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domenica 6 ottobre 2024

Spezzare le catene (Non vi possiedo)

“Spezzare le catene”. Di questi tempi mi vengono in mente frasi che paiono lapidi, apparentemente a caso, come se me le sussurrasse all’orecchio qualcuno, pur se a girarsi di scatto non scorgo nessuno.
“Spezzare le catene”. Un invito e insieme un piccolo mistero, non essendo così intuitivo il significato. “Catene” infatti attorno a me non ne vedo, non a un primo sguardo almeno. Pensandoci però forse ciò che mi “lega”, in un certo senso “imprigiona”, lo trovo.
Il laccio delle abitudini ad esempio.
Quello del comodo, della pigrizia che frena la ricerca del bello, del buono.
O lo spago del misurare tutto, lo schiavismo del bilancino, che inibisce il dispensare con generosità, non tanto e non solo il materiale, quanto nelle relazioni, innescando quel meccanismo del “do soltanto se ricevo”.
E il peggiore di tutti, il cappio della paura, il timore paralizzante del giudizio altrui, del fallimento. Dimenticando che, in realtà, fallisce soltanto chi non ci prova davvero.

P.S. Ti vedo, vi vedo, così parte di me e così diversi da me, così vicini e così estranei, indipendenti, autonomi, alberi che crescono portando frutto, personalità che si formano e sbocciano in modo originale, unico. Esiste un filo elastico che ci lega, ma al contempo così lasso e lungo da permettervi di camminare e giungere ovunque, senza sentire vincolo, senza catene, anche se anelli di catena siamo.
Con voi sperimento l’amore vero, quello del non trattenere, dell’essere lieto soltanto di ciò che rende lieti voi davvero, del restare sempre disponibili senza pretendere nulla in cambio o di ricambio.
In questo credo stia il senso più profondo di “dare la vita”, che non si riduce all’inizio, ai cromosomi e a quell’unica cellula dalla quale è iniziato tutto ma si rinnova ogni giorno, lasciando semi in continuazione, senza pretesa o certezza o sospetto che mettano radice, si riproducano.
E in questa storia che si riduce a una parentesi tonda di qualche decennio, in cui di me tra due generazioni non resterà nemmeno il ricordo, voi siete ciò che ho di più prezioso, proprio perché “siete” e non “vi possiedo”.

lunedì 2 ottobre 2023

L'uomo nel mezzo (M'è capitata bella)

Il destino, oltre ad essere ineffabile, è pure beffardo.
Sia messo agli atti, a imperitura memoria: per mettere alla prova il mio noto spirito ottimistico nei confronti dell’essere umano, dell’umanità in sé e il convincimento sul suo progressivo “addomesticarsi”, diventare più gentile, tollerante, “umana”, appunto, ha fatto sì che mio figlio diventasse... arbitro.
Di calcio.
Non occorre aggiungere altro.
Qualcosa forse sì, potremmo aggiungerlo, così, per sport, per condividere più il divertimento che la rabbia, l’incredulità, lo sgomento, la delusione, la stizza nel sentire panciuti cinquantenni che non correrebbero di fila più di un minuto, mamme che il pallone sanno a malapena ch’è rotondo, nonni che a fatica si reggono in piedi, spesso aiutandosi aggrappandosi alla rete di recinzione a bordo campo, non cessando però di imprecare, sgolarsi, insultare con ostinazione e rancore profondo.
Il lato positivo - perché c'è sempre un aspetto positivo, in tutto - è che così alleno me stesso alla tolleranza, allo spirito zen, alla comprensione profonda dell'animo umano, incluso bassi istinti e diffusa ignoranza, ricordando che le persone sono quello, ma pure molto altro.

P.S. "Idiota", Mongolo", "Bastardo", "Capra", "Cretino", "Deficiente", "Venduto", "Fighetta"... Potrei continuare a lungo, con l'aggravante che finora, ad un anno esatto dal suo esordio (l'1 ottobre 2022), un po' per fortuna, un po' per suo talento, non c'è stata partita che sia una terminata in malo modo ovvero con proteste e lamentele dissennate e corali, al di là di qualche urlo, qualche epiteto più o meno volgare, variopinto. E anche quando le orecchie sentono gli insulti che gli rivolgono contro, il cuore non smette di essere fiero di quel ragazzo solo, in mezzo al campo, che (come altri ragazzi e ragazze) per pochi spiccioli e molto impegno, compie il proprio dovere, crescendo innanzi tutto come essere umano.

sabato 9 settembre 2023

Partorito due volte (Un uomo)

"Gli innocenti non sapevano che quella cosa era impossibile e la fecero".
Mino Martinazzoli

C’è una linea, non d’ombra, lunga due anni e mezzo, che unisce un'alba di gennaio alla notte d’un settembre mite, lieto.
E ci sono due punti, uno di partenza e uno d’arrivo, che brillano nitidi nel mio ricordo.
Il primo è quando sei partito e t’ho abbracciato forte, con il groppo in gola mascherato da un sorriso, sciolto due minuti più tardi, con te oramai dentro l’aeroporto e io in auto, che tornavo da solo (ci trovavamo in piena pandemia, era un salto nell’ignoto e mi consolava unicamente il tuo vederti determinato, curioso, convinto).
Il secondo è ieri l’altro, all’ennesimo tuo ritorno per una breve vacanza, ascoltandoti mentre parlavi calmo, quieto, con le tue solite parole misurate e soppesate, rendendomi conto in un lampo che a ventisei anni sei diventato adulto, un essere umano fatto e finito, maturo.
Nel mezzo, tra questi due poli, un equatore d’esperienze che ti hanno trasformato.
I mesi di addetto alle pulizie, quelli trascorsi come fact totum in un negozio, l’impiego da cameriere nel ristorante gestito da cinesi nel centro di Dublino, le certificazioni di lingua inglese, l’assunzione al servizio tutela minori irlandese, il periodo di prova lungo, reiterato, superato…
E ancora, le decine di conoscenze, i mille incontri, le molte relazioni intrecciate, le amicizie - rare, come hai detto tu, perché l’amicizia è un sentimento profondo - che hai costruito, la girandola di sentimenti provati, gli entusiasmi, le ansie, le preoccupazioni, le delusioni, le incomprensioni, le sorprese, le consapevolezze, le gioie…
Il riassunto, la sintesi, è che a guardarli a ritroso, gli ultimi due anni e mezzo sono una montagna altissima, scalata grazie a due trampoli: la perseveranza e l’incoscienza.
Incoscienza perché due anni fa neppure immaginavi lontanamente la distanza che separava chi eri da ciò che sei diventato. Eri “innocente” appunto, ed è per questo che hai saltato.
Perseveranza invece è la cifra della persona che sei, fin da bambino, che a volte può essere scambiata per asprezza o cocciutaggine, ma soltanto se ti si squadra da lontano, fermandosi alla superficie, alla pelle, ignorando ciò che più conta, il cuore assai sensibile di un ragazzo partorito due volte: la prima da sua madre, la seconda da sé, diventando uomo.

P.S. “Voi dite, ridete, però l’ho visto uscire dalla porta per andare a fare un'esperienza di qualche mese in Irlanda e invece non è più tornato”.
Quando lo dice mi fa sorridere, perché un po’ teatrale, certo esagerata, neanche commentasse una disgrazia, fossi morto. Però la capisco tua madre, comprendo e ammiro quel legame speciale tra mamma e figlio, cordone ombelicale tenace, desiderio di protezione proiettato all’infinito.
“Grande” in qualche modo lo è diventata anche lei, lo siamo divenuti pure noi, genitori, rendendoci conto nella carne, piuttosto che a parole, che i figli, tutti i figli, non sono mai “nostri”, bensì altro da noi, concessi in prestito, il tempo necessario affinché spieghino le ali e prendano il volo.

mercoledì 15 dicembre 2021

Non tanto (Molto di più)

Mi hai aperto la mente, dunque la laurea in filosofia te l'avrei data ad honorem.
Hai voluto fare di testa tua, come sempre, prendendone una vera, alla Statale di Milano, con discussione della tesi, proclamazione, voto, corona d'alloro e festa di amici e parenti.
Ometto di netto tutto il resto - l'orgoglio, la gioia, l'emozione... - punto dritto al cuore, a ciò che per me ha valore.
Non tanto l'università in sé, come istituzione, quanto l'università in te, cioè lo studio, la conoscenza, il sapere e tutto quanto ha cambiato la tua e la nostra vita, in meglio, come persone.
Non tanto il diploma, quanto il punto che si mette alla fine, il percorso che si chiude, poiché è soltanto così che un altro se ne può aprire.
Non tanto l'eccellenza nel capire, quanto la perseveranza e il gusto del cercare, quella curiosità che è come energia inesauribile e dà senso a ogni esperienza, considerato che da ogni esperienza c'è da imparare.
Questo è ciò che conta, di questo sono fiero e lieto, veramente, poiché non carta è la laurea che hai preso, ma carne.

P.S. Della tua tesi, quella sul linguaggio sessista e di come noi per primi ne siamo portatori inconsapevoli, ne ho già scritto, un paio di settimane fa, forse tre. Ammetto però che più passa il tempo, più le tue riflessioni mi convincono, più mi pare urgente una coscienza diffusa, un concreto cambiamento nell'uso delle parole e della ricerca dell'eguaglianza, tra generi.
Ecco, anche in questo, figlia mia, hai voluto essere originale, spiegando non in teoria, bensì nei fatti, come la filosofia non sia qualcosa di vago, astratto, lontano, ma affronti - e spesso risolva - problemi pratici, attuali, concreti. In questo sei in linea con la più profonda nostra tradizione famigliare e vedo i volti di chi ci ha preceduto che stanno annuendo, serafici.

lunedì 11 ottobre 2021

Come un aquilone (Per sempre accanto)

I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.
(Madre Teresa)

È vero, hai ragione: di notte, in questi tempi, spesso non dormo.
Mi sveglio di colpo, i pensieri inceppano il sonno, mi giro e rigiro finché alla fine mi arrendo, rinunciando al buio, alla speranza di riaddormentarmi subito, all'evitare di fare i conti con pensieri, tarli, preoccupazioni.
Una di esse, lo ammetto, riguarda te, il tuo futuro, la paura da un lato di metterti troppa pressione e dall'altro di non comunicarti quanto sia importante il tempo attuale per costruire qualcosa, per gettare le fondamenta di una felicità che raramente casca dall'alto, quasi sempre è invece fatta di responsabilità, di sacrificio, di impegno.
Sei stato bravo nell'affrontare il liceo, non dandomi eccessivi pensieri, facendo il tuo dovere senza che la scuola diventasse troppo.
Ora però è necessario crescere, fare un gradino in più, comprendere cosa cambia dopo le superiori e applicarcisi con tenacia, impegno.
Credo ti sia goduto una buona estate, che abbia staccato la mente e vissuto più possibile amicizie, passatempi, svago.
Non ti chiedo di rinunciarvi, però - da oggi in poi - di mettere in cima alle tue priorità l’università, lo studio.
Io so quanto può essere difficile, quanto a volte il futuro spaventi o ci si senta schiacciati, anche dall'incertezza, dal timore di non farcela. Ci sono passato.
Alla tua età non avevo punti di appoggio o strade segnate, vagavo spesso a vuoto e ho aspettato due o tre anni, dopo il liceo, prima di mettermi in asse e imboccare un percorso certo, mio.
Non ti chiedo di non ripetere i miei errori, men che meno di dover riuscire a tutti i costi.
Ti chiedo soltanto di provarci, di concentrarti su ciò che conta, di non farti scivolare tra le dita questo tempo senza tentare di metterlo a frutto.
Ti chiedo di provarci non per me, per le mie paure o le mie ansie forse eccessive, ma per te stesso, perché l’uomo che diventerai dipende dal ragazzo che sei, da quanto semini adesso.
Perdonami dunque queste parole invadenti, questo richiamo “all'ordine”, questo condividere una preoccupazione che ho e che non dipende esclusivamente da te, ma richiama le mie di paure, le incertezze, le fragilità della persona che sono.
Non voglio che ti senta schiacciato, semmai soltanto spronato, a fare meglio, a volare alto.
Sapendo che comunque ti voglio un bene infinito, che non c’entra nulla con ciò che fai o farai, ma riguarda ciò che sei e proprio per questo non mi deluderai mai, a prescindere da tutto.
Coraggio allora, non temere nulla, né i quiz, né i test, né gli esami, né il futuro.
Una strada la troverai, questo è certo.
Da oggi mi aspetto soltanto che ci provi, che ti metti in cammino, d’impegno, sapendo che con me non dovrai nascondere o temere nulla, poiché ti sarò sempre accanto.

P.S. A Giovanni. 10 settembre 2021

venerdì 20 agosto 2021

Da grande (Avere fiducia)

Ti ho mandato un messaggio, il racconto di un recente campione olimpico sul rapporto tra padri e figli, sulla fiducia che si instaura, che sprona.
Lo riporto qui sotto, perché è una storia bella ("Che bella storia", come hai commentato tu).
Aggiungendo però una nota a margine, convinto che per rendere quella lezione piena occorra omettere il finale lieto, l'ultima riga della favola.
Credere nei propri figli, "sostenere le loro speranze, consolare e abbracciare le loro paure, alimentare i loro sogni", non garantisce infatti di salire sulla vetta.
Né salire in vetta è frutto esclusivo di concessione di fiducia.
Il successo, la vittoria, hanno sempre due fronde, su cui ci si arrampica: il merito, l'impegno, il sacrificio, ma anche il caso, il destino, la fortuna.
E se il "destino" si compie e la "fortuna" si costruisce o si coglie, come spiegava Machiavelli, sul "caso" non abbiamo potere: accade, appunto. Succede. A prescindere da ciò che si voglia.
Te lo dico, figlio mio, affinché tu sia esigente, ma mai troppo severo con te stesso e ancora più con chi non ce la fa, arranca, affonda.
Dare fiducia non è un regalo che facciamo agli altri, bensì a noi stessi: un modo per affrontare con ottimismo, con positività, la vita. Sapendo che non tutto ci appartiene, non a tutto si comanda.


P.S. Queste sono le parole toccanti di Luigi Busà, medaglia d'oro nel karate alle recenti Olimpiadi di Tokyo.

“Il mio oro olimpico è molto più di una medaglia.
Quando ho gridato papà, mamma, ce L’ho fatta, era l’urlo di questo bambino in foto.
Sovrappeso, fragile, che non si sentiva adatto.
Oggi finalmente posso raccontare la mia storia, la storia di un padre che ha creduto in un figlio quando nessuno ci credeva, un padre che mi ha insegnato a combattere e non mollare anche quando le cose non erano facili.
Questa foto ha dell’incredibile, attraverso la mia medaglia d’oro voglio che arrivi un messaggio importante: “Ognuno di noi è unico ed importante in questa vita, ognuno di noi ha qualcosa di speciale..
e ognuno di noi ha dei sogni che lo fanno sentire vivo.. e che vanno, per questo, coltivati sempre... nonostante le paure e nonostante le delusioni...".
Allora provate a non temere la paura, a non sentirvi sbagliati, inadatti... Ho avuto  paura, non solo da ragazzino ma anche nel periodo che ha preceduto le Olimpiadi e vi dirò.. anche su quel tatami...
poi però, ho provato a parlarci, con la paura, a farla mia alleata.. mia complice.. ed è così che è successo ciò che tutti sapete bene...
Il mio segreto è la mia famiglia.
Allora mi rivolgo a voi, padri e madri.. credete sempre nei vostri figli, sostenete le loro speranze, consolate e abbracciate le loro paure, alimentate i loro sogni..
Perché, vedete, prima o poi i sogni si avverano..  e quando accade non c’è niente di più bello!!
P.S.Ancora non ci credo CAMPIONE OLIMPICO, te l'avevo promesso nella foto nella prima foto papà, la foto accanto è STORIA”

mercoledì 18 agosto 2021

Tagliati fuori (Un cavolo)

"Pensavo che a voi adulti non succedesse".
Lo dice sorridendo, mentre finiamo di cenare, il sole si eclissa e il caldo dà tregua, sul terrazzo.
"Fomo. Si chiama Fomo. Fears of missing out. La paura di essere tagliati fuori. Ma sì che te ne avevo già parlato! L'ho studiata qualche mese fa, per l'esame di psicologia della comunicazione".
Giorgia lo dice d'un fiato, mentre la guardo con sguardo un poco ebete, cercando di rammentare ciò che ignoro. Mi pare quasi di sentire la ruggine delle rotelle che stentano a ingranare, stridono.
Un lampo. Un barlume di memoria squarcia il buio e rivela che in effetti l'avevo già sentito, ne avevamo già discusso, salvo dimenticarlo quasi subito, tra le molte curiosità che mi ripropongo di riprendere e invece dimentico, del tutto.
Il discorso è riemerso a tavola, mentre tra un tozzo di pane e un pomodoro confessavo di provare un certo disagio ogni volta che in questi giorni do una sbirciata a Instagram o Facebook.
"Sai Giorgia, vedo tutte queste foto di posti splendidi, volti sorridenti, gente felice, in forma, che legge, viaggia, fa cose fighe e mi sento uno schifo, uno sfigato, appunto, come se tutti corrono, vivono intensamente e io rimango fermo".
Fomo. Ora so che si chiama Fomo e non la provo solo io.
Ne scrive pure la Treccani, citando una definizione che mi pare centri esattamente il punto: "il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che sto facendo io".
Una sensazione comune e per la quale numerosi esperti, ho scoperto, hanno escogitato risposte, metodi, trucchi, persino un decalogo, tipo quello di Mosè, ma meno enfatico.
Ci provo anch'io, limitandomi a un paio di annotazioni.
Primo: ignorare a lungo il telefono, evitare di essere connessi ai social troppo spesso, specialmente nei mesi estivi e durante le feste comandate, ponti inclusi.
Secondo: ricordare ciò che diceva mio padre, riguardo l'invidia e la percezione distorta secondo cui gli altri stiano sempre meglio o siano più fortunati di noi. "Se tutti portassero i propri guai e ne facesse una pigna, in piazza - diceva - ciascuno tornerebbe a casa scegliendo ancora i suoi".
Vero. Ricordiamolo.

P.S. Vale per le foto e anche per i racconti, tipo questo. Se qualcuno fosse tentato di pensare: "Ma guarda che bravi, guarda di cosa parlano a cena, ammazza che dialogo tra genitori e figli...", sappia che erano due giorni che non ci parlavamo e avevamo rimbrotti vicendevoli e umor nero, ciascuno per conto proprio. Nessuno, per fortuna, è perfetto. Io e la mia famiglia men che meno.

domenica 12 luglio 2020

Diventare grandi (Il cuore oltre la culla)

Sei stato a lungo il mio "figlio piccolo preferito", negli ultimi anni eri il mio "figlio preferito" e basta, ora puoi essere "mio figlio" e punto, senza ulteriori specifiche, perché oramai sei cresciuto e credo tu abbia capito che per un padre e una madre non esistono classifiche: i figli sono tutti differenti, ma perfettamente identici nell'intensità dell'amore che per ciascuno si prova.
Per anni, fin da quando eri un bimbo che camminava appena e non parlava ancora, ho dovuto fare i conti con il tuo essere terzogenito, con quel tuo bisogno "di luce" - di spazio, di visibilità, di riconoscibilità - per distinguerti dai fratelli che ti avevano preceduto e che rischiavano di rubarti la scena.
Non era un vezzo e ho avuto la fortuna di intuirlo presto, constatando come il terzo figlio occupi in effetti una posizione scomoda (scomoda in molti sensi: a chi mi chiedeva come fosse avere tre figli piccoli, ho sempre risposto che in effetti il terzo mette in crisi poiché, banalmente, non sai dove metterlo, avendo l'adulto soltanto due braccia).
In realtà - te ne accorgerai se avrai nel destino di essere padre a tua volta - vale la medesima regola dell'amore di cui ho scritto prima: ogni figlio affronta problemi diversi, ma la somma totale per ciascuno non cambia e il segreto è vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, prendendo il buono che c'è, sfruttando le difficoltà come trampolino, come allenamento per reggere meglio l'urto della vita.
È vero che tu hai incontrato genitori non più in ansia, meno preoccupati di non essere bravi a sufficienza e dunque forse meno premurosi, tuttavia questa apparente "distrazione" ti ha permesso di crescere più libero, meno inchiodato alla responsabilità di dover corrispondere tanta premura, di doverti sentire "all'altezza" (chiedi pure a Giacomo e Giorgia, credo ne sappiano qualcosa).
Non si tratta di una scoperta originale, somiglia piuttosto all'acqua calda, è l'eterna ruota che gira, il perenne percepire dei figli, che suona strano soltanto a chi non si mette mai nei panni dell'altro e non fa tesoro dell'esperienza.
Io, figlio unico, l'ho appreso per interposta persona, avendo in dono la frequentazione di amici con famiglie numerose, in cui ciascuno lamentava distinzioni che a guardarle a tessuto rovesciato erano nel contempo vincolo e fortuna.
Così come vincolo e fortuna è per me avere voi, tutti, una famiglia numerosa a mia volta.
E per famiglia non intendo soltanto io e te e tua madre e i tuoi fratelli, ma anche zii, cugini, nipoti, nonna, amici, comunità intera, dove siete cresciuti, dove vivete, dove costruite relazioni e vi mettete alla prova.
Perché questo ho imparato dei figli: non siete "nostri", siete affidati a noi, per un pezzo di strada e l'unico possesso che è concesso è al plurale, quello in cui ognuno vive in relazione con gli altri, trovando di volta in volta il proprio posto sul palco, da protagonista.

P.S. Ho scritto che sei cresciuto non per arbitrio, bensì per una constatazione, una consapevolezza precisa, giunta al termine della serata finale dell'oratorio estivo, quando ho letto - commosso - queste tue parole postate su Instagram.
"Tristezza, emozione, ma tanta felicità.
Questi i sentimenti provati ieri sera e durante queste tre settimane molto intense.
Tristezza perché è un capitolo della vita che si chiude, perché che piaccia o no, una fine arriva sempre. Tristezza perché guardandomi intorno non vedevo più le stesse persone che mi hanno accompagnato fino all'anno scorso e capivo che ormai il mio tempo qui era finito.
Tristezza perché non sono più quel ragazzo quattordicenne che si apprestava ad iniziare il suo cammino come animatore, ma sono quel ragazzo diciottenne ormai alla fine di un'avventura.
Emozione perché vedere nei volti degli animatori più piccoli degli occhi pieni di voglia di fare e mettersi in gioco mi faceva trepidare.
Emozione perché trascorrere ancora un Grest con gli amici con cui ho iniziato è stato stupendo.
Emozione per tutti i complimenti ricevuti, per tutte le persone con cui ho condiviso questo percorso.
E infine tanta felicità.
Tanta felicità perché sono riuscito a mantenere all'oratorio la promessa che gli avevo preannunciato, cioè dare ciò che lui ha dato a me.
Eh già... questo percorso mi ha dato tanto.
Grazie all'oratorio ho scoperto i miei pregi e anche i miei difetti più grandi.
Grazie all'oratorio ho scoperto la bellezza dello spettacolo, dell'intrattenimento, la mia passione.
E io nel mio piccolo sono riuscito a ricambiare tutto ciò che mi è stato donato, impegnandomi e dando tutto me stesso per far sì che quest'ultimo oratorio feriale venisse bene.
Tanta felicità anche perché credo che il mio continuo "mettermi in gioco", proseguendo a sbagliare e a correggere i miei errori, ha fatto sì che io lasciassi un'impronta di me stesso, di Gio nell'oratorio.
Concludendo posso dire soltanto un enorme GRAZIE all'oratorio, al gruppo fantastico che siamo.
Gio ❤️"

mercoledì 8 luglio 2020

Lo stile fatto persona (Buon viaggio Alberto)

Silenzio. Paralisi e silenzio per quest'ingiustizia che ti è capitata, il tuo lasciarci qui, senza parole da dirci, a ciglio asciutto, con il pudore delle lacrime trattenute (che di versarle hanno diritto le persone che ti sei scelto e che ti sono state accanto, prima, dopo e durante la malattia).
Oggi resto così, oggi riesco a dire nulla, oggi non posso neppure immaginare il dolore di Filippo, Arianna, Enrico, di Rossana. Un terremoto che sconquassa, un cielo nero che ammanta ogni cosa, un lama affilata che incide il petto e resta conficcata.
Non ti sono mai stato così intimo, né voglio sembrarlo ora, però ti conoscevo, soprattutto provavo per te affetto, simpatia, persino un po' di invidia, anche se l'invidia è il peccato che mi appartiene meno e sarebbe più corretto definirla ammirazione, stima.
Per venticinque anni - da che ci siamo incontrati la prima volta - ho considerato la tua famiglia "gemella" alla mia, per il tipo di coppia, per i figli avuti quasi in sincronia, anche se nelle fotografie voi siete sempre venuti meglio, un quadro che era per me una meraviglia e mi ha sempre fatto sentire un po' "sgaruppato", come se tra le doti tu avessi in più lo stile, l'eleganza.
Lo stile. Per me lo stile è e rimarrà sempre la tua cifra. Per le montature degli occhiali, per il modo di vestirti, per la postura del corpo, per il garbo con cui glissavi le cattiverie, per la dignità con cui affrontavi il male, la sfortuna.
Un'unica consolazione mi rimane: quella di ricordarti per sempre così, giovane, unita alla certezza che i tuoi figli porteranno fieri il testimone della tua presenza sulla terra.
Buon viaggio Alberto e scusa se ho avuto il coraggio di dirti il buono che pensavo di te soltanto quando ormai si intuiva "oltre il fumo umido del nebbione che ci avvolge, rosso, il disco della tua stazione".


martedì 5 novembre 2019

Se non ci fossi tu (Il buono che è in noi)


Se non ci fossi tu, bisognerebbe inventarti, ma inventandoti non riuscirei comunque a pareggiare la simpatia, l'originalità, la bellezza del ragazzo che sei, con i tuoi diciassette anni oggi e il ciuffo castano chiaro, gli occhi scuri, come i miei, come il lato della famiglia a cui appartengo, il sorriso unico, gli scatti di altruismo e pure di carattere, mai piatto, banale.
Se non ci fossi tu, la vita sarebbe come il lago d'inverno, un televisore senza audio, la casa a cui manca un tetto, il risotto insipido, il camino freddo, Instagram prima delle "Stories" e un cellulare con pochi giga, che questi paragone forse li capisci meglio.
Se non ci fossi tu, sarei più piccolo, più grigio, più povero, più ingobbito, più avaro, più scorbutico, più tignoso, più inquadrato, più triste, più malinconico, più pigro, più vecchio, e tutti questi più sarebbero un grande meno.
Se non ci fossi tu, guarderei con minore fiducia al futuro, mi aggrapperei con forza alle poche certezze dell'essere umano, scordando che è la speranza in qualcosa di infinito, di eterno, il tratto distintivo delle persone che siamo.
Se non ci fossi tu, avrei smesso di seminare empatia, di preoccuparmi che sappia metterti nei panni dell'altro, comprenderne i desideri, le emozioni, le ragioni, di creare legami, relazioni, essere perspicace, andare avanti, non fermarti di fronte a un ostacolo.
Se non ci fossi tu, mi vestirei da anziano, non guarderei film che invece meritano, ascolterei la stessa musica che andava di moda quand'ero ragazzo, non riderei per i "meme", eviterei di rispondere a domande che mi aprono un mondo.
Se non ci fossi tu, non ci sarei io, l'io che sono diventato, un uomo fortunato.

P.S. Avere figli non è un merito, è un dono. Conosco moltissime persone generative che per scelta o indipendentemente dalla loro volontà non sono madri e padri. Mi piace pensare alla paternità e alla maternità non come un fatto privato, bensì in relazione a una comunità, alla società degli esseri umani, nel loro complesso. In questo senso bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, uomini e donne, non sono figlie e figli miei, tuoi, loro, bensì nostri, nostre, di tutti. E il buono che c'è, in questo mondo, è proprio perché con compiti diversi ma con eguale valore li facciamo crescere, aiutandoli a capire qual è il loro posto e a diventare possibilmente migliori di come noi siamo.

domenica 7 luglio 2019

Meno paure (Siamo più grandi dei nostri errori)


Vi osservo, da lontano. Mi hanno insegnato che l'ideale per chi vuole educare è stare un passo indietro, ne faccio anche due, tre, cento, cercando l'acrobazia più improbabile: esserci, pure quando non ci sono.
Non sono perfetto, lo so, lo sapete, ed è un peso al netto, poiché il peggio di me lo tengo nascosto, un po' per proteggervi, un po' per codardia, perché siamo tutti leoni finché non ci inoltriamo nel bosco.
Penso ai maestri che ho avuto, a mio padre soprattutto, ai suoi molti difetti e al pregio di dare raramente ordini, di imporre nulla o poco, concedendo autonomia, mai sostituendosi a me, neanche quando era certo avessi torto. Riusciva a farsi obbedire, con l'esempio, parlando al momento opportuno, non urlando, abbassando semmai di un tono la voce quando voleva essere ascoltato.
 "Si fa così" è una frase che da lui ho sentito di raro, "devi fare così" ancora meno. Non aveva studiato, non era istruito, aveva la saggezza delle persone di spessore, che sentono ciò che non sanno, che sanno anche quanto non conoscono.
Vi osservo, da lontano. Ciascuno con il proprio stile, con un filo tenue che vi accomuna e che colgo soltanto prestandovi attenzione. Non siete migliori degli altri, dei ragazzi della vostra età, ma il meglio di voi credo abbia origine nell'imperfezione di chi vi ha preceduto, di chi non può essere posto su un altare e inciampa ogni giorno, comprese quelle piccolezze che rendono così piccino l'essere umano. Un trampolino, per voi, uno sprone a essere diversi e nel contempo una polizza d'assicurazione, poiché gli sbagli sono il mezzo attraverso cui impariamo ("Ogni errore è una possibilità educativa" ripete sempre Paolo) e di sbagliare non dovreste aver paura mai, se non per il male che si prova quando si sbatte il muso.
Vi osservo, da lontano. E ad essere sempre più "lontano" da voi, dai miei figli, mi alleno. Perché se è vero - com'è vero - che si diventa adulti soltanto quando si resta senza genitori, le nostre generazioni hanno un problema di sfasamento: rischiamo di rimanere figli - con le conseguenze positive e negative del caso - fino ai sessanta o settant'anni, quando ormai le scelte di un'esistenza sono state prese o rinviate, del tutto, senza appello.
Ecco perché occorre trovare un nuovo equilibrio, un coraggio maggiore nel prendersi responsabilità, nell'ottenere autonomia, nello "stare in piedi" da soli, insomma, con meno timori e nessun imbarazzo.

P.S. Ho citato una frase di Paolo Ferrari. Lavorandoci assieme ormai da anni potrei scriverne un libro, se soltanto avessi più intraprendenza e fossi meno pigro. Anche che "per educare è necessario stare un passo indietro" l'ho imparato da lui. Così come questa: "Se io educatore non credo che l'altro sia più grande dei suoi errori, non posso educarlo, perché non esisterebbe lo spazio educativo, di crescita. Lo spazio educativo lo si offre, rischiando, fidandosi del fatto che l'altro possa crescere".
Fidarsi, rischiare, sbagliare, imparare. Vorrei saperli declinare al presente, ogni giorno, con i miei figli e non solo.

martedì 10 aprile 2018

La tentazione del silenzio


Scrivo a molti, quasi mai a me stesso.
Dovrei farlo, più spesso, per ricordare il ragazzo che ero, quanto sono cambiato, quali invece le impronte immutabili, ciò che mi emoziona e quello che invece mi fa serrare la mascella e masticare amaro.
Mi commuovo parecchio. L'ultima volta qualche giorno fa, durante la registrazione del programma che conduco, alla visione di un breve video commissionato dall'Ats al Media Center dell'Eco.
Il tema era quello delle dipendenze, con i ragazzi di quarta superiore che l'hanno realizzato ribaltando la prospettiva, mostrando alcuni atteggiamenti che rafforzano l'autostima, che producono una specie di anticorpi per evitare che la difficoltà diventi disagio.
La scena era semplice: un bimbo che sbaglia il rigore, suo padre che ci rimane male eppure non smette di incoraggiarlo. Balzo in avanti e otto anni più tardi quel cucciolo d'uomo, diventato nel frattempo un giovanotto, segna e va ad abbracciare il genitore che l'ha sempre sostenuto.
Quando siamo tornati in studio avevo i lucciconi agli occhi e un po' me ne vergognavo. Per fortuna la regia mi ha tratto d'impaccio, impostando inquadrature da lontano o almeno non tanto vicine da notare un paio di lacrime che nel frattempo rigavano il viso.
Ho letto da qualche parte che le persone forti sono quelle che si commuovono più facilmente: io devo essere fortissimo.

P.S. Ho un ringraziamento particolare da fare, a coloro che passano da qui e mi leggono e me lo fanno sapere e si lamentano se sono pigro e mi sostengono. Già, mi sostengono. La vita non è mai una linea retta, c'è stato un tempo in cui per passione e per mestiere o qui o sul giornale scrivevo ogni giorno. Quattro anni fa altro giro di giostra, una nuova opportunità, un modo di comunicare diverso e molti fogli bianchi, un po' per scelta, un po' per caso. Spesso mi capita di preferire la lontananza, l'assenza, il silenzio, da contrapporre alle molte chiacchiere, alle parole in eccesso, al rumore di fondo costante che diventa di volta in volta sibilo, borbottio, frastuono. In queste settimane avverto tuttavia  l'urgenza di non abdicare, di far sì che la moderazione non si trasformi in accidia, disimpegno, indifferenza. Mettere a frutto il talento, non seppellirlo sottoterra insomma, poco o tanto che sia. Per farlo userò uno stratagemma, scriverò di volta in volta a qualcuno di voi, anche senza mettere il nome, per non creare imbarazzo. Non sarò insistente, ma nemmeno assente. Il filo annodato più di dieci anni fa merita di continuare ad essere tessuto.

giovedì 9 marzo 2017

L'otto e il nove (Sette consigli non richiesti a mia figlia)

Foto by Leonora
Ti scrivo il 9 e non l'8 marzo, Giorgina, perché non può essere uno soltanto il giorno di festa dedicato alla donna. E lo faccio qui, mettendo in fila sette consigli non richiesti, poiché non sarei in pace se badassi soltanto a te, alla felicità di mia figlia, ignorando che al pari tuo ciascuna donna merita di essere felice, serena.
Uno. Sii capace di bastare a te stessa. Cerca, com'è naturale che sia, qualcuno che sappia farti sentire completa ma completa non dimenticare che lo sei già tu: soltanto se per prima ti vorrai bene riuscirai a voler bene pure all'altro, agli altri, a chiunque incontri sulla tua strada.
Due. Sentiti ogni giorno una principessa, una regina. Innanzi tutto perché per qualcuno - per me, per tua madre, per molti altri - una principessa lo sei veramente, ma se anche tua madre ed io e molti altri non ci fossero più, ricorda che principessa, regina, lo sei da te, avendo radici profonde, appartenendo a una genia millenaria e avendo la dignità di essere umano, una tra le creature più meravigliose che ci sia.
Tre. Ricorda che sei stata desiderata, attesa, amata fin dal primo spasmo di vita, fin da quando non eri che un'asola di cromosomi, un punto indefinito nell'ecografia. Un amore che spero abbia generato e saldato la tua autostima: non permettere a nessuno di minarla, di incrinarla, men che meno di cancellarla.
Quattro. Rifuggi le relazioni con chi ogni giorno ti toglie serenità, sicurezza, gioia. Allontana presto, senza ripensamenti, chi giudica con sufficienza ciò che fai, chi ti mette a confronto con gli altri, che ti fa sentire a disagio e pian piano azzera la fiducia in te stessa.
Cinque. Cogli immediatamente i segnali del disagio, non attendere un giorno in più, non dire mai: "Forse ha ragione, forse sono inadeguata, sbagliata, forse la colpa è mia". Il baratro non è mai una porta spalancata all'improvviso, semmai è un scivolare lento, inesorabile, impercettibile fino a che è troppo tardi e per uscirne occorre la mano di chi ti prende per i capelli e da fuori ti aiuta.
Sei. Misura chi ti è accanto dalla positività che ti sa trasmettere, dal sorriso che ti dipinge sul volto, dal rispetto che ti porta e dall'ammirazione, dalla stima, prima ancora che dall'amore, con cui ti guarda.
Sette. Rammenta che non sei e non sarai mai inadeguata e che nessun sbaglio merita di non essere perdonato, da te per prima. Ogni sera ci addormentiamo e ogni giorno ci svegliamo, ci mettiamo in cammino, così avviene anche nelle vicende della vita: se ci si vuole bene ad ogni caduta ci si rialza.

P.S. Ti chiamo Giorgina, ma sei una donna ormai. Da parecchio ti reggi sulle gambe, ragioni con la tua testa. Per me, per me solo e per tua mamma, per tua nonna, resterai sempre la bambina che eri, però è dal primo giorno in cui sei nata che ci prepariamo a vederti "uscire dal cancello", percorrere la tua strada. Come per i tuoi fratelli, abbiamo cercato di non tenerti in una bolla di vetro, togliendoti dal mondo, risparmiandoti rischi e pericoli. Piuttosto abbiamo tentato di farti crescere, affinché potessi andare oltre la porta di casa, insegnandoti ad affrontarli quei pericoli, quei rischi, sapendo che in ogni caso il destino non è mai in mano completamente nostra. Sii forte allora, credi in te stessa. La strada che intraprendi è la stessa di milioni, miliardi di ragazze prima e dopo di te, non avere timore di nulla.
Ti vogliamo bene e bene devi volerti tu. Questo è quello che conta.

domenica 17 gennaio 2016

Oltre la rete (La generazione delle attese)

Foto by Leonora
La partita è amichevole, tra ragazzini che hanno compiuto appena tredici anni. I genitori avversari sono ammassati alla rete di protezione e incitano, spronano, commentano, urlano, inveiscono. Colgo spezzoni di frasi qua e là. "Dai, si capiva che rimbalzava male!". "Corri, corri, altrimenti resta a casa a dormire!". "Passala, passala che è libero!". "Ma basta! Possibile che sbagli sempre l'appoggio!".
Ficco la testa nel cappuccio per ripararmi dal vento artico che arriva alle spalle, la bolla che si crea mi permette di assistere alla scena da perfetto spettatore e mi scopro un po' innervosito a pensare: "Perché non ci vai tu in campo? Perché non metti maglietta e calzoncini e prendi il posto di tuo figlio, lì in mezzo a quel terreno gelato, dove le scarpe coi tacchetti fanno un rumore da ballerino di tip tap che anche Maradona avrebbe difficoltà a non scivolare? Cosa facevi di così grande quando avevi la loro età per permetterti ora di giudicare e sbraitare? Hai mai provato a giocarla una partita, con il fiatone, mentre tutti ti corrono incontro e tutto è appiattito, che quando ti arriva la palla tra i piedi è già un miracolo non inciampare?".
Tolgo il cappuccio e con il tepore del sole sul volto la stizza lascia spazio alla comprensione, alla solidarietà tra coetanei, loro gridano meno e io li capisco di più, ammetto a me stesso che anche io - pur pacato - non sono esente da atteggiamenti simili, cerco persino giustificazioni: "Lo fanno per il loro bene. Lo facciamo per il loro bene".
No. Crediamo di fare il loro bene, invece accade esattamente il contrario: stiamo crescendo una generazione che ha caricato sulle spalle tutto il peso dei nostri sogni, delle nostre attese. Non soltanto rispetto all'orizzonte di vita, cioè la famiglia, il lavoro, gli affetti, ma anche e soprattutto in quelle riserve indiane che dovrebbero essere lo sport, il gioco, i passatempi.
Spazi di autonomia nei quali i miei genitori neppure si sognavano di interferire, limitandosi a una regola elementare: "Pensa a studiare oppure vai a lavorare, perché a fare niente di certo nella nostra casa non puoi stare". Punto. Nonostante fossi figlio unico e dunque discretamente coccolato, mio padre non è mai venuto a vedermi giocare, mia madre nemmeno la riteneva tra le possibilità remote, così pure i papà e le mamme dei miei compagni.
Trent'anni dopo è un mondo cambiato radicalmente. Io per primo non mi perdo una partita dei miei figli, figuriamoci un saggio di chitarra o di danza moderna, anche se in quel caso mi annoio maggiormente.
Parlo per me stesso, non vorrei generalizzare, tuttavia ho la sensazione che stiamo crescendo ragazzi a cui abbiamo tolto il desiderio, concedendo loro tutto, e che di rimbalzo rischiamo di schiacciare con il peso delle nostre aspettative.
Mi consolano e sollevano un'intuizione e una constatazione.
La constatazione è che l'essere umano riesce da milioni di anni a cambiare e adattarsi, superando gli ostacoli che di volta in volta ha di fronte: lo faranno anche i ragazzi di questo tempo.
L'intuizione è conseguente al fatto che i miei figli sorridono comunque. Anzi, spesso ridono proprio e dunque sospetto che al di là dell'amore e del rispetto che mi portano, in realtà quando guardano oltre la rete o sulle tribune, io e gli altri genitori dobbiamo sembrargli tanti scimpanzé o bestie curiose, che sbraitano, gesticolano, inveiscono credendosi tanti Maradona, mentre al più hanno vinto una volta a palla avvelenata, quando gli altri erano in bagno.

giovedì 13 settembre 2012

I loro sedici anni e il padre impreparato

Foto by Leonora
''Le risate, le litigate, le partite a carte, a muro, a schiaccia 7, la pizza alle 11 di sera, gli abbracci, le corse in bicicletta al piazzale della chiesa quando pioveva, le partite a biliardo, a bowling, le foto, le sfide a 4 player, i condomini che ci minacciavano di chiamare i carabinieri perché facevamo casino .. Bè, anche quest’estate è finita, è passata così in fretta, forse perché siamo stati davvero bene insieme, non posso far altro che ringraziarvi, dal primo all’ultimo. Grazie di tutto, grazie per quest’estate stupenda. Vi voglio bene!''.
Sulla bacheca di Facebook di Giacomo, mio figlio maggiore, leggo questo messaggio di Ilaria agli amici e in un istante torno io stesso ragazzino, con i miei sedici anni senza vuoto a rendere, il corpo allungato di botto, i capelli con il gel, le serate passate sul piazzale davanti all'oratorio, la bicicletta per spostarsi, le chiacchierate infinite con Angelo, Raffaele, Brunella, Giovanna, Paolino... Che bei tempi.
Non ne ho nostalgia perché ho vissuto quelle stagioni intensamente, immerso come nel blu profondo. Semmai guardo alla generazione che ho davanti, a mio figlio appunto, ai miei ragazzi che crescono e penso al fatto che non ero, che non sono pronto. Non so come mai, ma nessuno mi ha messo in guardia su questo periodo di passaggio dal bambino all'uomo adulto, su quel camminare in equilibrio che chiamiamo adolescenza e che scombussola tutto quanto attorno. Quando ero piccolo sì, mi dicevano che l'adolescenza era un periodo frizzante, incerto, ma non quanto peggiore fosse affrontarla da genitore, quando l'adolescente desideroso d'indipendenza non sei tu, bensì colui o colei che fino a qualche mese prima pendeva dalle tue labbra ed era con te un tutt'uno. Forse non me l'ha detto nessuno, più probabilmente sono stato distratto io, che ho archiviato la mia, d'una adolescenza, senza appunto tener conto che sarebbe stato più arduo affrontarla dall'altra parte del muro, da genitore a stretto contatto con il vulcano. Se chiudo gli occhi vedo chiaramente che ero preparato a quanto mi sarebbe toccato avendo un neonato, con pappe, seggioloni, asilo, pupazzetti, carrozzine, passeggino, e un figlio piccolo, con i primi calci a un pallone, il grembiule del primo giorno di scuola, i cartoni animati alla tv, non invece un ragazzo alto come te e che fa i suoi primi passi nel mondo.
Per fortuna, pur con tutta la prudenza del caso, mi sono capitati in sorte ragazzi desiderosi di crescere e di costruirsi una propria personalità ponendo dei paletti ma senza cercare ogni volta il conflitto. Scrivo "per fortuna" perché posso permettermi di essere un padre di buona volontà anche se niente affatto preparato.

martedì 6 dicembre 2011

L'attimo fuggito (e se Nolan avesse ragione?)

Sto diventando vecchio. Me ne sono accorto ieri, rivendendo dopo anni "L'attimo fuggente". Per la prima volta ho pensato che la responsabilità del suicidio di Neil fosse anche del professor Keating, l'amato, adorato, ammiratissimo professor John Keating. Per la prima volta ho anche provato dispiacere, disperazione quasi, per il severissimo padre di Neil, per quel detestabile genitore che soffoca le aspirazioni del figlio, che ne inibisce la creatività, ma paga a prezzo carissimo le sue asprezze. E, ancor peggio, per la prima volta ho dubitato che avesse ragione anche il personaggio monocorde e vile rappresentato dal preside Nolan, quando avverte che è pericoloso instillare il seme della passione, del sogno, in una mente adolescenziale, per sua natura fragile.
Sto diventando vecchio e il bianco e nero non mi basta più, vedo le sfumature e cerco la giusta dose anche negli slanci.
Ci ho ripensato oggi, in due differenti occasioni. Stamattina, appena svegliato, e poi leggendo un messaggio che mi ha mandato Silvia riguardo a una insegnante dei suoi figli, rea di avere usato metodi didattici discutibili e non concordati con il resto del corpo docente, ma per questo messa in croce dai genitori e, quel che è peggio, con forza, violenza quasi, da parte dei colleghi.
"Ma è mai possibile che delle regole debbano considerarsi valevoli per sempre secula seculorum amen? Se i risultati non ci sono perchè non aggiustare il tiro? Chi mina dall'interno un sistema, qualunque esso sia, viene eliminato anche se è apportatore di novità che, poste in modo corretto, possono essere interessanti e costruttive". Se lo chiede Silvia, girando la domanda a me, che non ho risposte. Certo mi piacerebbe che i miei figli non crescano omologati, forgiati con lo stampino, inquadrati e imbalsamati. Per lo stesso motivo, però, vorrei fosse posta attenzione al loro punto di crescita, alla maturità effettiva. Una crescita che li aiuti a puntare in alto senza farli immediamente cadere.

Foto by Leonora