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mercoledì 26 luglio 2023

Viviana Ballabio (L'atleta tenace)

La prima atleta che in vita mia ho intervistato, ben prima dell'incontro per questo articolo. La più "normale" tra le speciali che hanno vinto tutto. Una donna che dell'esistenza ha sperimentato il dritto e pure il rovescio. A Viviana Ballabio sono legato da più motivi e se scelgo la data odierna per ripubblicarne il suo "ritratto" è perché oggi compie gli anni, volendo così con queste parole fare un regalo, per primo a me stesso.

Per incontrarla, siamo tornati a casa. Seduti fianco a fianco, sulle tribune di un palasport che per anni abbiamo frequentato. Il tempo non si è fermato, ma basta un sorriso, una parola, uno sguardo per riattivare il circuito delle relazioni umane.
Viviana Ballabio, capitano della squadra femminile di pallacanestro del Pool Comense. Viviana Ballabio, ovvero l'elogio della normalità. Perché un talento eccelso la natura in dono non le ha portato. Niente polmoni capaci di sbuffare come caldaie o il fosforo di uno stratega geniale, né la mira infallibile di un formidabile cecchino. Di straordinario Viviana ha soltanto la forza della volontà. Ed è ciò che l'ha condotta lontano.
Nulla le è stato regalato. Quel che ha, se l'è preso sul campo. Giocando ogni partita come fosse l'ultima e terminando ogni volta fiacca e molle come un sacco svuotato. Ecco perché, a trenta tre anni compiuti, ammiriamo ancor più il suo stare al gioco. Abituata fin da ragazzina a competere con chiunque per ritagliarsi un posto in squadra, Viviana tra i due canestri non ha mai cercato il risparmio. E nemmeno riesce a farlo ora, che pure gli acciacchi e la stanchezza consiglierebbero prudenza e parsimonia. Potesse almeno imitare Mario Corso, che aveva nei piedi un tesoro e per gran parte dei novanta minuti si permetteva di cercare l'ombra in un prato dove gli alberi non crescono. Ma tirarsi indietro non può e non deve. Fosse nata uomo e avesse giocato a calcio il destino di Viviana non poteva essere che quello del mediano. Cuore grande e vita breve. Sportivamente parlando, si intende. Invece è ancora lì, ad inseguire ragazzine e a tirar manate ad un pallone. Stanca e rassegnata, ma non sconfitta.
«Con il nuovo allenatore si lavora molto e dopo ogni allenamento o partita che sia, mi accorgo di fare una gran fatica a recuperare. In più, non sto benissimo fisicamente. Mi tormentano cento fastidi, ma non mollo. Voglio riuscire a concludere la carriera in bellezza. La stagione scorsa non è stato possibile, spero avvenga quest'anno».
Stringe i denti, come sempre. Si rimbocca le maniche, abbassa la testa e pedala. Pure senza bicicletta pedala. Nei suoi occhi la luce splende ancora, anche se ormai è quella del tramonto.
«Penso sempre più spesso a cosa farò dopo, come impiegherò il mio tempo, che lavoro sceglierò. Non ho deciso ancora nulla. L'idea di rimanere nel settore, pur con un altro ruolo, non mi dispiace, ma neppure mi entusiasma. Certo alla Comense sono legata, ma non è scontato che nei piani futuri della società rientri io. Chissà, forse potrei esaudire qualche sogno. Come andare a curare le foche monache, in qualche fiordo lontano».
Mentre parla si torce i capelli. Distrattamente infila tra le ciocche e i riccioli scuri le dita. Un vezzo che ha sempre avuto. La concessione più civettuola di una ragazza poco abituata ai belletti e ai fronzoli della vanità. C'è infatti un'unica gara che vede Viviana sconfitta in partenza: la corsa all'estetista o al parrucchiere. Eppure in poche altre donne traspare una femminilità tanto intensa e vera. Una femminilità fatta di contrasti. Fragile e forte insieme. Tenera e tenace. La prima volta che l'intervistammo, dodici anni fa, scrivemmo che era dolce. Non abbiamo cambiato idea.
«Eppure cambiare idea è un segno di maturità. Io, ad esempio, quando è arrivato Aldo Corno, l'allenatore con cui abbiamo vinto tutto, ero disperata. Avevo una pessima opinione di lui e non lo sopportavo. Un'antipatia contraccambiata, tant'è vero che lui voleva cacciarmi via. Poi ci siamo conosciuti, chiariti, spiegati. È servito del tempo, molto tempo, ma alla fine ci siamo compresi a vicenda e credo che non potevo avere maestro migliore».
Guarda il campo vuoto e sorride. Ne ha viste e sentite tante il PalaSampietro, ma non ne racconta nessuna. Conserva geloso i segreti che vi sono custoditi.
Come nella favola del Re Leone, la storia di ognuno rientra nel cerchio della vita che, chiudendosi, ogni volta si rinnova.
«Quando ho iniziato a giocare non vedevo nulla oltre la pallacanestro. Respiravo, mangiavo, vivevo per il basket. Negli anni '90 è venuto il tempo della maturità. Eravamo un gruppo omogeneo, compatto e motivato. Non erano sempre rose e fiori e a volte si creavano forti antipatie, come tra Fullin e Gordon. Ognuno però voleva vincere e ciò faceva appianare qualsiasi contrasto. L'attuale gruppo è formato da giovani, che cercano di ritagliarsi con le unghie e con i denti un po' di spazio e da atlete come Zara e Paparazzo, consapevoli del loro valore e che hanno raggiunto uno standard altissimo di qualità. Infine ci sono io, che ho il futuro ormai alle spalle, ma che credo ancora di poter rendermi utile».
Beata modestia. Non finta, però. Brianzola autentica, abituata a contare le monete e a misurare le parole, Ballabio non è il tipo da portarsi appresso i numerosi trofei che ha vinto, tanto meno tutti i giorni, come fossero caricati su un carretto.
«No, non penso mai ai campionati o alle coppe che ho vinto e tanto meno al fatto che verrò ricordata in futuro».
L’ora dell’allenamento si avvicina. Dallo spogliatoio si affacciano le prime cestiste in braghette e canottiera. Dalla tribuna si sente guaire. Per tutto il tempo se n’è stato silenzioso, ma ora reclama un po’ di attenzione anche per sè. Si chiama Douce, è un barboncino. Da dieci anni la accompagna ovunque. Nessuno conosce Viviana meglio di lui, ma non può parlare. Anche stavolta ci dovremo rassegnare. Peccato capiti a noi di scrivere da cani, ma non il contrario.

22 ottobre 2000

sabato 15 luglio 2023

Padre Mario Testa (Il preside parroco)

Pure questo è uno dei molti incontri che ricordo vagamente o niente affatto. Tuttavia, nel rileggerli, comprendo di essere stato davvero ispirato, confermando la regola che più il personaggio è schivo, più occorre per chi lo intervista spirito indagatore, desiderio di cogliere l'essenza, il punto dritto ma anche il rovescio. Per questo, ne sono certo, è uno degli articoli che ad Adolfo, colui che volle fortemente questa galleria di personaggi, sarebbe piaciuto, mentre sono curioso di sapere se un briciolo di vero lo ritrovano i molti studenti del Gallio che lo hanno avuto per insegnante o preside.

A Villa Guardia, in una scuola che sormonta un prato incolto e una spianata di polvere e ghiaia, il tempo si è fermato. O forse, più semplicemente, siamo noi ad essere tornati indietro. In un fazzoletto di terra, una nuvola di ragazzini insegue un pallone. A far da arbitro, un prete. Padre Mario Testa, l'altro ieri come trent'anni fa. Cambiano gli attori e lo scenario, non il copione.
Un uomo basso, robusto, con una capoccia di dimensioni notevoli, che rende onore al cognome.
Un prete vestito da prete, un Padre che si comporta da padre. Una vita spesa nella scuola come educatore, insegnante, preside, persino rettore, ma con lo stile, la semplicità e anche la praticità di un parroco.
Un'intuizione raccolta quando ci è venuto incontro e di cui ci siamo convinti una volta accomodati nel suo studio, valutandone l'arredamento e verificando a spanne la posizione dell’ufficio.
Per mezz'ora abbiamo rinviato di approfondire l'argomento, ma prima di congedarci, con la meticolosità dell'investigatore che vuol dare fondamento a un giudizio che si è già fatto, gli abbiamo domandato: "Questo è sempre stato l'ufficio del preside oppure lo ha scelto lei"?
Di aver colto nel segno lo abbiamo compreso prima ancora che egli proferisse parola, scorgendogli agli angoli del volto un accenno di sorriso.
«No, prima che arrivassi la presidenza era sopra, accanto alla segreteria. Sono stato io a volerla spostare».
Un locale alto, al pianterreno, sistemato proprio a fianco dell'ingresso. La porta sempre aperta («Così i ragazzi spiano, entrano, curiosano, mi parlano, si sentono insomma a loro agio»). Come quella di un buon parroco, appunto.
Soltanto che i fedeli della sua parrocchia non superano mai la giovane età. Per fortuna, non per disgrazia.
Se l'avessimo conosciuto prima, potremmo precisare se in questi anni, da quando ha lasciato il Collegio Gallio di Como per assumere la direzione dell'Istituto Santa Maria Assunta di Villa Guardia, è fisicamente cambiato. A naso, giureremmo di no, ma non possiamo mettere la mano sul fuoco. Azzardo che invece sottoscriveremmo se si trattasse di scommettere sul fatto che egli abbia conservato un carattere equilibrato, discreto e paziente. Qualità preziose quando si vive gomito a gomito con schiere di bambini e adolescenti.
«Io cerco di stabilire con loro un rapporto di confidenza e di fiducia. Credo di essere autorevole, ma non autoritario, puntando più sull'esempio che sulle parole».
Il pensiero di diventare sacerdote Mario Testa cominciò ad averlo cinquant'anni fa.
«I miei genitori erano operai, abitavamo a Mantegazza, vicino a Rho. Poco distante da noi sorgeva il seminario dei padri Somaschi e dopo il mio decimo compleanno chiesi a mia madre di iscrivermi. Quando tornò a casa, dicendomi che aveva fatto ciò che le avevo chiesto, per un istante mi si bloccò il cuore. Non fu un pentimento. Piuttosto mi resi conto, quasi fisicamente, che l'infanzia spensierata stava per finire. Eppure, in tanti anni non c'è mai stato un istante in cui abbia avuto un solo ripensamento su quella mia decisione».
In seminario, a Corbetta, nei pressi di Magenta. Poi a studiare a Camino Vercellese, a Genova e infine teologia a Roma. Ricevuto il sacramento dell’Ordine, il primo incarico gli viene assegnato a Milano, ma è intorno a Como che si declina la sua missione educativa.
«Al Collegio Gallio arrivai negli anni '60 e in tanti anni mi sono occupato davvero di un po’ di tutto. Nel 1976 fui scelto per succedere a padre Pigato come preside del Liceo Classico».
Non è facile sostituire un monumento. Se anche ci si abitua al piedistallo, il rischio di cadere è sempre alto. Non gli è capitato. Anzi, dicono che il meglio di sé padre Testa lo abbia dato da rettore, quando ha saputo gestire il Collegio con sapienza. La stessa accortezza che egli ha usato a Villa Guardia.
«Quando le suore del Buon Pastore si sono fatte da parte, ho seguito personalmente le trattative per subentrare e i superiori hanno poi deciso che fossi io a iniziare il cammino. Sono stato fortunato, poiché il corpo insegnanti era di spessore. Gli unici aggiustamenti li ho dovuti dare alla struttura».
Spostando il suo studio, ad esempio. Ma anche usando quello spirito di iniziativa che il Signore, evidentemente, gli ha portato in dono.
Perché padre Testa guarda al cielo, non scordando però di tenere i piedi ben saldi per terra. Continuando a cimentarsi con gli affari di questo mondo e soprattutto non scordando mai che l'educazione dei più piccoli è in cima alla sua missione.
«Le esigenze dei ragazzi sono sempre le stesse, anche se si manifestano in maniera diversa, più esuberante, più vivace. Ma ciò che li muove, ciò che cercano non è mutato: essere rispettati come persone, poter contare su tranquillità e valori su cui fondare la propria vita».
"Uscire con prudenza" recita un’iscrizione sul lato interno della colonna che sostiene i battenti del cancello dell'istituto. Dal lato opposto, chi arriva dalla strada maestra può notare una targa con un cerchio rosso sbarrato di bianco e la frase: "Divieto di accesso, proprietà privata". Cartelli qualsiasi, niente di anormale, dunque. Tuttavia non ci saremmo stupiti se lui avesse fatto stampare qualcosa di simile a "Entrate con speranza" e "Uscite con coraggio". Due motti che non avrebbero stonato. E se anche padre Testa di suo pugno non li ha scritti, è ciò che generazioni di ragazzi in quest'angolo di mondo hanno certo da lui imparato. Dio gliene renda merito, gli uomini pure.

28 maggio 2000

giovedì 13 luglio 2023

Cia Marazzi (La missionaria pungente)

Nulla. Assolutamente nulla. È ciò che mi ricordo di lei, pure se strizzo le meningi e tiro come da un argano la memoria. Eppure, a rileggerle ora, non banali sono state alcune sue riflessioni, certi suoi spunti, anche come indicazione "pastorale" sull'importanza del sentirsi "in missione", una tensione che ora più che mai manca.

Una donna tutta casa e chiesa, potremmo scrivere, se a casa non restasse così poco. A settantaquattro anni la professoressa Marazzi (per l'anagrafe Angela Maria, per tutti gli altri, semplicemente Cia) ha una vitalità inesauribile. Un fiume d'energia disperso in mille rivoli. Che confluiscono tutti nello stesso fiume: la parrocchia. O nella diocesi, che altro poi non è che una parrocchia grande.
Alla medesima stregua Cia Marazzi tratta il Vescovo: come fosse un parroco. Il parroco che monsignor Maggiolini non è mai stato. «Insomma, un conto è operare nella Chiesa locale, un altro è insegnare all'Università Cattolica, magari occupandosi del Marianum».
A questo punto una precisazione, più che opportuna, è indispensabile. Ascoltando per una manciata di minuti Cia Marazzi siam riusciti a raccogliere, riguardo al Vescovo di Como, più curiosità che in tanti anni di lettura di cronache curiali e mondane. Tanto che ci sarebbe bastato ricopiare gli appunti per occupare non soltanto lo spazio di questo articolo, ma la pagina intera. E senza timore di annoiare, perché il modo in cui Cia racconta le cose ha di per sé brio a sufficienza da tener svegli ventiquattr'ore. Tuttavia non lo facciamo. Per due semplici motivi. Innanzi tutto, troppo importante è il Vescovo e troppo maliziosi sono gli occhi che gli son puntati addosso per non rischiare di tramutare anche il più simpatico degli aneddoti in un'ombra.
Secondo, messe nero su bianco le sue parole potrebbero sembrare pettegolezzi carpiti origliando in sacrestia, mentre non sono altro che le genuine confidenze raccolte in molti mesi di frequentazione ecclesiale. Fatti e opinioni riportate con la complicità con cui i fedeli più devoti parlottano sulle soglie degli oratori o sul piazzale della chiesa. Considerazioni a volte taglienti, è vero, ma che rivelano sempre un fondo di bontà. Un calore umano capace di smorzare ogni critica con un silenziatore. Lo stesso silenziatore che abbiam voluto mettere noi a quanto ha detto. Non per evitare imbarazzi a Maggiolini, che essendo abituato ad entrare nel vivo di polemiche aspre e delicate, si sarebbe fatto certamente due risate, bensì per impedire ai maligni di veder una pagliuzza di scandalo dove invece ci sono soltanto travi di affetto.
Un affetto che non fa desistere Cia Marazzi dal criticare il suo Pastore («Non gliene faccio passare una»), ma che la induce anche a difenderlo quando tutti gli puntano il dito contro («Lui a volte è un Pizzighetti che non sta zitto, ma anche coloro che a volte attacca non sono i santi che vorrebbero apparire»).
La Chiesa di Como. Il suo mondo. L'Azione Cattolica, la catechesi, la pastorale. La sua vita. In un'ora e mezza non siam quasi riusciti a parlare d'altro. Non passa giorno che a piedi non percorra avanti e indietro due, tre, quattro volte le centinaia di metri di via Torno, dove abita, per recarsi a Sant'Agostino, in Duomo, al Centro Pastorale.
Una vocazione forte, a cui ha risposto senza alzare la voce, mettendo in moto i piedi.
«Scarpe numero trentasette» risponde a chi le chiede come riesca a far tante cose senza avere né auto né patente.
«Il futuro della Chiesa si gioca nella riscoperta del senso di missione. Oggi più che mai bisogna andare». Lei va. Nella Cooperativa di Cavallasca, nei condomini di Rovellasca, nelle sale di Como città.
Ha scritto lo storico inglese Thomas Macaulay: "La Chiesa Romana conosce alla perfezione quello che nessun'altra Chiesa ha mai saputo: cosa fare degli entusiasti". Non si era sbagliato.
Per la diocesi Cia Marazzi lavora, scrive, insegna. Un mestiere, quest'ultimo, a cui è abituata. L'ha fatto per cinquant'anni. Quarantuno al servizio dello Stato, gli ultimi nove dalle suore, a Maccio di Villaguardia.
«Fin da bambina volevo fare la maestra. Non sapevo ancora parlare, ma comandavo già» precisa sorridendo.
«Mi sono laureata in lingue straniere all'Università Cattolica, insegnando in asili e scuole elementari, commerciali, industriali, medie. Ero severa, ma non ho mai mancato di rispetto per la persona umana. A Erba, Albese, Albavilla, terra di gente generosa, ma anche dura, brianzoli con sangue spagnolo nelle vene. Anche da preside, credo di aver lasciato un buon ricordo. Quando è stato il momento di andare in pensione le suore del Buon Pastore mi chiesero di dar loro una mano. Me ne sono andata dopo aver fatto in modo che l'istituto passasse sotto l'egida dei padri del Gallio. Almeno lì non è arrivata Comunione e Liberazione».
Eccoci di nuovo. A fatica ci eravamo scostati da tonache, altari e fumo di candele e in men che in un baleno, senza neppure avere il tempo di accorgercene, siamo tornati indietro. Troppo forte la tentazione, troppo interessante il problema, identico il modo di affrontarlo: non lasciando perdere nulla, ma perdonando tutto.
«Prima le Orsoline di Como, poi quelle di Roma e il Buon Pastore di Milano. A poco a poco Comunione e Liberazione sta mettendo le mani su tutte le scuole cattoliche. Bastava essere a San Pietro, qualche giorno fa, per rendersene conto. Però bisogna ammettere che ci sanno fare. E quando siamo andati dal Papa hanno avuto almeno il buon gusto di non mettere striscioni di parte».
Cia Marazzi per scelta non si è mai sposata. «Non crediate però che sia nata a settantaquattro anni. Ho avuto anch'io le mie passioni» precisa vispa.
Attualmente gode di buone letture e di ottima salute. «L'ultima volta che ho visto il medico è stato dieci anni fa. Ero andata per misurare la pressione. Ma non la mia, quella di mia mamma, che è morta parecchio tempo dopo, mentre si stava pettinando, senza aver fatto un giorno di malattia. Aveva novantadue anni». Dio l'abbia in gloria. E si ricordi della figlia. Non dimenticandosi pure il dottore, che nel frattempo è andato in pensione.

28 novembre 1999

mercoledì 12 luglio 2023

Martino Verga (Il sussurratore ammaliante)

Debbo moltissimo ad Adolfo Caldarini, il mio direttore dei tempi del Corriere, la cui stima mi è stata da spunto, oltre che da sprone, per ciascuno degli oltre centoquaranta "ritratti" di comaschi illustri, da lui fortissimamente voluti.
Il guizzo vivace nei suoi occhi ogni volta che leggeva la bozza dell'articolo valeva assai più di qualsiasi compenso, così come il cenno di approvazione finale, spesso con qualche sottolineatura.
Un rituale con rarissime eccezioni. La più clamorosa - e dolorosa - è legata per me a Martino Verga, una tra le persone che tra l'altro ho ammirato di più, avendo la fortuna di frequentarlo anche successivamente a quel primo incontro.
L'intervista che ne uscì, infatti, non piacque per nulla a Caldarini, che da galantuomo qual era non me lo nascose, dandomi così un dispiacere e insieme una lezione. "Giorgio! - esclamò, chiamandomi nel suo ufficio - Giorgio... Sai quanto ti stimo, vero? Però sai anche perché ti stimo? Ti stimo perché mi piace come scrivi ma più ancora perché hai un dono: riesci a cogliere l'essenza delle persone e a trasmetterla in poche righe. Stavolta invece hai scritto poco o nulla di Martino e invece hai fatto un pippone su quello che fa, che dice. Ti prego, rifalla".
Così la riscrissi. Non tutta. Una parte, poiché mancava poco ad andare in stampa, aggiungendo tuttavia qualcosa che in effetti mancava.
A un quarto di secolo di distanza lo ricordo ancora e qui ne voglio segnalare pure il motivo: Martino Verga era talmente appassionato del suo lavoro, di ciò che faceva, che ha finito con il contagiare anche me, che ho quasi scordato lui, ammaliato e affascinato, quasi ipnotizzato, da quel suo modo lieve e piano di parlare, quasi sussurrando.

Il paragone, più che ardito, appare sfrontato.
L’uno “mostro gigantesco, non simile a uomo che mangia pane, ma a picco selvoso tra alte montagne”. L’altro, laureato in chimica e biologia, industriale nel settore alimentare. Il primo, prepotente e sciagurato, figlio di Poseidone. Il secondo, tranquillo e misurato, discendente da una famiglia che da quattro generazioni si occupa di impresa e affari. Quello, capace di lanciar massi grandi quanto “un cucuzzolo di un gran monte”. Questo, abile nel l’usare il cervello. Nulla sembra più distante di due siffatti opposti.
Eppure Polifemo e Martino Verga qualcosa in comune hanno. “Subito fece cagliare una metà di quel bianco latte” recita Omero, cantando del ciclope le gesta. Polifemo la sapeva lunga, per farla breve, in fatto di latte e formaggi. Proprio come Martino Verga, titolare di aziende che si occupano di biotecnologie.
Lo precede una fama ingombrante. Ci hanno detto che è intelligente. Quando ci fa accomodare nel suo ampio ufficio, che alle pareti ha appese tele che rappresentano mucche («i clienti vedono le loro bestie e sono contenti»), le aspettative nei suoi confronti sono elevate. Non ne restiamo delusi. L’aspetto cortese, quasi dimesso, non trae in inganno. Martino Verga possiede un dono raro: esser semplice, ma non banale; presentare dei fatti le conseguenze, non desistendo dal ricercarne le cause. Ciò a prescindere dall’argomento interessato, che si tratti di teorie scientifiche o della presentazione della sua principale attività.
«Il Caglificio Clerici, seleziona enzimi da impiegare nel settore lattiero caseario. La Sacco, acquistata dodici anni fa, produce fermenti lattici e microrganismi per l'industria alimentare».
Bastano poche parole per svelare l’arte del suo mestiere. Conciliare una trovata antica quanto il mondo con le esigenze e le innovazioni tecnologiche attuali.
«Dall’alba dei tempi l'uomo ha imparato a far fermentare gli alimenti per conservarli. Fino a pochi anni fa, per cagliare il latte, si immergevano pezzetti di stomaco animale che, rilasciando enzimi, consentivano la coagulazione. È evidente che ripetere pari pari quest'operazione oggi non tutelerebbe affatto l'igiene, perciò, utilizzando lo stesso principio, selezioniamo chimicamente gli enzimi per cagliare il latte. Medesimo discorso vale per la produzione di microrganismi. Un tempo, quando il contadino mungeva, nel latte cadevano anche alcuni microbi. Questa flora batterica dava un gusto particolare al formaggio. In Val d'Aosta si otteneva la fontina, in Campania la mozzarella, in Svizzera l'emmental coi buchi e così via. Nel latte cascavano anche microbi pericolosi, portatori di tubercolosi o altro. Per questo il latte deve essere pastorizzato, eliminando tutti i microrganismi. È necessario allora raccogliere tutti i microbi buoni, selezionarli, pulirli e fornirli ai caseifici per differenziare i sapori dei vari prodotti».
Un mestiere complesso, che necessità di continua ricerca. Per associazione di idee non possiamo non chiedere della collaborazione con l’università.
«All’Unione industriali si parla molto di questo rapporto aziende-università. A Como ci sono difficoltà ad instaurare un rapporto proficuo. Ritengo che dipenda dalla tipologia aziendale. Per il tessile, ad esempio, le tecnologie non sono in rapidissima evoluzione, per cui la ricerca è meno importante e collaborare non diventa una necessità. Per noi è il contrario e la risposta dell’università è indispensabile».
Avviato il discorso, non resistiamo alla tentazione di metterlo alla prova su un tema affascinante, ma che raramente si concilia con l’ambizione al profitto di un imprenditore. Ricerca può voler dire manipolazione genetica, cioè i confini etici del proprio lavoro, dove la domanda diventa un abisso.
«Di principio sono assoluta mente contrario a certe tecniche. Se però in futuro il mercato dovesse accettarle, potremo ignorarle? Almeno centodieci famiglie contano sul nostro lavoro. Sentiremmo di aver la coscienza a posto se non ci preparassimo? Certo i rischi sono notevoli. È scontato condannare la manipolazione su esseri umani, ma ci sono settori in cui la questione è più sottile ed egualmente pericolosa. Pensiamo all’inquinamento ambientale. Fino ad ora si è sempre parlato di quello chimico. Le acque sporcate delle tintostamperie, i gas di scarico delle automobili, eccetera. Meno evidente, ma altrettanto dannoso può essere l'inquinamento biologico. Se si manipolano microrganismi, piante, animali, quando questi tornano a contatto con l'ambiente, non è che muoiano e svaniscano nel nulla. A differenza delle sostanze chimiche, queste si riproducono, invadono nicchie ecologiche, distruggono, si sostituiscono facilmente ad altre specie. C'è stata un'azienda che produceva semenze in grandissima quantità e le manipolava in modo che le piante che nascevano da esse fossero resistenti agli erbicidi, prodotti dalla stessa ditta. Qualcuno aveva ipotizzato che i geni modificati sarebbero potuti trasferirsi in altre piante, ma gli scienziati negarono tutto. Così si produsse il mais resistente. Anni dopo si notò che le erbacce, di genere e specie completamente diverse, erano diventate resistenti agli erbicidi. L'evoluzione genetica non era stata controllata. Qual è la lezione? Dobbiamo forse inventare erbicidi sempre più potenti? Non è una corsa folle?».
La fama non è stata smentita. La retorica è rimasta fuori dalla porta. Lo stesso vale per il giudizio su Como.
«Considero assai triste la chiusura di tanti negozi. In centro rimangono solo quelli di abbigliamento. È innegabile una dissoluzione del tessuto sociale. Una città è viva se ci sono possibilità per tutti. Alla fine di ogni anno sul Sole 24ore compaiono alcune statistiche. Mi ha colpito il fatto che Como è in quasi tutti i settori in posizione mediocre o cattiva. Siamo invece al terzo posto come presenza di grandi centri commerciali. Primeggiare solo in questo campo evidenzia comunque uno squilibrio. Si parla di Como città turistica, ma a parte il lago e alcuni monumenti, non esistono attrazioni come in altre città lombarde. Forse solo Sondrio e Varese non ci superano. Poi c'è troppa rissosità. Mi pare che i comaschi prendano gusto a bisticciare. Appena qualcuno ha una proposta, ecco che si alza un altro per criticare. Bisogna rifuggire dal pettegolezzo e dal litigio continuo. A parte questo Como è un bel posto».
L’analisi continua, ma ci piace finire qui. Per tutto il tempo abbiamo avuto un pensiero che stentavamo a reprimere. Tanto sforzo per nulla, poiché prima di congedarci non riusciamo a trattenerci. Complimenti per le molte candidature, abbozziamo.
La sua reazione è decisa, ma bonaria. «Basta con i borsini - replica corrucciato, senza però nascondere un sorriso - a parte che vengo pure preso in giro, quello che mi scoccia è apparire come un arrivista e un intrigante. Non è così. Desidero solo dedicarmi al mio lavoro».

11 gennaio 1998

sabato 30 novembre 2013

Valeria

Foto by Leonora
Dico sempre che ci sono sottili fili rossi che ci uniscono alle persone: alcuni li seguiamo passo passo, di qualcuno non ne veniamo mai a capo, altri vanno e vengono, altri ancora rimangono sotto traccia mesi, anni, per poi riannodarsi all'improvviso. Com'è capitato con Valeria, che non vedevo da un sacco e con cui neppure mi scrivevo. Eppure avvertivo la sua presenza, discreta, costante, quasi una mano sulla spalla che mi accompagnava e che potevo distinguere in piccoli gesti, moderne briciole di pane lasciate sui sentieri dei social network.
Ho rivisto Valeria l'altro giorno, tale e quale a come la ricordavo, forse con una luce diversa negli occhi, ma sempre spigliata, indipendente, decisa a non restare indietro un passo, una di quelle donne che apprezzano le galanterie ma a patto che il rapporto alla pari non sia pregiudicato.
Valeria fa il mio lavoro. Non questo, l'attuale, bensì quello che ho fatto prima di diventare giornalista, e che in fondo non ho abbandonato mai, perché non si fa l'assistente sociale ma si è assistente sociale sempre, dentro, ventiquattro ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all'anno.
Anche su questo abbiamo scherzato, bevendoci uno spritz e raccontandoci a voce il riassunto delle puntate precendenti, ciò che ci siamo persi nel frattempo, dagli affetti alla professione, dalle passioni ai dubbi esistenziali che distinguono o accumunano.
Stavo bene con lei e il tempo è volato, come sempre capita quando sono a mio agio. Valeria non ha avuto solo rose e fiori dalla vita, i crucci e le delusioni l'hanno scavata senza toglierle la terra sotto, rendendola forse più dura ma anche forte. L'ha salvata e la salva, per sua stessa ammissione, l'ironia, l'autoironia soprattutto, quel modo di guardare a se stessi con lievità, senza darsi eccessiva importanza e smarrire il sorriso.
E mentre era lì, di fronte a me, minuta e in apparenza fragile, le invidiavo la resistenza e la resilienza, la capacità di tornare alla forma originaria dopo esser pressata e strizzata per benino. Tra noi due quella forte è lei. Perciò, per quel che la conosco, Valeria resta per me un modello, un esempio. Volevo scriverlo qui, proprio oggi, nel giorno del suo compleanno.

lunedì 14 marzo 2011

Aristodemo Taroni, avvocato e onesto comunista

Il gran comunista. Me lo avevano presentato così, Aristodemo Taroni, avvocato penalista, prima di mandarmi ad intervistarlo, descrivendomelo come un leone del foro, con occhi "di bragia" e fare profetico. Lo trovai mansueto, istrionico, umile e costretto forse alla parte del "comunista diabolico", mentre in realtà era soltanto un uomo d'altri tempi, che credeva in valori che "compagni" ben più famosi avevano disprezzato a favore di soldi, potere, poltrone. Era il 15 gennaio 1998.

Gli avvocati possono stare simpatici solo a chi non ne ha mai pagato una parcella.
Aristodemo Taroni ci attende nel suo studio. Anzi, siamo noi ad attendere lui. Indaffarato ed occupatissimo, alla soglia dei settantotto anni, il penalista ha ancora l’impegno e la dedizione del principiante. Per parecchio tempo lo aspettiamo, sbirciando da una finestra che si affaccia su Piazza Vittoria. Le vie che contornano le mura del centro sono un brulicare continuo di automobili fredde e colorate. E’ questo, pensiamo, il novello fossato che cinge i bastioni. Un tempo, per entrare ed uscire dal borgo, serviva un ponte levatoio. Oggi basta un semaforo.
Alto, magro, capelli candidi, voce profonda e capace di mille sfumature. Se indossasse un saio, invece del completo grigio, ricorderebbe uno dei vegliardi dell’Apocalisse. Contrariamente all’impressione iniziale, basta un saluto per scoprire che Taroni non ha né il piglio né il buzzo di un Jorge da Burgos, il severo e austero monaco che ne “Il nome della Rosa” attendeva l’Anticristo. Le sue maniere sono cortesi, ma non appiccicose. Il tono è gentile, pur non ignorando fermezze. Egli conosce la misura, ma anche la schiettezza di tutti coloro che, essendo intelligenti e discendendo da umili origini, non devono chiedere grazie di nulla, perché si sono fatti da sé.
Il nome non se lo è scelto, ma gli calza a pennello. Aristodemo significa “il migliore del popolo”.
“Migliore” come l’eccellenza che ha ricercato attraverso una vita di studi. "A me studiare è sempre piaciuto, così come tutto ciò che comporta l’impiego della ragione, della logica e del buon senso. Presi la mia prima laurea in filosofia, ma era la storia ad appassionarmi. Per ragioni di carattere economico, poiché si pativa la fame, dopo aver insegnato otto anni, ho approfittato della laurea in legge, ma non mai abbandonato la storia, soprattutto quella delle idee. Ho cercato di approfondire, sul piano ideologico, la diversità su liberalismo, democrazia, socialismo".
“Del popolo”, perché da esso proviene. "La mia era una famiglia di lavoratori. Mia mamma faceva la sartina. Mio padre aveva solo la licenza di terza elementare, ma non smise mai di studiare e, partendo da marinaio, arrivò ad essere il capitano della navigazione di Como. I miei genitori sono stati soprattutto esempio di onestà. Avevano il culto dell’onestà".
Quello dell’onestà era l’unico culto di casa?
"Mia mamma era molto cattolica. Io stesso ricevetti una profonda educazione cattolica e fondamentalmente non sono mai stato contro quei sentimenti. Mio papà era socialista e la mia anima è di sinistra. Di sinistra, nel senso del riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo. Di sinistra, perché radicalmente antifascista. Ecco l’altro culto: il ricordo di tutti quelli che hanno lottato contro quel regime. Anch’io feci la mia parte, dapprima con la costituzione dei movimenti “Giustizia e Libertà”, nel 1938, poi con l’adesione al Partito Comunista Italiano, nel 1944, e guai se mi toccano coloro che in quegli anni si sacrificarono o morirono. Devo ammettere, francamente, che mi sento doppiamente fortunato a non esser morto, perché oggi, di fronte a ciò che è avvenuto in Italia, direi: quanto siamo stati fessi!".
Cosa ricorda di quegli anni?
"Tutto. Ad esempio la grande solidarietà che ci univa, a prescindere dall’idea liberale o cattolica o comunista. E il valore dell’avvocato Peretta, nostra anima e coordinatore, che finì fucilato dai tedeschi. Era un ex giudice, espulso dalla magistratura per aver condannato e definito “banda di teppisti” un gruppo di fascisti che si erano resi autori di un pestaggio. A Como antifascisti eravamo veramente in pochi. E’ sempre stata una città di destra. E lo è tuttora. Dico sempre – sorride - che, se potessero, i comaschi nominerebbero sindaco il Vescovo".
Non si sente a disagio a vivere qui?
"E perché dovrei? I comaschi sono conservatori e attaccati al denaro, ma sono anche della gran brava gente, che non fa fatica a lavorare ed è, almeno per la maggior parte, onesta".
Cambiamo argomento. Non esiste un conflitto generazionale tra voi avvocati?
"Premettiamo, innanzi tutto, una verità. I giovani hanno diritto – e scandisce con teatralità questa parola, quasi a sottolinearne il valore sacro – hanno diritto di trovare una sistemazione. D’altro canto, noi anziani, col passare degli anni perdiamo mordente e qualche volta anche clientela. Sovente paghiamo proprio la pubblicità negativa dei colleghi più giovani. Però riconosco e capisco che ci considerino vecchi, poiché purtroppo lo siamo. Anche se intellettualmente non mi sento vecchio affatto – il vigore della voce aumenta, come per testimoniare che la lucidità è almeno pari al possente fiato - io detto ancora tutte le comparse, cito gli articoli a memoria, discuto per tre ore senza servirmi di un appunto. Non mi sento superato, perché ancor oggi studio moltissimo. Come del resto fanno molti giovani. Ne conosco di veramente bravi e preparati. Sfortunatamente non sono sempre questi ad essere riconosciuti tali, bensì quelli che sanno vendere bene il loro molto fumo, anche quando sono prepotenti, supponenti o tanto scorretti da approfittare della caccia inumana al denaro e al guadagno".
Lo abbiamo scritto in premessa poiché, quando siamo prevenuti, non ci piace nasconderlo. Non siete troppo cari? "Ma. Dunque". Attacca formale l’avvocato, come ogni difensore di razza, salvo poi protendersi e modulare un soffio di voce che pare preannunciare segreti e rivelazioni. "Sono le tariffe. Sono le tariffe non giuste. Però le do la mia parola d’onore che mai, mai ho abusato delle disgrazie altrui. Non si può non tener conto del risultato e delle oggettive possibilità dei clienti. Lo dico a voce alta – e il sospiro torna a farsi tuono – al diavolo anche le tariffe. Se tu porti a casa centomila lire, massimo ne puoi pretendere dieci, quindici mila. Vorrà dire che quando ti capiterà la causa buona l’onorario sarà più rispettabile. Questo è ciò che ho sempre praticato. Anche perché vissuto nel terrore che mi dicessero: bella sinistra la tua, che quando fai le parcelle sei un ladro".
Come si trova un “vecchio leone del foro” con le nuove procedure?
"A disagio. La discussione, che ho sempre preferito, nel penale non esiste più, tranne che nei processi gravissimi. Ora tutto si patteggia, per la gioia e la fortuna di quelli che non sanno fare l’avvocato, ma sono maestri a frequentare corridoi, tessere amicizie, tenere pubbliche relazioni, invitare il pubblico ministero a pranzo".
Tra poco l’ordine degli avvocati eleggerà un presidente. "Lanni non vuole continuare. Per sostituirlo occorre un uomo che goda di un certo prestigio e che sia stimato per correttezza, rettitudine e onestà. Spero, soprattutto, che non si elegga una persona con esclusive ambizioni di carriera. Se c’è una cosa che ripugna è quella dei candidati che per ottenere il voto ti aspettano, ti prendono a braccetto, ti offrono da bere. Disgustoso. Nella vita devono contare i meriti e le capacità e non i favori o le conoscenze".
Giorgio Bardaglio

Qualche appunto mai trascritto.

Dalla finestra di una disadorna sala d’aspetto che si affaccia su Piazza Vittoria, il centro di Como non si rivela. Le vecchie mura nascondono cosa accade oltre Porta Torre.
"Non sono stato mai un fazioso politico. Non ho mai pensato, di un uomo, è un fesso perché non la pensa come me".

"Il migliore del popolo. Non credo di meritarmelo. Lo devo ad uno zio, morto nella guerra del 15-18, che portava lo stesso nome e che a sua volta lo doveva ad un altro zio, acquisito, che aveva promesso una catena d’ora se la nonna lo avesse chiamato con lo stesso nome".

"Aristodemo era re di Messene, che aveva sacrificato la figlia, a cui il Monti dedicò una tragedia".

"Sono ancora appassionato della mia professione, che incontrai occasionalmente, poiché in principio mi iscrissi alla facoltà di giurisprudenza per aver qualche licenza in più dal servizio militare. Così diventai avvocato".

Non nota un eccesso di protagonismo nella categoria?
"C’è sempre stato. Ero molto amico e ho imparato il mestiere da Luzzani, bravissimo penalista, ma con la mentalità del protagonista".

sabato 5 marzo 2011

Francesco Somaini, scultore "in grande"

Timido e riservato nei rapporti umani, amava confrontarsi con l'immensità dell'arte che aveva dentro. Incontrammo Francesco Somaini il 29 gennaio del 1998, in una giornata tersa e gelida. Ricordiamo le sue mani, bianche come il marmo che scolpiva, e lo sguardo da miope, che tuttavia non perdeva un dettaglio di ciò che lo circondava. Lo apprezziamo più adesso del momento in cui l'incontrammo: il vino necessita di tempo, di decantazione, per diventare buono.

Come acqua di fonte. Gli occhi chiari. La naturalezza con cui spiega le cose. La limpidezza dei pensieri. Francesco Somaini, scultore, è come acqua di fonte.
Per descrivere e commentarne vita e opere i critici hanno scritto pagine su pagine. Arduo è aggiungere qualcosa al molto che è già stato detto, inventandoci per di più competenze che non abbiamo. Del resto, neppure lui pare abbia interesse a parlarsi addosso.
Pur avvezzo ad usare la parola, Somaini le preferisce il gesto. Il primato delle mani sulla voce si manifesta anche al momento delle presentazioni. Dopo lo scambio di saluti e nomi, lo scultore non ci dice chi è, ma ci mostra dove lavora e cosa fa. Quasi che il luogo del modellare e dello scolpire fosse chiamato a dare testimonianza dell’essenza piena e vera dell’autore. Il suo è un biglietto da visita che misura svariati metri quadri ed è composto da pietre, disegni, bozzetti, argani, ponteggi, paranchi, pompe, utensili. Il laboratorio non somiglia ad una vecchia bottega. Ricorda piuttosto una piccola azienda. Non è un caso. Francesco Somaini è un artista, ma soprattutto un professionista dell’arte. La differenza sta nel fatto che il primo con l’arte è in amore, il secondo con essa lavora e riesce pure a campare.
Essere professionista è per Somaini una necessità ("chi fa grandi sculture non può creare un’opera di quindici tonnellate e sperare di venderla. Bisogna esserne certi. Per farlo occorre predisporre preventivi, pianificare costi e ricavi, stipulare contratti, stabilire prefinanziamenti") e anche una virtù. Lo scultore discende da una famiglia di imprenditori e le origini di una persona significano sempre qualcosa. Il sole può cambiare il colore delle fronde, ma l’albero non dimentica la terra in cui affonda le radici.
"Mio padre possedeva un cotonificio e osteggiava la vocazione che avevo. Non giudicava l’arte una cosa seria. Per accontentare la famiglia frequentai il Liceo Classico a Como e mi laureai in giurisprudenza a Pavia, facendo nel contempo l’accademia di Brera. Realizzai le prime opere. Nel 1959 vinsi il Primo Premio Internazionale alla V Biennale di San Paolo del Brasile. Un riconoscimento inatteso, poiché vinto in precedenza solo da grandissimi, come Giorgio Morandi, mentre io ero il più giovane dei giovani in una delegazione che contava fior di maestri, come Burri, Consagra, Fontana, Minghuzzi, Pomodoro. Cambiò la mia vita. Feci mostre a New York, esposi nei maggiori musei americani e aggiunsi anche uno zero al valore delle mie opere. Ebbene, quando raccontai a mio padre del premio, mi rispose: “che gran venditore. Dai, vieni in ditta”.
Quando comprese di avere del talento?
"Da bambino. Avevo otto o nove anni e mio nonno mi portò in visita al museo Vela. Il custode ci mostrò una piccola acquasantiera con scolpita una testa di angioletto. Posso farla anch’io, pensai. E così feci".
Qualcuno oggi comincia dai muri o dai treni.
"Un gesto pseudo artistico, che è solo danneggiamento. Ogni volta guardo i dipinti sui treni con la speranza di vederne uno bello. Non mi è mai capitato. Sono volgari ripetizioni dei grafitisti americani di venticinque anni fa. Non c’è inventiva. L’arte non ha nulla a che spartire con il vandalismo che non rispetta persone e luoghi".
Ci stupiscono alcune immagini realizzate dal figlio Cesare (che fotografo d’arte è per mestiere, mentre la figlia Luisa insegna a Brera). Il padre è immortalato al lavoro. Somaini dalle fotografie non si riconosce. E’ celato da uno scafandro che lo fa sembrare un palombaro. Sbaglia chi lo pensa alle prese con martello e scalpelli. Per scolpire usa un getto di sabbia che esce da un piccolo ugello con la forza di dieci atmosfere, sollevando un polverone denso. Non lo vediamo all’opera, ma ce lo immaginiamo avvolto da una bianca nube, simile a quella che deve aver circondato il Dio creatore. E’ il destino di chi non si accontenta delle piccole cose e ha il gusto dei monumenti imponenti.
"Ho voluto sempre far cose grandi. Ho un’idea antica della scultura. Per me l’artista che fa delle cose minute ed intime, che parlano di sé, non segue la grande tradizione italiana, che di fatto si è immiserita dopo il Canova, nell’ottocento. Un segno dell’impotenza del nostro secolo, che ha paura di fare grandi opere. Ma cosa lasceremo noi? Le autostrade, le gallerie e poi? Ho sempre pensato che il destino della scultura è quello di arricchire le piazze, oggi come ieri".
Il contesto è però cambiato. Un tempo si abbelliva l’agorà, poi la cattedrale, oggi i supermercati. Paragone irriverente?
"Perché mai? L’ho sempre sostenuto e anche realizzato".
Con “La porta d’Europa”, davanti al Bennet di Montano Lucino, ad esempio.
"Venne Enzo Ratti e mi disse: “voglio l’opera tua migliore, la più importante che puoi fare”. Realizzai un bozzetto. Piacque tanto al committente da indurlo persino a cambiar nome al centro commerciale. L’idea che avevo era quella di rappresentare l’abbondanza e la carestia".
Non ne abbia a male, ma da lontano “La porta d’Europa” sembra un dolmen, quei massi che si vedono anche nei fumetti di Asterix.
"Perché dovrei prendermela? Sono soddisfatto quando un comune visitatore si pone delle domande su ciò che vede. I nemici della scultura sono coloro che dei monumenti non si accorgono neppure, troppo impegnati a correre, a fare e disfare. La mia idea è quella di realizzare opere che interroghino le persone e che la gente di buona volontà possa tentare di capire. Ecco perché ritengo necessario che l’opera contenga in sé un aggancio, un’indicazione, una traccia che rimandi al suo significato. La forma del triglite prende spunto proprio dai dolmen. Il motivo è semplice. La cultura delle grandi pietre, di cui si conserva la memoria nelle più svariate zone del continente, dall’atlantico al baltico, dall’Inghilterra fino alla Sardegna e a Malta, fu elemento unitario europeo più ancora dello stile gotico o romanico".
Come giudica la Como artistica?
"Una città abbastanza gretta, fatta eccezione per alcuni mecenati. E’ sempre stata provinciale, soffocata dalla vicina Milano. Como vivacchia. Negli anni ’50, quando aprii un piccolo studio, preferii il niente di Lomazzo al provincialismo di Como. Se si pensa che i disegni del Sant’Elia non sono ancora esposti".
Se le dicessero, scegli un angolo della città di Como dove mettere una tua scultura, quale sceglierebbe?
"L’ho già detto – sorride quasi con malizia, come un bimbo di cui è stato rivelato il luogo dove nasconde i dolci – Piazza Roma. Perché in fondo a questa piazza c’è un punto dove si vede il monumento di Piazza Volta. Questi due luoghi segnano la memoria della vecchia Como".
Che tipo di opera metterebbe?
"Un monumento ai nostri Maestri Cumacini, che per secoli hanno esportato arte e importato arte".
Si sente un po’ loro figlio?
"Certamente. Io mi ritengo mitteleuropeo, è tale è la mia scultura. Anche Como lo è, ma non si rende conto di esserlo, mentre sarebbe importante risvegliare in noi una cultura mitteleuropea".
Giorgio Bardaglio

E altre domande e risposte, mai pubblicate prima.

"Ogni scultura parla di sé. Per sé. E’ la pietra che, modellata dall’uomo, riesce a comunicare. Ogni parola che si aggiunge non è però vana. Non è facile realizzare una scultura per il pubblico. Quel che nel contesto urbano è un cumulo di sabbia scaricata da un camion, in una galleria d’arte diventa una scultura".
Como è una città bella?
"Lo è, ma sbaglia a pensarsi per questo turistica. Turistica è Lugano che, tanto per cominciare è rivolta a sud mentre Como guarda a nord. Poi non basta un pista da ghiaccio o un babbo natale che scende dal campanile".
Piazza Cavour?
"E' pericolosa per un artista. Da manuale è una piazza morta. Dove si instaurano le banche e le assicurazioni muore il tessuto urbano. La loro è una clientela frettolosa, di passaggio. Le amministrazioni precedenti avrebbero dovuto imporre le banche dal primo piano in su, lasciando il sotto per i parrucchieri, i bar, i ristoranti per tutte le tasche, anche i fast-food e le pizzerie. Piazza Cavour non ha niente perché la gente ci stia lì. Neanche la fontana del Bernini risolverebbe qualcosa. Dopo qualche mese si sarebbero già annoiati di vederla. Bisogna ricostruirne, magari rimpicciolendola, il tessuto urbano. Guardiamo piazza San Marco, a Venezia. Quanti bar ci sono? Non ho però certezze a riguardo".
Qual è il committente migliore?
"Quello che ha pazienza. In vita mia non ho mai chiesto una lira in più del pattuito. A volte ho avuto però bisogno di più tempo. Qualche volta sono stato anche accontentato".
E gli intermediari?
"Se posso ne faccio a meno. Si prendono almeno il 50% del ricavo, all’estero anche il 60".

mercoledì 2 marzo 2011

Vincenzo Rovelli, l'ultimo degli antichi

Di Vincenzo Rovelli ricordo la corporatura robusta e le sopracciglia folte. Mauro Fuggiaschi, il vignettista che sul Corriere di Como accompagnava sempre le mie interviste con un ritratto, ne fece una caricatura stupenda, con la parrucca come si portava nel Settecento. Privo di vette, egli era uomo dotato di buon senso e di quella praticità che da queste parti è virtù e vanto. Rileggendo ciò che aveva detto mi sono sorpreso di quanto fosse sarcastico, pungente, disincantato. Ora come allora mi dà l'idea di essere l'epigono di secoli di tradizione, l'ultimo del suo genere, la cerniera tra un mondo che non è più il suo, qual è l'attuale, e uno antico, che non esiste più, ma a cui egli apparteneva per sangue, cultura, formazione e diritto. Lo incontrammo il 22 gennaio del 1998.

Pochi minuti non bastano per conoscere un uomo. Per raccontarlo bisogna fidarsi delle impressioni.
Vincenzo Rovelli, settantasette anni, laurea in scienze agrarie, proprietario di aziende zootecniche e amministratore di condomini, ci attende sulla porta della casa che fu di Alessandro Volta. Un parente. Uno dei tanti. Per quasi due ore restiamo ad ascoltare la sua voce, che a volte si inasprisce e stride. Sorridiamo spesso, e non solo per i motti e le chiose che riferisce in rigoroso dialetto. Ci incuriosisce il modo buffo con cui chiude gli occhi. Rovelli non abbassa semplicemente le palpebre. Sono le sopracciglia a toccare gli zigomi. Ricorda, anche per quello che dice, il gufo scettico e saggio di certe fiabe. Tanto cortese da attenderci sulla porta, tanto sospettoso da voler sapere per filo e per segno motivi e ragioni della nostra presenza ("Ghé da vèc pagùra, bisogna preoccuparsi quando si parla con i giornalai, come li chiama qualcuno. Primo perché possono inventare, ta cuntan su anca quel che te minga dìi, secondo perché anche quello che dici te lo girano come vogliono. Perciò calma, un mument"). Un giornalista deve dare certezze, ci ha suggerito un amico. Ma come fare? Come definire in pochi tratti un esistenza che ha radici nell’eternità e proiezioni nel futuro? A lungo siamo restati ad ascoltarlo e, congedandoci, non abbiamo potuto evitare di pensare: chi sarà veramente l’uomo che abbiamo incontrato? Di lui conosciamo più i natali che le opere. Per buona parte del nostro incontro le memorie di famiglia hanno il sopravvento.
"La presenza della mia famiglia a Como è documentata fin dal 1200. Nei ritagli di tempo ne ho ricostruito la storia, per lasciarla ai miei figli. Abbiamo tanti antenati illustri. Lo storico Giuseppe Rovelli, a cui è intitolata una via del centro, era il nonno del mio bisnonno".
Quando ha preso coscienza di avere origini tanto importanti?
"Finita la guerra, dopo il 1945. Scoprii alcuni documenti e scrissi una monografia su quella Giuseppina Raimondi, cugina dei miei avi, che il 24 gennaio 1861 sposò Garibaldi".
Gli psicologi affermano che ogni padre ha un figlio prediletto. Succede lo stesso per gli antenati?
"Credo di sì. A cavallo tra il 1400 e il 1500 visse Paolo Rovello, che era economo all’ospedale La colombetta. Un altro collaborò con Grassi, nelle ricerche sulla malaria. L’ultimo fu l’avvocato Rovelli, che scrisse una storia di Como, che io ho criticato, definendolo una bandieruola, ma era uomo di enorme cultura. C’è stato, ad esempio, un vescovo Rovelli, fratello minore dello storico, che nel concilio di Parigi si oppose addirittura a Napoleone. Sfidò l’ira dell’imperatore dicendo: mi lasci il crocefisso e il breviario e faccia di me ciò che vuole. Invece del castigo, in virtù del coraggio dimostrato, ottenne il titolo di barone. Non era come certi prelati grassocci. Era generoso. Quando morì lasciò in beneficenza tutto il patrimonio, catafalco funebre compreso".
E l’avo che più l’ha incuriosita?
"Forse il bisnonno Pietro, fanatico di Garibaldi, autore di molte sfide a duello. Fu protagonista delle cinque giornate di Como, di quelle di Venezia, della campagna del 1859, del 1860 e del 1866. Insomma, apéna che ghéra un quaicòs, al ménava i man".
Siete parenti anche di Alessandro Volta.
"Esatto. Con la famiglia dello scienziato esiste un doppio incrocio di parentela. Uno risale al 1600, l’altro è più recente. Una sorella di mia nonna sposò il nonno delle due ultime discendenti del Volta: Piera e Ippolita".
Ai nipotini racconta queste storie?
"Ho un nipote ventenne, che è un buon ragazzo, ma ha poco interesse per queste cose. Colpa degli anni che corrono e anche della scuola, che vale poco e altrettanto insegna".
Ai suoi tempi, invece?
"Altra pasta di insegnanti. Ricordo il buon Palma, professore di francese, che agli studenti dava del lei. Diceva: io non ho mai mangiato pane e latte con lei. E Paolo Maggi, che si soffermò sulla questione omerica per una ventina di giorni. E, più di tutti, Margheritis. In prima liceo ci faceva leggere la tragedia greca ritmata, cioè secondo la metrica. Adesso non sanno neppure cos’è la metrica".
Lei prendeva insufficienze?
"Piovevano. Un giorno, in un compito di greco, vidi il voto dieci. Eppure era pieno di segni rossi e blu. Allora guardai meglio. C’era scritto: meno dieci. Però agli esami di maturità, in cui si portavano tutte le materie, in greco presi sette. I professori ti facevano lavorare in maniera spaventosa, ma i risultati arrivavano e formavano le menti e le coscienze".
Oltre alla scuola, che ricordo ha di quegli anni?
"I compagni, l’affiatamento che c’era tra noi. Giravamo tantissimo in bicicletta. Con in testa il professor Gianfranco Bianchi, facevamo il giro del lago o andavamo all’isola comacina. Ero allenatissimo. A sedici anni, con una bicicletta di venticinque chili, andai in un giorno a Venezia. Non l’avevo mai vista e mi tolsi lo sfizio. Ci si divertiva molto con un niente. Tutto aveva sapore. La guerra interruppe l’idillio. Partimmo ragazzi per il fronte e tornammo uomini, messi di fronte alla realtà della vita. Non fu più la stessa cosa. Ci disperdemmo".
Qual è l'immagine simbolo di quella guerra?
"Ricordo l’otto settembre. Gli ufficiali ci fecero alzare le mani, in segno di resa, dandoci però l’ordine di aprire il fuoco quando il carro armato nemico fu a cinquanta metri. Questo era diventata l’Italia
".
Per molti anni ha amministrato stabili e condomini. Che idea si è fatto della convivenza umana?
"Ieri era più facile andare d’accordo, oggi è impossibile. Prima c’era una certa collaborazione, in special modo tra la gente più semplice, che aveva un senso costruttivo della partecipazione. Ora c’è una conflittualità esasperata. Si è avverato ciò che sosteneva Hobbes, l’uomo è diventato lupo per il suo simile".
Per età e vocazione Vincenzo Rovelli ha familiarità col passato, ma il suo sguardo è profondo anche quando non si rivolge alle spalle. Come immagina la Como di domani?
"E’ difficile dirlo, perché è affidata agli uomini politici, che da trent’anni sono fermi e litigano ogni giorno tra loro. C’è una domanda che mi inquieta: per cosa verrà ricordata la Como dei giorni nostri in futuro? Per l’operazione metro quadro? Non scherziamo. Ci vuole ben altro che tagliar nastri e sproloquiare ad ogni mezza inaugurazione. A parte qualche furba rinfrescata prima delle elezioni, la città si è fermata, perdendo importanti occasioni. Gli esempi sono innumerevoli, dall’Albergo San Gottardo all’area Ticosa. Così pure per i vari autosilo o la sede dell’università: facciamoli qui, facciamoli là, facciamoli su, facciamoli giù. Ma basta! Bisognerebbe fare come per il conclave, prendere maggioranza e minoranza e, fino a che si arriva ad una decisione, lasciarli chiusi in una stanza. E dàc poc da mangià, però".
Secondo Lino Gelpi furono i furbi che, prendendo il comando nei partiti, paralizzarono l’azione amministrativa.
"Lo ha detto con cognizione di causa. La responsabilità è di un sistema sbagliato, che ha dato troppo potere ai partiti. Ma è altrettanto vero che mancano soprattutto uomini validi. Ci sono delle mezze figure. Negli anni del dopo guerra, proprio fino all’epoca di Gelpi e della prima amministrazione Spallino, molti personaggi significativi si rimboccarono le maniche e, decisi a fare qualcosa di buono, lo fecero. Oggi non c’è una cultura che prepari l’individuo e non c’è vocazione politica. C’è soltanto il desiderio di avere la propria poltrona e di diventare qualcuno. Ambizione sacrosanta, non discuto, ma l’amministrato sulla poltrona ha bisogno di un valore e non solo di un occupante".
Di solito si dice che ogni città ha gli amministratori che si merita.
"Oggi mancano non solo gli amministratori che Como potrebbe auspicare, ma che potrebbe anche pretendere di avere. La colpa è nostra. Pensiamo troppo ai nostri affari e ci occupiamo troppo poco della cosa pubblica".
Perché lei, oltre ai condomini, non ha mai pensato ad amministrare nelle istituzioni?
"Dopo la guerra avevo intenzione di impegnarmi, ma ritenni prioritario dapprima terminare gli studi e poi dedicarmi anima e corpo al lavoro. Ho commesso un errore. Non solo lo riconosco, ma me ne pento".
Giorgio Bardaglio

E, di seguito, qualche appunto che ho mancato di trascrivere quando è stata pubblicata l'intervista.

"Mio figlio si è dato alla politica e persino mio nipote investe molto tempo. Gli piace, è bello e così... non si studia".
E’ un po’ scettico?
"Molto scettico. Oggi puoi anche riuscire a raggiungere la seggiolina o la poltroncina, ma bisogna guardarsi sempre dagli sgambetti. Mi dicono tu sei vecchio e parli da vecchio. E'’vero. Una volta la politica era una “roba da sciuri”. Ora è l’aggancio per sistemarsi, per fare i soldi. Ecco perché è terra di conquista per i tromboni e le mezze figure. Si fa fatica a trovare persone valide. Poi per l’inettitudine, l’incapacità di questi sono i furbi interessati a tirare le fila. Ad andare di mezzo è la collettività. Laddove c’è una persona che si da da fare e vale le cose cambiano. Ho in mente i due esempi dei paesi in cui ho vissuto oltre a Como. Ad Alzate Brianza sono stati sindaci validi. L’altro giorno sono tornato dopo tanto tempo e l’ho trovato trasformato, abbellito, tutto potenziato. A Cogliate è passata buona gente ma non valida e tutto è rimasto uguale. Anzi si è degradato poiché le scorie della metropoli si sono riversate lì".
Cosa conta di più, in politica?
"L’importanza dell’individuo è enorme. E non occorre avere natali illustri. E poi l’opposizione ha il dovere di controllare, ma non di rompere le scatole. Gelpi fisicamente, come persona, non era un dittatore troneggiante. Però fu un sindaco concreto, che fece dell’amministrazione seria, con la collaborazione degli assessorati. E adèss? E adesso?".
Come giudica gli italiani?
"Siamo latini. Molto latini. Con una mentalità fervida, brillante, ma anche predisposti ad una certa faciloneria".
Cosa non sopporta?
"Una certa mentalità meridionale. E lo dico avendo una moglie romana e una nuora siciliana. Ma non sopporto chi ha la presunzione di saperla più lunga degli altri. A chi mi ha detto: “Noi siamo la mente, voi il braccio” ho risposto: oh ciumbia, però ta manget cunt ul brasc, mangiate con il braccio, se no con la vostra mente ne dovete tirare di cinghia".
Dopo la guerra, cosa fece?
"Mi laureai in scienze agrarie e attivai un’azienda agricola di carattere zootecnico, alle porte di Milano. Nel contempo sviluppai a Como un’attività di amministrazione di condomini e stabili vari. Fu un periodo lungo e massacrante. Arrivavo in studio prima delle sei della mattina, verso le otto e mezzo mi recavo a Cogliate, tornavo a Como nel pomeriggio e in serata avevo le assemblee condominiali. Ricordo invece un complesso di palazzine, abitata da gente per bene, che la saveva lunga. Ogni volta che prendevamo delle decisioni nell’assemblea successiva venivano rimesse in discussione e annullate. In un anno feci tredici assemblee. Una volta tirammo addirittura le tre e mezzo del mattino, tanto che un marito scese e chiese notizie della moglie dicendo: duv’è ca , la trovi in lec. Non sono populista, ma la gente più semplice è più capace di collaborazione, di partecipazione collettiva".
L’amministratore di condomio non è solitamente una figura che sta antipatica?
"E’ quello che cerca i soldi. Piove sempre dal tetto e, chissà perché, piove sempre sul letto".

giovedì 10 febbraio 2011

Eli Riva, scultore e artista tormentato

Aveva un nome biblico e anche la faccia da profeta. Parlava ritorto eppure, proprio come le sue sculture, esprimeva armonia, bellezza. Eli Riva era un uomo con un cruccio. Forse di non essere all'altezza dei maestri da cui aveva attinto e con cui si misurava, oppure di non essere considerato tale, di non essere capito. Lo incontrai la vigilia di Natale del 1997, nel suo studio - garage. Faceva un gran freddo. Me ne andai con l'impressione di essere un uomo fortunato ad averlo incontrato e solo alla fine, quando ci salutammo, lo vidi quieto, disteso in volto, quasi che il cruccio che aveva, quel groppo gli si fosse sciolto. Rileggendo a distanza di anni l'intervista, scopro che anche durante l'incontro rideva. E' vero. L'avevo scordato.

Ecce homo. Ecco l’uomo. Un Cristo nudo, spoglio, ligneo come la croce che lo ha condannato e redento. Opera fondamentale, per ammissione del suo stesso autore.
Eli Riva conserva questa sua scultura in quello che chiama studio, ma che assomiglia più ad una bottega artigiana. Forse perché da artigiano ha cominciato e artista è diventato. Poiché se l’arte, usando le parole di Dante, è
attività da cui nascono prodotti culturali, Eli Riva è artista per eccellenza.
Colto, mai banale, pronto ad immergersi nella riflessione ad ogni spunto o provocazione, a volte perso nei propri pensieri come nella materia che plasma e modella. Eli Riva non è persona tormentata, ma assai complessa. Come se un fuoco gli ardesse dentro, spingendolo inesorabilmente a conoscere e creare, senza però togliergli armonia e serenità.
Lo raggiungiamo per un'intervista, ne ricaviamo una lezione sull’arte e sulla vita, che in lui coincidono e che si rendono manifeste in molteplici forme.
“Avevo dodici anni quando vidi un ostensorio realizzato da un cesellatore. Ne fui ammirato e il parroco mi trovò un lavoro nel laboratorio di colui che aveva realizzato quella che ai miei occhi di fanciullo era una meraviglia. Mi dissero: diventerai un abile cesellatore quando riuscirai a fare la zampina alle mosche, cioè a far risaltare nel metallo un ricciolo piccolo piccolo. Ci riuscii e capii che quella era la mia strada. Da Como passai a Milano, ottimamente retribuito, tanto che mia madre, quando portai a casa il primo stipendio, mi disse: Non l’avrai mica rubato?”. Successivamente cominciai a scolpire il marmo. Sapevo fare il piano, il tondo. Affittai uno studiolo, che chiamavo “busecca”, perché era lungo e stretto. Imparai rapidamente a tagliare la pietra, perché le mie mani sono comasche, dentro di me c’è la storia dei Benedetto Antelami, dei Magistri Cumacini, dei Rodari. Guardi che mani ho – e ce le mostra di sfuggita, senza ostentazione, due mani lisce e rosse – trentatré anni di marmo e neanche un difetto.
Quindici anni fa, iniziai a cimentarmi col legno. Successe in modo strano. Un mattino d’inverno, arrivando presto coi miei cani al parco di Villa Olmo, vidi che la grande magnolia a monte, che sicuramente avevano piantato i signori Cantoni quando costruirono la villa, era caduta. Assicurai l’amministrazione comunale che se me l’avessero assegnata non ne avrei fatto legna da ardere. Ho lavorato dieci anni. Il legno della magnolia è una cosa, una cosa da… paradiso terrestre”.
Di legno è anche il tavolo sul quale siamo seduti. Anch’esso cela un segreto, che solo l’occhio dell’artista e l’animo del poeta possono distinguere. Infatti lo ignoriamo. Riva ci fa accucciare, ci invita a squadrarne i supporti, ma la nostra mente rimane vuota e la bocca muta. “Sto tentando di insegnarle a leggere. Lei sta bevendo acqua sorgiva” aggiunge bonario. “Il pianale del tavolo poggia non su gambe, ma su due sculture”. “Fionde” le chiama lui. “La mia scultura è entrata nell’oggetto come elemento attivo. Questo tavolo porta la mia firma, ha diritto di esistere. Ogni tanto vengono nel mio studio dei ragazzi e ne approfitto per chiedere cosa vedono i loro occhi senza vizi nelle mie sculture. Ho settantasette anni e faccio queste sculture per voi, dico. Capiscono che è un dono che viene fatto loro. Un dono. La scultura è per l’uomo, per la sua celebrazione. In questo senso mi ritengo un umanista, che usa l’arte per rivelare a se stesso e agli altri un immagine mai rivelata. Il problema terribile dell’arte moderna”.
Osservandoci in difficoltà, venendo ancora una volta in nostro soccorso, ci mostra una scultura.
“Questa è una mia opera del 1948. Se la ruoto - e comincia a farla girare - questa donna seduta è sempre lei. Se faccio lo stesso con una struttura astratta, ogni volta che ruota dimentico quello che ho visto un attimo prima. La prima esprime un immagine esistente, la seconda esprime soltanto se stessa. Questa è l’arte moderna. Kandinskij, Mondrian, anche Picasso, per un certo periodo. Ho impiegato parecchio tempo per creare una scultura multipla-spaziale, che non abbia più una base, un fianco, un sopra, un sotto. E’ l’ultima mia fase creativa”. E ci mostra una mezza dozzina di sculture in bronzo, alte non più di un paio di palmi. “Tutta la scuola comasca è diventata astratta dalla sera alla mattina. Io ho pagato di persona, passando dalla figurazione alla astrazione. Queste sculture non riuscivo ad assestarle. Io per lavorare devo capire. Se non capisco, tremo. Penso di non essere preparato abbastanza. Per questa ragione lascio alcune opere incompiute. Solo quando l’immagine, il bozzetto non suscita più problemi in me allora mi sento soddisfatto”.
Poco lontano ci sono una decina di disegni raffiguranti il frontone di una chiesa. Una delle ultime commissioni. “Intendo rappacificare architetti e scultori – ci spiega –facendo capire ai primi che hanno tradito la scultura, perché pensano di essere loro i demiurghi, i creativi. E invece sono in fondo dei baggiani, come scriveva il Manzoni”. E giù una risata. Una delle tante, che accompagnano astuzie e facezie. Una risata che esplode improvvisa e sonora, smorzandosi raucamente per il fumo di troppe sigarette.
Eli Riva a Como ha realizzato la scultura di Papa Odescalchi.
“Da ragazzo, con altri aspiranti artisti, facemmo un patto strano. Nessuno avrebbe mai dovuto fare un monumento al centro di una piazza. Per la statua di papa Innocenzo c’erano una dozzina di proposte. Tutti gli altri lo volevano al centro, su un acropodio. Io pensai: guarda un po’, l’amministrazione ha speso un miliardo per ristrutturare San Pietro in Atrio e io vado lì ad occupare subito questo stanzino? Non mi sembrava giusto. Il mio maestro è stato, in questo caso, Donatello, con la sua edicola angolare sul Duomo di Prato. Recentemente un amico toscano mi ha informato che per salvare quel podio di magnifica bellezza lo hanno messo in un museo, esponendo sul luogo originario una copia perfetta. Lo stessa cosa proposi insistentemente per il Duomo di Como, non venendo ascoltato, ma rimanendo della mia opinione. Non dico queste cose perché sono bravo, ma perché sono attento. Como non è una città attenta. Non lo è per niente. Potrei farle un elenco dei delitti pesanti che ha subito l’arte a Como, ma è un periodo di festività natalizie e non voglio essere cattivo”.
La poco attenta Como è almeno una città di cultura?
“Faccio una distinzione. L’informazione è una cosa, ce l’ha anche chi possiede grande memoria e ricorda molte cose. L’informazione diventa cultura solo quando determina un prodotto. Cultura e prodotto, un binomio inscindibile. Altrimenti non è cultura, è informazione e basta. E allora, al circolo culturale, preferisco la biblioteca, che è più precisa. A Como può esserci informazione, ma non colgo cultura”.
Se le chiedessimo a che tipo di pietra sente di assomigliare, cosa risponderebbe?
“Ad un mattone di pietra di Moltrasio. Si dice che l’architetto Mustio, quando i Plinio l’hanno portato da Roma per costruire la villa a centro lago, rimase sconvolto nel trovare le case già costruite in pietra. A Roma erano tutte di legno. Qui le maestranze erano esse stesse architetti. Questi sono i valori semantici della nostra città. Ma a Como chi li conosce? In pochissimi”.
Giorgio Bardaglio

lunedì 7 febbraio 2011

Gianni Clerici: una (vecchia) intervista

Sono grato a questo mestiere e in particolare ad Adolfo Caldarini, perché ho incontrato persone che altrimenti sarebbero rimaste lontane e di cui invece ho potuto cogliere almeno un riflesso, l'ombra. Ho deciso di ripubblicare su questo blog alcuni "incontri", pubblicati a suo tempo sul Corriere di Como e di cui non c'è più traccia in rete. Il primo in assoluto fu Gianni Clerici, scrittore e giornalista sportivo. Correva l'anno 1997. Era il 28 novembre.

Ci sono persone triviali anche quando pregano. Gianni Clerici non lo sarebbe neppure se bestemmiasse.
Giornalista, commentatore televisivo, romanziere, autore di opere teatrali, scrittore ("scrivo per conoscere me stesso") e altro ("sempre a che fare con le parole, però"), con un riguardo speciale per il tennis.
Lo raggiungiamo in una delle case che possiede, una sorta di studiolo collocato a mezzacosta, sul monte che sovrasta Villa Geno. Dalle finestre lo sguardo domina il primo bacino del lago. Non un caso. Scrutare dall’alto, distaccato, ma non lontano, è il suo destino. Che stia a Londra, Parigi o in via Torno, seduto su un aeroplano o su una tribuna.
Magro, più alto di quanto immaginassimo, il viso appena segnato dal tempo, Clerici non gesticola. E’ vivacissimo, ma misurato, nei movimenti quanto nelle parole.
Parla a lungo e la conversazione
avviene da sé naturalmente, come si fa la notte quando il giorno dilegua.
"Ormai rimango a Como pochi giorni all’anno. Meno di un’ottantina. La conosco veramente poco, mi sento uno straniero. Vado ancora in libreria, qualche volta in biblioteca, a Villa d’Este quando gioco a tennis. Poco altro. Passo per strada, esco in bicicletta".
Con tutto il traffico, è ancora possibile?
"Ma sì. Milano è peggio. E’ vero che non siamo ad Hannover e nemmeno a Parma, dove esistono splendide piste ciclabili. Una questione geografica e culturale. Como si trova circondata da pendii impegnativi e dall’acqua del lago, entrambi poco adatti per pedalare. E poi si ha sempre premura. Ma questo è un problema che non si esaurisce nel perimetro della nostra città. La fretta dei contemporanei è terribilmente contagiosa. Ho fretta anch’io".
La chiusura geografica della città ha a che fare con quella caratteriale di chi vi abita?
"Non saprei. Di certo i comaschi sono introversi. Uno dei maggiori esperti di letteratura tedesca, insieme a Claudio Magris, è Giorgio Cusatelli, che è professore, credo a Genova. Quando lo incontrai mi rivelò di aver insegnato a Como, per undici anni. Gli dissi: “e dove sei stato, che non ti abbiamo mai visto?” Rispose: “non mi invitava nessuno”. Questa caratteristica di chiusura esiste. E’ una società, quella comasca, che non accoglie facilmente. A meno che non si tratti del questore o del capo della Finanza, perché in quel caso si hanno porte aperte. Ed è giusto, una città mercantile deve coltivare buoni rapporti con le autorità".
In cosa si rende evidente questa vocazione mercantile di Como?
"In tutto. Basti pensare all’architettura. La nostra città è stata distrutta e ricostruita più volte, secondo le esigenze dei fondaci. Chi aveva la sua fabbrica, che andava bene nel ‘600, settant’anni dopo aveva bisogno di più spazio e la buttava giù. In uno dei pochi articoli che non mi hanno pubblicato spiegavo le connotazioni dei comaschi, facendo la distinzione tra “comacinus faber”, che sono in maggioranza, e “comacinus sapiens”.
La mia famiglia è sempre appartenuta ai “faber”. Mio nonno paterno commerciava vino, quello paterno tessuti, mio padre carburanti. Personalmente, invece, ho sempre avuto più affinità e amicizie coi “sapiens”, cioè con coloro che hanno interessi fuori dalla dimensione produttiva della città, senza per questo pretendere che siano migliori. E’ pure vero che anche tra i “faber” ci sono degli illuminati. Mi viene in mente Ratti, che non conosco di persona. Una volta andai a New York, a scrivere un pezzo per il “Giorno”, su una straordinaria mostra di abiti indiani, esposti al Metropolitan Museum. Alla fine vidi che lo sponsor era il signor Ratti. Ne sono stato molto onorato. Di questi esempi ce ne saranno molti altri, che però non conosco. L’ho ammesso, non sono un referente significativo, purtroppo sto troppo poco in città per conoscerla davvero".
Non le manca Como?
"No, no. Mi va molto bene tornare, quello sì. Si ama di più quando si è lontani. L’amore, quando c’è un riscontro di presenza continua, è meno facile che immaginarselo. Agli amici ripeto che, se non avessi passaporto italiano, l’Italia mi sembrerebbe un paese meraviglioso e straordinario".
C’è una notizia riguardante Como che l’ha incuriosita di recente?
"Ho visto che gli ultras della squadra di calcio sono stati molto cattivi a Livorno. Riscontrando incidenti in casa altrui, pensavo: a Como queste cose non succedono. Era un buon segno per la città. Ci differenziava in meglio da altri. I recenti episodi sono un segnale negativo, che andrebbe studiato a fondo. Magari raccogliendo il parere dei protagonisti stessi, perché non c’è di peggio che criminalizzare chi ha qualche tendenza criminale".
Qualcos’altro, magari di positivo?
"L’università a Como. Importantissima, come lo fu a suo tempo l’istituzione del setificio, perché contribuì a sprovincializzare, allargando il cerchio, attirando anche studenti stranieri. Una città non può definirsi tale se mancano scuole decenti e belle biblioteche".
Dimenticavamo, come mai non pubblicarono l’articolo sull’Homo Comacinus?
"Perché colui che me l’aveva richiesto, un tipo assolutamente sconosciuto, che lavorava per l’Alitalia, si indignò, pensando a me come ad un leghista e razzista".
Aveva ragione?
"No, ma chiunque viva in una città del nord di frontiera nasconde qualcuna delle caratteristiche del leghismo e del razzismo, inteso non come cattiveria, bensì come una sottolineatura marcata delle differenze tra persone provenienti da paesi diversi e una volontà di evitare commistioni".
Giorgio Bardaglio

P.S. Di questa intervista, compresi alcuni retroscena, ne avevo parlato in un precedente post. Lo trovate cliccando qui.

mercoledì 5 marzo 2008

Vot'Antonio in salsa rosa


Toc toc. C'è ancora spazio per gli autolesionisti / masochisti? A Como di certo no. Lo hanno occupato tutto i vertici provinciali del Partito Democratico.

Breve riassunto, cominciando dal contesto geopolitico e socioculturale.

Como, Italia. Provincia di oltre mezzo milione di abitanti la cui schiacciante maggioranza (non la capisco, ma la rispetto) vota compatta centrodestra. Parliamo di percentuali attorno al 65%, mica paglia. E ciò a prescindere che tra i candidati ci siano brillanti esponenti della vita politica e civile di questo paese o un esemplare della capra della Val Verzasca (sia detto senza offesa per il celebrato quadrupede).

A tale esercito si contrappone una variopinta coalizione che ha fatto della melanconia e del harakiri la propria missione.

Esposizione dell'ultimo episodio, in ordine di tempo.

Veltroni, conscio di non aver la minima speranza di vincere se si ripresenta in compagnia di Bertinotti, Pecoraro Scanio & Company (come sopra: non li capisco, ma li rispetto) sceglie di correre solitario o quasi. Non basta. Per sperare nella rimonta, necessitando dei voti dei molti potenziali elettori astenuti o disinteressati o sfiduciati, lancia una campagna di rinnovamento dei candidati, salutando il "brode" De Mita (leggi "prode"), e "imbarcando" industriali, operai e di tutto un po'.

Il ragionamento è contestabile, ma semplice: chi deve votare PD (un 30/35% circa) lo farà comunque, il resto me la gioco con gli indecisi, puntando proprio sulla qualità dei candidati o sul fattore novità.

La notizia, pur nella sua essenziale banalità, a Como deve esser giunta sbiadita o, in ogni caso, incomprensibile.

Queste le mosse che segnalano il "suicidio"

In un primo momento, con tanto di dichiarazioni mezzo stampa, si gioca il settebello ("candidiamo Giulia Pusterla", ex presidente dell'Ordine dei Commercialisti, attualmente nel consiglio nazionale dell'Ordine, una donna certo fuori dagli schemi, in grado di dare un'immagine di novità, ma anche di preparazione e, chiaramente, un segnale "forte" al Nord produttivo e lavoratore) poi rallenta, frena, mette la retro e infine, con una capriola degna di un acrobata del circo equestre, "scarica" la Pusterla e candida Chiara Braga, 28 anni, sicuramente rispettabilissima, un bel volto giovane, ma che sta alla Pusterla come Patroclo ad Achille.

Risultato: il Pd a Como rischia di non intercettare un voto in più di quelli che avrebbe ottenuto comunque; la candidatura di Giulia Pusterla è stata "bruciata" con un dilettantismo da circolo delle bocce (senza offesa agli amici della Bocciofila di Lurate).

Ma se Chiara Braga (che a vederla ci è simpatica e a cui auguriamo un futuro luminoso) era così in gamba, non potevano pensarci prima di "illudere"? Ma se il Partito Democratico in Lombardia non vuole restare un ectoplasma, qualcuno da Milano non poteva prendere per un orecchio gli autori del "pasticcio" comasco e spiegar loro due o tre cose con discrezione, nel medesimo orecchio?

Purtroppo, crediamo, oltre il velo di novità a Como ci sono sempre le stesse facce: bravi diavioli, ma sfigati e per il Partito Democratico, almeno qui, la morale non cambia.

Perciò, posso pubblicamente dire: li rispetto, ma non li capisco.


P.S. Per gli irriducibili che non ne vogliono sapere di rassegnarsi, un ultimo pensiero ottimistico: Chiara Braga in parlamento, Giulia Pusterla candidata a prossimo sindaco di Como. Uolter, pensaci tu.
Foto by Leonora

mercoledì 13 febbraio 2008

Io corro da solo (o del "vero miracolo italiano")

Ne vorrei fare a meno, vorrei per una volta "sfangarla", vorrei che tutto fosse già passato, ma il senso del dovere civico è un masso che mi porto appresso greve e così, trattenendo il fiato, mi sono lasciato lentamente e consapevolmente scivolare in quella cariddi che è la campagna elettorale.

Un vortice insidioso quanto il primo scoglio che mi si è parato innanzi: Bruno Vespa e Berlusconi a "Porta a Porta". Lo ammetto, fino alla scrivania di ciliegio non sono arrivato (un conto è il senso civico, un altro il masochismo) ma per un'ora abbondante ho tenuto duro, impedendo a me stesso gesti inconsulti o plateali forme di indignazione, che per altro nessuno avrebbe raccolto, essendosi già la mia famiglia ritirata da un pezzo.


L'antipasto alla serata era stato servito in tavola per traverso, allorché nello zapping mi ero imbattuto in Tremonti a "Ballarò". "Calma" mi ero detto, "non roviniamoci la quiete domestica sentendolo ridire che in questi due anni l'Italia è stata devastata", come se quando ce l'ha lasciata lui era perfetta, smaliante e senza una ruga come il contorno occhi di Berlusconi. "Calma! Fa parte del gioco. Sono tutti uguali. Anche dall'altra parte mica scherzano". Ho pigiato il tasto del decoder e dopo due lunghi respiri sono tornato a gustarmi il Dottor House su Sky.


La resa è giunta mezz'ora dopo. Berlusconi, più giovane che nel 1994 e meno arrogante del solito, era lì, seduto di fronte a Vespa. Mi veniva il nervoso, ma meno che con Tremonti e così ho ceduto, congedando per per precauzione anche la mia consorte e dichiarando aperta la personalissima campagna elettorale.



Tutto 'sto preambolo per sfogare un po' di frustrazione e per aggiungere un contenuto ai temi politici che mi pare meriti d'essere accennato.


Tutti d'accordo, sembra, a voler tagliare le tasse. Bene, bravi, bis. Ci mancherebbe altro che qualcuno si alzi in piedi e proclami: "No! Io di tasse ne voglio pagare di più!".

Se ci penso bene, però, che diano una spuntatina alle imposte (perché di ciò si tratterebbe, a meno di dare per assodato che gli asini volino) a me importa poco davvero. Quanto mi rimane in tasca? Pochi euro, che magari se ne vanno con le imposte locali maggiorate.


Insomma, a me questa storia del taglio delle tasse non prende proprio. Io, se fossi Berlusconi o Veltroni (di faccia, a settant'anni suonati, preferirei il Berlusca, d'animo e core non c'è proprio corsa, Walternone tutta la vita) avrei un'unica preoccupazione economica: tenere a bada l'inflazione. Tenere bassi i prezzi, dare più potere d'acquisto per i salari.


Come gli anziani, che ricordano benissimo la stessa storia ma non di averla già raccontata alle stesse persone, anch'io ho un aneddoto personale. Quando ho cominciato a lavorare qui in tv (1999) andavo con due Mauro e un Marco a mangiare tutti i mezzogiorno da Rino, ristorante toscano, in via Vitani a Como, spendendo dieci, undici mila lire per un primo con i fiocchi, acqua e caffè. Ora di Rino non mi posso nemeno permettere l'odore delle pappardelle al sugo d'anatra e resto a mangiare da solo in redazione o, quando è bel tempo, mi godo sole e lago su una panchina di viale Geno.


Nel frattempo si sono alternati governi di tutti i colori e non pretendo certo, ora, di tornare ai lauti pasti di un tempo. Però, visto l'andazzo in picchiata libera, vorrei tra altri dieci anni non ritrovarmi a rimpiangere persino la piadina con annessa panchina.


P.S. La frustrazione a cui accennavo prima è dovuta al fatto di voler intervenire o ribattere agli ospiti che siedono in televisione, senza ovviamente poterlo fare. E' inutile che mi dibatta sul divano o mostri cenni di concreto stupore: nessuno, nella penombra della sala, li raccoglie. Ieri sera, ad esempio, quando ùl Berlusca nicchiava su Dini e Mastella, non ammettendo che faranno parte della sua coalizione, ma neppure potendo mentire spudoratamente dichiarando il contrario, per un paio di volte mi sono aggrappato al televisore gridando: "Diglielo!!! Abbi il coraggio di dirlo che gliel'hai promesso a Mastella di portarlo con te se faceva cadere Prodi!!! Digli che adesso, se potessi, lo lasceresti ibernato a Ceppaloni ma che ormai non puoi, che ti tocca ingoiarlo 'sto rospo!!!". Berlusconi, è inutile aggiungerlo, non l'ha detto. Io invece giuro che, se l'avesse detto, se avesse dichiarato: "Mi consenta, caro Vespa, di dire che a Mastella gli ho promesso il cadreghino, ma in verità mi fa venire il voltastomaco, perché già una volta mi ha tradito e così stasera, quella scrivania di finto ciliegio io la userei per firmare una cosa seria, cioè che mi rimangio la promessa che gli ho fatto e che un posto alla Camera e tanto meno al Senato può scordarselo", ecco, se avesse detto questo, io Berlusconi stavolta l'avrei votato. Sarebbe stato il vero "miracolo italiano".


(Foto by Lyonora)

venerdì 25 gennaio 2008

Saluto Romano


Lo so che in questo paese chi si schiera è perduto, lo so che dicendo certe cose si passa facilmente per somaro, lo so che secondo alcuni il giornalista dovrebbe essere un eunuco (nel senso di mascherare le proprie opinioni: come se con questo mestiere, cioè dire il vero, tener nascosto il nostro pensiero renda più credibili che rivelarlo), lo so che sarebbe meglio un bel sorriso e far finta che nulla ti tange, che nulla è accaduto... Lo so. Non c'è bisogno di ripeterlo, tanto, almeno qui, faccio di testa mia lo stesso.


Io Romano Prodi lo ammiro. Proprio lui, come persona. E oggi, anche se nemmeno mi conosce, anche se conto meno di zero e lui ormai altrettanto (politicamente parlando), gli voglio stringere idealmente la mano e dirgli grazie, perché non mi ha fatto pentire di averlo votato.

In un paese che si fa beffe della serietà, che considera il "bene comune" solo in rapporto al proprio tornaconto, che conosce raramente il significato di "essere al servizio", Romano Prodi, ancora una volta, si è distinto: è caduto a testa alta, senza cercare trucchi, accettando di essere sconfitto al Senato, senza lasciarsi alle spalle vie d'uscita, come quasi ogni altro politico avrebbe fatto.

Il suo non era il miglior governo possibile, ma con le carte che aveva almeno ci ha provato. In molti ne parlano male, io non mi associo al coro e a differenza di molti (quasi tutti quelli schierati con il centrodestra, ma pure una buona parte del centrosinistra) vedo anche tanti buoni provvedimenti presi e non soltanto ciò che non è stato fatto.

Come ho scritto nel post precedente, se fosse dipeso da me, nei confronti del suo governo avrei fatto come Siegfred Brugger e le sue minoranze linguistiche: appoggio esterno, ma leale.

Da semplice cittadino, nell'ora del commiato governativo, volevo dire a Prodi grazie. Lo considero una persona per bene e di questi tempi non è poco.

domenica 21 ottobre 2007

Auguri don Franco Buzzi, prefetto dell'Ambrosiana


Ho sentito parlare monsignor Franco Buzzi, il sacerdote che sostituirà Gianfranco Ravasi come prefetto dell’Ambrosiana, soltanto tre o quattro volte.
Monsignor Buzzi è di Lurate (Como), come me. E a lui si attaglia quel che i compaesani di Gesù dicevano di lui: “Non è forse figlio del falegname”. Suo padre, infatti, detto “ùl Tiléta” (abbreviativo dialettale di Attilio) commerciava in legname, attività ora svolta dal fratello. Era un tipo particolare, “ùl Tiléta”, lavoratore indefesso come ne nascono tanti da queste parti, ma altresì commerciante di talento, non estraneo a qualche vezzo eccentrico. Un giorno - racconta il mio di un padre, che per anni portò il proprio camion alla pesa dei Buzzi e che li conosceva bene – il già maturo Attilio chiamò l’imbianchino per verniciare il cancello e disse che lo voleva giallo. “Lo facciamo così, o così, o così” propose l’operaio, mostrando le sfumature più delicate e consuete di giallo, dall’ocra al sabbia. “No!” rispose quasi arrabbiato il Buzzi, “lo voglio giallo! Giallo canarino!”
Ho sempre avuto simpatia, io, ragazzino, per quell’uomo, quel vecchio ormai, a cui piacevano i colori forti, da bambino.
E ogni tanto me lo immaginavo, a discuter con quel suo figliolo, che aveva ostinatamente rifiutato un avvenire nell’impresa di famiglia, scegliendo tra la sorpresa di un paese intero di entrare in seminario, di andare a prete.
Mi è sempre parso più studioso che divulgatore, monsignor Buzzi, vuoi per il tono piano della voce, vuoi per la complessa trama dei ragionamenti, raramente (direi mai, per quelle poche volte che direttamente l’ho sentito) intervallati da aneddoti, aforismi, curiosità, che conferiscono al discorso quel brio per rendere più comprensibile tutto il resto.
Un altro giorno, parlando con il nostro parroco, Don Luigi, Buzzi si soffermò a descrivere gli studi corposi su Lutero e il periodo della riforma, nei quali è considerato un luminare assoluto. “Ne avrò fino al 2009” aggiunse convinto. E quella capacità di programmare a lungo termine un percorso di approfondimento, mi colpì molto.
Ora monsignor Buzzi, con i suoi occhiali spessi, con quella sua infinita mitezza di sguardo, è chiamato a un ruolo prestigioso e insieme delicato. Far marciare la Veneranda Pinacoteca e Biblioteca Ambrosiana e sostituir un genio qual è Gianfranco Ravasi, divenuto arcivescovo e chiamato in Vaticano, a guidare il dicastero della Cultura.Auguri, don Franco. In un paese come il mio, in cui la cultura è rara e spesso tenuta sotto il moggio, la sua nomina è uno sprone, oltre che un orgoglio.