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lunedì 3 luglio 2023

Lino Gelpi (Il sindaco memorabile)

La memoria umana è un setaccio fine e curioso: filtra tutto, scorda molto, conserva pochissimo, senza criterio logico, a dimostrazione che non siamo processori elettronici, bensì un tiro di dadi sul tappeto verde dell'esistenza.
Capita così che a distanza di anni ricordi come fulgido un dettaglio a cui - tra parentesi - lì per lì non avevo dato peso, tanto da ometterlo nel resoconto comparso sul giornale.
Se chiudo gli occhi di Lino Gelpi rammento infatti che leggeva soltanto le tragedie greche, perché «in esse è già stato scritto tutto, ciò che nella vita dell'essere umano conta davvero».
Memorabile è anche il titolo che l'allora esimio direttore, Adolfo Caldarini, scelse per l'intervista: "Prima che arrivassero le volpi".
Le "volpi" erano gli amministratori degli anni Settanta, quando la classe dirigente forgiata dalla guerra e scelta in base a un merito acclarato, fu sostituita da politici di carriera, avvezzi ai corridoi e alle anticamere, assai diversi da chi si era messo "al servizio" anni prima.
Una classe dirigente di piccolo cabotaggio che ora qualcuno rimpiange, con nostalgia della prima Repubblica, ma chi ha abbastanza anni e memoria per averli conosciuti non può non ritenerli la causa di molti mali. Licaoni, più che volpi, al cui cospetto Lino Gelpi come un vecchio leone spiccava, confermando la regola aurea secondo cui "in tempi grami nascono e crescono uomini e donne forti, donne e uomini forti favoriscono tempi floridi, in tempi floridi si svezzano uomini e donne deboli, donne e uomini deboli causano tempi grami".

Auto, semaforo, colonna; scorciatoia, ingorgo, sosta. Accelerare, frenare, sterzare; parcheggiare, scendere, camminare. Suonare, salire, bussare; salutare, ascoltare, telefonare. Impaziente attesa. Minuti. Veloci, preziosi, irrinunciabili.
Avevamo un appuntamento, ma non lo ricordava affatto. Comprendiamo più tardi che non si è trattato di sbadataggine, né di senile smemoratezza. Semplicemente un metro diverso di ponderare gli eventi, di dare importanza alle cose.
Il mondo fuori corre, ma Lino Gelpi, otto fratelli e otto figli, ottantacinque anni, avvocato, primo cittadino della città di Como dal '56 al '70, ha smesso di rincorrerlo da un pezzo.
Non già perché dell'esistenza umana ha trovato tutte le risposte. Semmai, nello sguardo incantato e nelle lunghe pause prima di udirlo proferir parola, c'è sembrato di intuire la consapevolezza delle troppe domande ancora aperte, che non permettono illusioni al tramonto di una vita.
Perseguitati dalla nostra occasionale premura, lo distogliamo per qualche minuto dal lavoro. Ancor oggi, che potrebbe farne a meno, dedica cinque o sei ore al giorno a fascicoli e documenti che tiene ordinati su una scrivania sobria, nel suo minuto studio. Il resto della giornata lo trascorre in famiglia, abbandonandosi sovente alla lettura dei testi biblici sapienziali («i salmi sono un fonte inesauribile di pensiero, di bellezza e di poesia»).
Enzo Biagi ha scritto: "È stato subito domani, è passato tutto molto in fretta".
«Com'è vero. È trascorso quasi un secolo e non me ne sono nemmeno accorto».
Cosa ricorda dei quasi quindici anni di amministrazione comunale?
«Rammento con piacere tutti gli anni della mia amministrazione e qualcuna delle maggiori opere realizzate in quel periodo. Il trasferimento dello scalo merci delle ferrovie, il forno di incenerimento, la copertura del Cosia. E così pure le scuole, gli asili, i giardini pubblici, la strada a lago».
Eppure non fu tutto rose e fiori. Proprio per la strada a lago le polemiche furono asprissime.
«Non in consiglio comunale. Al tempo in cui ero sindaco, anche decisioni difficili erano solitamente prese all'unanimità. Non mancavano le discussioni, anche aspre, ma rimanendo su un piano squisitamente amministrativo, fuori da ogni ideologia politica. Se l'opposizione, a proposito di un determinato progetto, riteneva di apportare qualche sensata modifica, si accettava il parere diverso. Ad osteggiare la strada a lago furono i fondisti, tutti i proprietari dei terreni che arrivavano fino a riva. Non fu cosa da poco. La loro protesta sfociò anche in cause civili, che però mi onoro di aver composto amichevolmente e con soddisfazione reciproca. Li convinsi facendo loro comprendere che l'interesse per la città andava tutelato maggiormente del loro interesse particolare di avere uno sbocco privato che portasse al lago».
È ancora oggi il tempo del coraggio nelle scelte amministrative?
«Non seguo più attentamente la vita amministrativa per rispondere seriamente. Quando sono uscito dal comune ho tirato giù la saracinesca e il mio punto di osservazione è quello di un qualsiasi semplice cittadino. Comunque non vedo scelte coraggiose. Mi pare un periodo negativo per tutto il paese. Como non si distingue, né in meglio, né in peggio. Manca il senso civico e il senso della collettività, per dirla in due parole. Ognuno guarda ai propri interessi. Ed è questo che mi ha spinto, qualche tempo or sono, dopo un lungo silenzio, a lanciare un allarme».
Secondo l'opinione di alcuni, un tempo il consiglio comunale era composto dal meglio delle famiglie comasche. Questa presenza è andata via via estinguendosi, fino ad arrivare al pallore attuale. È d'accordo?
«Posso confermare che, in ognuno dei tre consigli da me guidati, potevo contare su persone eccezionali, che ricordo con simpatia, senza differenze tra maggioranza e minoranza. L'impressione di un graduale, ma irrefrenabile allontanamento di persone particolarmente significative è anche mia. Non ho una ragione per spiegarne il perché. Costato una disaffezione alla politica e all'amministrazione locale. Siamo troppo in mano ai professionisti».
C'è qualche opera importante per la città di Como che ha il cruccio di aver dovuto lasciare nel cassetto?
«La cittadella della cultura, che volevo realizzare nel quartiere dov'era e dov'è attualmente l'Intendenza di Finanza. Avevo già concordato questo progetto, che avrebbe dovuto iniziare con l'insediamento della biblioteca, con l'allora responsabile dell'Intendenza e con il ministero, ma non ebbi il tempo di rendere realmente concreti gli accordi con atti amministrativi e con il mio abbandono l'intero progetto finì nel nulla più assoluto. Mi è altrettanto spiaciuto non aver portato a termine la tangenziale sud, di cui tuttora si parla e che, tra il '65 e il '70, auspice l'allora assessore ai lavori pubblici Spallino, era stata progettata, finanziata e il cui mutuo era già stato contratto. Poi arrivò il centro sinistra e non se ne fece nulla. Personalmente, ebbi la fortuna di andarmene prima, quando i partiti non avevano ancora cominciato a far sentire il loro fiato sul collo. Politicamente, con l'avvento dei Fanfani e dei Moro non mi sentii più a posto. Non ho mai avuto la tessera di un partito. Ero stato indicato dall'Azione Cattolica e alla politica mi sono sempre sentito prestato».
Don Ferdinando Citterio, docente di morale a Venegono, sostiene che la responsabilità di tutti i mali non è da imputare soltanto ai politicanti invadenti, ma anche a coloro che vent'anni fa trattavano con orrore la politica (Azione Cattolica compresa) e lasciavano campo libero agli altri. I cattolici hanno fatto ciò che era possibile o qualcosa meno?
«Forse potevamo fare di più. Nella Democrazia Cristiana hanno assunto sempre più potere le volpi, che guardavano prima al loro interesse di bottega piuttosto che al bene comune e i principi dell'Azione Cattolica, cui ho avuto l'onere di aderire, quella dei Luigi Gedda e dei Piergiorgio Frassati, furono completamente dimenticati».
Cosa manca a Como?
«Se mi è consentita una critica molto sommessa, vi è una carenza di uomini validi.
La preparazione professionale non basta, occorre una maggiore formazione umana».

14 dicembre 1997

sabato 19 novembre 2011

Il capretto curioso e i cartoni dei bimbi anni Settanta

Prendo spunto da Davide, ch'è stufo di guardare i Teletubbies con la figlia.
Sono stato fortunato, nessuno dei miei ha avuto passione per gli inquietanti (a mio parere) pupazzi prodotti a suo tempo dalla Bbc, a dimostrazione che anche il servizio pubblico migliore del mondo a volte fa cadere le calze. Lo ammetto, è una presunzione di sonnolenza: non ne ho mia vista una puntata per intero, mi irritano persino le voci. Giovanni, l'unico che ogni tanto li guarda, non ne è entusiasta e questo giova al clima in famiglia, che già attorno alla televisione ruota la maggior parte delle frizioni e discussioni domestiche.
Lo dico io, che pur ho vissuto buona parte dell'infanzia sorbendomi improbabili trasmissioni ecumeniche, imposte dal compromesso storico, in cui i cartoni animati svedesi ("Gustavo") e pupazzi animati della Germania Federale ("Filopat e Patafil") oscuravano e sostituivano gli assai più invitanti protagonisti del mondo Disney o di Hanna & Barbera.
Ce n'era uno, in particolare, che mi ha accompagnato dai quattro ai sei anni e di cui s'è smarrita memoria. S'intitolava, credo, "Il capretto curioso" e rappresentava appunto le avventure di un capretto bianco, vagabondo, con il classico fazzoletto attaccato ad un bastone portato a spalla. Ricordo solo questo. Cerco poco disperatamente qualcuno che ne condivida la memoria.

Foto by Leonora

sabato 2 febbraio 2008

Dietro la porta chiusa

Oggi ho pianto. Ho pianto a lungo, in silenzio, senza vergogna ma con pudore, chiudendo la porta della stanza e nascondendo gli occhi con l'incavo del braccio.
Ho pianto leggendo le parole di Mario Calabresi e del suo "Spingendo la notte più in là", che mi ha dato ieri mia madre e che racconta la storia della sua famiglia e di altre vittime del terrorismo.
Sono arrivato a pagina 30 e l'ho riposto sul comodino. Almeno per oggi sono io a non spingere la notte più in là e voglio conservarle care quelle pagine, la testimonianza di un dolore e di una redenzione. Ha quasi la mia età Mario Calabresi, solo qualche anno più giovane, come Antonia Custra, figlia di Antonio, ucciso da un colpo di pistola nel 1977, mentre faceva il poliziotto in Via De Amicis a Milano. Entrambi non hanno conosciuto il padre e a me torna in mente il mio. Ho pianto oggi e non me ne vergogno, anche se ho cercato di fare piano, e ho chiuso la porta della stanza e mi sono coperto gli occhi con il braccio.

domenica 4 novembre 2007

"Sono numeri grandi"


A proposito di anni Settanta: amici di famiglia, capitati non a caso a far visita in questa domenica, mi ricordano che pochi metri più in là dell'Alimentari Baserga, c'era il Giordano.

Giordano Tettamanzi, calzolaio.
Una bottega senza vetrine e con una porticina affacciata dove la via era più stretta e non batteva il sole. Due locali in tutto, ombra fuori e polvere dentro, con odore di colla sintetica che deve aver contribuito non poco a porterselo via a cinquantanove anni compiuti, quel pezzo d'uomo del Giordano, grande e grosso e pelato. Aveva pure un mento imponente e teneva sempre sei o sette chiodi in bocca, mentre con la sinistra teneva suola e tomaia e con la destra batteva metodico il martello, alla luce tenue di un sola lampadina, di venticinque watt, polverosa anch'essa e perciò ancor più fioca. Non parlava, il Giordano. Al massimo mugugnava, pulendosi le mani nel grembiule nero e lercio, per dire sempre e soltanto tre o quattro cose.

Nell'ordine: "Un momento, che arrivo", quando entravi in negozio e mostravi di aver fretta, mentre lui imperterrito continuava per cinque, dieci minuti a finir quello che aveva iniziato. E più ti mostravi impaziente, più lui palesava calma in ogni gesto.
Il Giordano non aveva il senso della premura.

Poi: "Questo qui è vitello!" esclamato tenendo la scarpa tra le mani e curvandola fino a che il tacco toccava la punta. "Questo qui" era sempre "vitello", fosse pelle di armadillo, bue muschiato o cartone pressato.
Il Giordano non aveva il senso del tatto.

Ancora: "Questo qui è l'ultimo modello", sussurrato mentre soffiava via un dito abbondante di polvere, evidentemente accumulata in un decennio. E quando erano davvero "alla moda" era anche peggio. Fu così che un giorno degli anni Cinquanta, al bar Cooperativa, si ritrovarono in una dozzina con le stesse scarpe a punta tonda, color oro, acquistate in stock dal Giordano in quel di Cirimido, e rivendute per la festa della Madonna Bambina, con tanto di sconto. In paese non furono soltanto giaculatorie e preghiere quel giorno.
E se oggi "Il diavolo veste Prada", già allora, il Giordano, riusciva a fargli le scarpe. Ma non aveva senso estetico.

Infine: "Sono numeri grandi!" proferito ogni volta che chiedevi il 38 e lui aveva solo il 37. Perciò quasi sempre, per un immutabile legge per cui le scarpe presenti in bottega non avevano mai la dimensione del piede che le doveva calzare. Il socio di mio padre, l'Ambrogio, uno dei più grandi lavoratori che abbia conosciuto, passò tutto un inverno con le calze sottili, di cotone, patendo freddo e geloni, per non aver saputo obiettare nulla all'acquisto di un paio di scarponi troppi stretti, che avrebbero dovuto essere un 43, ma arrivavano a malapena al 42, però avevano "I numeri grandi".
Il Giordano non aveva neppure il senso della misura.

Gatto (Arturo) di marmo



Trovo su BarSauro un post divertente, sui ricordi di chi è nato a fine anni Sessanta, inizio Settanta.
Mi ci ritrovo in pieno, con la tentazione di aggiungere qualcosa di personale al molto già scritto.
Negozio di alimentari Fratelli Baserga. Formaggino Mio, Tigre, Susanna. Biscotti Plasmon. In regalo c’era anche la maglietta del Plasmoniano. Si chiamava Fratelli Baserga, ma dietro il banco vedevo sempre due sorelle: Enrica e Lucia. Vendevano tutto, dal pane al salame Milano. E i Polarini, stringhe di plastica contenenti acqua colorata, che le mettevi nel comparto del frigo dove si formava il ghiaccio (il freezer non l’avevano ancora inventato e i frigoriferi erano bassi, quanto le lavatrici adesso) e poi te le succhiavi in santa pace, prima della merenda delle quattro.
La merenda era pane e Nutella, dispensata in vaschettine di plastica, simili nei materiali a quelle che vendono oggi, ma più spartane: non avevano la vaga forma di barattolo, limitandosi a riprodurre un’essenziale rettangolo.
Alle cinque iniziavano i programmi della tv, che aveva due canali: il Primo e la Svizzera.
Sul Primo, alle 5, c’erano i documentari, in cui la voce fuori campo di un bambino faceva domande al papà che rispondeva. Erano documentari che non richiedevano di viaggiare lontano. Niente tigri, serpenti, leoni, bensì animali mansueti, domestici: la mucca, il maiale, il tacchino. “Papà, perché il gatto graffia? Perché ha unghie affilate, che servono per arrampicarsi sugli alberi e catturare piccoli roditori”. Per realizzarli, più del National Geographic, bastava il giardino.
Sulla Svizzera, invece, imperversava il Gatto Arturo, un uomo con maschera marroncina da felino e una maglia a strisce colorate che gli arrivava fino ai piedi. Ora lo ricordo con affetto, ma sarei falso se aggiungessi che del Gatto Arturo ho memoria di alcunché di significativo. Nulla, non faceva nulla che meritasse un emozione, un applauso: ci incuriosiva, ma non ci ha mai strappato un lampo di curiosità, di interesse, tanto meno un sorriso. Non parlava, sembrava un gatto triste. Era svizzero.
Poi la televisione, che si accendeva pigiando un bottone a una scatola grigia e pesantissima chiamata “il trasformatore”, non la vedevi più, fino a “Il Carosello”.
Era un mondo in bianco e nero, i colori però li vedevamo lo stesso, tanto che quando i vicini si dotarono di moderno Tv Color (era già il 1978) non capivamo il perché di una simile spesa quando anche noi, col bianco e nero, i cartoni animati e le partite di calcio le vedevamo perfettamente, sapendo che il prato era verde e la maglia della nazionale azzurra, mentre quella di Zoff era grigia, dopo esser stata per anni nera. Poi alla teoria seguì la pratica, il Tv Color fu acceso e noi, invitati a guardare Goldrake, comprendemmo in un flash che la finestra da cui avevamo guardato fino ad allora il mondo era un bluff scialbo. Un amico di famiglia, che non poteva permettersi un televisore moderno, ma neppure tollerava di continuare a subire il bianco e nero, adottò un espediente che ebbe un certa fortuna, per qualche tempo: montare un foglio di plastica gialla davanti al video. Vidi così, al terzo piano di un condominio di via Casale, la finale dei Mondiali di Argentina, per il terzo e quarto posto. Con un gol da lontano, vinse il Brasile.
Monocolore, in quegli anni, non era soltanto un tipo di governo.