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domenica 9 luglio 2023

Eli Riva (Lo scultore ritorto)

Ci sono intervistati che non ricordo affatto e altri che mi si sono impressi a fuoco, più di un tatuaggio. L'incontro con Eli Riva è stato senz'altro questo: una rivelazione, la sensazione precisa di avere di fronte un gigante, anche se ritorto come le sue sculture di quel periodo, quasi in perenna lotta con il mondo reale, in cui l'arte non era rifugio, bensì specchio.
In più, rammento con esattezza altri dettagli: che era la vigilia di Natale, che la temperatura del suo studio ricavato in un garage era gelida, che le sue mani - al momento di stringerle - si chiusero sulle mie, come un guscio, un lenzuolo.
Anche per questo a Eli e alla sua famiglia sono sempre rimasto affezionato.

Ecce homo. Ecco l'uomo. Un Cristo nudo, spoglio, ligneo come la croce che lo ha condannato e redento. Opera fondamentale, per ammissione del suo stesso autore.
Eli Riva conserva questa sua scultura in quello che chiama studio, ma che assomiglia più ad una bottega artigiana.
Forse perché da artigiano ha cominciato e artista è diventato. Poiché se l'arte, usando le parole di Dante, è "attività da cui nascono prodotti culturali", Eli Riva è artista per eccellenza.
Colto, mai banale, pronto ad immergersi nella riflessione ad ogni spunto o provocazione, a volte perso nei propri pensieri come nella materia che plasma e modella. Eli Riva non è persona tormentata, ma assai complessa. Come se un fuoco gli ardesse dentro, spingendolo inesorabilmente a conoscere e creare, senza però togliergli armonia e serenità.
Lo raggiungiamo per un'intervista, ne ricaviamo una lezione sull'arte e sulla vita, che in lui coincidono e che si rendono manifeste in molteplici forme.
«Avevo dodici anni quando vidi un ostensorio realizzato da un cesellatore. Ne fui ammirato e il parroco mi trovò un lavoro nel laboratorio di colui che aveva realizzato quella che ai miei occhi di fanciullo era una meraviglia. Mi dissero: diventerai un abile cesellatore quando riuscirai a fare la zampina alle mosche, cioè a far risaltare nel metallo un ricciolo piccolo piccolo. Ci riuscii e capii che quella era la mia strada. Da Como passai a Milano, ottimamente retribuito, tanto che mia madre, quando portai a casa il primo stipendio, mi disse: "Non l'avrai mica rubato?". Successivamente cominciai a scolpire il marmo. Sapevo fare il piano, il tondo. Affittai uno studiolo, che chiamavo "busecca", perché era lungo e stretto. Imparai rapidamente a tagliare la pietra, perché le mie mani sono comasche, dentro di me c'è la storia dei Benedetto Antelami, dei Magistri Cumacini, dei Rodari. Guardi che mani ho - e ce le mostra di sfuggita, senza ostentazione, due mani lisce e rosse - trentatré anni di marmo e neanche un difetto.
Quindici anni fa, iniziai a cimentarmi col legno. Successe in modo strano. Un mattino d'inverno, arrivando presto coi miei cani al parco di Villa Olmo, vidi che la grande magnolia a monte, che sicuramente avevano piantato i signori Cantoni quando costruirono la villa, era caduta. Assicurai l'amministrazione comunale che se me l'avessero assegnata non ne avrei fatto legna da ardere. Ho lavorato dieci anni. Il legno della magnolia è una cosa, una cosa da... paradiso terrestre».
Di legno è anche il tavolo sul quale siamo seduti. Anch'esso cela un segreto, che solo l'occhio dell'artista e l'animo del poeta possono distinguere.
Infatti lo ignoriamo. Riva ci fa accucciare, ci invita a squadrarne i supporti, ma la nostra mente rimane vuota e la bocca muta. «Sto tentando di insegnarle a leggere. Lei sta bevendo acqua sorgiva» aggiunge bonario. «Il pianale del tavolo poggia non su gambe, ma su due sculture» "fionde" le chiama lui. «La mia scultura è entrata nell'oggetto come elemento attivo. Questo tavolo porta la mia firma, ha diritto di esistere. Ogni tanto vengono nel mio studio dei ragazzi e ne approfitto per chiedere cosa vedono nelle mie sculture i loro occhi senza vizi. Ho settantasette anni e faccio queste sculture per voi, dico. Capiscono che è un dono che viene fatto loro. Un dono. La scultura è per l'uomo, per la sua celebrazione. In questo senso mi ritengo un umanista, che usa l'arte per rivelare a se stesso e agli altri un'immagine mai rivelata. Il problema terribile dell'arte moderna».
Osservandoci in difficoltà, viene ancora una
volta in nostro soccorso. «Questa è una mia opera del 1948. Se la ruoto - e comincia a farla girare - questa donna seduta è sempre lei. Se faccio lo stesso con una struttura astratta, ogni volta che ruota dimentico quello che ho visto un attimo prima. La prima esprime un immagine esistente, la seconda esprime soltanto se stessa. Questa è l'arte moderna. Kandinskij, Mondrian, anche Picasso, per un certo periodo. Ho impiegato parecchio tempo per creare una scultura multipla-spaziale, che non abbia più una base, un fianco, un sopra, un sotto. E' l'ultima mia fase creativa». E ci mostra una mezza dozzina di sculture in bronzo, alte non più di un paio di palmi. «Tutta la scuola comasca è diventata astratta dalla sera alla mattina. Io ho pagato di persona, passando dalla figurazione alla astrazione. Queste sculture non riuscivo ad assestarle. Io per lavorare devo capire. Se non capisco, tremo. Penso di non essere preparato abbastanza. Per questa ragione lascio alcune opere incompiute. Solo quando l'immagine, il bozzetto non suscita più problemi in me allora mi sento soddisfatto».
Poco lontano ci sono una decina di disegni raffiguranti il frontone di una chiesa. Una delle ultime commissioni.
«Intendo rappacificare architetti e scultori - ci spiega - facendo capire ai primi che hanno tradito la scultura, perché pensano di essere loro i demiurghi, i creativi. E invece sono in fondo dei baggiani, come scriveva il Manzoni». E giù una risata. Una delle tante, che accompagnano astuzie e facezie. Una risata che esplode improvvisa e sonora, smorzandosi raucamente per il fumo di troppe sigarette.
Riva a Como ha realizzato la scultura di Papa Odescalchi.
«Da ragazzo, con altri aspiranti artisti, facemmo un patto strano. Nessuno avrebbe mai dovuto fare un monumento al centro di una piazza. Per la statua di papa Innocenzo c'erano una dozzina di proposte. Tutti gli altri lo volevano al centro, su un acropodio. Io pensai: guarda un po', l'amministrazione ha speso un miliardo per ristrutturare San Pietro in Atrio e io vado lì ad occupare subito questo stanzino? Non mi sembrava giusto. Il mio maestro è stato, in questo caso, Donatello, con la sua edicola angolare sul Duomo di Prato. Recentemente un amico toscano mi ha informato che per salvare quel podio di magnifica bellezza lo hanno messo in un museo, esponendo sul luogo originario una copia perfetta. Lo stessa cosa proposi insistentemente per il Duomo di Como, non venendo ascoltato, ma rimanendo della mia opinione.
Non dico queste cose perché sono bravo, ma perché sono attento. Como non è una città attenta. Non lo è per niente. Potrei farle un elenco dei delitti pesanti che ha subito l'arte a Como, ma è un periodo di festività natalizie e non voglio essere cattivo».
La poco attenta Como è almeno una città di cultura?
«Faccio una distinzione. L'informazione è una cosa, ce l'ha anche chi possiede grande memoria e ricorda molte cose. L'informazione diventa cultura solo quando determina un prodotto. Cultura e prodotto, un binomio inscindibile. Altrimenti non è cultura, è informazione e basta. E allora, al circolo culturale, preferisco la biblioteca, che è più precisa. A Como può esserci informazione, ma non colgo cultura».
Se le chiedessimo a che tipo di pietra sente di assomigliare, cosa risponderebbe?
«Ad un mattone di pietra di Moltrasio. Si dice che l'architetto Mustio, quando i Plinio l'hanno portato da Roma per costruire la villa a centro lago, rimase sconvolto nel trovare le case già costruite in pietra. A Roma erano tutte di legno. Qui le maestranze erano esse stesse architetti. Questi sono i valori semantici della nostra città. Ma a Como chi li conosce? In pochissimi».

28 dicembre 1997

mercoledì 21 ottobre 2020

Senza didascalia (Lui ed io)

Per un giorno parto dalla coda: invece di scrivere qualcosa e scegliere poi una foto a corredo, metto l'immagine innanzi tutto.
Lo faccio per gratitudine verso Leonora, che quasi sempre inconsapevole presta volti e colori alle mie parole messe nero su bianco, ma pure perché quel bimbo immortalato, che non so chi sia né quanto grande è diventato, mi sento molto io.
Aggiungere la ragione precisa, tentare di spiegarne l'esatto motivo sarebbe una forzatura, oltre che tempo sprecato. Un po' come quando ti raccontano una barzelletta e alla fine te la spiegano.
Per una volta mi piace pensare che ciascuno possa vedere ciò che crede, quanto sente, confidando che l'istinto, l'intuito, possano cogliere nel segno più di qualsiasi puntiglioso resoconto.

P.S. L'ho già scritto, lo ripeto. Leonora non è l'unica fotografa che apprezzo. C'è anche Elena ad esempio, i cui scatti mi piacciono moltissimo, spesso lasciandomi stupito. O Francesca. Oppure Margot, Andrea, Augusto. Qualche altro. A Leonora, però, a Lyonora, come si firma, sono grato poiché mi accompagna praticamente dall'inizio e perché ha un sito che mi permette di attingere a piene mani, senza nessun fastidio, con un semplice clic, blandendo non soltanto l'artista che c'è in me, ma anche il pigro.

martedì 15 febbraio 2011

Luciano Caramel e l'arte vissuta (anche in tinello)

Più che lui, ricordo la scala. Il corrimano scolpito da Angelo Tenchio. Deve avermi fatto lo stesso effetto allora, poiché lo scrissi in principio d'articolo. Del resto, a parte ciò che trovate qui sotto, Luciano Caramel lo ricordo piacevole ma che non metteva l'interlocutore a proprio agio, nonostante non mancasse nulla nella forma, era la sostanza che creava distanza, da parte sua forse riparo. O forse ero io a sentirmi così inferiore al suo cospetto, da immaginare una distanza che poi è diventata di fatto. L'arte mi ha sempre messo a disagio, forse perché sono stato educato a usare poco gli occhi e il cuore e troppo il cervello. Mi affascina più ora di quand'ero ragazzo e non è mai stata nelle mie corde, nonostante credo che l'abitudine all'osservazione abbia concesso in dote un certo gusto. Ma è il gusto di chi commina sui gusci d'uovo, circospetto e incerto su tutto.

Affermare che la sua dimora somiglia ad un museo non è banale, è falso. Nelle stanze in cui abita, l’arte non è esposta, è vissuta. Niente di confezionato, nulla di patinato.
Opere in anticamera, nel corridoio, in ogni angolo. Non per modo di dire. Lo spigolo del muro che separa l’entrata dalle scale è ricoperto da una scultura di Tenchio. E in un anfratto stretto, nei pochi centimetri concessi da un armadio, appoggiata al pavimento, si intravede una cornice. “C’è un Fontana” ci spiega con la stessa noncuranza con cui direbbe “è il gatto”.
Luciano Caramel, storico d’arte, sessanta tre anni, occhi limpidi, chiama “cose” e “robe” ciò che per i comuni mortali sono meraviglie. Sironi, Rho, Reggiani, Radice, Veronesi, Salvatore e molti altri gli fanno compagnia.
Chi se lo immagina lacerato dal dubbio, alle prese con lo studio della collocazione ottimale di tanto ben di Dio, si disilluda presto. “Ho scelto dei criteri particolari – chiosa divertito – questo quadro mi pareva giusto metterlo in cucina”. Una qualsiasi casalinga non avrebbe fatto meglio. Sulla tela sono dipinti dei limoni.
Luciano Caramel per l’arte a Como è più che un punto di riferimento. E’ un’istituzione. E di essa detiene il prestigio, senza però cadere nella supponenza. Caramel non siede su un piedistallo. E se così fosse ne scenderebbe da solo, con l’umorismo furbo che usa anche nei confronti di se stesso.
“Il primo articolo che scrissi per il giornale di Montanelli me lo restituì lui stesso, tutto segnato di rosso e di blu. “E’ impubblicabile - mi disse - parla non per i tuoi compari ma ai lettori. Aveva ragione. Molti miei colleghi invece si ritirano ancora nelle torri”.
Ascoltarlo è un po’ come risalire le rampe e le balze che portano alla sua casa sul lago. Bello e faticoso.
Faticoso a causa della nostra poca dimestichezza con gli argomenti trattati. Bello perché quando parla incanta. Le parole escono da lui senza inciampo, quasi fossero musica.
“Sono un chiacchierone - ammette candidamente - quando ero più giovane mi proponevo di essere più controllato. Giunto alla mia età ho capito che non è più il caso di insistere”.
Luciano Caramel è docente di storia dell’arte contemporanea alla facoltà di lettere dell’Università Cattolica. “Mi sento un privilegiato perché ho un lavoro che mi piace e che mi fa sentire me stesso. Ogni anno ho circa settecento alunni. Un tempo riuscivo a seguirli tutti. Ora mi dedico abbastanza ai laureandi, di più a chi si sta specializzando e moltissimo a coloro che effettuano il dottorato di ricerca e che hanno la possibilità di diventare assistenti e poi, a loro volta, professori. Io sono zitello e questa è un po’ la mia paternità”.
Si reputa un buon professore?
“Credo di riuscire abbastanza bene ad insegnare, perché ho capito che l’insegnante deve essere un po’ attore. Mi aiuta l’essere ancora molto immaturo e quasi infantile”.
Cosa pensa dell’università a Como?
“ Ho dei timori pregiudiziali. Innanzi tutto manca una biblioteca, che è indispensabile e si forma non con gli anni, bensì attraverso i decenni. Poi molti professori insegnano anche altrove, per cui non possono dedicarvisi a tempo pieno. Infine, se avessi un figlio, non mi piacerebbe che facesse l’asilo, le elementari, le medie, le superiori e anche l’università sempre nella stessa città. Non mi pare produttivo per la formazione umana. Il fatto di andare a Milano, di uscire dal proprio guscio, aiuta a crescere. Restare in una città circoscritta com’è Como può essere rassicurante, ma poco utile. Sicuramente non lo è per la produzione scientifica. Ed è pericoloso anche per gli artisti”.
Che sensibilità artistica hanno i comaschi?
“Ho sempre creduto che la grande fama che ha Como nel mondo sia basata su personaggi isolati, che mai hanno avuto rapporti con il contesto del territorio. Terragni, ad esempio. O il Sant’Elia stesso, cosa c’entra con Como? Ha fatto la Castellini, ma poi se n’è andato a Milano, dove ha trovato un ambito che gli ha permesso di essere se stesso. La verità è che non c’è mai stato un ambiente favorevole all’arte. Prendiamo le collezioni. Ora ce n’è qualcuna, ma che diversità da altre città pur a noi vicine”.
Cosa è possibile fare?
“Bisogna distinguere due ambiti. Il primo è quello dell’arte connessa alla vivacità culturale della città. Como ha tradito la sua vocazione turistica. La classe dominante l’ha ritenuta la sua cuccia e ha limitato tutto ciò che potesse creare disturbo. Oggi qualcosa comincia a muoversi, ma siamo ancora ad un grado molto basso. I fondi di bilancio degli enti locali per le manifestazioni artistiche sono ridicoli e tra i privati c’è una grande insensibilità, unita ad una grande ignoranza. Trovare dei soldi per organizzare mostre, manifestazioni, iniziative, è quasi impossibile. L’altro livello riguarda la formazione e l’educazione artistica. Como per essere viva ha bisogno di una biblioteca e di una pinacoteca degne di questo nome. La prima invece è in enorme difficoltà, la seconda è ancora tutta da inventare. Quella attuale continua a essere un museo jugoslavo, vuoto e desolante. Un museo oggi deve essere un laboratorio di informazioni, di cultura. Dovrebbe avere anche un bar, un ristorante, anche se è difficile immaginarlo adesso, con l’utenza media delle tre, quattro persone”.
Come mai l’arte è ritenuta un ambito accessibile a pochi?
“L’arte è per sua natura di elìte. Lo sforzo deve essere quello di rendere questa elìte sempre più vasta. Stando attenti, però, a non correre il pericolo di confondere la creatività con l’artisticità. Anche il mio gatto crea balletti, evoluzioni, ma non è un artista. L’arte presuppone una formazione, un’intenzionalità. Non può essere solo uno sfogo della creatività, ma deve diventare fatto di cultura. Troppi, invece, credono che l’arte visiva sia alla portata di tutti. Non accade con la parola. Il mio portinaio di Via Carcano scriveva dei biglietti per darmi delle notizie, ma non ha mai pensato di esser poeta o scrittore. Quando ha smesso di andare a pescare e ha cominciato a fare dei quadretti del lago, s’è ritenuto artista”.
L’eloquenza di Luciano Caramel è un fiume in piena in cui si finisce per affogare. Se pochi minuti bastassero per conoscere una vita, giureremmo che egli non sappia cosa sia il silenzio. Non solo accetta di rispondere alle nostre domande. Se ne suggerisce persino qualcuna da solo.
“Una domanda che non mi avete fatto è perché mi interesso d’arte. Eravamo sei fratelli e i nostri genitori, professori di lettere, ci portavano sempre a visitare chiese e musei. Gli altri miei fratelli non ne hanno più voluto sapere. Io ci ho preso gusto”.

Giorgio Bardaglio

giovedì 10 febbraio 2011

Eli Riva, scultore e artista tormentato

Aveva un nome biblico e anche la faccia da profeta. Parlava ritorto eppure, proprio come le sue sculture, esprimeva armonia, bellezza. Eli Riva era un uomo con un cruccio. Forse di non essere all'altezza dei maestri da cui aveva attinto e con cui si misurava, oppure di non essere considerato tale, di non essere capito. Lo incontrai la vigilia di Natale del 1997, nel suo studio - garage. Faceva un gran freddo. Me ne andai con l'impressione di essere un uomo fortunato ad averlo incontrato e solo alla fine, quando ci salutammo, lo vidi quieto, disteso in volto, quasi che il cruccio che aveva, quel groppo gli si fosse sciolto. Rileggendo a distanza di anni l'intervista, scopro che anche durante l'incontro rideva. E' vero. L'avevo scordato.

Ecce homo. Ecco l’uomo. Un Cristo nudo, spoglio, ligneo come la croce che lo ha condannato e redento. Opera fondamentale, per ammissione del suo stesso autore.
Eli Riva conserva questa sua scultura in quello che chiama studio, ma che assomiglia più ad una bottega artigiana. Forse perché da artigiano ha cominciato e artista è diventato. Poiché se l’arte, usando le parole di Dante, è
attività da cui nascono prodotti culturali, Eli Riva è artista per eccellenza.
Colto, mai banale, pronto ad immergersi nella riflessione ad ogni spunto o provocazione, a volte perso nei propri pensieri come nella materia che plasma e modella. Eli Riva non è persona tormentata, ma assai complessa. Come se un fuoco gli ardesse dentro, spingendolo inesorabilmente a conoscere e creare, senza però togliergli armonia e serenità.
Lo raggiungiamo per un'intervista, ne ricaviamo una lezione sull’arte e sulla vita, che in lui coincidono e che si rendono manifeste in molteplici forme.
“Avevo dodici anni quando vidi un ostensorio realizzato da un cesellatore. Ne fui ammirato e il parroco mi trovò un lavoro nel laboratorio di colui che aveva realizzato quella che ai miei occhi di fanciullo era una meraviglia. Mi dissero: diventerai un abile cesellatore quando riuscirai a fare la zampina alle mosche, cioè a far risaltare nel metallo un ricciolo piccolo piccolo. Ci riuscii e capii che quella era la mia strada. Da Como passai a Milano, ottimamente retribuito, tanto che mia madre, quando portai a casa il primo stipendio, mi disse: Non l’avrai mica rubato?”. Successivamente cominciai a scolpire il marmo. Sapevo fare il piano, il tondo. Affittai uno studiolo, che chiamavo “busecca”, perché era lungo e stretto. Imparai rapidamente a tagliare la pietra, perché le mie mani sono comasche, dentro di me c’è la storia dei Benedetto Antelami, dei Magistri Cumacini, dei Rodari. Guardi che mani ho – e ce le mostra di sfuggita, senza ostentazione, due mani lisce e rosse – trentatré anni di marmo e neanche un difetto.
Quindici anni fa, iniziai a cimentarmi col legno. Successe in modo strano. Un mattino d’inverno, arrivando presto coi miei cani al parco di Villa Olmo, vidi che la grande magnolia a monte, che sicuramente avevano piantato i signori Cantoni quando costruirono la villa, era caduta. Assicurai l’amministrazione comunale che se me l’avessero assegnata non ne avrei fatto legna da ardere. Ho lavorato dieci anni. Il legno della magnolia è una cosa, una cosa da… paradiso terrestre”.
Di legno è anche il tavolo sul quale siamo seduti. Anch’esso cela un segreto, che solo l’occhio dell’artista e l’animo del poeta possono distinguere. Infatti lo ignoriamo. Riva ci fa accucciare, ci invita a squadrarne i supporti, ma la nostra mente rimane vuota e la bocca muta. “Sto tentando di insegnarle a leggere. Lei sta bevendo acqua sorgiva” aggiunge bonario. “Il pianale del tavolo poggia non su gambe, ma su due sculture”. “Fionde” le chiama lui. “La mia scultura è entrata nell’oggetto come elemento attivo. Questo tavolo porta la mia firma, ha diritto di esistere. Ogni tanto vengono nel mio studio dei ragazzi e ne approfitto per chiedere cosa vedono i loro occhi senza vizi nelle mie sculture. Ho settantasette anni e faccio queste sculture per voi, dico. Capiscono che è un dono che viene fatto loro. Un dono. La scultura è per l’uomo, per la sua celebrazione. In questo senso mi ritengo un umanista, che usa l’arte per rivelare a se stesso e agli altri un immagine mai rivelata. Il problema terribile dell’arte moderna”.
Osservandoci in difficoltà, venendo ancora una volta in nostro soccorso, ci mostra una scultura.
“Questa è una mia opera del 1948. Se la ruoto - e comincia a farla girare - questa donna seduta è sempre lei. Se faccio lo stesso con una struttura astratta, ogni volta che ruota dimentico quello che ho visto un attimo prima. La prima esprime un immagine esistente, la seconda esprime soltanto se stessa. Questa è l’arte moderna. Kandinskij, Mondrian, anche Picasso, per un certo periodo. Ho impiegato parecchio tempo per creare una scultura multipla-spaziale, che non abbia più una base, un fianco, un sopra, un sotto. E’ l’ultima mia fase creativa”. E ci mostra una mezza dozzina di sculture in bronzo, alte non più di un paio di palmi. “Tutta la scuola comasca è diventata astratta dalla sera alla mattina. Io ho pagato di persona, passando dalla figurazione alla astrazione. Queste sculture non riuscivo ad assestarle. Io per lavorare devo capire. Se non capisco, tremo. Penso di non essere preparato abbastanza. Per questa ragione lascio alcune opere incompiute. Solo quando l’immagine, il bozzetto non suscita più problemi in me allora mi sento soddisfatto”.
Poco lontano ci sono una decina di disegni raffiguranti il frontone di una chiesa. Una delle ultime commissioni. “Intendo rappacificare architetti e scultori – ci spiega –facendo capire ai primi che hanno tradito la scultura, perché pensano di essere loro i demiurghi, i creativi. E invece sono in fondo dei baggiani, come scriveva il Manzoni”. E giù una risata. Una delle tante, che accompagnano astuzie e facezie. Una risata che esplode improvvisa e sonora, smorzandosi raucamente per il fumo di troppe sigarette.
Eli Riva a Como ha realizzato la scultura di Papa Odescalchi.
“Da ragazzo, con altri aspiranti artisti, facemmo un patto strano. Nessuno avrebbe mai dovuto fare un monumento al centro di una piazza. Per la statua di papa Innocenzo c’erano una dozzina di proposte. Tutti gli altri lo volevano al centro, su un acropodio. Io pensai: guarda un po’, l’amministrazione ha speso un miliardo per ristrutturare San Pietro in Atrio e io vado lì ad occupare subito questo stanzino? Non mi sembrava giusto. Il mio maestro è stato, in questo caso, Donatello, con la sua edicola angolare sul Duomo di Prato. Recentemente un amico toscano mi ha informato che per salvare quel podio di magnifica bellezza lo hanno messo in un museo, esponendo sul luogo originario una copia perfetta. Lo stessa cosa proposi insistentemente per il Duomo di Como, non venendo ascoltato, ma rimanendo della mia opinione. Non dico queste cose perché sono bravo, ma perché sono attento. Como non è una città attenta. Non lo è per niente. Potrei farle un elenco dei delitti pesanti che ha subito l’arte a Como, ma è un periodo di festività natalizie e non voglio essere cattivo”.
La poco attenta Como è almeno una città di cultura?
“Faccio una distinzione. L’informazione è una cosa, ce l’ha anche chi possiede grande memoria e ricorda molte cose. L’informazione diventa cultura solo quando determina un prodotto. Cultura e prodotto, un binomio inscindibile. Altrimenti non è cultura, è informazione e basta. E allora, al circolo culturale, preferisco la biblioteca, che è più precisa. A Como può esserci informazione, ma non colgo cultura”.
Se le chiedessimo a che tipo di pietra sente di assomigliare, cosa risponderebbe?
“Ad un mattone di pietra di Moltrasio. Si dice che l’architetto Mustio, quando i Plinio l’hanno portato da Roma per costruire la villa a centro lago, rimase sconvolto nel trovare le case già costruite in pietra. A Roma erano tutte di legno. Qui le maestranze erano esse stesse architetti. Questi sono i valori semantici della nostra città. Ma a Como chi li conosce? In pochissimi”.
Giorgio Bardaglio