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mercoledì 13 aprile 2011

Abiola, la Comense e la verità in retromarcia

Cos'è la verità? Diceva Sciascia che è come la luna che si specchia nell'acqua di un pozzo. Tu la vedi, splendida, nitida, chiara, ti ci butti, per prenderla, ed ecco cosa resta in quell'acqua buia e fredda della verità. Lo scrivo perché invece, ogni giorno, io la verità ho l'impegno di cercarla, capirla, raccontarla. Può capitare di ignorarla, non di spacciare per essa una bugia. Qualche giorno fa scrivevo su questo blog - ch'è nato proprio per comunicare, nella massima libertà, senza condizionamenti se non quelli della mia coscienza - della vicenda di Abiola Wabara e dei cori che l'avrebbero bersagliata al Palasampietro. Passo al condizionale perché, con il passare dei giorni, le certezze granitiche di quei giorni si sono via via sgretolate. Tutto era basato sui resoconti della stampa, una parte della stampa, che tuttavia offre garanzie di credibilità, tanto che anche un giornale serio come quello in cui lavoro li ha ripresi. Pian piano però, sentendo le testimonianze, dando voce alle fonti ufficiali (arbitri, commissari di campo, carabinieri, Digos), guardando filmati e documenti fotografici, di quei cori beceri e razzisti non c'è traccia. L'episodio, a quanto sappiamo nel momento in cui scrivo, è circoscritto semmai a un esagitato, un pirla, che ha insultato la ragazza, ricevendo in cambio pan per focaccia. Può essere crocifissa per questo una città intera, una società che, come scrivevo, in quasi centotrentanni di esistenza, ha unito più di chiunque altro il bianco e il nero, diventando modello di integrazione, di convivenza? No, non è possibile. E mi spiace che dopo l'indignazione generale dell'inizio, molti moralisti abbiano preferito dare per assodata una versione dei fatti parziale e ingiusta, piuttosto che fare marcia indietro, alzare la mano e dire: "Scusate, ci siamo sbagliati". Non giudico gli altri, io però non posso essere complice, il mio lavoro è distinguere il grano dalla gramigna, anche a costo di prendere qualche cantonata. Quando capita, come in questo caso, chiedo scusa. E dico grazie a Francesco, che per primo mi ha instillato il dubbio, spingendomi a cercare la verità, anche a costo di finire nel pozzo e picchiare la faccia.







Foto by Leonora

giovedì 7 aprile 2011

Abiola, la Comense e gli insulti razzisti al Palasampietro


La teste di cavolo mettono fiore in tutte le stagioni. "Insulti razzisti alla giocatrice" titola il sito web del giornale per cui lavoro, riportando un episodio accaduto ieri sera, durante la partita di basket femminile tra Comense e Bracco Sesto San Giovanni, con un gruppo di ultras con i colori del Como Calcio che ha insultato Abiola Wabara, una ragazza di colore, avversaria in campo ma evidentemente per loro un nemico. Leggo quello ch'è successo ieri sera al Palasampietro, che per anni è stata la mia seconda casa, e non so se ridere o piangere. Piango. Perché bastano un pugno di imbecilli per prendere a schiaffi una città intera, una tradizione gloriosa, la storia. Il moto di sdegno è già partito, asfaltando tutto e tutti, nel tritacarne mediatico che non distingue l'eccezione dalla regola, il branco bastardo di passaggio per caso dal palasport dalle migliaia di persone che negli ultimi vent'anni hanno partecipato con orgoglio, sportività, affetto, alle imprese della squadra di pallacanestro che ha raccolto scudetti come fossero fragole, a maggio. A quegli imbecilli che hanno profanato un tempio sportivo e calpestato la dignità non soltanto di Abiola, bensì del genero umano intero, non dedico un rigo: non lo meritano. Per condanna proporrei di mostrar loro le imprese che, grazie alle tante giocatrici di colore, hanno reso fama a Como. Mi vengono in mente Valerie Still e Bridgette Gordon, ma potrei stilare un elenco sterminato. Penso a Cherubina, la tifosa per eccellenza della Comense, una donna talmente buona che anche un pezzo di pane, al confronto, pare un coccodrillo spietato. E' per lei, per Angelo Migliavada, per Stefano Daverio, per Franco Rossetti, per tutti i dirigenti, i tifosi e le giocatrici che hanno messo cuore al Palasampietro, che scrivo queste righe. Non posso condizionare le reazioni di sdegno di cui parlavo, però posso non essere complice di chi farà di tutta l'erba un fascio. Quel che è successo è gravissimo, ma lo sarebbe ancora di più se per stigmatizzare la stupidità di chi ha teso un agguato si gettasse la croce addosso a una società che nei fatti ha contribuito a creare una cultura di tolleranza, di rispetto tra i popoli e che, fin dai colori sociali, unisce da sempre il bianco e il nero.


Foto by Leonora