di trenta. Lo stesso vale per i docenti. Le dimensioni non rilevanti comportano una riduzione della quantità della ricerca, non della sua qualità. Ed è quest’ultima che rende autorevole un ateneo. Il pericolo è che questa università sia considerata dai docenti come un punto intermedio della loro carriera, come un male minore da cui presto fuggire”.
Un’università pone sempre le radici in un contesto. Quello di Como aiuta oppure è impermeabile o addirittura ostacolante?
È sicuramente ricettivo. Como ha dato e continua a fornire numerose risorse, dalla costruzione del nuovo edificio universitario, alla sede dei laboratori scientifici in Piazzale Gerbetti. Se però ci sono le strutture fisiche e organizzative, ma manca la qualità, non esiste una situazione virtuosa. Se gli studenti vedono carenze sul piano della presenza fisica dei professori di ruolo, possono credere di non avere le stesse opportunità dei loro coetanei di altre città. I comaschi devono badare a mettere a disposizione risorse, ma anche ad essere vigili riguardo le modalità con le quali l’attività della buona università si svolgono”.
Il suo ruolo la mette a contatto con le giovani generazioni. Che giudizio ne trae?
Ottimo. Trovo i giovani molto impegnati, assidui alle lezioni, disponibili a fare progetti , dotati di senso di sacrificio e con uno spiccato senso di solidarietà e capacità di lavorare insieme. Hanno tutte le carte in regola per portare avanti la sfida competitiva di una nazione tra la più progredite del mondo”.
Non esiste il rischio di formare pletore di ragazzi abilissimi ad usare il computer, ma che non sanno nulla di ciò che accade intorno a loro?
Per essere professionali bisogna essere innovativi. Per essere innovativi non bisogna essere dei tuttologi. Per non essere dei tuttologi bisogna fare delle scelte. Se uno vuole tenere il piede in troppe scarpe non combina nulla. E’ tuttavia un errore avere una visione monodimensionale della cultura. Ad esempio, nel mio corso tecnico-informatico tratto anche gli aspetti epistemologici dell’intelligenza artificiale. Riflettiamo sugli aspetti che stanno a monte dell’imparare le tecniche: quali sono i limiti strategici di questa disciplina; quali le sue ambizioni a servizio dell’uomo”.
A differenza di oggi, un tempo la laurea assicurava un impiego, tranquillità economica, prestigio sociale.
L’ingegnere moderno è un professionista il cui salario sarà remunerato solo se offrirà un lavoro di natura creativa, che le macchine non possono fare. L’attività creativa è insostituibile poiché, come diceva Socrate, è esoterica, non spiegabile con carta e matita”.
Non esiste dunque il pericolo che l’uomo diventi accessorio?
Creare è una prerogativa esclusiva dell’essere umano. Significa inventare nuovi modelli del reale. Vuol dire percepire delle premesse sulle quali la macchina può poi elaborare. Un computer simula uno Sherlock Holmes seduto in poltrona che ragiona su delle premesse che ha percepito precedentemente. Un robot è uno Sherlock Holmes che ragionando va a cercare il mastino dei Baskerville nella foresta di fronte al castello. Oltre a pensare, esso agisce con il mondo esterno”.
Como è più simile all’uomo che ragiona, all’elaboratore che informa o al robot che lavora?
Ad una “agenzia”, cioè ad una macchina scoperta di recente e che tale si chiama poiché è composta da più “agenti”. “Agente” è il simulatore di un singolo uomo. La “agenzia” imita un gruppo di uomini che lavorano insieme con un unico obiettivo. Agenzia significa futuro. Con la telematica c’è la possibilità di collegare il magazzino, con lo stabilimento o con la direzione della propria impresa, anche se essi si trovano a chilometri di distanza. Con Internet è concreta la possibilità di inviare in tutto il mondo il catalogo aziendale e ricevere immediatamente ordinazioni.
Como si trova in una situazione stimolante. Il fatto che sia una città di confine, abituata ad un confronto cosmopolita, rende la mentalità del comasco pronta ed aperta a queste interazioni internazionali. Per questo possiamo farci valere nello sviluppo delle tecnologie e dell’economia globale
”.
Giorgio Bardaglio


Anche in questo caso, avevo ricopiato altre frasi d'appunto. Eccole.

Dobbiamo omogeneizzarci nella competizione qualitativa. Se mi è permesso uno slogan: Inserire una qualità nella vita per ottenere una vita di qualità. Questa è la sfida che i comaschi possono reggere perché hanno dimostrato in passato di tenere alto un aspetto per il decoro. Una serie di umili, ma tenaci comportamenti di qualità.

Como non è legata alle risorse naturali, bensì al fenomeno della comunicazione, ciò vale anche per il turismo. Abbiamo delle tradizioni solide dell’industria tessile , del mobile e meccanica. L’automazione in esse è sempre più importante, occorre svilupparla maggiormente. Abbiamo sempre più un meccanismo di integrazione telematica tra i singoli centri soprattutto fuori dal tradizionale catino di Como, anche medie e piccole industrie tessili che hanno realizzato collegamenti telematici, ad esempi tra lo stabilimento e il magazzino o la direzione amministrativa. Telematica non è solo visitare un sito in Internet, bensì un nuovo modo di lavorare. Il futuro si chiama “agenzia”, che è il nome di una macchina inventata recentemente che ha come componenti invece che i transistori gli “agenti” , cioè un elaboratore o un robot . L’agenzia” rappresenta un gruppo di uomini che cooperano insieme, i primi sono macchine dell’informazione, l’agenzia” cioè più elaboratori collegati insieme, con un unico fine, noi realizziamo una nuova macchina che emula una società di uomini , come gli ingranaggi di un unico orologio. Agente è un simulatore di un singolo uomo, “agenzia” è un simulatore di un gruppo di uomini.
Con Internet, invece del commesso viaggiatore, posso mandare in giro per il mondo il mio catalogo in rete. Bisogna avere una mentalità internazionale.

Esiste qualche coadiuvante per aiutare a stimolare?
L’efficienza, la flessibilità, l’intelligenza e l’onestà. Virtù che i lombardi hanno, ma che vanno applicate anche alle cose normali, dai trasporti ai mezzi di comunicazione telefonica, dalle strade alle banche, dalle scuole ai giornali. Dobbiamo omogeneizzarci nella competizione qualitativa. Se mi è permezzo uno slogan: Inserire una qualità nella vita per ottenere una vita di qualità. Questa è la sfida che i comaschi possono reggere perché hanno dimostrato in passato di tenere alto un aspetto per il decoro. Una serie di umili, ma tenaci comportamenti di qualità.

Sono un professore universitario del politecnico diMilano, ho fatto la mia carriera a Como nei licei, ho fatto tutti i gradini della carriera universitaria diventando prima assistente poi prefessore incaricato poi stabilizzato , poi ordinario.Ho vinto una cattedra nel 1979 di ingegneria informatica e mi sono giovato per la mia carriera brillante del periodo di ricerca svolto alla Standefor University in California dal 1969 al 1972. E’ un posto avanzato, la migliore università di informatica al mondo e ritenendo che un individuo impara molto dall’ambiente in cui si inserisce mi è sembrato giusto viaggiare . Ho avuto la fortuna di andare a lavorare al progetto di intelligenza artificiale del fondatore di questa importante disciplina in cui mi sono specializzato.

Occorre piuttosto che i professori di ruolo della nuova sede siano concentrati sullo sviluppo della ricerca di questa sede.

Questo è il criterio di qualità che garantisce il successo in un’università nuova che nasce con dimensioni ridotte, ma che vede ridotta la quantità e non la qualità della ricerca. Due mali. Una vita della sede non fisiologicamente salutare con una permanenza dei docenti limitata nel tempo. Sia la legge, sia la morale impongono che i docenti di ruolo frequentino a lungo l’università

Non si tratta di avere una università di serie B, bensì una non università. Essa è ricerca e didattica. Se manca la prima non esiste il tutto . Non squalifica la limitatezza della qualità dei docenti. Ogni forza attiva deve avere le idee chiare che importa

Il buon professore d’altra parte deve sentirsi rispettato venendo utilizzato anche dall’ambiente esterno. Per primi i giornali non devono classificare di serie inferiore la nostra università, mi permetta un concetto molto profondo. Nella vita universitaria non esiste una gerarchia, a differenza delle aziende, delle funzioni svolte da un professore di ruolo il giovane ricercatore. Entrambi sono pieni nelle loro funzionalità scientifiche. Ciascuno è un maestro con i suoi discepoli, cioè gli studenti. Non c’è gerarchia.

Ho uno slogan: ogni docente deve avere i suoi libri, la sua biblioteca personale nell’ufficio della sua università.


Foto by Leonora