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sabato 19 luglio 2025

A dorso Bruno (Annodare fili)

L'unica cosa in cui non ha avuto fretta è stata morire.
Impaziente di natura, in ampio anticipo ad ogni appuntamento, spiccio nei modi quanto nei discorsi, Bruno se n'è andato a novantasei anni compiuti da pochissimo.
Una sofferenza, quella degli ultimi anni, che la sua famiglia s'è caricata sulle spalle, accompagnandolo mentre si estingueva come un lumicino, dopo che la sua Adelrosa l'ha preceduto, consunto prima nel morale e poi nel fisico.
Quel che resta di Bruno è però altro, a conferma che dall'ultima riga delle favole non si evince il nocciolo di una storia e il lieto fine a volte è accessorio.
Lui, giovane, a Sant'Agostino, in riva al lago, a dorso nudo, come gli piaceva restare anche d'adulto, sintomo di una libertà ch'era l'unico abito che portava cucito addosso: così lo ricordiamo perché così raccontava di sé, con gli occhi scintillanti di chi ha conosciuto la contentezza davvero. "Ho fatto una vita bellissima, sempre quello che ho voluto, senza mai ricevere ordini da nessuno. Anche quando ero in Marina! Che tempi quelli. Avevamo poco, eppure era moltissimo".
Riassunto: se c'è un tesoro che egli ha lasciato in dono è proprio l'assenza di lamentela, il riconoscimento della fortuna ricevuta in dote, la gioia di vivere pienamente appena si può e non quando è troppo tardi e non si riesce neppure ad uscire dal letto.

P.S. Bruno aveva novantasei anni, Anna ne compie ottantacinque proprio oggi e la festeggeremo tutti assieme, a dispetto della sua volontà, che sarebbe quella di soprassedere, di far finta di nulla, di non disturbare nessuno. Anche Anna, come Bruno, comasca nel profondo. Entrambi mi inducono a pensare alla "costrizione" come aspetto positivo e al "dovere" come opportunità, non soltanto giogo. La felicità non è un fiore che si trova per caso, bensì un seme che si mette a dimora e di cui ci si prende cura, passo passo, anche sforzandosi di fare quello che d'istinto eviteremmo. Lo scrivo per me stesso, rigettando l'idea che la spontaneità sia criterio dirimente tra giusto e sbagliato, ma anche per i discendenti di Bruno. Non tanto per i figli, Fulvio e Danila, la cui storia è garanzia di vicinanza, bensì per nipoti e pronipoti. Fisicamente non avranno più un punto di sutura comune nella casa del nonno e a volte ritrovarsi comporterà un impegno, a tratti addirittura un peso, ma essere "famiglia" è proprio riuscire a superare quel balzello e lasciare che il bene faccia da collante, riannodando i mille fili che Adelrosa e Bruno hanno tessuto.

domenica 5 febbraio 2023

Ora e sempre (Ricordalo)

Tutto tende a maturazione, soltanto due parti di noi non invecchiano: gli occhi e lo spirito.
Lo scrivo senza punto interrogativo, tu leggilo lo stesso (il “dubbio” - lo sai - è incudine su cui deve battere di ogni conoscenza il martello).
Degli occhi dico poco, poiché ciascuno sa cosa siano. Mi limito a due dettagli:
- il cruccio di averti trasmesso un colore banalmente castano, a differenza di quelli verdi di tua madre e azzurri di quasi tutti gli altri Bardaglio
- la capacità, guardandoci dentro, di collegarsi direttamente all’essenza dell’altro, di chiunque si ha di fronte, scrutandone il centro, la pupilla, il punto mirabile che rivela l’umano.
Sullo spirito invece ci sarebbero da scrivere pagine, un libro, un trattato, come in realtà molti filosofi - sai bene pure questo - hanno fatto.
Scaccio la tentazione di annoiare ed eccedere dalle venti righe, più o meno, che mi impegnano, facendola breve, spiegando cosa per spirito intendo io: un moto dell'animo, tutto ciò che è immateriale, che costituisce chi siamo, oltre l’aspetto fisico, qualcosa di talmente vago e vasto da essere paragonato esso stesso a un mondo, un universo.
Non aggiungo altro, che già il regalo più grande che puoi farti, ogni giorno, è essere consapevole che esiste, nutrirlo, allevarlo, educarlo. E che se lo fai, se lo farai, crescerà sempre, non conoscerà curve al ribasso né anzianità, a dispetto del tempo.

P.S. Ho rotto un lungo silenzio, qui, perché so che ci tieni, hai a cuore che alimenti questa sorta di diario di bordo, incalzandomi spesso, inducendomi a superare pigrizie e scrupoli.
In questo sei tu che sproni me a coltivare lo spirito, voglio riconoscertelo, facendomi constatare che non due, bensì tre sono i dettagli che non invecchiano: gli occhi, lo spirito e... il ricordo.
Il ricordo di te, ad esempio, che nonostante i ventitré anni oggi e il quasi metro ottanta continuo a “vedere” bambina, con le trecce e il viso furbo e il corpo snodato, mentre fai la verticale e la ruota nel salone della casa di via Varesina e poi mi salti al collo e ci abbracciamo, fortissimo.
Quell’abbraccio, fortissimo, è il mio legame con te, ora e sempre. Ricordalo.

sabato 7 maggio 2022

Così bella (Così fragile)

La pace dei sensi è soggettiva, quasi sempre armata, dovendo fare i conti ad ogni età con una tensione, che è la stessa dell’esistenza umana, degli esseri animati, che pensano se stessi come osservandosi da fuori, rispondendo agli istinti ma pure a una coscienza.
È facile essere attratti dalla bellezza di ceramica, quella della stagione migliore, della gioventù al suo apice di pienezza.
Si resta eterni adolescenti quando ci si ferma lì, non si va oltre, non si diventa adulti e si finisce per cercare sempre compagni e compagne senza rughe, scolpiti e perfetti, almeno all’apparenza.
Se si è fortunati invece si cresce, si impara ad apprezzare altro, a considerare un bello che somiglia più all’arte che alla ginnastica d’estetica.
I segni del volto, le naturali imperfezioni del corpo, la diversa struttura dei tessuti, una fragilità tutta umana, che tuttavia ha per riflesso altre virtù, la forza d’animo, la capacità di resistenza, la tenerezza dei sentimenti, il sapere (e il saper fare) dell’esperienza.
Ciò non significa lasciarsi andare, prendersi poca cura di sé, giustificare trasandatezza, pigrizia, sciatteria.
Piuttosto è continuare a volersi e voler bene accettando il limite, la fragilità, dando valore al “vulnus”, alla ferita, il modellare che ha fatto per ciascuno di noi il tempo, la vita.

P.S. Vale anche per la mente, che è come un giardino, pretende di essere curata, coltivata, alimentata, sempre, anche se a differenza del corpo soffre meno la decadenza, ha il vantaggio di poter crescere non a parabola, bensì in linea retta.

venerdì 28 agosto 2020

Un passo dopo l'altro (Risalgo)


Mi sei stato collega, abbiamo lavorato insieme, pur se tu superiore di grado, in una stagione in cui la differenza di generazione impediva di colmare il divario del ruolo.
Ti ho rivisto ieri, che camminavi in centro, il volto scavato, a braccetto di tua moglie, uno sguardo spaurito, prima ancora che perso.
Ho stentato a riconoscerti e quell'istante è bastato affinché le nostre strade non ci incrociassero, lasciandomi un senso di colpa, per quell'esitazione di troppo, che nella coscienza ha retrogusto d'un gesto vigliacco.
Eppure da allora mi sei stato accanto e ti porto con me anche ora, che è passato qualche giorno. L’immagine tua è nel contempo eco e riflesso di sentimenti che di tanto in tanto mi rincorrono (pur se io sono quasi sempre più lesto e rifuggo): la caducità del mondo, il tempo che scorre inesorabile, l’idea che un giorno non lontano potrei essere io quell'uomo, quell'occhio vuoto, quel volto smarrito.
È forse per questo che nel tempo attuale scrivo così spesso. Uso le parole come ago e filo, per ricucire strappi che raramente si vedono e che io stesso tendo a minimizzare, tirando dritto, sentendomi funambolo in cima a una piramide di sedie, con sotto i piedi un appoggio apparentemente solido, ma che avverto incerto, precario, che basta un refolo di vento imprevisto - un problema serio, un colpo di sfortuna - per far precipitare, per farmi sentire di fronte al dolore, alla sofferenza, com'è da millenni l'essere umano: fragile, nudo.

P.S. "Abbiamo spalle più larghe di quanto immaginiamo". L'ho sentito ripetere cento volte da Paolo e me ne sono convinto anch'io. Spesso l'incertezza o l'ipotesi di qualcosa di pessimo genera più spavento di quanto poi avvenga in concreto, quando il brutto arriva davvero e bene o male in quel vortice occorre nuotare, cercare di mettersi in salvo, senza badare ai fronzoli, facendo leva su quell'istinto di sopravvivenza che - non per caso - da milioni di anni a carezze o pedate ci fa andare avanti invece che indietro.
Un pensiero speciale, in questo senso, va all'amica Francesca, a cui il destino ha risparmiato poco, senza tuttavia mai cancellare il tratto suo inconfondibile: il sorriso. Un sorriso contagioso, che viene dal cuore, che dimostra quanto profondo è il pozzo di risorse che abbiamo, attingendo speranza e dolcezza e bontà pure nei momenti in cui logica vorrebbe soltanto che si maledisse il cielo.
Francesca fin dal primo palpito di vita non ha avuto nulla in saldo, perdendo poi presto la mamma e questa settimana pure il papà, una tra le persone più distinte e miti che abbia conosciuto.
"Vedi quelle scale? Ora mi rigiro e un passo dopo l'altro, risalgo. Sarà difficilissimo ma le sfide, così come la morte, fanno parte della vita" ha scritto Francesca, per salutarlo.
Parole che valgono poesia, parole di cui lascio traccia qui, prendendole a prestito, perché di così "vere" ne ho lette di rado.

venerdì 27 giugno 2014

L'uomo che sono, il vecchio che sarò, il bambino che ero

Foto by Leonora
Stasera ho visto "Dear John", che a parte le lacrime, la bellezza dei protagonisti e il ritmo lento, riporta una frase più vera del vero: "Che siano le due settimane che ho passato con te o gli ultimi due mesi trascorsi con lui, ho imparato che il tempo si esaurisce sempre".
Brutta faccenda quella del tempo, delle lancette che girano, dei granelli di sabbia che cascano senza possibilità alcuna di tornare indietro. A volte mi sorprendo a scrutare il volto delle persone che ho accanto o che semplicemente conosco, i mutamenti percettibili del viso, la trasformazione fisica che avviene in loro. Fissandoli con attenzione noto quanto sono diversi, con lo stupore di non avervi fatto caso prima, di scoprire soltanto in quell'istante che sono cambiati, alcuni non somigliando affatto ai ragazzi che erano, altri diventando in modo altrettanto sorprendente simili a chi li ha preceduti, al loro padre, alla loro madre, ai nonni, quando li avevano.
Un esercizio che pratico talvolta su me stesso, inquadrandomi allo specchio, notando le rughe, la pelle meno elastica, i capelli e la barba spruzzata di bianco. E' allora che mi torna in mente quando ero bambino, il piacere che provavo a guardarmi negli occhi, sempre allo specchio, e a realizzare che quelle pupille erano proprio mie, che quel bimbo era un essere pensante, unico, con un volto, un corpo, un nome: Giorgio. Giorgio... Giorgio... Giorgio... lo ripetevo spesso. Scandendo bene le sillabe, osservando le labbra che si aprivano e chiudevano, la lingua che trillava sulla r.
Di quei momenti privati mi vergognavo, mi parevano un'esagerazione, un vizio, anche se mi facevano stare bene, mi infondevano sicurezza, mi facevano sentire vivo. Scoprii molti anni dopo, all'università, durante un seminario di filosofia del diritto, che quel gioco in realtà era normalissimo e portava alla realizzazione di sé, alla comprensione e alla consapevolezza che c'ero, che ero davvero io, unico, appunto.
Quell'essere sta diventando vecchio, eppure se mi concentro a guardare le pupille, mi pare di vedere ancora il bambino che ero, che da qualche parte è cambiato e da qualche altra è rimasto.
Il tempo si esaurisce sempre, ha ragione la protagonista di "Dear John". Non c'è scampo, semmai una consolazione: averlo vissuto, quel tempo, in modo pieno, non al risparmio, pur senza imprese eroiche, nella normalità del giorno dopo giorno, sapendo di non poter vedere, sapere, provare tutto ma quel poco o tanto gustandoselo.
P.S. Il professore di filosofia del diritto di cui ho scritto fece poi scandalo e fu cacciato dall'università Cattolica, per ragioni non attinenti alla realizzazione del sé, bensì per il suo insegnamento non giudicato eterodosso rispetto ai principi cristiani. Il suo nome è Luigi Lombardi Vallauri e a parte certe divagazioni eccentriche sulla materia con cui sosteneva erano fatti gli spettri non mi era parso così malvagio. Volevo dirlo.

domenica 2 marzo 2014

Gli occhi che non ridono

Foto by Leonora
Emilio non ride e non c'entrano l'ospedale, i dolori, sua moglie che dopo sessant'anni di matrimonio è appena morta, i novant'anni che forse arriverà a compiere, a maggio, o forse no.
Per quello ci sarebbe da piangere, ma Emilio neppure piange.
E' come se da anni si stesse ripiegando su sé stesso, come se stesse costruendo pian piano, inesorabilmente, un bozzolo entro cui rifugiarsi e nel contempo una corazza che lo metta al riparo, pur se per ciò che teme di più, il dolore, la morte, un riparo non esiste, non è mai esistito.
"Cosa c'è zio, a cosa pensi?" gli ho chiesto ieri, mentre con due occhi svegli, scuri e profondi quanto un abisso fissava da sdraiato il soffitto. "A niente, non penso a niente - mi ha risposto, ieratico - ho una gran confusione in testa e l'unica cosa che mi viene è pregare".
Non sono un esperto di comportamento, da anni non mi occupo più di anziani a tempo pieno, ricordo che sui libri dell'università avevo letto di una tendenza all'egoismo che si accentua con il passare degli anni, un istinto di sopravvivenza che seda il cuore e rende sempre meno empatico il cervello. Da profano lo considero un prepararsi al distacco e lo rispetto, cercando di immaginare se anche a me capiterà così, se avrò la fortuna e insieme la pena di diventare tanto vecchio. Anche se in teoria dovrebbe essere il contrario e man mano che ci si avvicina al capolinea ci si dovrebbe aprire al mondo, allontanarsi serenamente, lasciando un buon ricordo, è frequente accada il contrario.
Penso queste cose mentre gli tengo la mano e provo piacere a sentire quella pelle diafana, secca, liscia e sottile, così differente e insieme così simile a quella di un bimbo: entrambe sono l'involucro di un essere umano non autosufficiente, indifeso, pur se il secondo ha la morbidezza piena di chi si prepara a conquistare il mondo mentre il primo la morbidezza asciutta di chi è maturo per lasciarlo.
Emilio non ride e allora cerco di sorridere io per lui, ricordando i momenti lieti che abbiamo trascorso, le cose che mi ha insegnato (da usare il saldatore elettrico al significato della parola "demagogico", che avevo letto su un muro, a Loano, quando avevo sette anni e mi portava al mare, alla pensione da Orazio), i pomeriggi che mi teneva a balia a casa sua, quando facevo le elementari, perché mia madre lavorava e sua sorella - mia nonna - non aveva salute sufficiente per occuparsi di me.
Sono sempre rimasto incantato dall'abilità manuale che aveva, riuscendo a riparare tutto, e adoravo restare ad ascoltarlo quando raccontava il giro delle Alpi, Stelvio compreso, con la sua bicicletta con i freni a contropedale torpedo. O più ancora i suoi due anni prigioniero dei nazisti, in un campo di lavoro poco distante da Berlino, quando nascondeva le patate sotto terra e le mangiava crude, con i suoi compagni di sventura, perché non c'era altro. Credo che anche là, per sopravvivere, fosse necessaria una certa dose di egoismo e un'energia un cui lampo ritrovo ancora pggi, quando a fatica, ma con determinazione, afferra il cucchiaio e porta alla bocca il purè di carote o il semolino o la frutta frullata che all'ospedale gli portano.
Non so quanti giorni o mesi o anni rimarrà da questa parte del mondo, in ogni caso il meglio se l'è lasciato alle spalle e forse è per questo che non ride più e mi fissa con quei due occhi da animale ferito che mi inquietano e nel medesimo istante me lo fanno sentire vicino.

mercoledì 14 agosto 2013

Il ragazzo che sono (dentro)

Foto by Leonora
L'ho letto in un romanzo di Maigret e lo provo anch'io: nonostante gli anni siano passati, penso a me stesso come al ragazzo che ero.
Pur se sono cambiato, se mangio molte più cose rispetto ad allora, se non sono più così schizzinoso, se ho perso buona parte di quell'olfatto finissimo che proprio a tavola era un handicap pazzesco (quante volte ho detto: "Puzza!", confondendo il gusto con lo schifo), se sono molto più sicuro di me stesso, se non divento più rosso quando parlo, se non mi sento mai così solo come i pomeriggi di luglio in cui i miei genitori lavoravano e a parte le lucertole dai marciapiedi attorno a casa mia non passava nessuno, se amo leggere romanzi mentre da piccolo li detestavo, se ho scordato cosa significhi amare gli animali (e ringrazio Francesca, che due giorni fa mi ha ricordato quanto sono adorabili gli asini, che hanno occhio umano), se sono diventato finalmente ordinato, se mi spaventa meno il futuro, se ho imparato che si possono superare gli addii, anche quelli strazianti, senza possibilità di ritorno.
Sono un uomo ora e l'ho ben presente ogni volta che mi guardo allo specchio, quando a parte il corpo - che s'è mantenuto più in forma di quanto avrei creduto: in questo, devo essere onesto, sono migliorato - per il resto vedo un viso scavato, con i capelli corti, stempiato, gli occhiali, le rughe e i peli bianchi della barba, un volto di quelli che capisci di essere invecchiato perché le ragazze più giovani, quando ti passano davanti, non ti degnano di uno sguardo, come se avessero di fronte soltanto il muro (anche questa immagine l'ho letta da qualche parte, non ricordo però dove, se in Pirandello o in Facebook, e questo la dice lunga sulla mia memoria, oltre che sul modo discutibile in cui passo in questi giorni d'agosto il tempo).
E' un me stesso che mi sorprende proprio le volte in cui inseguendo un pensiero, una sensazione, uno stato d'animo a riflettere rimane quel ragazzo, come se la natura avesse tracciato una linea sui vent'anni e l'orologio mentale fosse rimasto fermo.
Non so se capita anche a voi, mi consolo scoprirlo in Simenon, non a caso uno scrittore universale, capace di emozionarmi ancora adesso. Credo capiterà anche quando diventerò vecchio, come allo zio Emilio, che ha quasi novant'anni e ogni tanto incespica o cade cercando di prendere un piatto o pulire la parte superiore di un armadietto. Mia madre lo rimprovera, io invece credo di conoscere il motivo: anche lui, come me, come tutti noi, è rimasto con la testa agli anni in cui poteva fare tutto. Lo scrivo qui non per la scoperta d'acqua calda che ho fatto, bensì perché chi legge queste righe possa essere comprensivo e non arrabbiarsi troppo quando si trova di fronte i tanti zio Emilio che esistono al mondo.

lunedì 12 agosto 2013

Il vecchio sogno

Foto by Leonora
Una casa di legno, un bracco tedesco, pareti zeppe di libri, un vasto prato, un albero di fico, l'orto, un angolo del giardino dove piantare l'erba salvia, la menta, il timo, il rosmarino, un pergolato di uva americana, un tavolo all'aperto, il sole che entra da un enorme vetrata, al tramonto, le rughe sul viso, le mani con la pelle avvizzita e le dita che come ora scelgono lettere, scrivono.
La mia vecchiaia la immagino così e immaginandola un po' già la vivo, sapendo che manca molto, ma meno di quanto poi sembrerà il giorno in cui vi giungerò, avendo corso tanto, sovente in apnea, rincorrendo obiettivi che oggi paiono vitali mentre nulla c'entrano con l'essenziale, con ciò che conta davvero per un essere umano.
So che non rimpiangerò gli anni passati, avendoli vissuti appieno, che apprezzerò il silenzio, che continuerò a fare quello che mi piace e che occorrerà uno sforzo di cui forse non sono capace per segnare il confine e per uscire di scena, per produrre uno scostamento tra ciò che sono sempre stato, che sono tuttora, e ciò che dovrò diventare, se il cielo me lo consentirà: un uomo al crepuscolo (sperando di conservare di quell'ora i colori stupendi, il senso di pienezza del giorno, la temperatura migliore rispetto alle ore che seguono o lo precedono). Adesso come adesso non credo di esserne capace, tuttavia ritengo sia possibile - quasi certo - che quando verrà il momento la biologia riuscirà a scalfire l'ostinazione, a farmi capire che l'ultima campana è suonata e che potrà durare poco o a lungo, in ogni caso non ne seguirà un'altra, almeno in questo mondo.
Chi volesse farmi compagnia, quando giungerà quel giorno, sarà benedetto. Non si accettano tuttavia prenotazioni: quando verrà il momento basterà presentarsi all'uscio e suonare la campanella all'ingresso, sapendo che non mancheranno cortesia ed accoglienza, oltre che una bottiglia di vino rosso, in cantina, o di bianco, in frigorifero.

giovedì 8 settembre 2011

Vecchiaia e gioventù: una corsa in salita


Lo zio Emilio, ottantotto anni il prossimo maggio, si sta addolcendo.
Perde qualcosa ogni giorno in salute, autonomia, indipendenza, ma guadagna in tenerezza. Si commuove spesso e rispetto a prima ha meno aprezze e più riconoscenza.
Sua moglie Angelina, che di anni ne farà ottantanove tra un mese, è diventata invece più arcigna. Forse è il carattere che al volgere del tramonto si mostra più vero o forse è soltanto più preoccupata di un futuro che si assottiglia e diventa al contempo più fragile, incerto.
Ernestina e Gino, invece, domani festeggerano cinquantaquattro anni di matrimonio. La fortuna li ha benedetti con molti figli, moltissimi nipoti e una salute che ha dello straordinario, di ferro. Non sono mancati i sacrifici, i dolori, ma resistono e sono felice per loro, che portano un testimone che molti altri genitori hanno dovuto abbandonare lungo il cammino.
Oggi guardavo mia madre, che i settanta li ha toccati da poco. Ho chiuso gli occhi e ricordato la donna vitale, coriacea che era e che resta, per molti aspetti, ma anche come faccia fatica, ora, a gestire la solitudine, i coetanei che pian piano se ne vanno, l'età che avanza e gli acciacchi che s'accumulano, come polvere dietro la porta.
Pensavo che appartengono a una generazione strana, che ha tirato la cinghia in gioventù e s'è allenata ad affrontare con slancio e coraggio la pienezza della vita, ma non era preparata ad affrontare la vecchiaia. Quando erano piccoli la gente moriva prima e chi restava veniva accudito e riverito come un patriarca. Una questione di spirito, ma anche di braccia: per ogni anziano in famiglia c'erano almeno dieci giovani che davano una mano, per prendersene cura. La percentuale s'è invertita e al di là della retorica è una chiave di lettura per comprendere meglio ciò che sta accadendo, le difficoltà di un crepuscolo per fortuna più ampio ma non privo di nuvole e tempesta.
Tornando a mia madre, ho imparato da lei tutto - specialmente la grinta, la determinazione - quando aveva i capelli neri, senza bisogno di tinta, e mi sta insegnando moltissimo ancora, pur in forma indiretta e talvolta per contrapposizione. "Ricordati Giorgio di non fare così, se ti capiterà" è una frase che ogni tanto fa capolino, assai più rara comunque del "Ricordati Giorgio quanto è generosa. Sii di aiuto per i tuoi figli, se il buon Dio ti concederà lunga vita, almeno un decimo di quanto lei è per te, per noi, tuttora".

Foto by Leonora

domenica 20 febbraio 2011

Lo stupore dell'asino


Ho la fortuna che gli anni intaccano la superficie, non l'essenza di ciò che sono, anche se poi restituiscono di me un'immagine che a volte non riconosco allo specchio. A ben pensarci, è una vita che mi preparo a diventare "bene" vecchio, non di quelli che si ostinano ad apparire ragazzini, né di coloro che rimangono perfetti fino a un dato tempo, per poi affrontare il tracollo. Scendo o salgo, dipende dai punti di vista, un gradino al giorno. E mi consolo leggendo l'età di persone famose, che hanno i miei stessi anni e sembrano mio padre o mio nonno. Semmai, riconosco al trascorrere degli anni l'avermi portato in dono una consapevolezza, una serenità e moltissime abilità che quando ero giovane nemmeno mi sognavo. Vale per l'esecuzione di lavori materiali, quali smontare e rimontare il tagliaerba o l'appendere un gancio al muro, ma anche per la scrittura, ch'è il mio lavoro e forse anche talento. Uso questa parola con prudenza, intuendone la grandezza senza sapere se per me s'addice davvero. Non so se questa è la mia "inclinazione naturale". Se così fosse, mi sarei distinto fin da subito, mentre all'inizio ero un somaro. Un ciucco, anzi, nella doppia valenza, perché il mio era un periodare d'asino e insieme d'ubriaco. Credo che il seme, la scintilla creativa esistesse già, ma da ragazzo era seppellita da una montagna di pigrizia e ignoranza. In ogni caso, non era evidenza dirompente, quella somma di capacità naturali e di apprendimento che distinguono l'onesto e diligente operaio dal genio. Prendiamo l'ultima edizione del festival di Sanremo. Dei cantanti non saprei, poiché mi mancano gli elementi per un giudizio (colui che ha vinto la sezione giovani, Raphael Gualazzi, potrebbe appartenere alla categoria dei fuoriclasse, visto che è autore di testi e musica e ha mietuto un consenso unanime, come solitamente si riconosce appunto ai fuoriclasse: qualcosa di simile, ricordo, accadde per la Pausini, anni fa). Il marchio del genio invece è cristallino in Roberto Benigni, che sa fare cose che non riescono a nessun altro al mondo. Poi può non piacere (viva la voce che stecca nel coro!) ma è difficile non riconoscergli una straordinaria abilità, unica al mondo, come l'aveva Charlie Chaplin o Diego Armando Maradona, nel calcio. Da dove derivi questa unicità, come si sia sviluppato il dono ricevuto, mi ha sempre affascinato. Lo stupore dell'asino di fronte all'eleganza e bellezza del cavallo purosangue arabo.


Foto by Leonora