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domenica 24 ottobre 2021

Quello che il calcio (Abbracci)

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”.
(Jorge Luis Borges)

Se ne parla tanto, troppo, spesso somigliando al fondo d'uno stagno, dove l'acqua è stantia e si deposita il fango.
In più, come tutte le chiese (minuscolo), è divisivo: c'è chi lo detesta, non sopportando nemmeno che venga nominato, e chi lo ama, trovando un fascino che va oltre i soldi, gli affari, cogliendo in esso qualcosa di puro, di innocente, di magico, che perpetua il bambino in ciascuno di noi, preservando dal divenire completamente adulto, vecchio.
Il calcio è più di uno sport: è un gioco.
Ometterò qui tutto ciò che lo riguarda, tranne quanto mi piace di più - oltre l'agonismo, le bandiere, il tifo, la partecipazione, la passione, l'entusiasmo, la bellezza, lo stile, la poesia, la rivalità, la sportività, la storia, la tradizione, le novità, la sorpresa, le dinamiche di gruppo, le prodezze del singolo e molto molto altro - cioè questo: il rapporto di lealtà e cameratismo tra compagni di squadra e anche tra avversari, in nove casi su dieci, che guarda caso non sono mai quelli che finiscono sui quotidiani il giorno dopo o in televisione o sul web, a ridosso di un incontro.
Eppure a prestarvi attenzioni sono la regola, la norma di gran lunga più frequente, a dimostrazione di ciò che scrive Rutger Bergman per un contesto più ampio, nel libro Una nuova storia (non cinica) dell'umanità, secondo cui gli esseri umani sono fatti per la gentilezza e siano predisposti alla cooperazione assai più che alla competizione.
L'abbraccio tra compagni dopo un gol o un salvataggio, la mano tesa quando uno è a terra, i saluti rispettosi al termine della gara, sono la foresta silenziosa che prospera mentre noi siamo distratti dal rumore dell'albero che cade ovvero da comportamenti antisportivi che nella somma totale degli episodi di una partita non superano mai il punto percentuale, la virgola in seno al paragrafo.


P.S. Poi ci sarebbe quanto avviene sugli spalti, in tribuna, con un campionario di urla e improperi e gestacci che rivelano un lato oscuro dell'essere umano. Una minoranza anche in quel caso, è vero, però se siamo onesti dobbiamo ammettere che il calcio richiama gli istinti peggiori che albergano dentro chiunque di noi, pure il più mite, il mezzo santo. Sarei curioso di sapere come si comporta il buon Rutger quando entra allo stadio.

domenica 21 ottobre 2012

Settecento (giusti giusti)

Foto by Leonora
Per fortuna non esistono compleanni per i blog, altrimenti diventerei rosso: mi sono ricordato soltanto ora che le mie "20righe" il primo ottobre scorso hanno compiuto cinque anni tondi tondi, un lustro. Non esistono compleanni per i blog e neppure cerimonie per le cifre tonde dei post, altrimenti ora starei spegnendo settecento candeline, una per ogni pagina che ho scritto. Una montagna immensa, che a guardarla da quassù fa venire il capogiro tanto è alta, imponente e incredibile è pensare che l'abbia costruita tutta io, che se l'avessi immaginato, all'inizio, dal tremore non mi sarei neppure cimentato. Invece eccomi qua, cinque anni e settecento post dopo, assai più di un libro, il libro che mai scriverò e che ho giá scritto. La cosa che mi stupisce di più, lo ammetto, è rileggerlo. Mica tutto, che ci vorrebbe un mese, ma a spizzichi e bocconi, un po' come capita, per caso. La maggior parte delle volte non mi ricorso nulla, tanto che la sorpresa è massima e mi perdonerete la vanitá se scrivo in tutta sinceritá che quasi sempre il commento tra me e me è questo: "Caspita, ma che bella cosa che ho scritto!!??". Nove volte su dieci non mi sembra vero che a scrivere sia stato io, tanto che se non le trovassi qua, sul mio blog, ma le leggessi da qualche altra parte, non rivendicherei alcun diritto e mi limiterei ad applaudire beato, invidiando lo sconosciuto autore che invece sono proprio io. Chissá se per gli scrittori è lo stesso, se rileggendosi a distanza di anni provano il medesimo rinnovato stupore che provo io, nel mio piccolo. Devo ricordare di chiederlo la prossima volta che ne incontro uno.
Intanto, per confermare ciò che ho scritto e celebrare in qualche modo questa doppia ricorrenza, scelgo dal mazzo e ripubblico proprio uno di quei post in cui sono incappato ieri l'altro e che non avrei affatto riconosciuto. Ha per titolo "I giusti che salvano il mondo", parla di una domenica di maggio dell'anno scorso e cita una poesia di Borges che è un incanto. Consideratelo il mio regalo di buon compleanno.