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sabato 31 agosto 2024

Il caso esiste (Facciamoci caso)

Caso e destino. Destino e caso.
Per definizione comune “il destino presuppone che un fatto sia legato ad altri fatti da una catena di eventi: è una visione deterministica del mondo. La coincidenza, al contrario, spesso implica che le cose accadano per caso, non quindi secondo una determinata catena di eventi”. Per quanto mi riguarda, invece, mi paiono la stessa cosa, soltanto guardata da un punto di vista diverso: prima e dopo.
La linea che li separa, nella vita, è meno netta di quando la si scrive nero su bianco. Dire che possiamo contribuire a creare la realtà, trasformare il caso in destino, ha un suo significato.
Pensiamo a quella che in psicologia si chiama “profezia che si auto avvera”, una previsione che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. Non è scontato, però conta.
La differenza è sottile, la stessa che passa tra conoscere e intuire, tra il sapere e il sentire. Al caso non si comanda, semmai lo si orienta, lo si instrada, gli si prepara un solco dove sarà più facile che si incanali, sapendo che se lo si prende di petto, s’impunta, mentre se lo si ghermisce, lusinga, è più facile che si sdrai nel letto che abbiamo preparato per lui.

P.S. In questi mesi ho un espediente per scacciar le nubi quando l’orizzonte si fa cupo: faccio l’elenco di ciò che c’è di positivo.
Stendo così luce sull’ombra, consapevole che mai tutto è nero e sempre fa differenza la prospettiva, ciò che i nostri occhi scelgono di guardare, il pieno o il vuoto, il buono o il gramo, fuori dalla finestra o dentro un pozzo.
Credo valga in special modo quando si affronta un periodo difficile o si porta nel cuore una pena.
Non esistono bacchette magiche, né ricette miracolose o clausole di salvaguardia: sempre la tribolazione - per uscirne - va attraversata. Creare però degli appigli, compiere piccoli gesti di resistenza, può accorciare la strada.

giovedì 25 agosto 2011

Realtà batte finzione (dieci e uno)

Fake. Falso. Ogni volta che ascolto R101, al mattino (Paolo e Lester mi fanno troppo ridere, non riesco a rinunciarci) mi viene il nervoso.
La pubblicità della radio consiste in pseudo interviste ad ascoltatori che dicono il motivo per cui per loro è la numero uno. Idea non originale, con risultato tra il mediocre e il pessimo (a seconda dell'attore che dice la frase) e che invece di convincermi suscitano la tentazione di spegnarla o scegliere un'altra stazione.
Perché lo fanno? Chi sono i pubblicitari che hanno scelto lo spot, i dirigenti che l'hanno approvato, i vertici che ora, ascoltandolo, non corrono in regia, lo tolgono o, se non riescono, non tolgono la spina evitando così di fare un danno?
La realtà è sempre migliore e più varia di qualsiasi artificio. Me ne sono accorto al terzo articolo scritto in vita mia, diciannove anni non ancora compiuti e un sogno che si stava finalmente avverando. Per la Gazzetta di Como dovevo intervistare l'allenatore della Arexons Cantù, Carlo Recalcati e dopo averlo fatto con l'amico Mauro Colombo (lavoravamo in coppia) stavamo sudando da una mezz'ora per mettere assieme qualcosa di sensato, per trasformare in parole su carta il lungo discorso registrato. La folgorazione arrivò lì: concentrati come eravamo nel "creare" un articolo avevamo dimenticato che il modo più semplice era eclissarsi e limitarci a riferire ciò che lui aveva detto. "Racconta, non fare il furbo" come insegnava Buzzati. Allora però Buzzati l'avevo soltanto letto sui dorsi delle copertine di libri rimasti a far polvere sugli scaffali e ci sono dovuto arrivare da solo.
L'episodio m'è tornato in mente stamane, parlando con Stefano, che mi diceva quant'è forte la tentazione, specie per chi è alle prime armi in questo mestiere, di intervistare le persone per farsi dire ciò che pensiamo noi. Se si è disonesti e lo si fa per interesse è un conto, ma se si è in buona fede anche peggio, poiché soltanto la stupidità è peggiore del vizio.

Foto by Leonora