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lunedì 2 ottobre 2023

L'uomo nel mezzo (M'è capitata bella)

Il destino, oltre ad essere ineffabile, è pure beffardo.
Sia messo agli atti, a imperitura memoria: per mettere alla prova il mio noto spirito ottimistico nei confronti dell’essere umano, dell’umanità in sé e il convincimento sul suo progressivo “addomesticarsi”, diventare più gentile, tollerante, “umana”, appunto, ha fatto sì che mio figlio diventasse... arbitro.
Di calcio.
Non occorre aggiungere altro.
Qualcosa forse sì, potremmo aggiungerlo, così, per sport, per condividere più il divertimento che la rabbia, l’incredulità, lo sgomento, la delusione, la stizza nel sentire panciuti cinquantenni che non correrebbero di fila più di un minuto, mamme che il pallone sanno a malapena ch’è rotondo, nonni che a fatica si reggono in piedi, spesso aiutandosi aggrappandosi alla rete di recinzione a bordo campo, non cessando però di imprecare, sgolarsi, insultare con ostinazione e rancore profondo.
Il lato positivo - perché c'è sempre un aspetto positivo, in tutto - è che così alleno me stesso alla tolleranza, allo spirito zen, alla comprensione profonda dell'animo umano, incluso bassi istinti e diffusa ignoranza, ricordando che le persone sono quello, ma pure molto altro.

P.S. "Idiota", Mongolo", "Bastardo", "Capra", "Cretino", "Deficiente", "Venduto", "Fighetta"... Potrei continuare a lungo, con l'aggravante che finora, ad un anno esatto dal suo esordio (l'1 ottobre 2022), un po' per fortuna, un po' per suo talento, non c'è stata partita che sia una terminata in malo modo ovvero con proteste e lamentele dissennate e corali, al di là di qualche urlo, qualche epiteto più o meno volgare, variopinto. E anche quando le orecchie sentono gli insulti che gli rivolgono contro, il cuore non smette di essere fiero di quel ragazzo solo, in mezzo al campo, che (come altri ragazzi e ragazze) per pochi spiccioli e molto impegno, compie il proprio dovere, crescendo innanzi tutto come essere umano.

domenica 9 agosto 2020

Il mostro che ci abita accanto (A volte dentro)

Lo farò. Prima o poi lo farò, manderò a quel paese qualcuno, commenterò con cattiveria, sarcasmo, volgarità, sostituirò il fioretto con la clava, aggiungerò alla lingua la lama, sfogando frustrazioni e arrabbiature tarpate cento volte, alcune per una vita intera, altre per un giorno soltanto, ma con quel giorno che mi è costato in bile, caro.
Lo farò e per un minuto sarò euforico e orgoglioso e poi per anni pentito e scontento e avrò rimorsi, ma basta rimpianti e non sarà comunque poco.
Lo farò, togliendomi tonnellate di sassolini dalla scarpa, rivelando finalmente l'istinto che la formazione tiene sopito, che cova senza bruciare, domato tranne che nel privato più intimo.
Lo farò, ma voi amici non giudicatemi soltanto da quello, bensì considerate le migliaia, le decine di migliaia di volte in cui ho tirato dritto, mi sono morso le labbra, ho inghiottito amaro, inchiodato i polpastrelli lontano dalla tastiera, facendo finta di nulla, non replicando mai alla marea devastante di fango che quotidianamente circola attorno e non soltanto a me, a chiunque frequenta i social senza chiudersi nella bolla di amici, solcando delle relazioni il mare aperto.
Lo farò. O forse no. Forse continuerò ostinatamente a comportarmi come mi sono sempre comportato, conoscendo le regole della comunicazione, sapendo che chiunque ha un ruolo pubblico, fosse anche quello di semplice cronista cittadino, non può permettersi un attimo di vuoto, l'istante in cui la mente va in corto circuito e i nervi hanno il sopravvento sulla ragione, sul garbo di chi "nato non fu per viver come bruto".

P.S. Volete un esempio, affinché quelle sopra non siano soltanto chiacchiere e distintivo?
Questo è il video di un’intervista che ho fatto in tv tre anni fa a un ricercatore dell’Università Bicocca sui videogiochi e il loro utilizzo.
Una semplice chiacchierata, nulla di più, con una persona che non è Satana né Dio, bensì si interessa del fenomeno ed esprime pareri, offre degli spunti, presenta il suo punto di vista certo opinabile, non infallibile, tuttavia in modo sereno, senza bava alla bocca, pacato.
Poi leggete i commenti lasciati sotto.
Non li ho omessi mai, censurati nemmeno, perché sono per la libertà più cristallina, ma anche perché è giusto rendersi conto di come siamo distanti da un confronto civile su tutto, persino su un gioco, e ci sono persone sguaiate che insultano e offendono e trattano gli altri con superiorità sommaria, spesso non mettendoci la faccia, il muso.
Ora, l’uomo tribale che abita in me pensa: “Non ce la faranno, non ce la faremo mai”. L’altro, quello che non vuole diventare come loro, si ostina a credere che si tratta di un percorso, di una fase, e che soltanto l’educazione - compresa la "buona educazione" - renderà migliore questo mondo.

mercoledì 24 febbraio 2016

Attenti al lupo (Ridere senza offendere nessuno)

Foto by Leonora
Il branco non è soltanto quello di lupi, né l'uomo che fa impallidire la bestia e stupra, annichilisce, violenta il debole, l'indifeso. Il branco sono anche persone che restano all'ombra oltre la luce di uno schermo, facendosi forza l'un l'altro, come valanga che diventa greve lungo il pendio.
Un caso lo conosco da vicino: un frammento di trasmissione della televisione in cui lavoro.
Risale a quasi un mese fa, ma è diventato famoso ieri l'altro, dopo essere stato ripreso da una pagina che va per la maggiore in Facebook. L'episodio in sé è simpatico: una ragazza ospite di un programma sportivo di intrattenimento - una sorta di Quelli che il calcio in versione locale - viene invitata dal conduttore a leggere la classifica di serie A e confonde i punti con la posizione.
La gaffe è talmente clamorosa da farci quattro risate e in effetti le fanno, le facciamo anche noi e pure lei, quando glielo fanno notare. Basta però che il taglia e cuci di quell'intervento sia pubblicato sulla pagina di "Calciatori Brutti" e si scatena l'inferno. Non soltanto risate, com'è giusto, ma una pletora sterminata di insulti, di illazioni, di offese, che vanno dalle ipotesi più ardite sul motivo per cui la ragazza è stata invitata in studio alle prefiche sull'assenza in Italia del concetto di merito e via di questo passo, tromboneggiando, spargendo sale e fiele, spalleggiandosi l'un l'altro, in una gara a chi la spara più grossa e si indigna di più e denigra peggio. Con conseguenze e frasi sconclusionate che sarebbero anch'esse divertenti se non contenessero una tale carica di odio da far passare in secondo piano tutto il resto.
Perché lo scrivo qua? Per un motivo spiccio e personalissimo, perché queste pagine al nocciolo hanno un destinatario fisso, cioè i miei figli, chi sta diventando cittadino del mondo. Senza alzare la voce, allora, senza pretendere di essere ascoltato quale oracolo, vorrei che non vestissero mai i panni del fustigatore becero, vorrei che non si confondessero nel gruppo e menassero legnate senza cervello.
E' vero che ho insegnato loro a ridere di tutto, persino dei fatti più tragici, e che preferirei perdere un amico piuttosto che una battuta, ma tra l'ironia o il sarcasmo persino e la clava dell'insulto passa un oceano intero. Affondarci è facile, specialmente in gruppo.
P.S. Ludovica, entrata nell'occhio del ciclone, ha tutta la mia solidarietà. La sua gaffe è assai più innocente e meno grave delle offese e delle inesattezze nei suoi confronti. Volevo dirglielo, anche in pubblico.