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venerdì 1 settembre 2023

Comincia per D (Il valore della diversità)

"Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi ad un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna".
Margaret Thatcher

Detesto lusinghe e adulazioni, diffido delle generalizzazioni, credo profondamente nel valore della diversità. Compresa quella tra generi.
Un preambolo debole per una dichiarazione d'ammirazione forte, nei confronti non di una categoria, bensì delle molte donne che conosco, con nomi, volti, storie.
Mentre scrivo è come le avessi una ad una davanti agli occhi, ciascuna con la propria singolarità, molte con tratti comuni: la bellezza - intesa non come estetica, bensì come riflesso della parte più intima, più originale della propria identità, che potremmo chiamare anche "anima" - la sensibilità, l'intelligenza, il pragmatismo che sovente le distingue.
Nei loro confronti mi sento principalmente debitore. Non come Giorgio in sé, che potrebbe anche starci, bensì come uomo, maschio, apice di una tradizione che ha molti pregi, ma altresì storture che è nostro dovere raddrizzare. Penso al ruolo all'interno della famiglia, alla suddivisione rigida dei compiti, alla prevalenza della forza, alla mancata parità in fatto di riconoscimento, retribuzione, potere.
Un fattore culturale che non si cambia a suon di slogan o limitandosi alla stesura di leggi, regolamenti, bensì con l'educazione. Partendo dai figli. Dai figli maschi, in particolare.
Educare al rispetto, alla giustizia, all'eguaglianza, alla nobiltà d'animo, alla generosità, ma prima ancora all'empatia. Mettersi nei panni dell'altro, dell'altra, sentire sulla propria pelle ciò che può provare, proiettare dentro sé le sue paure, gli imbarazzi, le frustrazioni, il dolore, viverlo, come se capitasse a noi e non a qualcuno ch'è banalmente estraneo, distante.

P.S. I figli vanno educati, ma i figli a loro volta educano. Debbo alla mia secondogenita, Giorgia, quella che definire una "conversione" sarebbe esagerato, certo però è un modo diverso di vedere e valutare le cose. Anche perché dei "convertiti" non ho il sacro furore. Piuttosto, a spronarmi, è una ferma consapevolezza: la convinzione che proprio perché siamo differenti è insieme che - confrontandoci, discutendo, aiutandoci vicendevolmente - possiamo trasformare il mondo in un posto migliore. 

venerdì 26 novembre 2021

Le parole giuste (Contro la violenza e non solo)

Lo debbo a te, a voi, che fate parte della mia vita, che alla vita di tutti date origine e senso, consapevole che la giornata contro la violenza sulle donne non era soltanto ieri, ma ogni giorno, e che vi dobbiamo assai più di un'assenza - seppur di ferocia, crudeltà, brutalità, aggressività, sopruso, abuso, prepotenza, maltrattamento, sopraffazione, costrizione, violazione, persecuzione, oppressione, offesa, stupro - bensì parità ed eguaglianza, di fatto.
Ve lo dobbiamo non come concessione, semmai come riconoscimento, un dato di realtà a cui va dato corso, partendo dalle piccole cose, innanzi tutto dalle parole, che sono pietre, non foglie al vento.
Me lo hai ricordato tu, dedicando la tesi di laurea proprio a questo, al linguaggio e all'importanza che esso ha nel dare forma alla realtà, spesso senza che ce ne accorgiamo, ponendo "l'uomo, il maschio, come centrale, dominante, e rafforzando stereotipi maschili e femminili, che non fanno male soltanto alle donne, ma all'intera società in cui viviamo".
Sono profondamente convinto che un cambiamento reale sia possibile e passi da qui, dal verbo che si fa carne, dalle parole che scegliamo e dalle persone che siete voi, le generazioni più giovani, con l'occasione di non ripetere gli errori di chi vi ha preceduto e nel contempo giovarvi delle lezioni migliori, degli esempi di coloro che prima di voi hanno avuto chiarezza di visione, certezza nel distinguere giusto e sbagliato.


P.S. Chiedo scusa, figlia mia, se per spiegarmi meglio prendo a prestito il finale della tua tesi, che discuterai a breve e che contiene in poche righe ciò che mi pare il nocciolo, quanto in così estrema sintesi non riuscirei a scrivere io.

Usare un linguaggio corretto non è un vezzo o un'ulteriore passo verso l'appiattimento, verso il pensiero unico dell'omologazione, verso un essere asessuato, in cui le diversità vengono eliminate in nome dell'eguaglianza.
Semmai è proprio il contrario: usare un linguaggio corretto evidenzia e rimarca ancor di più le differenze, rendendo proprio per questo dirimente il tema dell’eguaglianza, evitando di confondere i due piani concettuali, quello dell’essere medesimo e quello dell’essere uguale.
L’opposto dell’uguaglianza è infatti la disuguaglianza, non la differenza: lavorare per contrastare la disuguaglianza non significa eliminare le specificità di ognuno, bensì costruire un ambiente inclusivo che valorizzi le diversità, che permetta la libera espressione delle originali singolarità e che realizzi, in un'ultima analisi, un mondo migliore in cui vivere, tutti, insieme.

mercoledì 6 ottobre 2021

Se questa è una donna (Parole nuove)

"Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole...". 
(Primo Levi)

Parole vecchie, parole nuove, parole che aprono una via e altre che chiudono un cerchio, parole che limitano, parole che ampliano, parole come strumento, parole che raccontano, che influenzano, parole che cambiano il comportamento.
Prendo a prestito una tesi e una frase.
La frase è quella qui sopra, di Levi, in corsivo.
La tesi è quella di mia figlia, che consegnerà a novembre e che sta ancora elaborando, il cui primo capitolo tratta proprio "il linguaggio che riflette ma anche influenza la società" (Alessandro Zucchi).
Metto nella centrifuga il tutto, confidando di cavarne un succo accettabile, abbinando un'ultima citazione, tratta dalla cronaca delle pagine di spettacolo di un quotidiano, del maggio scorso: “A Cannes è arrivata Jodie Foster con la moglie Alexandra Hedison”.
La moglie. Chi decide che Alexandra Hedison di Jodie Foster è la moglie e non il marito? E se anche lo fosse, se si ritenesse tale, qual è l'essenza che la determina, perché l'una e non l'altra e viceversa?
Possiamo affrontare l'argomento oppure scansarlo, ciò non impedirà alla realtà di andare avanti, di evolvere, trascinandosi dietro il linguaggio, oppure trovare parole calzanti o nuove e - come teorizza Zucchi - far sì che il linguaggio condizioni la società, non limitandosi a rappresentarla.
Di certo, per quanto possa urtare (e urta me, per primo, lo ammetto, che oltre ad appartenere pienamente al mio tempo ho per la significato corretto delle parole particolare attenzione e riguardo, tanto che ancor oggi non riesco proprio a dire "la sindachessa" o "la ministra") il cambiamento è irreversibile, assicurato, poiché s'inserisce nel solco di un processo che dura secoli, a volte lento, a volte svelto, orientato sempre più all'addomesticamento, a una civiltà inclusiva, tollerante, mite, gregaria, in cui tenersi per mano prevale sul darsi uno schiaffo.


P.S. Che poi la tesi di mia figlia e la frase di Primo Levi si intrecciano. La frase completa della citazione di Levi è infatti: "Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo". Levi - figlio del suo tempo e pure del nostro, di quello in cui sono cresciuto - utilizza la parola "uomo", escludendo la donna, anche se sono certo volesse includerla, poiché l'uomo che cita non è il maschio, bensì l'essere umano, di qualsiasi genere.
Ciò che concediamo dunque alla poesia e anche alla prosa, dovremmo restituire nel linguaggio comune, nel saggio: le parole sono per natura mutevoli, ma innanzi tutto un "simbolo", qualcosa che letteralmente unisce. Spetta a noi coniarne di nuove, di giuste, e non utilizzarle per dividerci, su tutto.

lunedì 8 marzo 2021

Il regalo∞ (Un otto, sdraiato)

Un otto sdraiato (∞) è il segno dell'infinito e infinita potrebbe apparire la distanza per congiungere due eventi che ricorrono in questo 8 marzo: la festa delle donne e l'ottantesimo compleanno di Ambrogio.
Invece un punto e croce in comune io lo noto.
Concerne il nesso tra riconoscenza e miglioramento, tra tradizione e progresso, tra vecchio e nuovo.
Non parlerò allora della festa né di Ambrogio, bensì delle donne e della generazione che ci ha immediatamente preceduto, quella di chi oggi ha settanta o ottant'anni, ovvero tutte le persone a cui dobbiamo il benessere di cui godiamo, i giganti le cui spalle ci hanno innalzato, senza le quali non avremmo tutte le opportunità che oggi abbondano.
La stessa generazione di mio padre, per intenderci, a cui non smetterò mai di essere grato e che per certi aspetti era avanti anni luce, un illuminato proprio, ma per altri restava ancorato a schemi fissi, che oggi mi appaiono in tutta la loro inadeguatezza, che stridono come unghie sui vetri in base alla sensibilità maturata nel tempo.
Ho citato le donne, non per caso. Io stesso sono figlio della concezione rigida secondo la quale l'uomo, il maschio, usciva a lavorare e la donna, la femmina, badava alle faccende domestiche, ad accudire prole e casa. Anche chi non faceva la casalinga e aveva un mestiere che la impegnava otto ore al giorno, come mia madre, era scontato che al ritorno a casa le spettasse pulire, stirare, lavare, cucinare...
In pratica è come se in una corsa, qualcuno dovesse gareggiare portando in più sulla schiena una zaino colmo di sassi, un fardello.
Inaccettabile, oltre che iniquo, ingiusto. Non soltanto per i miei figli, né per me, anche per lo stesso Ambrogio o per mio padre, se fosse ancora vivo, a ragionarci ora, ne sono certo (poiché una migliore sensibilità non è discesa dal cielo, né germogliata nel deserto, bensì si è formata "in virtù" della generazione che pian piano ci sta salutando, non "nonostante" essa).
Il vero regalo allora - come alternativa alla mimosa o, per i più generosi, in aggiunta ad essa - è lo scrollarci di dosso pregiudizi, vecchi stereotipi e cattive abitudini che di fatto penalizzano, discriminano.
Non una benevola concessione, bensì la presa di coscienza di un torto evidente e l'opportunità di porvi definitivamente rimedio (da parte mia, ad esempio, spendendo qualche parola meno e pulendo casa o cucinando, di più).

P.S. Quello che avevo da dire ad Ambrogio gliel'ho detto, lasciandogli ieri sul tavolo una bottiglia di vino e una lettera, per raccontargli ciò che a voce non riuscirei, per una sorta di pudore, di imbarazzo. Qui aggiungo soltanto un dettaglio, scrivendo che per lui provo una stima e un bene immensi, che somigliano proprio a un otto, sdraiato.

venerdì 16 ottobre 2020

Dritto negli occhi (Guardarci, meglio)

Quello che le donne non dicono lo si legge dagli occhi, quegli stessi occhi che Modigliani non dipingeva poiché - si dice - gli era impossibile cogliere l'anima dell'altro.
Se c'è un dito di bicchiere pieno, in tutto il vuoto che le attuali restrizioni, imposizioni, precauzioni, prevenzioni impongono, credo sia questo: il risalto degli occhi nel viso dalle mascherine coperto.
Mi capita di pensarci spesso, in questi giorni, incrociando gli altri per strada, al bar, nei corridoi, in foto, facendo caso a ciò che prima era soltanto un dettaglio. La forma, il colore, il taglio, l'intensità dello sguardo, la profondità, la sensualità, la varietà, l'unicità, il magnetismo, l'essenza che gli occhi rappresentano.
Potrei dire che ora capisco meglio civiltà che per tradizione velano il volto, lasciando scoperto soltanto tra fronte e naso o, per eccesso di zelo, coprono pure quello.
Non è così.
Che lasciando esposti soltanto gli occhi il concetto di bellezza sia più uniforme, più egualitario, lo sapevo già e non era comunque sufficiente per farmelo preferire alla libertà di mostrarsi completamente, all'accettazione di sé totale, senza usare scorciatoie o l'espediente di ridurre i tratti distintivi ad uno.
Semmai la consapevolezza che questi giorni ardui consegnano è che per conoscerci, per capirci, per intenderci, non soltanto dobbiamo parlarci di più, ma guardarci negli occhi, meglio.

P.S. Gli occhi seducono. Conducono a sé, portano a noi l'altro e all'altro noi, collegano intimamente impiegando un tempo infinitesimale, una frazione di secondo.
La chiamiamo "magia" poiché siamo incapaci di spiegarlo in alcun modo, né con la chimica, la fisica, qualsiasi altra disciplina che studiamo nel libri o applichiamo in laboratorio.
Gli occhi siamo noi, interi, ridotti in un centimetro quadro.

giovedì 20 agosto 2020

A spalle dritte (La differenza in una goccia)

Le spalle dritte. Ricorda di tenerle sempre, non soltanto per il motivo che così sei ancora più bella, bensì poiché esse sono il segno di chi indossa orgogliosa la propria essenza, la propria originalità e inviolabilità di essere umano, prima ancora che di donna.
Anche se, a dire il vero, non è dalle spalle dritte che si nota la tua fierezza, la personalità forte, unica.
Quella infatti si distingue dallo sguardo, da come osservi l’altro quando sei interessata, curiosa, e ancor più nell'istante in cui ti salta la mosca al naso e ti arrabbi, sale in te una furia.
Uno sguardo che pare il crogiolo di una fucina, tant'è bollente, eppure nello stesso tempo raggela.
Occhi duri, rivestiti come d’una patina, un misto di durezza, superiorità e indifferenza.
Per fortuna li ho incrociati di rado e mai a lungo, non più di un paio d’attimi, prima che la volontà rimettesse le briglie all'istinto e tornassi ad essere la persona comprensiva e buona che sei, che conosco, che stimo, che ogni giorno riesce a farmi breccia.
Quel lampo è gemello in ogni donna, almeno di quelle che ho conosciuto io - chi poco chi tanto, chi per sangue chi per scelta, chi per una vita chi per pochi mesi chi per una sera, chi sorella madre moglie amica complice compagna - e, pur se lo temo, lo considero una fortuna, poiché mi mette in guardia, mi avvisa, mentre l’eccesso di bontà, la sottomissione, l’arrendevolezza, rischierebbero di far ignorare il limite, come quando cade troppa neve e non si distingue più qual è la pista, la strada.
Non è una giustificazione, semmai un aggravante per chi sbaglia, e insieme un invito a non lasciare margine, a non accettare nemmeno il principio di una pena per quanti si trovano sul lato debole della barricata.
In giorni in cui la cronaca riporta nuovi delitti, altre prevaricazioni del più forte sul debole, mi vengono in mente le tue spalle dritte e sento sulle mie il peso di non fare abbastanza, di non mettere a dimora a sufficienza il seme del rispetto, della non violenza, dell’accettazione delle decisioni altrui, della tolleranza.
Per questo ho scritto questo post, affinché chi si ritiene debole trovi forza e chi sospetta o intuisce qualcosa che non va abbia il coraggio di non voltare dall'altra parte la faccia.

P.S. Queste parole arruffate sono una goccia nel mare, ne sono consapevole. Però il mare ha questo di bello, di grande: è fatto da ogni singola goccia.

sabato 1 agosto 2020

Donne (La diversità come valore)

"Sono contenta di avere due figli maschi. Così potrò crescerli facendo loro un mazzo così, facendo capire cosa significa rispettare, dare valore, considerare alla pari una donna". Me lo dice d'un fiato, fissandomi con quei suoi occhi celesti d'un celeste che pare un lago di montagna e uno sguardo che - per un lampo - di dolce non ha nulla, pur se sorride, un sorriso che rivela determinazione senza mascherarla.
Eravamo entrati in argomento tra colleghi non per caso, considerato che in questi mesi ne parlo parecchio, specialmente con mia figlia, che ha una vita davanti e di buono vorrei non le fosse precluso nulla.
Sono anni che insisto con Giorgia, l'unica figlia femmina. D'un tratto ho realizzato che la chiave di volta sono gli altri tre, i figli maschi, poiché dalla loro sensibilità, dalla loro consapevolezza, dipende la capacità di inclusione, il rispetto delle diversità, delle pari opportunità e più in generale il futuro del mondo.
Non la sopravvivenza: la forma.
La forma della società che vogliamo costruire, delle comunità che desideriamo abitare, delle famiglie nelle quali vivere, tenendo il buono di ciò che abbiamo ricevuto in eredità e scartando il gramo, a cominciare da una divisione rigida dei ruoli, dalla mancata valorizzazione delle diversità, dal mantenimento di stereotipi triti, che meritano di essere archiviati senza una lacrima.
Evito di puntare il dito contro altri, mi accorgo di esser stato cresciuto io per primo con una mentalità che oggi mi pare fuori luogo, stretta, ottusa. Ad essa mi sono adattato, ne ho preso ciò che era comodo, vantaggioso, egoisticamente utile. Per questo non sono innocente, per questo non voglio apparire migliore di quanto non sia, per questo voglio assumermi responsabilità, chiedendo scusa e contribuendo concretamente, nei fatti e non soltanto a parole, per deviare il corso della strada.
Non ne faccio una questione di quote (aborro le quote! Come se intelligenza e buon senso potessero essere sostituiti dall'aritmetica) e nemmeno di eguaglianza, che uguali non lo siamo affatto, non lo è nessuno, né mai né ora. Anzi, ne faccio una questione di ineguaglianza, di diversità, intendendola come un valore, una risorsa, una ricchezza. 
Ma la diversità diventa valore, risorsa, ricchezza, soltanto se accompagnata da equità, pari opportunità, giustizia.
Ecco perché ha ragione quella mamma, che parla a ragion veduta, sperimentando ogni giorno sulla propria pelle la ruggine di un meccanismo che non ingrana.
Per ottenere un cambio di mentalità non basta la consapevolezza femminile, occorre anche e soprattutto quella maschile, unita a comprensione reciproca, aiuto vicendevole e solidarietà tra generi, invece di contrapposizione ottusa, becera, ostinata.

P.S. Sono grato a molte persone che in questi giorni contribuiscono a mettere a fuoco il problema, che non soltanto accettano, ma stimolano il confronto, si mettono per prime in discussione, offrono intuizioni, riflessioni, punti di vista. A una, in particolare, debbo riconoscenza, poiché con un atto di coraggio mi ha reso partecipe del percorso che stanno compiendo nell'azienda in cui lavora, mostrandomi una delle tante "piccole grandi" battaglie che vengono combattute senza pubblicità, senza l'attenzione dei mass media, con quei gesti apparentemente minuscoli che alla fine cambiano davvero il mondo, nell'essenza.

giovedì 9 marzo 2017

L'otto e il nove (Sette consigli non richiesti a mia figlia)

Foto by Leonora
Ti scrivo il 9 e non l'8 marzo, Giorgina, perché non può essere uno soltanto il giorno di festa dedicato alla donna. E lo faccio qui, mettendo in fila sette consigli non richiesti, poiché non sarei in pace se badassi soltanto a te, alla felicità di mia figlia, ignorando che al pari tuo ciascuna donna merita di essere felice, serena.
Uno. Sii capace di bastare a te stessa. Cerca, com'è naturale che sia, qualcuno che sappia farti sentire completa ma completa non dimenticare che lo sei già tu: soltanto se per prima ti vorrai bene riuscirai a voler bene pure all'altro, agli altri, a chiunque incontri sulla tua strada.
Due. Sentiti ogni giorno una principessa, una regina. Innanzi tutto perché per qualcuno - per me, per tua madre, per molti altri - una principessa lo sei veramente, ma se anche tua madre ed io e molti altri non ci fossero più, ricorda che principessa, regina, lo sei da te, avendo radici profonde, appartenendo a una genia millenaria e avendo la dignità di essere umano, una tra le creature più meravigliose che ci sia.
Tre. Ricorda che sei stata desiderata, attesa, amata fin dal primo spasmo di vita, fin da quando non eri che un'asola di cromosomi, un punto indefinito nell'ecografia. Un amore che spero abbia generato e saldato la tua autostima: non permettere a nessuno di minarla, di incrinarla, men che meno di cancellarla.
Quattro. Rifuggi le relazioni con chi ogni giorno ti toglie serenità, sicurezza, gioia. Allontana presto, senza ripensamenti, chi giudica con sufficienza ciò che fai, chi ti mette a confronto con gli altri, che ti fa sentire a disagio e pian piano azzera la fiducia in te stessa.
Cinque. Cogli immediatamente i segnali del disagio, non attendere un giorno in più, non dire mai: "Forse ha ragione, forse sono inadeguata, sbagliata, forse la colpa è mia". Il baratro non è mai una porta spalancata all'improvviso, semmai è un scivolare lento, inesorabile, impercettibile fino a che è troppo tardi e per uscirne occorre la mano di chi ti prende per i capelli e da fuori ti aiuta.
Sei. Misura chi ti è accanto dalla positività che ti sa trasmettere, dal sorriso che ti dipinge sul volto, dal rispetto che ti porta e dall'ammirazione, dalla stima, prima ancora che dall'amore, con cui ti guarda.
Sette. Rammenta che non sei e non sarai mai inadeguata e che nessun sbaglio merita di non essere perdonato, da te per prima. Ogni sera ci addormentiamo e ogni giorno ci svegliamo, ci mettiamo in cammino, così avviene anche nelle vicende della vita: se ci si vuole bene ad ogni caduta ci si rialza.

P.S. Ti chiamo Giorgina, ma sei una donna ormai. Da parecchio ti reggi sulle gambe, ragioni con la tua testa. Per me, per me solo e per tua mamma, per tua nonna, resterai sempre la bambina che eri, però è dal primo giorno in cui sei nata che ci prepariamo a vederti "uscire dal cancello", percorrere la tua strada. Come per i tuoi fratelli, abbiamo cercato di non tenerti in una bolla di vetro, togliendoti dal mondo, risparmiandoti rischi e pericoli. Piuttosto abbiamo tentato di farti crescere, affinché potessi andare oltre la porta di casa, insegnandoti ad affrontarli quei pericoli, quei rischi, sapendo che in ogni caso il destino non è mai in mano completamente nostra. Sii forte allora, credi in te stessa. La strada che intraprendi è la stessa di milioni, miliardi di ragazze prima e dopo di te, non avere timore di nulla.
Ti vogliamo bene e bene devi volerti tu. Questo è quello che conta.

giovedì 19 febbraio 2015

Una sfumatura di grigio (la pornografia del cervello)

Foto by Leonora
A chi domanda come faccio a scrivere qui di vicende intime e personalissime, rispondo che questa è la parte più pubblica della mia vita meno privata. Sono sempre io, ma non tutto, soltanto una parte, quella che scelgo di esporre, omettendo le mancanze, le meschinità e le ombre che distinguono ciascun essere umano, me compreso.
È questa la ragione per cui quando qualcuno in buona fede eccede nei complimenti (“Come sono fortunate le persone che ti sono accanto!”) lo stoppo subito: non per falsa modestia, bensì con la consapevolezza di essere ben peggiore di come sembro, oppure migliore, visto che in genere diffido dei tipi troppo per bene, che sembrano usciti dalla casa del Mulino Bianco, lindi e splendidi, senza nemmeno un grammo di farina o una stilla di sudore, una macchia di sugo...
Del resto, basterebbe chiedere a chi mi è a fianco davvero – Isabella, mia madre, Giacomo, Giorgia, Giovanni… - per scoprire limiti e bassezze che stridono come unghie sul vetro e, se rese pubbliche, mi farebbero diventar paonazzo.
In queste settimane mi è capitato di dialogare con un paio di persone che esprimono anch'esse una parte di loro stesse, celandosi però con il velo dell'anonimato, per "appagare un po' di voglia di esibizionismo e provocazione" soprattutto. Di solito glisso e passo oltre, non perché sia un bacchettone, piuttosto poiché le carte scoperte sono l'unica condizione che pretendo per dare sincerità e riceverla indietro. Esistono tuttavia delle eccezioni che meritano, perché mi aiutano a comprendere non soltanto loro, ma anche me stesso.
A tali persone sono grato per tutte le volte che abbandonano le maschere e rivelano il lato più intimo, che non ha nulla a che vedere con un lembo di pelle nuda o con le fantasie piccanti, ma con l'essenza più vera di ogni essere umano, con il bisogno di entrare in relazione, di capire e capirsi, aprendo la testa, il cuore e null'altro. Una pornografia ben più potente di quella adesso a disposizione ad ogni ora del giorno e per qualsiasi gusto (tanto che persino lo scabroso non sa cosa inventarsi per recuperare un briciolo dell'interesse perduto).
Qui ci starebbe bene un bel "O tempora, o mores" sul bombordamento che subiscono ragazzi e adolescenti della Internet generation, a cui nulla è celato e che prima o poi dovranno fare i conti con questo eccesso di esposizione, a differenza di chi ha la mia età, per cui sbirciare un reggiseno sul Postal Market era un evento. Non lo farò. Non aggiungerò una riga per rimpiangere i bei tempi passati, che poi tanto belli nemmeno erano. Siamo campati noi con il gramo, camperanno pure loro con il molto, forse anche l'esagerato.
P.S. Una postilla, per "Porcellina premurosa" e "Meraviglioso padrone": tranquilli, non stavo parlando di voi.

sabato 30 novembre 2013

Valeria

Foto by Leonora
Dico sempre che ci sono sottili fili rossi che ci uniscono alle persone: alcuni li seguiamo passo passo, di qualcuno non ne veniamo mai a capo, altri vanno e vengono, altri ancora rimangono sotto traccia mesi, anni, per poi riannodarsi all'improvviso. Com'è capitato con Valeria, che non vedevo da un sacco e con cui neppure mi scrivevo. Eppure avvertivo la sua presenza, discreta, costante, quasi una mano sulla spalla che mi accompagnava e che potevo distinguere in piccoli gesti, moderne briciole di pane lasciate sui sentieri dei social network.
Ho rivisto Valeria l'altro giorno, tale e quale a come la ricordavo, forse con una luce diversa negli occhi, ma sempre spigliata, indipendente, decisa a non restare indietro un passo, una di quelle donne che apprezzano le galanterie ma a patto che il rapporto alla pari non sia pregiudicato.
Valeria fa il mio lavoro. Non questo, l'attuale, bensì quello che ho fatto prima di diventare giornalista, e che in fondo non ho abbandonato mai, perché non si fa l'assistente sociale ma si è assistente sociale sempre, dentro, ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all'anno.
Anche su questo abbiamo scherzato, bevendoci uno spritz e raccontandoci a voce il riassunto delle puntate precendenti, ciò che ci siamo persi nel frattempo, dagli affetti alla professione, dalle passioni ai dubbi esistenziali che distinguono o accumunano.
Stavo bene con lei e il tempo è volato, come sempre capita quando sono a mio agio. Valeria non ha avuto solo rose e fiori dalla vita, i crucci e le delusioni l'hanno scavata senza toglierle la terra sotto, rendendola forse più dura ma anche forte. L'ha salvata e la salva, per sua stessa ammissione, l'ironia, l'autoironia soprattutto, quel modo di guardare a se stessi con lievità, senza darsi eccessiva importanza e smarrire il sorriso.
E mentre era lì, di fronte a me, minuta e in apparenza fragile, le invidiavo la resistenza e la resilienza, la capacità di tornare alla forma originaria dopo esser pressata e strizzata per benino. Tra noi due quella forte è lei. Perciò, per quel che la conosco, Valeria resta per me un modello, un esempio. Volevo scriverlo qui, proprio oggi, nel giorno del suo compleanno.

sabato 14 aprile 2012

Mi piacciono le donne

Mi piacciono le donne con i tacchi. Non a spillo, non a mo' di trampoli, semplicemente alti, belli, importanti ("importante" è un aggettivo che ho letto sulle riviste femminili e ho capito che significa "grande ma sia detto senza offendere"). Mi piacciono le donne in genere, quelli con i tacchi di più. Detesto invece le "ballerine" (le scarpe, non le danzatrici), che mi rendo conto essere la massima espressione di comodità, eppure esteticamente mi fanno perdere la poesia, fosse anche quella di Kavavis o del buon Pablo Neruda, pace all'anima sua e dell'estate che aveva dentro. Una volta non ero così: mi piacevano anche le ragazze che indossavano le ballerine. Poi i gusti cambiano, cambio anch'io, e non sempre me ne vanto. Mi piacciono le donne semplici, ma curate. Non so perché sono entrato in una questione estetica spinosa quanto i rovi del prato avanti casa, dev'essere il retaggio d'un pensiero dapprima incosciente e poi rielaborato nel sonno, questa notte. Non ne conservo memoria, solo una sensazione. Mi piacciono le donne con i tacchi e quelle che sorridono, che non parlano per nulla, che sanno cosa dicono, che colgono il meglio di te senza detestare il peggio, sapendo che coesistono entrambi, che siamo metà angeli e metà demonio. Mi piacciono le donne e anche i maschi, pur se i maschi non li sfiorerei con un dito e con loro ho meno confidenza, non riesco ad avvertire alcun magnetismo, all'opposto di quanto avviene con l'altro sesso. Mi piacciono le donne anche se in questa fase della vita sono tranquillo, serenamente sposato (direi felicemente, ma mi viene in mente che "felicemente" è avverbio di peso e che come ho scritto nel post precedente la felicità perfetta non esiste, se non per un momento a cui - se si è fortunati - se ne aggiunge un altro e un altro ancora, possibilmente all'infinito). Mi piacciono le donne che mi prendono così come sono e quelle che mi fanno cambiare, piano piano, possibilmente in meglio. Mi piacciono le donne con i tacchi e di basso gradisco soltanto le infradito, al mare. Mi piacciono le donne a cui piace il mare, la spiaggia, la pelle salata, il sole al tramonto, l'odore di crema solare, la doccia la sera e i capelli bagnati, che con il caldo si asciugano e profumano di balsamo. Non so se mi sono mai innamorato. Amato e amante sì, ma d'un amore ch'è moto a luogo, senza pianoforti che suonano o sospiri e incanto. A volte, me ne rendo conto, mi sono innamorato dell'idea di innamorarmi, ma non è la stessa cosa: la differenza che passa tra il pensiero e il corpo, l'essenza fisica di ogni essere umano. Mi piacciono le donne e a loro chiedo scusa, se qui ne ho scritto a briglia sciolta, senza pensarci troppo. Con il tempo sono diventato meno malizioso e più romantico, l'animale c'è tuttora ma dorme, d'un sonno leggero. Il medesimo sonno zeppo di sogni che ho avuto stanotte, tornato dal lavoro ch'era quasi l'una e abbuffato di fragole al limone, conigli di cioccolato, patatine e un Bacardi Breezer ai frutti di bosco. La prossima volta, giuro, scaldo una tazza di brodo, dormo quieto quanto un bimbo e il giorno dopo scrivo di siepi da tagliare, libri da leggere, gite e passaggiate da fare, con scarpe comode, senza tacco.

Foto by Leonora

sabato 31 marzo 2012

George e Mildred (uomini e donne)

"Giorgio, lasciatelo dire: ogni tanto leggo il tuo blog e fai venire la carie ai denti". Lo dice sorridendo e di carie non ne ha, fa ridere anche me, con quel modo spiccio e schietto di dire le cose, a prova di vanità. La mia.
Non ne scrivo il nome perché so che si arrabbierebbe, ma la stimo e so che da lei sono stimato, a prescindere da tutto.
Mentre discutevo con altre due donne, mia moglie e mia figlia, stamattina ho realizzato uno spicchio ulteriore della differenza che divide i due universi, maschile e femminile. Non so se gli uomini vengono da Marte e le altre da Venere, non sono mai stato esperto di pianeti e quando guardo in alto, di notte, riconosco a malapena la stella polare e il grande carro.
Prendo a prestito un paragone diverso, letterario, per la precisione il "Siddharta" di Herman Hesse e la morale contenuta in un paragrafo: "Il senso della vita non sta nella meta, bensì nel viaggio".
Che sciocco sono stato e sono, quando dopo aver combattuto ad armi impari - lei con l'ostinazione e l'energia vitale di un furetto, io con l'indolente pigrizia del tasso - concedo finalmente ciò che vuole (cambiare la disposizione dei mobili nelle stanze dei ragazzi, il cancello elettrico, la poltrona che prima era su e ha voluto giù e poi ha preferito riportarla su e ora è giù ma forse sarebbe meglio su...) e immagino di averla finalmente placata, per un mese, facciamo una settimana, un giorno, qualche ora, un minuto! Nulla. Il cancello elettrico c'è ma gli armadi sono sempre troppo piccoli, il guardaroba è microscopico, la cucina cade a pezzi, i letti girati così non vanno bene, i divani non bastano e se bastano usiamo sempre quello, perché non lo spostiamo? Già. Perché non lo spostiamo? Forse perché lì dov'é va benissimo, è di un comodo che più comodo non si può e nessuno immaginerebbe spostarlo. Quasi nessuno. Qualcuna c'è e io l'ho sposata.
Così ogni tanto si scatena il braccio di ferro, che lei vince ai punti (non di sutura) salvo ripartire alla carica di nuovo, e io che mi arrabbio, sbuffo, faccio scene madri, che neanche Tiziano Ferro saprebbe lagnarsi meglio.
Oggi però, in un'assolata mattina di fine marzo, mentre il sole faceva capolino dal finestrone del soppalco, ho capito che sono io l'illuso, lo sciocco, che ha letto Siddharta anni e anni fa ma non ne ha capito l'applicazione concreta.
A Isabella, alle donne, non importa la meta (la poltrona al suo posto) bensì il viaggio (portiamola su, forse era meglio giù, sai che preferisco giù, su è molto meglio, pensavo di riportarla giù, non credi sia più funzionale su, quando la rimettiamo giù?).
Ecco perché adoro le donne. Con loro, se ne seguissimo pedissequamente le volontà, rischieremmo seriamente l'esaurimento nervoso e l'ernia al disco, ma senza staremmo ancora nella nostra bella caverna, con l'orso.

venerdì 4 marzo 2011

La biblioteca di Lurate Caccivio sarà femmina


Speriamo che sia femmina. E infatti lo sarà, la nuova "biblioteca / centro civico" di Lurate Caccivio, appena il sindaco si deciderà ad aprirla, comprendendo non solo ch'è giusto averla lì, dov'è stata progettata. E sono certo che sarà così. Non solo perché lo stesso sindaco Palamara prima o poi capirà che ha solo da guadagnarci a tagliare il nastro e fare bella figura ad inaugurare un'opera che praticamente s'è trovato già bella e pronta, piuttosto che tenerla bloccata per anni, con la vaga promessa che "forse, magari, può darsi, probabilmente" fra tre anni ci rimetterà una parte della scuola elementare. Tanto più che, se fosse lungimirante, potrebbe lo stesso perseguire il suo disegno, aprendo la "biblioteca / centro civico" e impegnandosi ugualmente a ristrutturare tutto il resto, secondo ciò che lui pensa giusto, rimettendo poi ordine ai vari edifici una volta che potrà farlo per davvero e non promettendo promettendo senza garanzia alcuna che riuscirà a fare questo e quello.

In ogni caso, non è del sindaco che volevo parlare, ma di tutti quegli uomini e quelle donne che si stanno impegnando non per soldi, non per gloria, non per potere, bensì per una semplice idea che reputano giusta. Soprattutto le donne. L'ho capito ieri sera, tornando a casa tardi, notando sulla rampa delle scale tre enormi cartelloni e un cesto di volantini che Isabella, insieme ad altre amiche, ha distribuito stamane al mercato. L'ho capito perché bisogna avere fede in un principio e sapere di essere nel giusto se ci si alza presto e si dedica l'unica mattinata libera della settimana per restare al freddo, sotto la pioggia, a parlare con la gente, accettando di discutere e sostenendo le proprie ragioni senza timore di giudizio alcuno. L'ho capito perché so quanto sanno essere generose ma soprattutto ostinate le donne, che a differenza di noi uomini sanno cos'è il puntiglio e una volta stabilito l'obiettivo, raramente mollano la presa prima di raggiungerlo. E sono proprio le donne l'anima vera di una battaglia che non ha alcun colore politico ed è trasversale, va da destra e sinistra, andata e ritorno, affrontando una semplice questione amministrativa, che però riguarda il nostro paese, la comunità in cui viviamo, il presente e soprattutto il futuro. Ecco perché non invidio il sindaco, professor Rocco Palamara, che potrà pure essere cocciuto, ma su questo tema si gioca non soltanto la poltrona, ma anche il ricordo che lascerà della sua amministrazione, per generazioni e generazioni. Con qualcuno potrà pure fingere ch'è una questione di fazioni, con altri continuerà a sventolare la bandiera della nostalgia, ma alla lunga la questione rimarrà nella sua nuda semplicità: tagliare un nastro e prendersi un applauso, ripromettendosi di fare ancora meglio in futuro, oppure lasciare tutto com'è, mantenendo un edificio nuovo vuoto e cominciando una serie di battaglie con chi ha già l'elmetto in testa: i genitori delle attuali elementari, gli insegnanti, gli anziani del circolo delle bocce, che faranno le barricate quando capiranno che a breve saranno sfrattati, per allargare un plesso che ad oggi è perfetto per la biblioteca, ma troppo piccolo per la scuola. Senza contare il bilancio comunale in rosso, dove sarà difficile persino trovare i soldi per pagare gli stipendi ai dipendenti, figuriamoci reperire milioni e milioni di euro, lasciando nel mentre tutto paralizzato, sospeso. Ecco perché so che alla fine avranno ragione loro, le donne. Adesso o fra tre anni, quando si andrà a votare di nuovo. In ogni caso, per quando sarà inaugurata, propongo che l'aula magna della futura "biblioteca / centro civico" sia intitolata a tutte "Le donne di Lurate Caccivio". Se lo meritano, più di chiunque altro.


Foto by Leonora

domenica 13 febbraio 2011

Se non ora, quando: dedicato a tutte le donne che conosco


Non conoscevo Giovanni Bollea, neuropsichiatra infantile. E' morto una settimana fa e mi sono imbattuto in alcune sue frasi per caso, leggendo un articolo di Annalena Benini. Una l'ho anche riportata sul giornale di oggi, ma volevo metterla anche qua, perch'é bellissima: "Le madri non sbagliano mai. Non significa che hanno sempre ragione, ma che sono naturalmente sapienti, per istinto, per amore e cultura moderna. Per quella magica capacità di captare i segnali dei figli". Credo che valga per le donne, in generale. Che hanno un innata capacità di sentire anche senza bisogno sapere. Non so se per colpa di noi uomini, che esercitiamo nel bene e nel male enorme potere e influenza, oppure se per un'inconsapevole forma di spontanea rinuncia, troppo spesso però mi pare che esse stesse dimentichino di possedere quel talento e, soffocandolo, lo mortificano. Quest'oggi, in centinaia di piazze, migliaia di donne si sono date appuntamento per affermare la loro dignità. Rispetto la scelta, ma credo che la propria dignità si affermi non scendendo in piazza, bensì esercitandola ogni giorno e aiutando chi non lo fa a comprendere dove sta sbagliando. E se fossi una donna, più delle mercificazione del corpo (condannabile, è scontato persino dirlo), mi preoccuperei di scoprire come mai si è via via ridotto il confidare in quella "sapienza" che la natura ha dato loro in dono. Andiamo a scuola per imparare la logica, la capacità d'espressione linguistica e di calcolo, teniamo in forma il fisico, badando a non mangiare troppo e andando in palestra, spendiamo fior di denaro per essere belli, non lesinando in trucco e talvolta persino col chirurgo plastico, e facciamo pochissimo, per non dire nulla, per scoprire, per affinare quel lato di noi ch'è l'istinto, l'intuito, il "sentire senza bisogno di sapere" che le donne più degli uomini hanno. Perché? E' una domanda per cui non ho risposta e che giro, così come l'ho partorita (le idee sono l'unica cosa che anche noi maschi sappiamo partorire) alle donne che conosco, alle molte amiche che ho, che passano di qui, e a cui sono legato da un debito profondo, oltre che da un amore vero. Sono l'altra metà del cielo, quella che nove volte su dieci fa splendere di riflesso il mio.


Foto by Leonora