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venerdì 19 aprile 2024

La bellezza della Miseria (L'aver vissuto non passa mai)

Io non so come sia il sole nel Laos. L'altra mattina però splendeva alto a Torre Boldone, in un cielo terso che pareva un drappo teso e tinto di fresco d'un azzurro intenso, con una brezza lieve che rendeva tutto perfetto.
La signora Banchit, mamma del mio amico Paolo, per il suo funerale immagino non avrebbe potuto desiderare di meglio. Almeno qui, in quella Bergamo diventata gioco forza la sua casa, mentre certo avrebbe apprezzato qualsiasi clima nel Laos, terra in cui è nata e che ha dovuto abbandonare troppo presto: a metà degli anni Settanta, complice una rivoluzione cruenta e le coincidenze che ricama il destino o la Provvidenza, per chi nei colpi di spatola della vita scorge un disegno.
Della cerimonia, composta ed essenziale come dovrebbero esserlo tutte quelle di congedo, non dico nulla, mentre tre dettagli ho impressi, marchiati a fuoco.
Il primo è il ciglio asciutto dei tre nipoti a funerale concluso. Un poco Anna, la più piccola, riusciva a stento a trattenere il magone, mentre Marco ed Elisa parevano già adulti, stretti nella morsa di un dolore muto, nudo, di quelli che bruciano più a fondo, ma rendono uomini e donne, onorando così nel migliore dei modi il tributo di vita di chi li ha preceduti, il ramo da cui hanno preso germoglio.
Il secondo è stata la voce strozzata di Paolo, che per una volta è stato in pubblico come io lo conosco in privato, cioè una delle persone più sensibili e profonde che conosca, d'una tenerezza direttamente proporzionale all'esser spiccio, a tratti persino cinico, nelle situazioni in cui non c'è possibilità di alternativa o via di mezzo.
Il terzo è stato il prete, missionario, che con Banchit e suo marito Mauro ha incrociato i passi e messo a dimora un'amicizia, nel Laos. Sua è stata la frase appena sussurrata ma talmente potente da risuonare come un colpo di gong, un tamburo: "Il vivere passa, l'aver vissuto non passa mai". È proprio vero.
 
P.S. Di sua mamma Paolo ha ricordato soprattutto la capacità di ascolto, di silenzio, citando una sola frase, che non ricordo esattamente, ma che riguardava i colori e i profumi della miseria. "Soltanto oggi, poco fa - ha detto, come tra parentesi, Paolo - ho scoperto che 'miseria' è il nome di una pianta". Non lo sapevo neppure io. La "Tradescantia fluminensis" detta anche "Erba miseria", originaria delle foreste pluviali, dove prevale l'umido e passa poco sole, abbastanza però da far sbocciare fiori piccoli e delicati. Proprio come Banchit e le persone che insegnano come la vera grandezza sia chiusa a guscio nell'umiltà. E che non servono troppe parole, per volersi bene conta l'esempio.

domenica 31 dicembre 2023

Il seme del bene (Più prezioso Dell'Oro)

Una miriade di semi di bene, quelli che scopro qua e là, grazie alle molte persone che in questo tempo - complice l'imminente partenza da Bergamo - mi dimostrano vicinanza, riconoscenza, affetto.
Una bontà che mi avvolge e a cui spesso replico con imbarazzo, come quei bimbi che diventano rossi e non sanno dove posare lo sguardo. Messaggi inaspettati, parole sussurrate in ascensore, persino abbracci nei corridoi e una festa a sorpresa con pranzo frugale, filmato commemorativo e addirittura un murales composto dalle centinaia di foto polaroid scattate a ciascuno degli ospiti di "Via Novelli", il tutto organizzato dai ragazzi e dalle ragazze di Edoomark. Una grandezza, la loro, che mi fa sentire ancora più piccolo, certo di avere molto dato, non lo nego, ma altresì di aver assai più ricevuto.

P.S. Un altro anno se ne va, pagine spicce consegnate all’archivio, storie a lettere minuscole che interessano una cerchia ristretta, allargata alle persone che negli ultimi dodici mesi ho conosciuto e a coloro che non ci sono più.
L'ultimo - in ordine di tempo - è  un collega che ho stimato. Si chiamava Marco Dell'Oro e, conoscendolo, so che non apprezzerebbe se mi dilungassi o ne tessessi l'elogio. Perciò lo ricordo attraverso uno degli ultimi messaggi che mi ha mandato, prima che d'improvviso, nel maggio scorso, mentre era al lavoro, in una sera simile a tante altre la vita gli scivolasse via, come uno strappo.
"Commosso, ringrazio" mi aveva scritto per ringraziarmi di un saggio di Chesterton, che gli avevo regalato con questa dedica: "Grazie per ciò che fai, quasi sempre sottovoce o addirittura in silenzio...".
Ed è proprio così che se n'é andato, in silenzio, senza alzare la voce, in punta di piedi, come ha sempre vissuto.

sabato 25 novembre 2023

Un fiume più in là (Liscio come l'Oglio)

"Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io".
L'ho scritto dodici anni fa, sempre nel mese di novembre, e lo copio e incollo tale e quale ora, visto che identico è il monito e pure la circostanza di un cambio di lavoro.
Allora lasciavo le sponde del Lario per "sciacquare i panni" in Lambro, attraversando tre anni più tardi la linea dell'Adda, mentre a breve mi spingerò un poco più in là, ancora verso oriente, superando pure il corso dell'Oglio.
Tradotto in spiccioli: dopo esser stato capo redattore ad Espansione Tv, capo cronista a La Provincia di Como, direttore de Il Cittadino di Monza e Brianza, responsabile a Bergamo Tv, dal prossimo gennaio sarò vice direttore del Giornale di Brescia, TeleTutto e Radio Bresciasette, ritornando ad occuparmi di informazione con diffusione su ogni mezzo, nessuno escluso.

P.S. Lo so, in venti righe si può scrivere tutto, stavolta però nemmeno ci provo, tante sono le ragioni, le sensazioni e i sentimenti che accompagnano il voltare d'una pagina, il principio d'un nuovo capitolo.
Mi limito così a segnare qua soltanto qualche spunto che mi piacerebbe approfondire nei giorni che verranno, nel frattempo annotandolo e concatenandolo, ad uncinetto, passo passo.
Passo da Bergamo a Brescia, nell'anno in cui insieme sono state Capitale della Cultura e si sono definite sorelle.
Sorelle è femminile e donna è pure la direttrice che affiancherò e che stimo da lungo tempo, ma con cui non ho mai avuto occasione di lavorare sul serio.
Serio è uno dei principali corsi d'acqua d'una terra a cui resterò sempre legato, sentendomi - lo confesso - profondamente bergamasco, inteso come appartenente a un popolo, avendo avuto lì occupazione e pure alloggio, sentendomi pienamente accolto, considerato.
Considerato che a breve me ne andrò ed ogni retrogusto viscido di piaggeria è mondato, dichiaro un grazie sincero per il gruppo editoriale nel quale ho lavorato negli ultimi quindici anni e che mi ha dato ciò che per me è la moneta più rara e preziosa: la libertà, di parola e pensiero. Non lo scorderò mai.
Mai altresì cesserò di essere riconoscente nei confronti di chi nelle scorse settimane mi ha cercato, voluto, scelto, senza raccomandazioni o appartenenze a gruppi d'interesse, bensì basandosi soltanto sulla capacità di fare il mio lavoro e avere una visione, un'idea su come affrontare le sfide del presente e del futuro.
Futuro è un'orizzonte ampio, tuttavia sarei disonesto se tacessi che non vedo l'ora di iniziare, di mettermi alla prova, soprattutto di tornare a imparare, di pormi al servizio delle numerose persone che sono certo hanno a cuore la loro terra, il nostro mondo e quello che, per i molti che lo fanno con passione, rimane uno dei mestieri più belli del mondo.


venerdì 21 ottobre 2022

In panchina (Divertendosi)


"Scrivo meno, è vero, ma non del tutto. Da molti mesi a questa parte, ogni giorno, dal lunedì al venerdì, do il buongiorno commentando una fotografia sulla pagina Fb di Storylab. Immagini che sanno essere un piacere e un pretesto, per raccontare un pezzetto di storia, di mondo e anche di me stesso".

Lo scrivevo esattamente sei anni fa, in un tempo che - è il colmo - pare sparito dalla memoria, almeno nel mio orizzonte privato. Invece c'è stato, invece per mesi e mesi ho fatto quello, sentendomi come in panchina ma dilettandomi in ciò che mi piace di più: scrivere, raccontare, inventare, restando in relazione con una comunità, rendendomi utile in qualche modo.

P.S. Questo è il testo che accompagnava la foto qui sopra.

 "Dimmelo tu cos'è. Quello che ancora ci manca, e che ti prende alle spalle e non ci fa tornare indietro. Dimmelo tu cos'è".
Lo domanda Venditti, provo a rispondergli io, mentre osservo questa fotografia e vorrei con buona parte delle mie forze essere lì, tornare bambino, mettere le calze bianche traforate a gambaletto e i sansaletti blu con quattro buchi, i calzoni corti e la maglietta della Susanna, del formaggino Tigre o del Plasmoniano.
Vorrei anche soltanto per un istante provare l'emozione di allora, con un pallone tra i piedi o giocando a nascondino ad un angolo di strada che potrebbe essere questa, tra via Maglio del Lotto e la strada provinciale 591, in barba ai - rari - pericoli e alle auto che passavano. E vorrei accarezzare il viso di quella bimba bellissima, con il vestitino bianco, vorrei sussurrarle quattro parole all'orecchio, piano piano, le uniche che mi sarebbero venute in mente allora, con cuore grande, come ogni bambino: "Vuoi essere mia amica?". E non importa se non mi avrebbe risposto, sarei stato già felice per un sorriso, uno sguardo, un sospiro. I silenzi dei piccini dicono più di un romanzo.
Cosa manca allora, cosa ci prende alle spalle e non ci fa tornare indietro?
Credo non sia qualcosa che manca, bensì il troppo che abbiamo, che conosciamo.
Il desiderio di diventare grandi ci ha fatto crescere ma anche corrotto, sottraendo dal conto dei nostri giorni l'innocenza, lo stupore nell'osservare il mondo. Una meraviglia che non è scomparsa del tutto, a volte la proviamo ancora, come adesso, guardando questa fotografia e chiudendo gli occhi, di scatto, immaginando di essere noi quei bambini e tornando per il tempo di uno schiocco di dita esattamente come loro.

venerdì 15 ottobre 2021

Sì, è vero che… (Ma quanta bellezza)

“Pensa a tutta la bellezza ancora rimasta attorno a te e sii felice.”
(Anna Frank)

Sì, è vero che siamo ancora nella coda della pandemia, che le preoccupazioni persistono, che l'incertezza è tuttora sovrana… Ma quanta bellezza abbiamo attorno, in questo scorcio d'ottobre, in queste mattine pungenti e limpide, in questi giorni di sole basso, che scalda la pelle, il cuore, le ossa, fino al midollo.
Sì, è vero che sembriamo divisi su tutto… Ma a ben guardare è una minoranza risicata che si accapiglia per poco, strilla per nulla, mentre altre, moltissime altre si sanno ascoltare e riescono ad avere idee diverse, senza essere offensive, evitando la clava e la scimitarra.
Sì, è vero che ci sono le giornate no e anche quelle boh e quelle forse e quelle non so… Ma pure quelle sì e quelle sì sì e quelle alla grande e quelle in cui tutto profuma di scorza di limone e torta di mela.
Sì, è vero che riusciamo a frequentare poco gli amici… Ma quel poco ce lo godiamo appieno e tutti gli altri possono perdonarci, chiudere un occhio, tenderci ugualmente una mano, perché questo in fin dei conti è l'amicizia: dare più di quanto si riceve.
Sì, è vero che stiamo troppo sui social, che la realtà virtuale è un'attrazione pericolosa, uno sterminato bar in cui sovente ci sentiamo a disagio, come se fossimo stati catapultati lì da Plutone, senza responsabilità alcuna… Ma con il trascorrere degli anni quel bar stiamo imparando a riordinarlo, a costruircelo su misura, a mettere i buttafuori all'ingresso oppure a non presentarci noi, quando non siamo a nostro agio con il resto della compagnia.
Sì, è vero che a tavola non si dovrebbe parlare di calcio e di sport, politica, sesso, religione, soldi, pettegolezzo… Ma che esistenza sciapa sarebbe la nostra, se per timore del confronto ci appiattissimo sulle frasi fatte, sulle posizioni preventive, sui pensieri preconcetti, senza dare spazio al talento, al carisma, alla contrapposizione alta, quella che incalzando ci migliora.
Sì, è vero che abbiamo ciascuno le nostre ombre, i vuoti, i problemi, le ferite, i graffi… Ma sono proprio quelle esperienze che danno spessore alla vita, che ne rimarcano i bordi, che impediscono che si appiattisca, che si atrofizzi, che muoia di indigestione, di abbondanza, di noia.
Sì, è vero che il futuro incerto rende irrequieti e persino spaventa… Ma io ricordo sempre la frase di un grand'uomo, diventato pure santo, la prima volta che s'è affacciato al balcone, di fronte a migliaia di persone con il naso all'insù, esclamando: "Non abbiate paura".

P.S. Sì, è vero che andare a correre costa fatica, specie se per farlo occorre sacrificare la pausa pranzo e la prima mezz'ora è tutta in salita… Ma poi, superata porta San Giacomo, se si volta a valle lo sguardo, ciò che si ammira lascia senza fiato. E non per la corsa.

sabato 10 ottobre 2020

Quel che si può (Quel che si vuole)

Da anni non ne vedevo uno, uno ora è ricomparso, di fronte alla mia auto, al semaforo che da via Autostrada porta verso il centro.
M'è apparso così, a una decina di metri dal cruscotto, un ragazzo di vent'anni o giù di lì, che poteva essere mio figlio, camicia color porpora e un berretto buffo, i panni stretti dell'artista di strada fatto e non) finito.
Di primo acchito, mentre cercavo di intuire se fosse un matto o un balordo, m'è parso di notare l'accenno d'un sorriso, prima che l'esibizione lo rendesse serio serio, improvvisando con tre palline uno spettacolo in piena regola, seppur contenuto nei tempi svelti di arancione e rosso.
All'accensione del verde anche lui è scattato, tendendo la mano di finestrino in finestrino, cercando di incrociare lo sguardo dagli automobilisti che - come di solito faccio io - quello sguardo che domanda lo fuggono, mimando un diniego con la testa e se proprio proprio uno spicchio di sorriso.
Martedì scorso no. Martedì scorso il giocoliere ha fatto breccia nel mio cuore ispessito, fermandosi però prima del braccio da T-Rex che ho attaccato a scapola e busto, così ho abbassato il vetro dell'auto e porto cinquanta centesimi che avevo nel taschino, guardandolo dritto negli occhi e aggiungendo: "Non sono molti, ma è qualcosa...".
"Quel che si può" è stata la sua risposta, cortese. Quattro parole in croce e che in croce mi hanno messo, facendomi pensare tuttora, a lungo.

P.S. No, non "quel che si può", caro giocoliere. "Quel che si vuole" piuttosto.
"Quel che si vuole". L'ho pensato subito e avrei voluto dirlo al ragazzo - e lo avrei anche fatto, se il conducente nella vettura dietro la mia non avesse suonato lesto il clacson - un po' per espiare il senso di colpa da tirchieria, un po' perché ci tenevo ad essere onesto, innanzi tutto con me stesso.
Non quello che possiamo; quello che vogliamo è ciò che riusciamo a fare, che facciamo, sempre, o nella stragrande maggioranza dei casi.
Ciò che vogliamo è nel bene e nel male la spinta, la molla che aziona ogni nostro meccanismo.
Vale per te giocoliere, quando con le tre palline lanciate per aria disegni un cerchio perfetto, e per me, per noi, quando al "si può" opponiamo il "si vuole", delineando nel bene e nel male il contorno nitido dell'essere umano che siamo.

giovedì 8 ottobre 2020

Primo comandamento (È cosa buona ed equa)

Imparerai che nella vita è difficile accettare ordini, ma pure darne, comandare, specialmente se vorrai essere "giusto", perché giusti si riesce ad esserlo di rado, al massimo "equi", che poi è ciò che cerco di essere io, equo, come strumento di difesa, oltre che leva per non restare spalle al muro.
Imparerai tutto questo e pure a sopportare il rumore di fondo che a volte si crea e che è un ribollire in pentola, un borbottio diffuso, alimentato da chi mai è contento, da quanti per lamentarsi trovano immancabilmente un pretesto.
In quel caso, sappi che la battaglia è persa e l'unica uscita è tirare dritto, cercando di non farsi corrompere, riuscendo a mantenere quell'equilibrio di giudizio che porta a discernere comunque ciò che merita di essere ascoltato, per non gettare insieme all'acqua sporca pure il bambino, cioè le istanze giuste, le richieste intelligenti, i suggerimenti che odorano di bucato.
Parlo in generale, giuro, perché il destino mi ha offerto in dote la fortuna di lavorare in gruppi dove il lato oscuro della forza non ha mai preso il sopravvento, compreso qui, a Bergamo, anche se è una battaglia continua o, meglio, un dover prendersi cura del giardino ogni giorno, con la meticolosità, l'energia e la passione dell'agricoltore per il proprio campo.

P.S. Riconosco di non avere una vocazione o un talento per il comando. Se guardo a me stesso con lucida freddezza ammetto di essere scarso in alcuni talenti indispensabili allo scopo (il carisma, ad esempio, quella "autorevolezza" spontanea che si ha o non si ha, perché non è un'abilità, semmai un attitudine istintiva, un dono) così come è assente in me il piacere di dare ordini, il gusto di esser posto sopra un altro. Anche per tradizione, coprire ruoli apicali in famiglia non era contemplato. Mio padre per primo preferiva il "conto proprio", l'assenza di gerarchie, avendo al più come modello la tavola rotonda di re Artù, quell'essere "primo tra pari" che piace pure a me d'acchito, senza però considerare che per passare tra il dire e il fare c'è il mare di mezzo. Con il tempo ho trovato una mia strada, comprendendo che il potere non è cattivo in sé (dipende dal modo in cui si esercita e dall'avere o meno un obiettivo buono) e che si può interpretare il ruolo senza rinnegare i valori positivi, che della propria persona sono il fondamento.

mercoledì 7 ottobre 2020

Mamoli e mammole (Speranza)

Nel giorno in cui sui giornali tiene banco la saccenteria presuntuosa del ministro Speranza - che non concedendo nulla al suo cognome innesca una pallida polemica mettendo in alternativa scuola e sport, come se non concorressero entrambi al pieno sviluppo della persona - mi trovo innanzi, nel parco Loreto, a Bergamo, una scena bellissima.
Nell'anello di sentiero tra alberi e prati una dozzina di ragazzi e soprattutto ragazze corrono a perdifiato, con un professore che tiene il tempo e incita.
C'è chi sbuffa, chi arranca, chi impreca, chi non lascia trasparire una piega del volto.
Nessuno però cede, nessuno si tira indietro.
E' una vera ora di educazione fisica, come forse io in cinque anni di liceo non ho mai fatto, pur se stavamo in movimento, giocando a basket o a calcio.
Non oso dire nulla, prima di imboccare il cancello chiedo a una studentessa qual è l'istituto che frequentano. "Il Mamoli" mi sussurra, con l'esigue fiato che le resta in gola senza però mancare l'accenno di un sorriso.
Bene. Oggi ho visto un pezzetto dell'Italia che funziona, di un paese che ha futuro e pure speranza, scritto minuscolo, per non confonderlo con chi il fiato lo utilizza invano.

P.S. Erano più ragazze ho scritto. In effetti di ragazzo ne ho notato solo uno. Lievemente sovrappeso, correva a passo di trotto e sbuffava quanto un mantice, tanto che per qualche istante ho temuto stramazzasse al suolo o buscasse un infarto, accasciandosi esanime al suolo. Invece no. Con fatica, ma anch'egli ha raggiunto l'obiettivo dei giri fissato, ha tenuto duro. L'immagine di quel ragazzo, che a prima vista pareva mio figlio Giovanni l'anno scorso, mi ha "accompagnato" tutto il giorno. Facile emergere quando si è dotati di talento, assai più arduo - e parimenti meritevole - stringere i denti e non lasciarsi prendere dallo sconforto quando occorre sacrificio. Me lo ricorderò ogni volta che a voler arrendermi, per qualsiasi ragione, sarò io.

venerdì 22 maggio 2020

Vincenzo io ti abbraccerò (La grandezza dell'umiltà)


Buono come un pezzo di pane.
Non a caso si chiama Mollica, pur se con l'accento sulla seconda sillaba.
Tra le molte interviste raccolte in questi tempi strani e stranianti, mi ha lasciato commosso quella che ha per protagonista proprio lui, Vincenzo Mollica, una vita alla Rai, al servizio della tv di Stato e prima ancora della cultura.
La aggiungo qui, su questa ideale bacheca, poiché in pochi minuti concede una lezione di vita, a testimonianza del cronista che è: un uomo che è diventato un'icona senza mai indossare una maschera.
Il modo di intendere il giornalismo; il rapporto sereno con la malattia; la vicinanza nel dolore verso chi ha sofferto una tragedia; la capacità di essere attuale, cogliendo lo spirito dei tempi, a cominciare dalla musica; lo stile unico, che non si è fatto influenzare dall'onda prepotente della televisione urlata...
In una dozzina di minuti, molte perle.
Ne riportiamo scritta una, poiché è il segreto per un'esistenza piena, serena (la sua, ma pure la nostra).
"Fellini una volta mi disse che era la curiosità che lo faceva svegliare la mattina. Ecco, io voglio continuare a essere curioso".









giovedì 23 aprile 2020

Senza fiato (Il peggio, al passato)


Tutta colpa di Raul Montanari. Se sono venti giorni che qua non aggiungo un rigo è responsabilità sua e dell'onesta quanto disarmante ammissione che ha fatto (video), quasi da "rappresentante sindacale degli scrittori": "Nessuno di noi sta scrivendo, perché per scrivere tu il cuore lo devi avere leggero, non puoi essere oppresso, non puoi avere il respiro corto".
E io, che scrittore non lo sono affatto, ma che in effetti scrivo, in queste settimane il respiro corto l'ho avuto eccome, a immagine e somiglianza del male che stiamo affrontando e che non a caso è terribile proprio perché toglie letteralmente l'aria, manda prima in affanno e poi ti schianta, lasciandoti senza fiato.
Ho scritto nulla, ma letto molto e ascoltato di più.
Mi sono preoccupato (lo sono tuttora, per alcune persone care che in un letto di terapia intensiva stanno resistendo, appese a un filo, o per una deriva da Stato vigilantes, non di diritto, a cui quotidianamente assistiamo).
Ho provato sgomento (per le testimonianze terribili di chi ha convissuto con il virus o da esso è stato sbaragliato).
In qualche caso ho avvertito rabbia (soprattutto per coloro che hanno aggiunto divisione nelle difficoltà e fatto intendere che quanto successo - specialmente qui - non sia una fatalità, bensì una colpa, che ci meritiamo).
Rabbia, preoccupazione, sgomento.
Ci sarà un tempo in cui tutto ciò che si è accumulato fluirà, in cui il groviglio di sensazioni emozioni sentimenti verrà dipanato.
Per ora mi accontento di alzare il capo, di guardare l'orizzonte di nuovo, di tastare con le mani le braccia, il torace, le altre parti del corpo e realizzare di essere vivo, vispo, senza poter annunciare lo scampato pericolo, ma consapevole che l'onda di piena che ha rotto gli argini e travolto tutto, ha esaurito la forza d'urto, rientrando.
Non è molto, lo so. Però è un inizio, il ramoscello d'ulivo nel becco della colomba sull'arca di Noè terminato il diluvio, il segnale che il peggio è passato. Speriamo.

P.S. Non vorrei essere frainteso: le difficoltà non stanno finendo, le difficoltà stanno cambiando. Questo però fa parte dell'esistenza, della continua tensione che accompagna la storia dell'essere umano, come sempre è stato prima, come sempre sarà dopo.

lunedì 16 marzo 2020

Ho imparato (Le radici buone dell'empatia)


Imparo sempre, molto. In questi giorni di più.
Ho imparato ad esempio che con i gomiti si possono fare un sacco di cose, comprese aprire le porte o salutarsi, tenendo una distanza quasi di sicurezza.
Ho imparato che pensavo di saperla lunga, invece era corta, tanto corta.
Ho imparato che la vita è spiazzante persino in questo tempo in cui credevamo di averla in pugno tutta e di poterla piegare, all'occorrenza.
Ho imparato che può capitare anche a te, a noi, e non soltanto a loro, agli altri.
Ho imparato ad avere paura, non il terrore dei film o degli incubi, piuttosto il timore del cerchio che si stringe, della marea che sale e non sai come andrà a finire, se l'acqua ti lambirà soltanto le caviglie o salirà ai polpacci o supererà il capo e dovrai restare in apnea.
Ho imparato ad avere paura, ma anche a non cedere all'angoscia degli ipocondriaci, ad essere prudente senza cadere nella fobia.
Ho imparato la compostezza nel dolore di una città che mi ha adottato e che sta reagendo con dignità superiore alla tristezza per i troppi morti tutti insieme, senza l'occasione di congedarsi bene, di accompagnarli nell'ultimo tratto di strada.
Ho imparato il coraggio di chi fa il proprio mestiere con coscienza, sia esso in prima linea oppure nelle retrovie, medico in terapia intensiva o addetto alle pulizie della corsia, direttore di giornale o edicolante, cassiera al supermercato o volontario in ambulanza, autista di bus o insegnante a distanza.
Ho imparato che si possono dire moltissime cose, quasi mai quella giusta (e proprio per questo l'umiltà dovrebbe far premio sul giudizio o quanto meno sospenderlo, evitando ogni saccenteria).
Ho imparato, più di tutto, che se ne esce più forti di prima soltanto se la radice è buona, perché altrimenti anche l'albero apparentemente robusto vacilla, s'incrina, si spezza.

P.S. Badare alle radici, fare in modo che siano sane, virtuose, è la vera emergenza. Perché le epidemie passano, la nostra comunità continua e questi giorni saranno trascorsi invano o, peggio, ci consegneranno una civiltà ancora più disgregata, individualista, se non mettiamo al primo posto ciò che conta davvero: la comprensione, l'aiuto reciproco, l'empatia, l'amore per l'altro, l'amicizia.

venerdì 11 ottobre 2019

Prendere la pace per la gola (Conoscere per convivere)


I prezzi sono da mordi e soprattutto fuggi, da fiera. Per tacer del caos, della qualità non eccelsa di molte pietanze e di buona parte della chincaglieria.
Eppure ogni volta che passo per "Mercatanti", la rassegna di bancarelle in centro a Bergamo bassa penso che dovrebbero dedicarvi un piccolo monumento o almeno una targa ricordo, a futura memoria.
E' così infatti che una provincia in cui un abitante su due viene additato come discriminante, poiché vota Lega, mostra il suo lato più vero, genuino. E lo fa in un modo semplice: lodando in cuor suo e mangiando ogni domenica, se può, casoncelli o polenta, ma assediando e facendo razzia di cibo turco, indiano, greco, brasiliano, caraibico, per non parlar delle prelibatezze siciliane, liguri, abruzzesi toscane e chi più regioni ha più ne metta.
Un gesto da poco, si potrebbe pensare. Invece al giorno d'oggi vale più di una lezione magistrale, di una predica dal pulpito, persino di un "Porta a porta".
Perché attraverso la gola, il gusto, il palato, scatta una molla, la scintilla per una reciproca conoscenza. Conoscenza e riconoscimento di "bontà" che è la prima e forse unica chiave che apre la porta di una pacifica e civile convivenza.

giovedì 3 ottobre 2019

Elogio della commessa (Chi merita, davvero)


Aveva le lacrime agli occhi e non me l'aspettavo.
Lunedì era il suo ultimo giorno di lavoro, l'ho incontrata tra lo scaffale dei dolci e quello dei prodotti sott'olio, nel supermercato in centro Bergamo, dov'ero cliente abituale.
Ero. Da un mese con l'altro, con un paio di settimane di preavviso, la Unes di via Paleocapa ha chiuso. Indotti a lasciare - licenziati, di fatto - tutti i dipendenti, a cui è stato proposto un agile trasferimento a Sondrio, senza un euro in più dei mille, mille duecento in busta paga che prendevano.
Ma non era commossa per quel motivo la commessa che per quattro anni ho incrociato più o meno tutti i giorni, senza chiederle nemmeno il nome, scambiando qualche chiacchiera ogni tanto.
Aveva le lacrime agli occhi, mi ha confidato, per l'affetto delle molte persone che in quei giorni le avevano espresso dispiacere, vicinanza, affetto. "Davvero, non me lo aspettavo" ha detto, tanto che m'è venuto da abbracciarla, anche se materialmente non l'ho fatto, perché l'età mi ha fatto superare l'imbarazzo di dire le cose che penso, non la barriera fisica del contatto.
Non vedrò più lei, con il suo fare spiccio, senza mai un attimo di pausa (sistemava i barattoli di tonno o le scatole di dentifricio pure quando qualcuno si fermava a parlarle), né le cassiere bionda e bruna, con il trucco sempre spiccatissimo, la signora gentile del banco alimentare, così come il gigante che mi tagliava il pollo e consegnava il pane, ogni volta trovando lo spunto per una battuta o una sottile presa in giro. Così come non avrò più notizie di colei che più di tutti osservavo, incuriosito: una donna bassa, di spalle forti e sguardo severo, con un sesto senso per chi faceva il furbo, tenendolo d'occhio e affrontandolo a muso duro, con un fare da sceriffo, anche se il tizio era alto un metro più di lei e avrebbe intimorito Tyson.
Da martedì, con un po' di nostalgia, per la spesa ho cambiato punto d'appoggio, entrando alla Pam di Largo Portanuova, dove oggi ho notato una cassiera ragazzina che intuendo un movimento sospetto da parte di due giovani, s'è parata loro innanzi, intimando di uscire o di pagare ciò che avevano sottratto.
L'ho fatta lunga, per un concetto semplice: l'ammirazione per le moltissime persone umili che, in silenzio, a schiena dritta, fanno bene il loro lavoro.
"Il problema è che siamo lasciati soli, qua siamo in due e non sa quante persone insultano, gridano, aggrediscono" s'è sfogata, quando le ho fatto presente che un altro al suo posto avrebbe desistito.
In quel momento mi sono sentito piccolo piccolo e ho pensato che se l'Italia nonostante tutto va avanti, se il mondo ha il buono che ha, è perché migliaia, milioni di persone ogni giorno compiono piccoli gesti di educazione, senso del dovere, rispetto.

P.S. Non conosco il signor Unes o la signora Pam, non so neppure se esistano, ma certo ci dovrà essere un uomo o una donna che siede sulla poltrona più alta, che prende decisioni, che guadagna molti soldi e dà profitti a investitori che neppure si pongono la domanda sul dove e come provengano. Ad essi vorrei dire che vale la pena ogni tanto scendere da quella poltrona e andare a stringere la mano alle persone che alimentano la loro fortuna, andando oltre il corrispettivo del denaro che ricevono.

P.P.S. Ho raccontato un episodio, l'elogio è per un intera categoria, fatta di addetti alle vendite,  commessi e commesse, di supermercati, negozi, centri commerciali e pure al personale di servizio in bar e ristoranti. Non voglio lisciare il pelo a nessuno, quanti mi conoscono sanno che sono genuino. Tra loro ci sono, come in tutti i greggi, anche le pecore nere, chi ha nella schiena una canna di vetro e chi si approfitta del buon cuore dell'altro. Per la maggior parte però sono persone che fanno un lavoro arduo, senza un reddito alto, con orari di lavoro dilatati, spesso nei giorni di festa, quando tutti gli altri rimangono in famiglia o si dedicano agli svaghi o al riposo. Non sono martiri, né eroi, ci mancherebbe altro, però meritano ammirazione e soprattutto rispetto. Ricordiamocene quando ce li troviamo di fronte e comportiamoci come se fossimo noi al posto loro.

mercoledì 2 ottobre 2019

Come si cambia (La lezione del mandarino)

Da un mese e passa la guardo con occhi da innamorato.
È minuta, è vero, giovane anche, pur se le forme sono quelle che avrà da adulta. Parla poco, si fa capire lo stesso, in silenzio, e anche per questo le sono grato: mi insegna il significato di “stare in ascolto”, oltre che l’importanza di essere costante, il valore del prendersi cura come metodo, come stile, impegno quotidiano.
La pianta di mandarino è sul davanzale della casa di Bergamo, incurante dello smog dello stradone sottostante, dopo che per diverse settimane mi ha fatto compagnia all'interno dell’appartamento.
Porta con sé tre agrumi maturi e quando l’ho comprata aveva pure un paio di fiori, che in principio parevamo destinati anch'essi a diventare frutto.
Non è stato così, da un giorno con l’altro i boccioli sono caduti: il suo modo per farmi capire che tenendola vicina vicina, dentro le mura di casa, forse sarebbe sopravvissuta, cresciuta di foglie e di tronco anche, ma senza generare vita nuova. Perciò l’ho allontanata un poco, rinunciando a qualcosa io pur di metterla a proprio agio, restituendola all'aria aperta, a un ambiente più umido, adatto.
Come si cambia, mi verrebbe da scrivere. L'ho scritto.
Non tanto il bonsai, soprattutto io.
Mi sono ritrovato quell'alberello in casa dopo averla acquistato per fare un regalo che infine, per disegni suoi, non è stato consegnato. Ormai però lo sentivo mio e - un po’ perché mi ricorda la persona a cui avrei dovuto donarla, un po’ perché l’ho letto come un segno del destino - invece di sbarazzarmene l’ho adottato, quasi fosse un bambino.
Una scelta azzeccata, che mi ha fatto bene, rivelando una parte sconosciuta persino a me stesso, ricordandomi che si evolve sempre, si cambia appunto, si può cambiare, riscoprendo il gusto di non dare nulla per scontato ed evitando la condanna di guardarsi allo specchio tutta la vita indossando un identico vestito.

lunedì 1 ottobre 2018

In Media stat virtus (Due punti e una retta tendente all'infinito)


Ho memoria intermittente: ricordo particolari apparentemente insignificanti e per lo più inutili, scordo le date, i compleanni, gli anniversari.
Mi spiace, poiché tutte le ricorrenze sono occasioni buone per rompere l'indifferenza, uscire dalla pigrizia, mandare un cenno, compiere un gesto.
Oggi, ad esempio, scopro che è un giorno speciale, legando a filo doppio due eventi che riguardano un inizio.
Undici anni fa inauguravo questo blog, valvola di sfogo per il professionista che cercava un orizzonte nuovo e diventato man mano un compagno fedele di viaggio, "ciò che più somiglia all'uomo che vorrei essere e che sono stato, la parte migliore di me, l'eredità più bella che lascio".
Oggi, a Brescia, ha preso il via il secondo Media Center, gemello di quello creato un anno fa a Bergamo e anch'esso dedicato all'informazione e alla formazione dei ragazzi, affinché acquisiscano quelle "competenze trasversali" che saranno utili loro per vivere un mondo migliore e non soltanto trovarsi un lavoro.
Per me, che credo convintamente nel destino, sono due punti cardinali attraverso i quali passa una retta tendente all'infinito e devo fare i complimenti a Paolo Ferrari e a quanti lo hanno immaginato, a coloro che lo ha creato, a chi ci ha creduto per primo.
Me lo appunto qui, senza enfasi né retorica, confidando che metterlo per iscritto metta al riparo dalla memoria corta e dalla disattenzione cronica da cui sono afflitto.

P.S. Lo so, vi ho fatto ridere e in qualche caso anche scuotere il capo, sgomenti per l'ignoranza dimostrata dal sottoscritto, quando ho scritto di Mc Donald's e della App che tutti mostrano sul telefonino, per ottenere panini e patatine a prezzo scontato. Per voi, velisti del futuro, ho una nuova, prodigiosa scoperta, che per i quattro gatti vetusti quanto me condivido: la Lista Broadcast di WhatsApp, cioè il modo di mandare lo stesso identico messaggio ma senza farlo sapere anche agli altri, come invece avviene allorché si crea un "Gruppo". E sì, anche questo me l'ha insegnato Giorgia, di cui mai scorderò lo sguardo quando l'ho guardata e mostrando autentica sorpresa ho commentato: "Ma dai! E' strabello!" (anche se dentro me mi sentivo più "Get Down", come Epifanio).

domenica 9 luglio 2017

L'angelo mancato (Tutto passa, tutto si aggiusta, sempre)

Foto by Leonora
Al momento opportuno m'è mancato l'ardire per rivolgere loro una parola, per interrompere il pianto affranto di lei e lo sgomento imbarazzato di lui, che la guardava con occhi disorientati e tristi, senza sapere cosa fare, cosa dire, se sedersi accanto o cingerla in un abbraccio.
Loro erano due ragazzi tra i diciassette e i vent'anni, appartati sui gradini di una scaletta ai margini del piazzale della stazione, lei capelli neri, lunghi fino alle spalle, occhiali, calzoncini corti, lui bermuda chiari, capelli ricci, una faccia da adolescente rimasto dentro ancora bambino, una maglietta verde acido con sulla schiena la scritta in maiuscolo: "Animatore".
Non so cosa avessero. Lei parlava concitata, con momenti di vera disperazione e lacrime abbondanti, come chi ha nel cuore una pena enorme e le sta cadendo il mondo addosso; lui ascoltava attonito e impacciato, quasi volesse rassicurarla, dirle "Ci penso io", ma senza ruscirci perché di pensarci lui non sembrava affatto pronto.
Mi sono imbattuto in quella scena per caso, camminando fin lì perché ero al telefono e volevo evitare il rumore della gente, il frastuono del traffico. Dopo averli notati, continuando la conversazione, sono passato innanzi un paio di volte, senza che nessuno dei due vi facesse caso, e la terza volta, dopo aver salutato chi stava parlando con me, sono stato tentato di fermarmi, di rivolgere loro una parola, svestendo i panni dello sconosciuto e indossando quelli del padre, del ragazzo più grande, di colui che anche se non richiesto può dare una mano.
Non l'ho fatto. Il timore di essere invadente, insolente, mi ha fatto tirare dritto, salvo poi pentirmene, con il dubbio che i piedi non mi avessero portato lì per caso, che magari avevo un compito e non l'ho assolto (dimostrando così che la distanza tra il tirare dritto e l'interessarsi è esigua ma pur distingue il pavido dal coraggioso).
Non so cosa avessero, dicevo. Nella mia limitata fantasia ho ipotizzato che lei fosse stata bocciata oppure che lui volesse lasciarla oppure, se dovessi scommetterci un centesimo, che fosse rimasta incinta o temesse di esserlo.
Non so cosa avessero e non lo saprò mai, ma so cosa avrei dovuto dire io e non ho detto, cioè di non temere, di non preoccuparsi, di non considerarla una tragedia, qualsiasi cosa fosse, perché nella vita tutto passa, tutto si sistema, tutto si aggiusta.
"Non piangete" sono state le parole che non ho detto. "Non piangete e qualsiasi spina abbiate tornate a casa dai vostri genitori, specialmente tu ragazzina, sapendo che nessun problema, nessuno sbaglio è più grande del bene che ti vogliono".
Queste parole mi sono mancate e non me lo perdono, perciò le scrivo qua, perché se a quei due ragazzini non possono arrivare, almeno giungano alle persone che passano di qua, oltre a rimanere come pro memoria per me stesso: per quanto grande, nessuna disperazione dura in eterno e dopo ogni tempesta esce sempre il sereno.
P.S. Con l'augurio che se mai uno dei miei figli si trovasse in una situazione simile possa trovare un essere umano più coraggioso di me, trasformandosi occasionalmente in quell'angelo custode che non ho saputo essere io.

sabato 14 maggio 2016

Grazie Bianconiglio (Punti di sutura e cicatrici)

Foto by Leonora
Punti di sutura. Sono quelli che tocco con mano tra l'occhio e lo zigomo sinistro, ricordo di una rissa quand'ero bambino, la prima e non a caso l'ultima in cui mi sia mai cimentato.
"Le ferite si rimarginano ma le cicatrici restano". Me lo disse, con una nota di asprezza ma con tono benevolo, accalorato, l'amministratore delegato poche settimane dopo il mio arrivo alla direzione del Cittadino. Abituato alla lievità e alla schiettezza di Como mi mancava l'esperienza di comprendere che il contesto ha sempre importanza, oltre che significato. Non mi pento di quei giorni di svolta per il giornale, i lettori apprezzarono e vendemmo più copie di quanto fosse accaduto negli anni immediatamente precedenti, ammetto però che avrei potuto essere meno maldestro, più accondiscendente non nello scrivere e tanto meno nel dare notizie, bensì nel tessere buoni rapporti con tutti, perché - parafrasando una frase che mi è cara - "il giornalismo è importante, ma la vita lo è di più".
L'ho presa larga, come al solito, ma l'immagine dei punti di sutura non m'è venuta in mente guardandomi allo specchio né ripensando ai miei primi giorni monzesi.
La terra. La terra, il luogo dove abito e dove il sabato e la domenica vado a correre o passeggio con il cane, i medesimi posti che mi hanno visto crescere, dove andavo ad arrampicarmi sugli alberi o a giocare a due bandiere quand'ero ragazzo. Le coordinate sono le stesse, il paesaggio visto dall'alto pressoché identico, differente è invece osservandolo da vicino: le piante e il verde hanno ripreso vigore sullo squarcio fatto dalle costruzioni negli anni Sessanta e Settanta, ridotto sensibilmente è l'intreccio di rovi e sterpi causato dall'abbandono della campagna a favore delle fabbriche, sempre in quegli anni, lasciando ora posto a un paesaggio più curato, così come nuove piste e vecchi sentieri sono tornati percorribili, accanto al letto dei torrenti e tra i boschi. Sono questi dettagli che ai miei occhi paiono punti di sutura tessuti con l'ago e il filo di una nuova sensibilità, di una maggiore attenzione all'ambiente e alla possibilità di viverlo appieno, senza farne scempio. Punti di sutura che non hanno cancellato le ferite, medicandole però, dando nuova forma, vitalità, armonia. E lo stesso vale per la città. Ogni volta che vado a correre al parco della Trucca, a Bergamo, mi si apre il cuore. E così in quello di zona Loreto, dove non è raro, mentre si cammina, vedersi attraversare la strada da un coniglio selvatico.
E' stato proprio uno di loro, un animaletto non più grande di un palmo e spuntato all'improvviso come il Bianconiglio di Alice, a suggerirmi di vedere le cose in modo diverso. Lo ha fatto senza proferire suono, semplicemente piazzandosi davanti e inducendomi a rallentare e portare la mano al volto, sentendo così il lieve solco lasciato dal medico che mise i punti al mio sopraciglio e rammentando in quello stesso istante, per associazione di idee, le altre ferite, quelle che "poi si rimarginano ma rimane il segno". Ai punti di sutura ho pensato proprio lì, in quell'attimo esatto, realizzando che nonostante gli errori che facciamo non è mai troppo tardi per porre rimedio e se ci mettiamo intelligenza, passione, impegno le cicatrici possono avere pure un che di affascinante, di bello.

giovedì 5 maggio 2016

M di Maggio (e Meraviglia)

Foto by Leonora
Occhi nuovi. Guardano me, senza vedermi. Sono quelli dei ragazzi tra i diciassette e i diciotto anni che riempiono il piazzale antistante il teatro di Colognola. Apparteniamo a generazioni differenti e ho imparato ad essere ignorato esattamente come avviene ai rami di un albero, al selciato del marciapiede, alle auto che sfrecciano sulla via accanto: oggetti qualsiasi che esistono e che rientrano nel campo visivo per un motivo che non li riguarda da vicino.
Non è cattiveria o maleducazione, semplicemente non appartengo al loro mondo, sono estraneo nel senso letterale del termine: una persona fuori dal contesto, che resta assente fino all'istante in cui per una coincidenza o un motivo particolare viene inquadrata e classificata nella categoria degli "adulti", esseri umani di una specie simile soltanto vagamente alla loro.
Occhi nuovi sono pure i miei, che invece li osservo meticoloso, scorgendone i particolari, tentando di indovinare che tipi di persone sono, che uomini e donne diventeranno, con la sensazione perfetta di assistere a un passaggio epocale: vagoncini dell'otto volante al culmine della salita e pronti a tuffarsi nel vuoto, farfalle che spiegano le ali uscendo dal bozzolo.
E' uno sguardo di meraviglia il mio e uno sguardo di meraviglia vorrei avessero sempre quei ragazzi, una continua ed inesauribile capacità di stupirsi di fronte a ciò che è grande, diverso, nuovo.
A loro e anche ai miei figli - Giovanni, Giorgia, Giacomo - che hanno più o meno la stessa età, non ho nulla di imprescindibile da dire: so che la strada, qualsiasi essa sia, la troveranno da soli, sbattendo il muso, se proprio proprio, ma confidando in piedi buoni, testa, mani e cuore per affrontare tutto, compreso il momento in cui saranno loro gli "adulti" e si accorgeranno di essere invisibili per chi ha venti o trent'anni in meno.
P.S. In verità una cosa nell'orecchio di Giovanni, Giorgia e Giacomo vorrei dirla. E' una cosa che anche io ho imparato dai miei genitori, pur se non in modo diretto, perché mio padre e mia madre erano grandi davvero: facevano capire le cose senza bisogno di dirle. Proprio in quel modo ho capito che nella vita non mi sarei dovuto vergognare del lavoro più umile, purché fatto con dignità, ma al contempo avrei potuto ambire al posto migliore, fosse anche ciò che gli altri definiscono "sogno": il calciatore di serie A, il presidente della Repubblica, un premio Nobel, il direttore di giornale, uno scienziato... Puntare in alto, poter aspirare al massimo, senza biasimare il basso, con la possibilità di andare avanti e anche indietro: credo sia stata questa la dote più bella che ho ricevuto in dono. Un dono che merita di essere tramandato.

venerdì 6 marzo 2015

Gioco di squadra (torno in tv)

Foto by Leonora
Cambio lavoro. Anzi, continuo a fare ciò che stavo facendo ma salendo di livello, oltre che di un piano (due piani, per l'esattezza).
Da questa settimana sono stato nominato "responsabile del settore informazione di Bergamo Tv" e torno dunque ad occuparmi in prima persona di una realtà che conosco bene e che mi ha affascinato da sempre, da quando bambino alle cinque del pomeriggio in punto accendevo il trasformatore elettrico per fare comparire suoni ed immagini al televisore Mivar che si trovava tra la camera da letto e il soggiorno.
Da quegli anni è cambiato il mondo, non soltanto lo schermo. L'obiettivo che mi è stato chiesto, oltre alla gestione concreta dello strumento televisivo, è quello di valutare e percorrere le nuove strade dell'informazione, l'integrazione con i nuovi mezzi ("device" in termine tecnico, cioè tablet, smartphone e tutti i marchingegni che porterà in dono il futuro), lo sviluppo dei nuovi linguaggi video.
In questi primi giorni, avendo fatto tesoro delle esperienze passate, invece di entrare a piedi uniti ho preferito un approccio morbido. Sette giorni in tutto, per ascoltare uno ad uno coloro che la tv qui già la fanno, risorse di nome e di fatto, persone che meritano rispetto per quanto danno e che devono essere messe nella condizione di lavorare al meglio. "Non credo di essere uno sprovveduto - ho detto ai miei nuovi colleghi giornalisti, il giorno in cui sono stato presentato - ma nemmeno uno che ha la bacchetta magica per risolvere tutto". Lo penso davvero: soltanto un lavoro di squadra può dare le risposte che cerchiamo e garantirci un futuro.
Grazie dunque a chi mi ha dato fiducia e a chi avrà la pazienza di accompagnarmi lungo questo nuovo tragitto.

mercoledì 25 febbraio 2015

Il futuro è loro (Yes they can work)

Foto by Leonora
Il mondo che ci sembra più scuro, grigio, in verità i colori li ha: siamo noi adulti a non accorgercene, perché con l'età si guadagna in saggezza ma si perdono diottrie. Anche quelle del cuore.
Mi dico spesso che i nostri ragazzi se la caveranno, che il pianeta continua a girare da millenni e non deciderà certo di prendersi una pausa in coincidenza con il nostro passaggio. Un atto di fede più che una concessione alla speranza, mentre ieri no, ieri ne ho avuto una conferma tangibile, reale.
Merito di Edoardo, Valentina, Oscar, tre ragazzi di quarta superiore dell'Istituto Caniana di Bergamo (che è un po' l'equivalente della Ripamonti, a Como). Sono loro ad avermi rincorso per le scale e contattato, dopo che con centinaia di altri studenti erano rimasti in silenzio ad ascoltare alcuni responsabili del gruppo Sesaab, compreso il sottoscritto, sul mondo del lavoro e la scelta da fare, dopo che avranno concluso il loro corso scolastico.
Da me volevano il permesso di fare visita a Mediaon e fino a qui ci siamo: accade spesso.
Il bello è invece ciò che mi hanno spiegato dopo, cioè che sono una ventina e fanno parte di un progetto chiamato Yes We Can Work. L'obiettivo è di abbinare alle lezioni la possibilità di apprendere metodi, tempi e modi del lavoro, perciò si sono dati una struttura aziendale, con tanto di ruoli definiti. Edoardo ad esempio è il general manager, Oscar è lo "sviluppatore grafico multimediale", Valentina la responsabile delle risorse umane.
Mi ha fatto tenerezza e insieme suscitato ammirazione Valentina, dicendomi che stava parlando con me poiché il compito che le è stato assegnato è quello di ampliare le competenze in suo possesso: si occupa di grafica, ma deve imparare a relazionarsi con gli altri, a tessere rapporti. L'ascoltavo parlare e sentivo di assistere a qualcosa di immenso: non erano soltanto parole, era il passo del tempo, il rumore che fa il futuro quando irrompe sulla scena e segna un cambiamento.
Ignoro il loro destino, però da ieri la clessidra s'è ribaltata e mentre prima ero preoccupato per l'avvenire dei miei figli, coetanei di Oscar, Edoardo e Valentina, oggi ho la consapevolezza che sarà più dura per il sottoscritto e per tutti quelli della mia generazione, abituati a giocare con il futuro in difesa, mentre i ragazzi lo attaccano.
Una foto dell'incontro di ieri
P.S. Non conosco chi sia l'insegnante che sta seguendo i ragazzi di "Yes we can work" ma bisognerebbe farle un monumento o quanto meno un articolo. Il post scriptum riguarda tuttavia un episodio che la dice lunga sul ruolo ribaltato. Dopo aver parlato con i tre ragazzi, io ho estratto dalla tasca il mio telefono e ho detto: "Bene, lasciatemi un contatto. Va bene la mail, Twitter, Facebook...". "Guardi - mi ha risposto serio e inappuntabile come un vero professionista Edoardo, con la sua giacca di taglio moderno e la camicia bianca - innanzi tutto le lascio il mio biglietto da visita" e zac, mi mette tra le mani un rettangolo nero con scritto in positivo nome, qualifica, mail, telefono... E io, che i bigliettini li dimentico sempre a casa e li ritengo inutili, mi sono sentito per un'istante fuori luogo ma non ho detto nulla perché in realtà mi veniva da abbracciarlo. Guardavo lui ma vedevo Giacomo, Giorgia, Giovanni, Alberto, Silvia, tutti i ragazzi che conosco e mi sentivo contento, sereno.