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domenica 9 ottobre 2022

L'albero temerario (Ragionar per specie)

"L'uomo non muore per il fatto di essersi ammalato, ma gli capita di ammalarsi proprio perché fondamentalmente così può morire".
Michel Foucault


Ho fatto una scoperta curiosa: le piante possono essere paurose. Oppure avere coraggio, a seconda del caso. 
Come racconta Peter Wohlleben: "Lasciar cadere le proprie foglie è una decisione che dipende dal carattere dell'albero: il pauroso (o a seconda dell’interpretazione, il saggio) se ne sbarazza per sicurezza una o due settimane prima. Questa prudenza, però, la paga con la sospensione anticipata della produzione di zucchero, perciò dovrà cavarsela con meno scorte per l’inverno. Se la primavera successiva dovesse ammalarsi, potrebbero mancargli le riserve.
Il temerario, invece, lascia le foglie sui rami fino a quando gli è possibile. Ogni giorno di ottobre è un guadagno: l’albero mette da parte il raccolto a palate, mentre il pauroso vicino a lui sogna la primavera successiva. Se tira troppo la corda, però, verrà accolto di sorpresa della prima gelata notturna, che lo farà cadere nel primo torpore invernale, con le sue foglie brune attaccate per tutto l’inverno", dunque in balia di intemperie e colpi di vento.
Una rivelazione che, lo ammetto, mi ha emozionato. E da qualche giorno guardo il placido faggio che presidia il giardino di casa con altro occhio, cercando di capire se mi somiglia, per carattere, oppure se è diverso da me. Come se guardandolo potessi vedermi a specchio, intuendo di me qualcosa di nuovo o imparando da esso a cambiare sguardo, atteggiamento.

P.S. Ho scritto che guardo il faggio con occhi nuovi, ma non è vero. Guardo con occhi nuovi tutto, da quando "La saggezza degli alberi" è diventata compagna di viaggio.
In particolare, ad affascinarmi, è il loro "ragionare" in termine di specie, senza il predominio dell'individuo che noi esseri umani, mettendo al centro l'io, da millenni abbiamo maturato.
La specie o la natura, come potremmo definirla, ha priorità contrastanti rispetto al singolo.
"Rispetto alla specie - spiega serafico Umberto Galimberti - noi siamo dei funzionari. Veniamo fatti nascere, crescere, ci viene fornita sessualità per essere generativi, aggressività per la difesa della prole, poi ci viene tolta l'una e l'altra cosa e veniamo fatti morire. Noi interessiamo esclusivamente come ricambio organico. La specie vive della morte degli individui. Noi resistiamo a questo evento, ma è il nostro destino. La natura, la specie, è caratterizzata da una crudeltà innocente".
Crudeltà, è vero.
Eppure non sono inquieto, sgomento, impaurito - ne sarà fiero, il faggio - perché almeno vista così, da quel punto di vista, pure la malattia, la sofferenza, la morte, hanno un senso.

mercoledì 15 settembre 2021

La pazienza (egoista) del faggio

Luce. Acqua e nutrimento dalla terra e luce. Cerca questo il faggio, sia esso solitario, nel mezzo del giardino, o tra simili, nella selva o nel bosco, stendendo i propri rami verso il cielo, superando ogni altro arbusto e facendo in modo che attorno gli cresca poco o nulla, a contendergli ciò di cui ha più bisogno.
Spazio. Un suo spazio, che ricava e difende, senza urto, con la travolgente efficienza della perseveranza paziente, l’identico stillicidio della goccia che scava nella roccia un buco.
Centro. Il faggio non aspetta che qualcun altro lo metta al centro, diventa esso stesso centro, ovunque sia piantato.
Ciascuno di noi, specie in un tempo di fretta incalzante e di ansia, qual è il nostro, dovrebbe imparare un po' dal faggio, dal suo sano egoismo nel cercare luce, mettersi al centro, ritagliarsi uno spazio.

P.S. Un faggio è come un bimbo o un cane, un gatto, un animale domestico, con una differenza: necessita di cure, ma non per se stesso. Le cure occorrono se si vuole evitare che crei sotto di esso il deserto, che faccia sparire poco a poco il prato. Chi pianta un faggio lo faccia sapendo che dovrà rinunciare all'erba oppure proprio per questo, poiché non dovrà mai preoccuparsi di tagliarla, altrimenti dovrà spazzare quantità enormi di foglie e altre sostanze minute, che cascano con regolarità certosina e in modica quantità per tutta estate e diventano marea in autunno. Ecco la ragione per cui lo amo e lo detesto, al tempo stesso.

domenica 29 aprile 2012

La primavera di Anna (abbracciando Franco e Alessandro Corrado)

Foto by Leonora
Il faggio si sta vestendo a festa ed è uno sbocciare che assomiglia a un botto: ieri era spoglio, domani sarà uno splendore di foglie verdoline e tenere (che in pochi giorni diventeranno scure e coriacee). Un piccolo miracolo che mi riconcilia con la vita, in una settimana spezzata in due dal dolore per una persona cara, che in ventun giorni ha lasciato tutti noi, ma soprattutto la sua famiglia. Anna Maria Derelli era la moglie di un amico. Di più, d'un secondo padre per me: Franco Corrado. Una donna elegante, seria, di poche chiacchiere e zero di quei sorrisi dispensati per un nulla. Si chiamava Anna, come mia madre e come mia madre era nata nel '40, in principio della guerra. Meno d'un mese fa pareva avesse dei calcoli, ma quando il medico l'ha mandata da un suo collega, un luminare, il sospetto che ci fosse dell'altro ha turbato i sonni che precedevano la visita. Ci ha raccontato il marito che alla prima diagnosi, pur se il dottore s'era espresso con somma prudenza, lei aveva compreso subito, prima di tutti gli altri, cosa gli capitava. "Lei crede in Dio?" ha domandato al professore. "Cosa c'entra?" s'è sentita rispondere, inducendola ad aggiungere: "No, non dubito della sua abilità, però a questo punto sono nelle mani di Dio e io credo molto in Santa Rita", poi, in silenzio, ha abbassato le palpebre e per un lunghissimo istante è rimasta così, finché lo stesso medico s'è sentito in dovere di aggiungere: "Ma signora, non faccia così, è soltanto un'operazione, non pianga". E' stato in quel momento, tornandolo a guardare dritto, che lei ha risposto: "Non sto piangendo dottore. L'ho fatto pochissime volte in vita mia. Ho solo chiuso gli occhi, pensando che l'unica cosa che mi dispiace è di non poter veder crescere la mia Barbara". La nipotina. Sorella di Luca, figlia di Alessandro, a suo volta figlio di Franco e Anna.
Franco Corrado mi ha raccontato queste cose con una tranquillità speculare al dolore, calmo e posato come l'ho sempre visto, perfettamente rasato, profumato, vestito elegante. "Mi sono alzato stamattina alle cinque - mi ha detto - e ho fatto tutto come se ci fosse ancora lei, perché so che così voleva. Pensa che mi ha lasciato sei cravatte già con il nodo fatto e i vestiti da mettere. Ha preparato anche la sua ultima partenza". Volevo abbracciarlo, dirgli che mi dispiaceva, che gli ero vicino. Non c'è stato bisogno: anche senza dirlo, lui lo sapeva. Lo sa.
Anche con Alessandro ho parlato qualche minuto e mi ha commosso anch'egli, raccontandomi delle ultime parole che ha scambiato con la madre, poco prima che morisse, proprio come ho fatto io con mio papà. Un sciogliere i nodi che allevia la lacerazione del distacco, che mette pace dove prima era angoscia, sassi a punta sotto i piedi, bufera.
Lo scrivo qui, perché voglio conservarne memoria, esattamente come per il faggio, che ogni autunno muore e a primavera risorge, ribollendo chioma. In attesa che venga primavera anche per Anna, per mio padre, per tutte le persone con cui ci siamo salutati un'ultima volta e per quelle che saluteremo, quando verrà il nostro autunno e saranno altri ad attendere, per noi, primavera.