- Parlarci con riguardo.
- Evitare sdegno, indignazione, sarcasmo, scherno, rabbia.
- Mettere un freno alla lingua.
- Contare fino a dieci prima di aprire la bocca o scrivere sui social.
- Non replicare a tono se il tono altrui è quello dell’aggressività, dell’irritazione, del sospetto, della supponenza.
- Pensare che l’altro o l’altra, qualsiasi altra o altro, hanno una fragilità, una debolezza, un punto di rottura.
Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
sabato 31 dicembre 2022
Parole senza spine (Felice viaggio)
venerdì 3 dicembre 2021
A bordo lacrima (Una luce nel buio)
"A volte voglio chiamarti, ma so che non ci sarai". Ascolto la canzone ad occhi chiusi, con una lacrima, una sola, che non scende, incastrata al margine dell'occhio.
Buio è tutto attorno e struggente quella musica, l'emozione che ha innescato, toccando un nervo, accomunando ogni essere umano, rendendo fratelli e sorelle tutti e tutte, poiché tutte e tutti lo possediamo, pure quando non ce ne accorgiamo, anche se lo seppelliamo sotto una coltre spessa di indifferenza, per protezione o cinismo.
Ripenso alle molte parole taciute, ai sentimenti che per incuria e pigrizia non ho esplicitato, alle decine di persone a cui sono legato evitando però di rifare di tanto in tanto l'asola, come se fosse superfluo, rimandando e rimandando, scacciando l'ipotesi del troppo tardi, che arrivi un giorno in cui mi sarà impossibile farlo, anche volendolo.
Questo Natale, il prossimo, vorrei io farmi un regalo, partendo da lontano, scrivendo a più persone possibili, dicendo perché sono speciali, il bene che provo e mi unisce loro.
Dopo tutto, a questo servono le feste, anche per chi mal le sopporta e spera di saltare a piè pari a gennaio inoltrato: che piaccia o meno, esse sono un'occasione, lo spunto, il pretesto per un coraggio che nel resto dell'anno non troviamo, l'esame di riparazione del sentimento umano.
P.S. Questa è la canzone in cui mi sono imbattuto, qui invece si trova il testo. Per chi amasse più il cinema della musica, credo che l'ultimo film di Sorrentino produca lo stesso effetto.
La lacrima invece, una sola, non è scesa, forse per un motivo: sono un uomo fortunato o distratto, infatti alle persone che nella mia vita contano o hanno contato di più, ciò che di intimo e vero potevo dire mi pare di averlo detto. E anche questo blog, nelle centinaia di post da cui è formato, contiene spesso lettere messe nero su bianco, che i destinatari hanno già ricevuto e per i quali rimane sempre a disposizione, finché avranno memoria, finché lo vorranno.
mercoledì 6 ottobre 2021
Se questa è una donna (Parole nuove)
domenica 4 aprile 2021
Coltivare (Il silenzio)
Chiudo gli occhi davanti alla tv dei “talk show”, del reiterato teatrino recitato a soggetto; chiudo gli occhi nei discorsi di chi parla più di un minuto; chiudo gli occhi persino in chiesa, dove mi pare si moltiplichino le parole per colmare il vuoto di un’istituzione che fatica a leggere i segni del tempo.
La faccio breve, per non esagerare anch'io: il luogo in cui mi trovo meglio, in questi mesi, non per caso è il giardino. Che ha due meriti: allena al silenzio e mi ammaestra alla pazienza, a una crescita non percepibile con lo sguardo.
P.S. In giardino gli occhi occorre tenerli aperti per la causa (gli atti di cura dell’uomo, il coltivare), non per l’effetto, il mutare della natura, che ha un altro passo, inarrestabile e inafferrabile, così lento che i nostri sensi non riescono a coglierne il mentre, il presente, ma soltanto un prima e il dopo, il non ancora avvenuto e il già successo.
domenica 28 febbraio 2021
Maestro febbraio (La buccia e il nocciolo)
venerdì 11 gennaio 2019
Fabrizio e l'Orso (Scriviamoci più spesso)
"Le parole che avrebbe potuto ancora dirci".
Ne ha nostalgia, David, che mi ricorda i vent'anni dall'addio di De André, e provo desiderio di ascoltarle pure io.
Non soltanto di De Andrè, anche delle molte persone che ho conosciuto e che tuttora incontro, riproponendomi e scordandomi ogni volta, inevitabilmente, di fissarle negli occhi, di guardarvi con attenzione dentro.
Corro veloce, anche sui volti e sulle storie di chi mi è sovente accanto, così come di coloro contro cui incoccio, per caso. Perciò, ad inizio anno, mi sono ripromesso di fermarmi più spesso, ritagliandomi del tempo per scrivere lettere, per avviare una corrispondenza meno banale del semplice saluto.
Una forma, quella epistolare, che a ben guardare utilizzo sempre più frequentemente in questo blog, rispondendo all'esigenza di evitare il monologo e avviare il dialogo.
P.S. Oggi è nato il figlio di Luca "il Drugo", collega e amico, che ha scelto per il bimbo un nome spiccio quanto impegnativo: Orso. A lui dedico questo puzzle di frasi delle canzoni di De Andrè, che proprio David mi ha "regalato" (poiché anche io e David un po' "Orso" lo siamo).
"Pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra. Io nel vedere quest’uomo che muore madre io provo dolore: nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore. E se questo vuol dire rubare questo filo di pane tra miseria e fortuna, alla specchio di questa kampina ai miei occhi limpidi come un addio, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di dio. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. Vanno, vengono, per una vera mille sono finte e si mettono lì tra noi e il cielo per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore “tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”. Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso, il lampo in un orecchio e nell’altro il paradiso. Dio di misericordia il tuo bel paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura, l’inferno esiste solo per chi ne ha paura. Tu che mi ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria. Mia madre mi disse non devi giocare con gli zingari nel bosco. E scappò via con la paura di arrugginire, il giornale di ieri lo dà morto arrugginito, i becchini ne raccolgono spesso tra la gente che si lascia piovere addosso. E tu piano posasti le dita all’orlo della sua fronte: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte. Ma gli occhi dei poveri piangono altrove, non sono venuti a esibire un dolore che alla via della croce ha proibito l’ingresso a chi ti ama come se stesso. Ma a cuiuassi no riscisini l’aina e l’omu, che da li documenti escisini fratili in primu. Non mi uccise la morte ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà. E un giudice, un giudice con la faccia da uomo, mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione. Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato. Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore. Passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa pioggia sottile come passa il dolore. Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco, non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti".
venerdì 10 novembre 2017
Le parole masticate (Breve manuale di comportamento social)
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| Foto by Leonora |
Lo scrivo a compenso di una misura che sta raggiungendo il colmo, affranto, più che irritato, da un'irruenza, da una violenza, da un'aggressività che non comprendo, men che meno in me stesso, se non quando pesto un dito del piede contro lo spigolo del letto o allorché mi casca la bottiglia dell'olio sul pavimento.
Non sono bigotto, di pari passo detesto pure il politicamente corretto, il silenzio ipocrita, il falso buonismo e il miele versato su tutto, ma il tono e il contenuto becero di certi post, di certi commenti, mi schiantano proprio, mi prostrano come avviene per un lutto, la sconfitta della squadra del cuore, un lungo digiuno.
Ecco allora perché, senza tirarla lunga, vorrei condividere un brevissimo "Manuale di comportamento per amici o aspiranti tali", prendendo a prestito una frase che ripeteva spesso alla moglie un mio parente alla lontana, Ugo, camionista per mestiere e saggio per vocazione, persona che parlava nulla o poco: "Le parole, prima di dirle, bisognerebbe masticarle".
P.S. Masticarle, non vomitarle. Come invece accade spesso.
martedì 10 febbraio 2015
Immagini e parole (io, nel mezzo)
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| Foto by Leonora |
Provo a riflettermi a specchio nelle sue parole, scoprendo che per me non è così, che anche nei periodi bui, quelli in cui il cielo non ha bordi ed è grigio, scrivere per me resta uno squarcio d'azzurro, un pozzo d'acqua miracoloso, perché attingo pure buttandoci le cose dentro. Posso astenermi, rimanere a lungo in silenzio, ma mai di fronte al bianco del computer acceso provo smarrimento. Semmai l'ostacolo è nel principio, nel mettere in fila le prime sillabe, poi procedo spedito.
Lo spunto, l'occasione, è tutto.
Anche perciò sono grato al lavoro che sto facendo e in particolare a uno dei progetti che seguo meglio. Si chiama Storylab, per ora è circoscritto a Bergamo e provincia, ma già così è fonte d'spirazione ricchissimo. Ne avevo già parlato (questo il post), la novità è che da un mese a questa parte c'è un blog ed è lì che in pratica ogni giorno mi cimento, proponendo una foto e appiccicandoci accanto un pensiero, di cui vado fiero, con l'incoscienza e la faziosità indulgente che ha un genitore di fronte alla creatura che porta in grembo. Una debolezza di cui chiedo scusa, ma senza rimorso. Delle molte tracce che lasciamo, nessuna delle quali destinata a durare in eterno, questa è tra quelle che mi fa sentire più utile, non un perditempo.
P.S. Per chi volesse appuntarselo, qui trovate tutti i post del blog di Storylab






