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domenica 7 maggio 2023

Figli (Vicini e lontani)

Ogni suo ritorno “a casa” è un regalo grande e pure un piccolo intaglio di emozioni, sentimenti, anche insegnamenti, su cosa significhi essere genitore, su un legame così forte che fa sentire i figli sempre vicini, anche quando scelgono rotte d'alto mare invece d'un ormeggiare quieto, sotto costa, al riparo da bonacce e fortunale.
Abbraccio Giacomo ogni volta che sbarca in Italia da Dublino, mettendomi in punta di piedi e “arrampicandomi” fino alle sue spalle forti, stringendolo per un istante che ha i contorni del sempre.
Gli dico spesso che ha cuore sensibile e testa cocciuta, tale e quale alla madre, eppure non le è “eguale” perché i figli prendono in dote qualcosa dall’una e dall’altro, sono sempre addizioni. Di più. Moltiplicazioni. Per fortuna più di virtù che di vizi, fragilità, debolezze.
Ci preoccupiamo per loro nei più svariati modi e “proteggere” è verbo che vorremmo declinare in tutte le accezioni possibili e immaginabili, costantemente, dimenticando troppo spesso che renderli liberi, indipendenti, fare in modo che ragionino con la loro testa e camminino sulle loro gambe è il solo compito a cui siamo attesi e, anche se a volte costa fatica, soltanto così dimostriamo di amare loro e non noi stessi.

P.S. Diversi. Diversi tra loro, da noi. Una sorprendente varietà di gusti, abitudini, attitudini, desideri, comportamenti, aspirazioni. Pur se chi li osserva da fuori individua in essi un filo rosso, caratteristiche che li accomunano - dal modo in cui sorridono o salutano alla gestualità, ai tratti somatici - è proprio la diversità che li rende unici. E anche se non ce ne accorgiamo, poiché ci manca la giusta distanza, perché risultiamo troppo distanti o troppo vicini, già ora ad essi appartiene il mondo e il mondo, grazie a loro, è un posto migliore.

venerdì 1 aprile 2022

La tentazione dell’eremita (Siamo antenne)

Sulle colline, tra i prati, un giardino.
Nel giardino una casa, nella casa una mansarda, nella mansarda una stanza, accanto alla stanza un anfratto, uno spazio a elle, quasi un cunicolo, una tana o una tomba, potremmo dire, se non si avesse per ile parole pudore, rispetto.
In quel pertugio nascosto ai più trovo a volte rifugio, senza restare in piedi, tanto è basso, entrando carponi, poi sdraiandomi o stando seduto, appoggiando la schiena al muro, avvertendo i rumori attutiti che dal resto della casa provengono, chiudendo gli occhi, fissando meglio un’idea, un obiettivo, un proposito, un’esame di coscienza, con annesso perdono (sì, perché perdonarsi è importante, è un voler bene agli altri partendo da se stessi, un lasciare gli ormeggi per evitare che alla furia delle onde e del vento le cime si spezzino).
È lì, solo che più solo non si può, estraneo e lontano da tutto, che il cuore comprende la tentazione degli eremiti, mentre la mente la rifiuta, la ricaccia, conoscendo il valore degli altri, sapendo che “io sono” in virtù di ciò che “noi tutti siamo”.

P.S. Siamo antenne. Siamo occhi e orecchie appostate in cima a torri di pietra sul crinale di un monte, pronti a cogliere il messaggio che un fuoco o un suono di corno a distanza di chilometri innescano.
Nulla saremmo se non avessimo questo istinto di comunicare, questo bisogno diventato opportunità sul motore di un desiderio.
Da millenni ci parliamo, esprimiamo, comprendiamo non perché abbiamo gli strumenti adatti, bensì abbiamo scovato gli strumenti - la voce, la lingua, la scrittura, la narrazione, la poesia, l’arte - come risposta alla volontà di farlo.
E oggi, nel giorno in cui cessa lo stato di emergenza, riconosco che nelle settimane di isolamento forzato per il Covid, immerso per gran parte nel silenzio, m'è parso ancor più evidente questo: parlarsi, scriversi, dirsi, tentare di spiegarsi, cercare un confronto è la base per qualsiasi altezza di relazione, per ogni convivenza che voglia progredire trovando serenità, risolvendo il conflitto.

sabato 1 gennaio 2022

L'ascia (Accettalo)

Ho scoperto di recente che "decidere" vuol dire tagliare e risulta arduo, comporta impegno, ansia, persino dolore, proprio per tutto ciò che di conseguenza si scarta, si lascia, si esclude.
Scegliere è una mutilazione, ma pure l'unico modo per non restare fermi, per andare avanti: accettarlo è condizione necessaria per ottenere leggerezza, assenza di peso eccessivo nel cuore, sulle spalle e nello zaino delle provviste.
Facile a dirsi, meno a farsi. Lo scrivo contemplando lo scaffale di fronte e i due borsoni ai suoi piedi, i cassetti del comò e il ripostiglio nella mansarda (il garage no, quello è troppo, è l'Alpamayo dell'oggettistica accantonata, quasi come la cantina e l'inarrivabile capanno degli attrezzi, un deposito enorme che la mente fatica persino a concettualizzare).
Eppure lo so, "lasciare", "lasciare andare", tra i buoni propositi di quest'anno non potrà mancare, perché labile è diventato il confine tra accortezza e parsimonia patologica, tra conservazione giudiziosa e accatastamento compulsivo, tra effettiva utilità e calcolo delle probabilità infinitesimali che qualcosa scartato oggi venga rimpianto domani.
Tanto ne sono certo che sarà così: il primo oggetto da cui mi separerò - una vecchia penna che a tratti abbozza scie di inchiostro verde, le videocassette con i cartoni animati della Pimpa, la tastiera con relativo mouse a filo del computer non funzionante dal 2006, uno dei centosette cavi e cavetti di accessori elettronici ormai dimenticati, le tre scatole di latta che contenevano panettoni, gli occhiali che mettevo quando avevo due diottrie in più, i singoli tomi in omaggio con Repubblica e Corriere di enciclopedie i cui volumi non ho acquistato, una delle diciotto felpe consegnatemi dai miei figli nei recenti diciotto mesi... - sarà quello che per primo rimpiangerò, appena il furgoncino della nettezza urbana si sarà allontanato. Fosse anche lo scaldavivande grande quanto una pallina da tennis che funziona con presa Usb rimasto a prendere polvere da sette anni nel luogo segreto in cui per tradizione ripongo gli "indifendibili" (cioè ciò per cui è impossibile immaginare un'utilità anche futura): dietro i libri, negli scaffali.

P.S. Le persone no. Quelle non voglio "lasciarle andare", non quest'anno, a meno che proprio non se ne vadano da sole, ma allora si tratterebbe di una tragedia, nel senso greco, qualcosa di inevitabile, ineluttabile. Gli altri, chiunque altro, compresi scocciatori, noiosi, contestatori, saccenti, conformisti, boriosi, indisponenti, presuntuosi, possono rimanere. Poiché nell'anno appena terminato ho imparato questo: gli altri non sono mai un problema, siamo noi che possiamo far diventare un problema gli altri, pretendendo che cambino atteggiamento loro, mentre i primi a non riuscire a cambiare siamo noi.

sabato 6 marzo 2021

Ascoltare, ascoltarsi (Di più)

Mi piacciono i ponti e i punti. Pure quelli di sutura, spessi, a filo grosso, che lasciano una cicatrice in evidenza, a futura memoria di un inciampo, di uno strappo, tutto sommato di una storia.
Questo tempo ne pretende molti e ancora più ne pretenderà, nei mesi che verranno, per ricucire la distanza tra mondi, tra gruppi di persone, tra generazioni costrette in cattività, a stare unite forzatamente durante la pandemia e che al "liberi tutti" potrebbero disperdersi come un'esplosione, con l'energia dei tori scappati dalla gabbia.
Le differenze di stato, di condizione, di possibilità, appianate ed appiattite ora, torneranno impetuose, cessato il pensiero unico del salvare la pelle dal virus, comportando sì una vitalità positiva, una ripartenza fulminante, ma anche il rischio di altre scollature, di distanze come voragini, tra chi ha accumulato denaro, bisogni, aspettative, e chi invece è rimasto piegato o soltanto indietro, senza più forza o volontà di balzare sul treno in corsa.
Non è una profezia e neppure una certezza, che in fatto di previsioni ne azzecco meno degli oroscopi sulla Settimana Enigmistica.
Piuttosto è una sensazione, un campanello che trilla, ieri l'altro debole, oggi meno flebile, più intenso ogni giorno che passa avvicinandosi al termine dell'emergenza.
Leggo, mi pare di leggere, uno strappo, e vorrei con la stessa premura scovare l'ago e il filo che rammenda.
Lo trovo, mi pare di trovarlo, nel guardaroba dell'esperienza, nel cassetto con la targhetta: "Ascolta".
Ascoltare le esigenze, i desideri, i sentimenti, le paure degli altri, dell'altro, è esercizio che impegna orecchie e insieme stomaco, cuore, testa.
Ascoltare è atto di partenza (mettersi in ascolto) e punto di arrivo, presa d'atto, disposizione a cambiare l'opinione, la posizione propria.
Occorre coraggio, costa fatica.
Pure nelle piccole cose, come adesso, seduto sul divano, con te accanto, Giorgia, mentre sentiamo le canzoni di Sanremo e a me sembrano dire niente, mentre a te "parlano", hanno significati che vanno oltre il testo e la musica.
Dare tutto per scontato, mettere etichette sbrigative, avere la puzza sotto il naso e giudicare ogni cosa banale, già vista, inadeguata, brutta o superficiale non qualifica l'oggetto osservato, bensì colui che vede tutto in negativo, è incapace di cogliere le differenze, non riesce più a sorprendersi per nulla.
Io non voglio essere così, non voglio spegnermi, lasciandoti su quel divano e nella vita sola.

P.S. Al massimo voglio addormentarmi, essendo da un pezzo passata della notte l'una.

mercoledì 11 novembre 2020

L'estate di San Martino (La natura che aggiusta)

Al mio compleanno, da che sono nato, segue il giorno che nella tradizione contadina si dedicava al trasloco, con i lavoratori stagionali che lasciavano la cascina, la casa padronale, con la natura entrata a riposo e poche braccia necessarie a mandare avanti tutto.
È per una coincidenza che in questa data mi sia trovato ad entrare nei locali dove tuttora abito, e oggi, quarantotto anni dopo, riscopra pienamente il contatto con la terra, il gusto di mettere fisicamente mano all'erba, alle piante, al giardino.
Un piacere che in parte ha sostituito quello della lettura, l'unica esperienza che fino ad ora mi permetteva di distrarmi da tutto, di rilassarmi, di riparare, di "aggiustarmi", in qualche modo, entrando e vivendo un altro mondo.
Non so se durerà, se il desiderio irrefrenabile di accantonare tutto e di prendermi cura del prato, dell'orto, delle aiuole, del bosco, sentendomi con la natura un essere unico, durerà a lungo, se sarà un fuoco di paglia o goccia che scava la roccia, che cambia non soltanto l'esterno di casa oppure l'essenza di ciò che sono, dentro.
Faccio pochi calcoli, come ho scritto ieri, "vivo l'attimo", avvertendo tuttavia il germoglio di un cambiamento profondo e intravedendo all'orizzonte il desiderio di essere un uomo diverso, con differenti obiettivi, priorità, la volontà di rifuggire l'ansia, lo stress, togliendo dal piedistallo la carriera, la posizione, il denaro, il comando, entrando più in armonia con il mondo, assecondando la ruota che gira, da sempre, sentendomi parte di un tutto.
Sono sulla soglia di quella stagione di vita tra estate ed autunno. Sto diventando vecchio.
Mi fa un poco paura, ma non mi dispiace affatto.

P.S. L'undici novembre ricorda San Martino, santo guerriero, famoso per avere diviso il mantello con chi aveva freddo. In quel mantello diviso io vedo tuttora un simbolo, il segno del materiale che non può, non deve essere fonte di divisione, piuttosto deve essere diviso, poiché esiste qualcosa di più grande, importante, essenziale, buono. Uno scrupolo attuale oggi, in questo tempo in cui sempre più il denaro rischia di diventare la misura di tutto. Il contatto con la natura insegna pure questo: a mettere in giusta scala il valore del possesso, dell'armonia, del tempo, dei fini, del mezzo.

domenica 8 novembre 2020

Da brivido (E non per il freddo)

In questi giorni vederti con la maglietta a maniche corte mentre raccogli le foglie del faggio e dell'acero, mette i brividi e non soltanto per una questione di temperatura, per quel tuo avere freddo raramente.
I brividi vengono dal sentimento, dall'osservarti preciso, solerte, giudizioso, mentre svolgi un compito che nessuno ti ha chiesto, che ti sei auto assegnato, mostrando spirito di intraprendenza da ragazzino, abbinato a meticolosità e ostinazione da adulto.
L'unico merito, se possono ascrivermene uno, è quello di aver imitato mio padre, che mi dava fiducia, che lasciava mi mettessi alla prova con tutto, non tenendosi la parte più interessante con la scusa che ero un bimbo.
Sono sprazzi, non voglio vincolarti alla reiterazione costante dell'impegno, non resterò deluso se domani non vorrai continuare ciò che hai completato ieri e oggi, poiché so che a dodici anni ci si stanca con la medesima velocità con cui ci si mette alla prova su tutto.
Anche così, pure se tornerai a interessarti del cellulare o della playstation più delle faccende in giardino, so che quel contatto ti ha segnato, che il lavorare la terra, prendersene cura, è stato piantare un seme nel tuo, d'un giardino, quello interiore, che richiama inconsciamente a qualcosa di utile, gioioso, buono.
E quando sarai adulto, dimentico di me e del ragazzo che sei stato, sentendo il profumo delle foglie d'autunno o la sensazione del terriccio sul polpastrelli, lo assocerai a un momento felice, un istante in cui gli altri ti hanno guardato con ammirazione e tu sei andato a letto la sera sereno, con una pace dentro, dovuta all'aver portato a termine, bene, un lavoro.
Quel giorno forse un brivido lo sentirai, ma ancora una volta non sarà per il freddo.

martedì 27 ottobre 2020

Istruzioni per l'uso (Due approcci, due stili, un aiuto)

In questo giorno spiccio, denso di impegni e appuntamenti, mi rendo pienamente conto di come tutti siamo unici, differenti, eppure sommariamente distinguibili in categorie.
Queste, ad esempio: coloro che per ogni azione, sia essa installare una centrale termica oppure fissare nella parete un chiodo, pretendono di leggere le istruzioni d'uso, con il puntiglio di un orologiaio elvetico e quanti procedono sul versante opposto, avventurandosi a prescindere, mettendo mano, confidando nel sapere accumulato con le pratiche più disparate, dal sostituire le cinghie delle tapparelle a riparare uno spinterogeno.
Ad occhio, se ci pensate, in ogni famiglia si possono trovare personaggi appartenenti all'uno o all'altro idealtipo.
Nella mia, sempre ad esempio, posso vantare di annoverarne due autentici campioni, agli antipodi per vocazione e metodo: i miei cognati Angelo e Fulvio.
Il primo, Angelo, ingegnere, è di una meticolosità che rasenta, fino quasi a tamponarlo, il perfezionismo. Eccelso rilevatore di misure, calcolatore algebrico di ingombri e forme geometriche (memorabile il giorno in cui se ne uscì con il lapidario triplice urlo: "Errore, errore, errore!" per una mensola fuori squadra di un millimetro), egli può logorare un intero reggimento mentre studia la posa di una vite a brugola o programma il termostato dell'altrui appartamento, senza però mai sottrarsi da alcun compito che gli sia affidato, salvo prima chiedere in rigoroso dialetto: "Mah... Ul librètt di istrusiùn?".  
Il secondo, Fulvio, perito industriale capo tecnico tintore, riesce a cimentarsi con successo nei lavori più disparati. Già istrionico imprenditore e celeberrimo timoniere nonché capitano di barche a vela, lui ricorre al libretto di istruzioni soltanto in caso estremo e mai per consultarlo da cima a fondo, come invece fa Angelo, bensì per un'osservazione veloce, quasi un colpo d'occhio, tornando poi a capo fitto sull'oggetto interessato, sia esso un impianto idraulico per l'irrigazione del giardino o la minuta rotella di un orologio.
Fulvio e Angelo, Angelo e Fulvio, distinti e distanti, sempre, su tutto, tranne quando c'è da dare una mano e aiutare qualcuno.

P.S. Ne scrivo col sorriso, l'intento però è più vasto e concerne il ringraziamento per ciò che fanno, con una generosità sconfinata, senza mai tirarsi indietro, ciascuno con il proprio stile e in piena autonomia, a parte i casi in cui l'intervento è così complesso da richiedere la compresenza dell'uno e dell'altro. In quelle occasioni, oltre allo spasso di vederli all'opera insieme, più divertenti di una scenetta di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, si può constatare appieno il valore della collaborazione nella differenza, della somma di virtù a compenso delle mancanze di ogni singolo, che poi è il motivo per cui l'essere umano da qualche migliaio di anni a questa parte s'è fatto largo su tutte le altre specie animali che conosciamo.

lunedì 5 ottobre 2020

Mi abbracci così (Le porte aperte)

Mi abbracci così, con il pudore che cade come un velo, stringendomi forte, naufrago alla deriva aggrappato d'impeto al primo legno.
Ogni giorno diventi più grande, oltre che alto, mentre bello lo sei sempre stato, anche se forse adesso in modo spiccato, con i lineamenti gentili del viso che prendono armonia con il resto del corpo.
Ti osservo da lontano quando non pensi di esser visto, noto le tue esuberanze di ragazzino sereno e pure quando gli occhi ti si adombrano e guardi in basso, perso in pensieri profondi e oscuri a noi quanto un pozzo.
Con te non sono l'adulto migliore del mondo, lo riconosco. A volte il mio egoismo fa premio sull'attenzione e sulla comprensione che meriteresti, piccole durezze che potrei risparmiarti, una schiena dritta che a volte è soltanto la scusa per non riuscire a testimoniare un amore tondo.
Per fortuna non sono solo, faccio parte di una famiglia che è diventata la tua e in cui ci si aiuta a vicenda, compensando mancanze e attutendo i tonfi che inevitabilmente accadono.
La tua età poi è straordinaria, sospeso in quella terra di mezzo tra l'indipendenza e il vincolo a chi ti dà sicurezza, oltre che un posto a tavola e il tetto.
Sono davvero orgoglioso di te e ne voglio lasciare traccia qui, per i tempi che verranno.
Sei per noi una benedizione, lo sei dal primo giorno, in questa avventura straordinaria che è il mondo quando si è disposti a lasciare le porte aperte e non chiuderle per comodità o paura di ciò che è ignoto.

P.S. Oggi al lavoro mi si spezza il cuore, poiché devo dare conto di un ragazzino che aveva un anno meno di te e che in un incidente è morto. Nessuno può comprendere il dolore di sua madre, che nell'auto gli era accanto, o del padre, cui la notizia è rimbalzata come un proiettile nel petto. Nessuno può provare ciò che provano, né attutirne il dolore, tanto meno io, che vorrei tu fossi qui, per abbracciarti come di solito fai tu, restando in silenzio, eppure dicendoci tutto.

venerdì 2 ottobre 2020

GK (Confessarsi, nell'intimo)

Rimasto in mutande e non per modo di dire, di fronte allo specchio, una settimana fa, l'occhio m'è caduto su un dettaglio accendendo insieme il lampo di un ricordo.
Faccio un passo indietro (qui, mentre scrivo, non quand'ero praticamente nudo, davanti allo specchio).
Chi abita in una casa affollata, specialmente affollata di ragazzi, sa che l'ordine è un'utopia più della città ideale di Tommaso Moro.
Tesa e mai doma, come la lotta tra bene e male, in ogni abitazione immagino si svolga la battaglia che esiste tra chi cerca di porre ogni indumento nel giusto armadio, cassetto, e chi invece abbandona scarpe, calze e felpe ovunque, con predilezione per sedie, tavoli e pavimento.
A casa nostra almeno è così, anche se la "reverenda madre" che sovrintende tutto ha una perseveranza e un'energia tali da non cedere mai e talvolta sbraitando, spesso in silenzio, non cede di un millimetro, mettendo sempre a posto tutto, lasciando ogni locale pronto per essere fotografato da "Elle Decore" o da " Domus".
Siccome però il diavolo si insinua nei dettagli, può capitare che qualche stortura si celi oltre le ante dell'armadio, manifestandosi con indumenti fuori posto, per un errore minuto oppure per una delle periodiche rotazioni che la suddetta "reverenda madre" programma con obiettivi limpidi soltanto a lei stessa, restando oscuri per gli altri coinquilini, che si accorgono di quelle piccole rivoluzioni soltanto quando non trovano ciò che cercano.
Tutto ciò per dire che a volte nel comparto dove in teoria dovrebbe esserci la mia biancheria, incappo in capi sconosciuti, che non so se siano finiti lì poiché dismessi dai figli oppure per sbaglio.
Sta di fatto che, lungi dal contestare alcunché, mi limito a indossare ciò che trovo, avendo imparato che è una ruota che gira e alla fine tutto scorre, come diceva Eraclito, ma anche tutto torna, come fanno calze e mutande mie e loro.
Una settimana fa, dicevo, è stato uno di quei casi. Il primo paio della pila di boxer in maglia di cotone nel cassetto, pescate nella penombra del primo mattino, pareva di bel blu accesso, con stampata ad ogni centimetro quadrato la sigla di un noto stilista americano.
"Guarda un po' - mi sono detto - qualcuno deve avere fatto spese folli oppure erano in saldo".
Un pensiero durato poco, il tempo di tornare verso il bagno, lavare i denti, sciacquarsi il volto, rimirarsi velocemente allo specchio e... l'occhio s'è fissato su un dettaglio, una lettera che non avrebbe dovuto esserci. Così ho controllato meglio, scoprendo con stupore che il buon Calvin Klein (CK) non c'entrava proprio, bensì stavo inconsapevolmente indossando una paio di Glein Kloin (GK), acquistate da un compagno di mio figlio Giovanni, al mercato, e finite lì probabilmente soltanto per darmi modo di confessarmi in tutti i sensi nell'intimo.

P.S. La GK non le ho restituite (ma la sera le ho tolte e lavate, giuro). Le porterò fieramente, in futuro, perché mi ricordano il ragazzo che ero, scarso di mezzi ma carico di stupore e di sogni, che a dodici anni comprò un paio di Addass, preferendole alle Mike in bella mostra nel negozio in centro paese del Giordano.

domenica 8 dicembre 2019

Se salgo lo trovo (Superpoteri femminili)


Per fortuna Dio o chi per lui ha concesso a ciascuno di noi almeno un difetto (con me tra l'altro è stato generoso, abbondando) affinché nello sperimentare i propri limiti non si sia troppo severi nel giudicare l'altro.
Ad alcuni però, in particolare ad alcune donne, ha concesso pure dei superpoteri, che l'Uomo Ragno al confronto è un imbranato.
Qualche esempio, limitato all'esperienza personale nel perimetro domestico.
-  "Metti il sale" (variante: butta la pasta)
Lei mette il sale o butta la pasta e pesa gli ingredienti "ad occhio". Ed è sempre giusto! Io l'ultima volta che ho obbedito gettando nell'acqua bollente "due manciate di penne", come mi era stato esplicitamente chiesto, abbiamo patito la fame (e ho pure le mani grandi!) e quel poco era insipido.
- "È nell’armadio" (variante: se salgo e lo trovo...)
Non esiste indumento che non si trovi al posto corretto, quasi sempre nell'armadio. Il fatto è che io non lo trovo. Osservo, sposto, cerco, risposto, ricerco... Nulla. Il vuoto. Al che mi arrendo e grido: "Qui non c'è, giuro". Al che la sua risposta è sempre la stessa: "Guarda che se salgo e lo trovo". Sale. E lo trova. Qualsiasi cosa sia. Sempre. Subito.
- "Compragli una maglietta" (variante: taglia dodici anni)
Un po' come per il sale e la pasta, anche per le taglie degli indumenti ha un occhio clinico. Io se entro in un negozio e acquisto una t-shirt per un bambino di dodici anni, che dunque dovrebbe indossare una maglietta misura "dodici anni" torno a casa con un lenzuolo matrimoniale, che sta largo pure a Platinette o con un francobollo di tessuto che al dodicenne arriva a malapena all'ombelico.
- "Piega i vestiti" (variante: metti in ordine)
Le camicie manco mi ci metto: uso l'appendino e le lascio stese, nel guardaroba. Magliette e felpe sono un incubo. Lei in tre mosse piega e sistema ogni cosa, riducendola a uno spessore di qualche millimetro, io mi impegno e sudo come per completare un origami giapponese dalla forma di fenicottero e alla fine avanza sempre una manica, c'è sempre una piega, sembra sempre una sfera o un bauletto, qualsiasi capo tento di sistemare nel cassetto.
- "Assaggia se è cotta" (variante: non lo è mai o lo è troppo)
Mentre l'acqua bolle con la pasta dentro da qualche minuto, lei intinge le dita pescando rigatoni o penne o spaghetti quasi direttamente dalla pentola oppure da un cucchiaio apposito, mostrando insensibilità delle mani e anche al palato, poiché lo spaghetto o la penna o il rigatone se lo infila subito in bocca, assaggiandolo a una temperatura che persino il dio Vulcano riterrebbe fuori posto. Lo stesso vale quando beve il caffè o sorseggia la minestra, appena tolta dal fornello. Io l'ultima volta che, per sbaglio, l'ho fatto, ho avuto le labbra di Angelina Jolie per un plenilunio.

Per fortuna ci sono anche i difetti. Limitandomi a casa nostra elenco questi.
- Spesa fatta di fretta, con prodotti acquistati a caso (abbiamo bevuto per una settimana litri di "bevanda al gusto di latte senza lattosio" invece di pacifico latte, mangiato würstel che sarebbero dovuti essere normali invece avevano il ketchup extra piccante dentro, usato un flacone da litro di "shampoo per i capelli tinti di rosso". E molto altro)
- Chiama mille volte il figlio o la figlia, urlando, e quando lei o lui risponde, lei replica: “Nulla, volevo soltanto sapere se c’eri”.
- Grida: "A tavola! È pronto....". Ma quando arrivi pronto non lo è affatto e devi aspettare minuti minuti, senza lamentarsi, perché altrimenti dice: "Dovevate cucinare voi allora".
- Spalanca le finestre al mattino facendo entrare il vento del nord (“Winter is coming “), incurante di chi ha cicli di vita e percezioni diverse dalle sue, che ha freddissimo la sera e al mattino sempre caldo.

 P.S. Annoto tutto questo con ironia e ammirazione, non per un vezzo o desiderio di riscatto, bensì per esperimento scientifico: valutare tra qualche anno se si tratta di talento innato o, come suppongo, di abilità che si tramandano di generazione in generazione, da madre in figlia. Giorgia infatti ora è stupita quanto me, ma tra vent'anni sono quasi certo avrà superpoteri che ora neanche immagino.

domenica 20 ottobre 2019

L'ordine cosmico (mi accontenterei del divano)


L'asciugamani arruffato, appallottolato, in bagno.
I giacconi sul divano.
Le felpe sulle sedie del soggiorno.
Le antine del guardaroba e degli armadi perennemente spalancate.
La porta d'ingresso aperta.
Le chiavi "di scorta" non rimesse a posto.
Le bottiglie d'acqua svuotate e non riempite.
La tavola non sparecchiata.
Le scarpe disseminate sulle scale.
Le cartelle lanciate e abbandonate in un angolo della cucina.
L'accappatoio usato e umido appeso alla ringhiera delle scale per non riportarlo di sopra.
Il computer lasciato con la batteria esaurita.
Le ricariche del telefono sparse per la casa.
La carta igienica terminata e non rimpiazzata.
I telecomandi abbandonati dove capita.
La pigna dei vestiti accatastata sulle scrivanie delle camere.
La pinzetta per le ciglia e il tagliaunghie mai al loro posto.
La Coppa del Nonno vuota o il vasetto dello yogurt finito e lasciato su una mensola, con il cucchiaino dentro.
I libri di scuola sul tavolo dove mangiamo.
Il piatto di pietanza servito per il dolce o la frutta sul pavimento, accanto al divano.
I panni sporchi sparsi davanti alla doccia.

Questo e molto altro ci troviamo di fronte, ogni giorno.
Io più assente e paziente, scuoto il capo e brontolo e borbotto e sistemo quel che posso, cercando di essere il signor "Che sarà mai" di cui ho scritto l'altro giorno, vostra madre più presente ed esasperata, ricadendo sulle sue spalle il novanta per cento delle faccende domestiche, si concede pure qualche gesto teatrale, tipo la recente usanza di scaraventare sul tavolo del terrazzo, all'esterno di casa, felpe e giacche che trova su sedie e divano.
Lo scrivo non per un rimprovero, né come certificazione di una battaglia che noi adulti quotidianamente perdiamo, bensì affinché ve ne ricordiate, quando sarete adulti a vostra volta e avrete figli che vi faranno saltare la mosca al naso e con i quali sarete tentati di ricorrere alle maniere forti oppure di farvi scoraggiare, pensando che sono incorreggibili disordinati, incapaci di badare a se stessi.
No, non saranno incorreggibili né incapaci. Miglioreranno, cambieranno, ne sono certo, come sono cambiato io, come cambierete voi, prima o poi (speriamo prima, che poi divento vecchio).

P.S. Una cosa. Non cento, non dieci, non cinque. Una. Almeno una abbiate l'intraprendenza e la costanza di metterla in pratica come la convivenza civile richiede. I giacconi ad esempio. Se invece di gettarli sul divano, appena entrati in casa, dedicherete venti secondi ad appenderli su una gruccia e riporli nel guardaroba all'ingresso, voi - ve lo assicuro - non subirete mutazioni genetiche né perderete occasioni uniche per fare qualcos'altro, evitando soprattutto che a vostra madre venga l'esaurimento nervoso.

venerdì 12 luglio 2019

Un anno con noi (Il bene vero)

Sei arrivato ufficialmente a casa nostra un anno fa e hai scombussolato tutto, con quel tuo sguardo vispo, anche se a volte assente, poiché profondo è il vuoto che già da piccolo ti si è spalancato innanzi e lacerante il dolore dell'assenza, dei pezzi che ancora ti mancano.
Vorrei scrivere spesso di te, resisto per pudore, perché c'è un'intimità che non va violata, oltre a una ricchezza di emozioni, di situazioni, di sentimenti che per raccontarla tutta ci vorrebbe un libro.
Hai picchi di dolcezza, di affabilità, di purezza che ti invidio, che raramente ho notato in qualcun altro, così come in alcuni dettagli leggo le cicatrici che le ferite ti hanno lasciato.
Vorrei scrivere più su di te, per un motivo semplice: un giorno passerai di qua e troverai tracce che avevi dimenticato. Lo faccio con discrezione e parsimonia, perché è vero che certe cose le capirai quando sarai più grande, ma il nocciolo di quanto ci lega è chiaro in ciò che viviamo ed esiste un codice non scritto che sono certo si imprimerà in noi, a prescindere da cosa ricordiamo nel dettaglio.
Per adesso lasciami annotare questo: sei una benedizione per la nostra famiglia, per noi, che riceviamo più di quanto diamo e anche se spesso lo diciamo per abitudine o convenzione, il bene che ci vogliamo è un bene vero.

sabato 16 aprile 2016

La pazienza del corniolo (Non diamoci troppa importanza)

Il "cornus rubra" in fiore
I colori sgargianti hanno il sopravvento in questa stagione di principio ch'è la primavera, con le giornate che si allungano, la luce che si distende come vernice, senza bisogno di pennello.
Lascio da parte le misere preoccupazioni quotidiane, concentrando l'attenzione su una pianta messa a dimora a lato del giardino. E' un "cornus rubra" (chiamato comunemente "corniolo") ed era stato scelto quattro o cinque anni fa per la fioritura splendida, un rosa acceso e impertinente, uno spesso ricamo della natura, che lo adorna da cima a fondo.
Rari erano però finora i boccioli e rachitici i petali, fragili persino i rami, tanto che talvolta non nego mi sia passato per la testa di dargli un taglio, netto.
Quest'anno invece, in un aprile all'apparenza come tutti gli altri, forse un po' più caldo, forse un filo più umido rispetto a quello passato, ecco che il cornus s'è ammantato di quei fiori stupendi che invano negli anni scorsi avevamo aspettato e ora fa bella mostra di sé, tra lo smeraldo dei prati, il rosso dell'acero, il verde carico del faggio e quello più tenue del fico.
Lo osservo ogni volta che torno a casa e me ne compiaccio, pur non avendo io alcun merito, con la natura che semplicemente ha fatto il suo corso. Lo fa sempre, la natura. Semmai siamo noi figli frettolosi e impazienti del creato a pretendere di dettare i ritmi, a incapricciarci se il corso degli eventi è differente da ciò che desideriamo. Una consapevolezza che mi prostra e nel contempo porta conforto: se infatti esiste uno scorrere più imponente di qualsiasi nostro sforzo, eccessivo è allora ogni affanno e tanto vale abbandonarsi al fluire placido del tempo, che tutto modella, tutto plasma, a proprio piacimento. Ciò non significa disinteressarti di tutto, bensì non darsi eccessiva importanza, comprendere la giusta portata del nostro impegno, accettandone i limiti, sapendo che tutto non inizia e non finisce con noi, ma c'è stato sempre un prima e ci sarà sempre un dopo.

giovedì 1 gennaio 2015

Quattro tracce (per non smarrire il cammino)

Foto by Leonora
Sono fortunato e questo inizio d'anno l'ha confermato, trasformando alcune assenze (giustificate) in altrettante occasioni di incontro, in tavole allargate all'ultimo momento, in visite a sorpresa, gesti semplici, sorrisi spontanei, senza bisogno di infingimento.
Ogni anno è un mattone di vita che si aggiunge. Sta a noi far sì che sia utilizzato per issare muri oppure per allargare la campata di un ponte.
Nel mio caso vale ciò che congiunge ed è un'eredità che ho ricevuto, frutto di fondamenta antiche, non riguardanti soltanto il sottoscritto, ma generazioni intere e un popolo vasto, che in questa terra lombarda, italiana, ci ha preceduto e merita di essere ricordato.
"Cultura" sarebbe giusto definirla o "tradizione", se si preferiscono parole meno altisonanti e di significato egualmente profondo. Valori che - lo dico senza salire su un podio - andrebbero insegnati nello scuole o ancor meglio raccontati, lasciando alla narrazione un ruolo pedagocico spoglio da retoriche e leziosismo.
Ne lascio quattro tracce qua, svolgendo il mio compito di testimone, riportando ciò che io stesso ho ricevuto, affinché siano chiare a me, a chi mi vive accanto - parenti, amici, vicini di casa, concittadini, conoscenti e anche sconosciuti - e possano essere tramandate, evitando che l'inevitabile cambiamento comporti una perdita di ciò che dovremmo invece avere caro, assai più del potere, della fama, del denaro.
Se penso ai miei genitori, agli zii, ai nonni, ai loro coetanei, ai loro vezzi, alle abitudini di una classe sociale bassa ma dignitosa, distinguo nitidi alcuni stili di vita, di comportamento.
Il primo è l'attenzione ad evitare ogni spreco. Figli di un'era agra, essi badavano a non sciupare nulla, sia cibo, sia vestiti, scarpe, utensili... Abili ad aggiustare ogni cosa, è in cucina e conseguentemente a tavola che dimostravano attenzione, limitando all'osso gli avanzi e adoperando persino quelli, per nutrire quegli animali che nel ciclo della catena alimentare diventavano a loro volta nutrimento. Sorrido ora pensando alla raccolta differenziata, che altro non è di un ritorno alle origini, mentre mi intristisco quando noto l'esatto opposto, il buttar via senza ritegno, degenerazione dell'abbondanza, a calpestare anni, decenni, secoli di salita gradino su gradino. Ho in mente particolarmente mia zia Angelina, che riutilizzava le bustine del tè, venendo presa in giro da noi per quella sua esagerazione, che tuttavia traeva spunto da stagioni passate senza metter sotto i denti per giorni un boccone decente, andando a letto con i morsi della fame e ingurgitando di tutto pur di placare il borbottare dello stomaco. Meno drasticamente ricordo mia madre, che in pattumiera non ha mai gettato un pezzetto di pane o mio padre, che mangiava il grasso del prosciutto scartato dal sottoscritto e rosicchiava volentieri la carne che lasciavo attorno all'osso del pollo.
Il secondo è il senso di ordine, di pulizia, di decoro delle abitazioni, del giardino e anche dell'esterno, dei marciapiedi fronte casa e dello spazio pubblico limitrofo al proprio indirizzo. Augusto, il padre di alcuni tra i miei migliori amici, mi ha fatto sempre da esempio, ma potrei citare a memoria decine di uomini e donne di Lurate Caccivio - Gino, Luigi, Adele, Rosa... - che ramazzavano il cortile o il tratto di via a cui si accedeva dal loro portone.
Il terzo è un'innata propensione alla bellezza, smarrita a cavallo del Novecento, specie tra gli anni Sessanta e Ottanta, forieri di orribili case squadrate e elementi architettonici indegni di tal nome. Pure in quel tempo tuttavia un barlume di buon gusto si è conservato, forse perché secoli di "italianità" non si potevano cancellare del tutto e lo stile è ormai connaturato con questi luoghi e con chi vi abita. Un segno evidente c'è ad esempio nei giardini, nella disposizione di alberi ed arbusti, e persino nell'orto, in quella geometrica disciplina con cui vengono tuttora seminati ortaggi di ogni tipo. Vedere per credere il pezzo di terra che coltiva Sandro, a un passo da casa mia, oppure Giulio, il mio vicino, o ancora Ambrogio, così diversi dall'accozzaglia di certi spazi pubblici dati in concessione dal Comune e che non hanno né capo né coda, a dimostrazione che se un'arte c'era si è persa in troppi concittadini, sradicati in tutto e per tutto.
Il quarto è una disposizione naturale all'accoglienza, all'accettazione dell'altro, indipendentemente dalla condizione sociale, dal reddito. Mia bisnonna Lucia Baldelli in Bardaglio, ad esempio, era nota per non negare ad alcun vagabondo o mendicante o storpio una tazza di minestra, la stessa minestra che mangiavano loro, e un tozzo di pane, offrendo ospitalità nel fienile o d'inverno nella stalla, per dormire al caldo. Lo stesso faceva, poco lontano, il bisnonno di Isabella, "ul Nièl", e in ogni corte del paese, possiamo dire, c'era qualcuno che si incaricava di questo compito, una carità sostanziale, senza troppe domande, né lezioni di morale, così differente dalla pietà pomposa di parole e vuota di sostanza che offro in analoghe circostanze ora, io.

sabato 11 gennaio 2014

Sei anni ieri

Foto by Leonora
Sei anni. Il 10 gennaio del 2008 ti spegnevi e io ero lì, che ti tenevo la mano, era da poco diventata mattina, i bambini uscivano di casa per andare a scuola e tu respiravi sempre più piano, finché il respiro non s'è sentito del tutto. Avevamo spento da poco la musica che nella notte d'agonia era stata di compagnia, la musica di Tchaikovsky che non avevi mai ascoltato ma ero certo ti sarebbe piaciuta e soprattutto mi sembrava adatta a quel momento, a un passaggio che da sempre fa spavento, anche ad affrontarlo così, dileguandosi la vita poco a poco, senza urto né strappo.
E' strano come la morte a volte sia un sollievo, cento notti avevo pianto, quando ti eri ammalato, quando eri stato operato, quando eri in terapia, quando tornavi da una visita, quando ti osservavo di sottecchi per controllare quanto peso avevi perso, se mangiavi, se gli occhi attorno alle pupille erano ancora bianchi, se respiravi bene o in affanno. Le ultime lacrime per te sono scese in quei giorni e qualcuna mi riga il volto ancora adesso, senza preavviso, nei momenti più disparati, senza un legame apparente, per un'improvvisa nostalgia, specie quando sono solo e guido la macchina o leggo un libro che mi ricorda il legame speciale che avevamo. Però nessuna di quelle lacrime porta a galla l'angoscia che ha preceduto il tuo congedo, come se a spaventarmi di più fosse la salita per arrivare allo scollinamento e non il burrone d'ignoto in cui si precipita dopo.
Sei anni. La mamma non c'è giorno che non ti ricordi, mentre io sono più spiccio e correndo è raro che mi fermi a guardare indietro. Credo capiti lo stesso ai tuoi nipoti, pur se a volte mi inteneriscono per il ricordo lucido che hanno di te (ecco che ora mi sale un groppo alla gola e mi commuovo di nuovo, si vede che sto diventando vecchio), così come Laura e i tuoi amici di un tempo, nelle cui rughe e grinze rivedo le tue.
Sei anni e un giorno, questo, un sabato con il cielo grigio e una pace infinita tutto attorno, a perdita d'occhio, seduto nella casa che tu hai costruito e che è stata per te meta e fondamento. Ciao papà, sei ancora qui, nel sangue che mi scorre dentro, nei geni da cui provengo e più importante ancora negli infiniti momenti con te che tuttora mi accompagnano e mi aiutano a ricordarti, sorridendo.

domenica 11 novembre 2012

Casa Bardaglio

Foto by Leonora
Quarant'anni, un giorno. Era l'11 novembre 1972 e (come ho già raccontato cinque anni fa, in questo post) ci trasferimmo nella casa dove tuttora abito e che è sempre stata la mia, anche nei dieci anni in cui - appena sposato - abitai in via Varesina, a quella giusta distanza che secondo i vecchi occorre mettere tra nuora e suocera, "non troppo lontano, non troppo vicino, abbastanza per vedere il fumo dell'altrui camino".
Le mura sono le stesse di allora ma molto è cambiato, interpretando i tempi e marcando le differenze con il mondo rurale in cui i miei genitori sono cresciuti e che è scomparso da un pezzo. Mio padre poi non c'è più e con lui, oltre alle braccia che l'avevano creata, se n'è andato lo spirito autentico, quel bisogno di avere un posto tutto per sé, dove se vuoi mettere un chiodo nella parete nessuno può impedirtelo. Un orgoglio che io mantengo, perché l'ho vissuto sulla mia pelle, che mi ha marchiato a fuoco, ma capisco di essere comunque anni luci distante dall'ostinazione, dalla caparbietà che aveva lui, uomo di un'altra stoffa e di un altro tempo. Una determinazione che i miei figli - lo so - avranno ancor più diluita e i figli dei miei figli probabilmente neppure avvertiranno ed è per questo che due giorni prima di morire, in uno di quei dialoghi che abbiamo avuto la fortuna di avere e in cui ci siamo detti tutto l'essenziale che c'era da dirsi, con lui sono stato onesto: "Papà, lo sai che ti ho visto tirar su questa casa, conosco i sacrifici che hai fatto e quanto ci tieni anche se adesso non sembra importarti di nulla perché tutto sembra perso, ma voglio prometterti lo stesso che finché ci sarò io farò di tutto per tenerla, perché non sia sciupato ciò che hai fatto. Ed è una cosa che cercherò di far capire anche a Giacomo, Giorgia, Giovanni, anche se, lo sai, non posso assicurarti che lo faranno, e poi accada quel che accada, perché tanto in eterno non dura nessuno". Lui sorrise. Non un sorriso amaro, un sorriso disteso. "Và ben". Va bene, disse, in dialetto. Lo considerai un testamento.
Tra le molte cose di cui mi sono pentito, invece, c'è la pigrizia con cui me ne occupai quando lui era in vita. Ero più giovane, pensavo ad altro e soprattutto pagai il carattere tendente al rimando. Quante volte, in questi cinque anni, ho sistemato qualcosa (il tetto del garage, la recinzione, l'aggiunta di un nuovo pezzo di prato, il cancello elettrico...) rimpiangendo di non averlo fatto prima, quando lui ancora c'era e avrebbe potuto vedere, sapere che anche senza di lui ce la saremmo cavata, avremmo migliorato le cose e non fatto andare in malora tutto. La cosa di cui andrebbe più fiero sono le tredici tessere di ceramica con altrettante lettere dell'alfabeto che abbiamo incollato all'entrata, accanto al cancello. C'è scritto "Casa Bardaglio" e in due parole è detto tutto.

lunedì 24 ottobre 2011

La lista dei desideri

Leggo che su Amazon.com esiste una lista dei desideri, oggetti di cui si vorrebbe entrare in possesso.
L'idea mi intriga e mi appunto di pensarci, di sognare un po'. Lo faccio mentre torno a casa dal lavoro, in macchina.
Vorrei costruire una nuova casa, una proprio mia, ex novo, bassa e con pareti a vetri, ecologica al cento per cento, con un prato enorme attorno, però vicino al mare, in un posto caldo ma non troppo, dov'è maggio tutto l'anno. Vorrei una casa, ma una casa ce l'ho.
Vorrei un orologio. Uno di classe, elegante e fine, che si nota appena, ma che ad averlo al polso ti senti sicuro di te, come Pierce Brosnan quando faceva James Bond. Uno simile a quello che mi ha prestato Fulvio. Vorrei un orologio, ma un orologio ce l'ho.
Vorrei un'automobile sportiva, una Bmw o, meglio ancora una Porsche. Non grande, non troppo appariscente, magari usata, nera. Vorrei un'automobile, ma un'automobile ce l'ho.
Vorrei uno di quei tosaerba che viaggiano da soli, che li programmi e zac, trovi il prato perfetto, meglio che se avessi in affitto un giardiniere tutto l'anno. Vorrei un tasaerba, ma un tosaerba ce l'ho.
Vorrei sei vestiti identici, di Prada o Armani, giacca e calzoni neri e camicia bianca slim fit con cravatta a tinta unita, una diversa per ciascun giorno della settimana. Vorrei dei vestiti, ma dei vestiti ce li ho.
E basta. Sì, basta. Altri oggetti neanche mi vengono in mente (oggi almeno, domani magari qualcuno mi ricorderà questo e quello e dirò: accidenti, come ho fatto a scordarlo).
Viaggi, quelli sì, ne vorrei. E più film da vedere al cinema. E concerti di musica dal vivo. Sì, vorrei ascoltare più musica dal vivo. E più partite di calcio, sempre dal vivo. Vorrei chiacchierare con più persone che lo meritano, uscir con loro a cene e stare ad ascoltare senza altro fine se non quello di imparare qualcosa, magari poterlo raccontare, ma in dosi eco sostenibili, senza forzature o urgenze. Vorrei imparare a ballare il tango, ma senza nessuno che conosco, perché mi vergognerei un sacco e sarei impacciato quanto un tricheco, mentre io so che se mi lascio andare potrei essere un discreto ballerino. Queste cose non le ho e invece potrei averle, se solo aggiungessi alla mia vita un po' più di coraggio, di fantasia.

Foto by Leonora