venerdì 31 dicembre 2021

Due minuti (A mezzanotte)

Porto con me tanto, troppo, come sempre.
Restio a scartare, accumulatore seriale per eccesso di zelo e coraggio in riserva, pure di quest'anno conserverei il dettaglio.
Non rinnego nulla. Sono ciò che sono anche per le porte in faccia, gli inciampi sulla via, gli ostacoli che non ho saputo superare, i voli abortiti temendo di spiegare le ali, le lacrime versate e quelle trattenute, le attese a vuoto, gli incontri occasionali, le persone perse e chi invece ho ritrovato.
Mi consolo nella consapevolezza di quanto tutto sia marginale, relativo, evitando di dare eccessiva importanza per primo a me stesso.
L'ho realizzato ancor meglio leggendo un libro, un passaggio che riguarda la nostra specie, l'uomo e la donna in relazione con il mondo, il pianeta che abitiamo.
Per rendere l'idea, se condensassimo in un unico anno solare i quattro miliardi, quattro miliardi e mezzo della terra - secolo più, secolo meno - scopriremmo che fino ad ottobre ci sarebbero soltanto batteri, da novembre farebbero capolino piante e animali come li conosciamo, zampe, ossa, rami, foglie, mentre il 31 dicembre, non prima delle 23, comparirebbe il primo primate nostro parente stretto.
E noi? Noi, proprio noi, quelli diventati stanziali, che hanno inventato l'agricoltura, costruito case, città, tutto quanto?
Diciamo che, dopo un’oretta da cacciatori/raccoglitori, abbiamo bussato alla porta e ci siamo presentati che erano più o meno le 23.58 e sessanta secondi prima delle 24.00 è entrato in scena "tutto ciò che chiamiamo 'storia', con piramidi e castelli, dame e cavalieri, macchine a vapore e aeroplani".
Questo siamo. Questo contiamo.
Pochi secondi, uno schiocco di dita.
Con tutta la nostra genialità, originalità, eccezionalità, ma pure la vanagloria, la supponenza, la tracotanza che ci distingue, quasi fossimo i padroni dell'universo, pulce che salta in groppa all’elefante e si illude di cambiarne la rotta.

P.S. "Non porti il peso del mondo sulle spalle, sei soltanto un filo d'erba in un prato" dice Sarah a Zerocalcare, in una delle serie tv più belle del 2021.
È vero, siamo soltanto fili d'erba. Lo siamo noi, lo sono anch'io.
Allora mettiamoci comodi, con il cuore in pace e in mano una bottiglia di vino.
Almeno oggi.
Per problemi, paranoie, preoccupazioni, litigi, discussioni, rancori, invidie, egoismi, avarizie ci sarà tempo, se proprio proprio, un altro giorno.

venerdì 24 dicembre 2021

Un azzardo di gentilezza (Verso noi, per primi)

Sulla soglia delle feste, tra mille lacci e laccioli che fanno d'intralcio alla serenità che dovrebbe essere distintiva di questo tempo, dal mazzo degli auguri ricevuti estraggo questo: "E mi convinco che la gentilezza non sia un azzardo, perché trasforma le persone che la praticano e che la ricevono, spesso in modo imprevedibile".
È vero. La gentilezza trasforma le persone, in meglio.
Pure quelle che in apparenza non la meriterebbero.
In psicologia si chiama "comportamento non complementare" e in principio ad auspicarlo fu colui che domani ricordiamo e che duemila e rotti anni fa esortava a porgere l'altra guancia, senza pensarci troppo.
Evito prediche e sermoni, limitandomi a una preghiera. Laica.
I primi nei confronti dei quali dovremmo essere indulgenti siamo noi stessi, riconoscendo i molti meriti che abbiamo invece di focalizzare l'attenzione verso i difetti, i limiti, le mancanze che pur esistono, ma somigliano alle notizie dei telegiornali: raccontano le eccezioni, non la regola del comportamento umano.
Così per noi, che siamo assai più della somma dei difetti che ci imputiamo.

P.S. Ringrazio Lucio, per il bel biglietto che mi ha recapitato e che ha fatto da spunto a questo scritto.
Ne approfitto anche per allargare il cerchio ed estendere gli auguri a tutti coloro che passano da qui e che benevoli nei miei confronti lo sono per principio, restituendo un'immagine di me che scalda il cuore pure quando fuori e dentro è gelo.

mercoledì 15 dicembre 2021

Non tanto (Molto di più)

Mi hai aperto la mente, dunque la laurea in filosofia te l'avrei data ad honorem.
Hai voluto fare di testa tua, come sempre, prendendone una vera, alla Statale di Milano, con discussione della tesi, proclamazione, voto, corona d'alloro e festa di amici e parenti.
Ometto di netto tutto il resto - l'orgoglio, la gioia, l'emozione... - punto dritto al cuore, a ciò che per me ha valore.
Non tanto l'università in sé, come istituzione, quanto l'università in te, cioè lo studio, la conoscenza, il sapere e tutto quanto ha cambiato la tua e la nostra vita, in meglio, come persone.
Non tanto il diploma, quanto il punto che si mette alla fine, il percorso che si chiude, poiché è soltanto così che un altro se ne può aprire.
Non tanto l'eccellenza nel capire, quanto la perseveranza e il gusto del cercare, quella curiosità che è come energia inesauribile e dà senso a ogni esperienza, considerato che da ogni esperienza c'è da imparare.
Questo è ciò che conta, di questo sono fiero e lieto, veramente, poiché non carta è la laurea che hai preso, ma carne.

P.S. Della tua tesi, quella sul linguaggio sessista e di come noi per primi ne siamo portatori inconsapevoli, ne ho già scritto, un paio di settimane fa, forse tre. Ammetto però che più passa il tempo, più le tue riflessioni mi convincono, più mi pare urgente una coscienza diffusa, un concreto cambiamento nell'uso delle parole e della ricerca dell'eguaglianza, tra generi.
Ecco, anche in questo, figlia mia, hai voluto essere originale, spiegando non in teoria, bensì nei fatti, come la filosofia non sia qualcosa di vago, astratto, lontano, ma affronti - e spesso risolva - problemi pratici, attuali, concreti. In questo sei in linea con la più profonda nostra tradizione famigliare e vedo i volti di chi ci ha preceduto che stanno annuendo, serafici.

venerdì 3 dicembre 2021

A bordo lacrima (Una luce nel buio)

"A volte voglio chiamarti, ma so che non ci sarai". Ascolto la canzone ad occhi chiusi, con una lacrima, una sola, che non scende, incastrata al margine dell'occhio.
Buio è tutto attorno e struggente quella musica, l'emozione che ha innescato, toccando un nervo, accomunando ogni essere umano, rendendo fratelli e sorelle tutti e tutte, poiché tutte e tutti lo possediamo, pure quando non ce ne accorgiamo, anche se lo seppelliamo sotto una coltre spessa di indifferenza, per protezione o cinismo.
Ripenso alle molte parole taciute, ai sentimenti che per incuria e pigrizia non ho esplicitato, alle decine di persone a cui sono legato evitando però di rifare di tanto in tanto l'asola, come se fosse superfluo, rimandando e rimandando, scacciando l'ipotesi del troppo tardi, che arrivi un giorno in cui mi sarà impossibile farlo, anche volendolo.
Questo Natale, il prossimo, vorrei io farmi un regalo, partendo da lontano, scrivendo a più persone possibili, dicendo perché sono speciali, il bene che provo e mi unisce loro.
Dopo tutto, a questo servono le feste, anche per chi mal le sopporta e spera di saltare a piè pari a gennaio inoltrato: che piaccia o meno, esse sono un'occasione, lo spunto, il pretesto per un coraggio che nel resto dell'anno non troviamo, l'esame di riparazione del sentimento umano.


P.S. Questa è la canzone in cui mi sono imbattuto, qui invece si trova il testo. Per chi amasse più il cinema della musica, credo che l'ultimo film di Sorrentino produca lo stesso effetto.

La lacrima invece, una sola, non è scesa, forse per un motivo: sono un uomo fortunato o distratto, infatti alle persone che nella mia vita contano o hanno contato di più, ciò che di intimo e vero potevo dire mi pare di averlo detto. E anche questo blog, nelle centinaia di post da cui è formato, contiene spesso lettere messe nero su bianco, che i destinatari hanno già ricevuto e per i quali rimane sempre a disposizione, finché avranno memoria, finché lo vorranno.

venerdì 26 novembre 2021

Le parole giuste (Contro la violenza e non solo)

Lo debbo a te, a voi, che fate parte della mia vita, che alla vita di tutti date origine e senso, consapevole che la giornata contro la violenza sulle donne non era soltanto ieri, ma ogni giorno, e che vi dobbiamo assai più di un'assenza - seppur di ferocia, crudeltà, brutalità, aggressività, sopruso, abuso, prepotenza, maltrattamento, sopraffazione, costrizione, violazione, persecuzione, oppressione, offesa, stupro - bensì parità ed eguaglianza, di fatto.
Ve lo dobbiamo non come concessione, semmai come riconoscimento, un dato di realtà a cui va dato corso, partendo dalle piccole cose, innanzi tutto dalle parole, che sono pietre, non foglie al vento.
Me lo hai ricordato tu, dedicando la tesi di laurea proprio a questo, al linguaggio e all'importanza che esso ha nel dare forma alla realtà, spesso senza che ce ne accorgiamo, ponendo "l'uomo, il maschio, come centrale, dominante, e rafforzando stereotipi maschili e femminili, che non fanno male soltanto alle donne, ma all'intera società in cui viviamo".
Sono profondamente convinto che un cambiamento reale sia possibile e passi da qui, dal verbo che si fa carne, dalle parole che scegliamo e dalle persone che siete voi, le generazioni più giovani, con l'occasione di non ripetere gli errori di chi vi ha preceduto e nel contempo giovarvi delle lezioni migliori, degli esempi di coloro che prima di voi hanno avuto chiarezza di visione, certezza nel distinguere giusto e sbagliato.


P.S. Chiedo scusa, figlia mia, se per spiegarmi meglio prendo a prestito il finale della tua tesi, che discuterai a breve e che contiene in poche righe ciò che mi pare il nocciolo, quanto in così estrema sintesi non riuscirei a scrivere io.

Usare un linguaggio corretto non è un vezzo o un'ulteriore passo verso l'appiattimento, verso il pensiero unico dell'omologazione, verso un essere asessuato, in cui le diversità vengono eliminate in nome dell'eguaglianza.
Semmai è proprio il contrario: usare un linguaggio corretto evidenzia e rimarca ancor di più le differenze, rendendo proprio per questo dirimente il tema dell’eguaglianza, evitando di confondere i due piani concettuali, quello dell’essere medesimo e quello dell’essere uguale.
L’opposto dell’uguaglianza è infatti la disuguaglianza, non la differenza: lavorare per contrastare la disuguaglianza non significa eliminare le specificità di ognuno, bensì costruire un ambiente inclusivo che valorizzi le diversità, che permetta la libera espressione delle originali singolarità e che realizzi, in un'ultima analisi, un mondo migliore in cui vivere, tutti, insieme.

giovedì 18 novembre 2021

La marcia in più (Complimenti Alberto)

La laurea è in fisioterapia, ma vederti così elegante, professionale, sicuro di te mentre esponevi l'argomento della tua tesi, dal podio, mi ha fatto pensare che dovresti fare televisione al posto mio.
Si dice che "ogni scarrafone è bello a mamma soja", io non sono tua mamma, soltanto suo cugino, anzi, mia cugina è lei, l'unica che ho, una sorella in tutto e per tutto, per cui dovrei essere al riparo da critiche eccessive se dico che ieri, su quel palco, eri proprio bello.
Bello, non soltanto in senso estetico, che la bellezza è frivola e passa e pure opinabile, per cui tirarla per la giacca è sempre sconsigliato.
Bello per la tua gioventù, per la perseveranza ai limiti dell'ostinazione che hai avuto nel raggiungere l'obiettivo prefissato, per la calma che hai saputo ostentare anche se in questi mesi devi tenere la barra dritta mentre attorno crolla tutto e posso soltanto immaginare ciò che provi, dentro.
Al di là di questo, degli studi e del centodieci che ti sei meritato, lasciami dire che a farmi più piacere è stato il seguito di sostenitori che in una simile circostanza ti ha voluto essere vicino.
Decine di persone, tra parenti stretti e larghi - ogni riferimento a mia madre sarebbe tendenzioso
 - ex compagni scuola, di squadra, ragazzi e ragazze, amici e amiche di lunga e di corta data, tutti con una luce negli occhi che esprimeva orgoglio e insieme affetto.
Hai poco più che vent'anni, caro Alberto, ma ciò che hai seminato è già moltissimo e "continua così" nel tuo caso non è una frase retorica, bensì la certezza di un futuro luminoso, limpido, in cui potrai a volte sentirti solo, senza mai esserlo del tutto.

P.S. Potevi scegliere qualsiasi corso universitario, hai deciso uno dei più "pratici", che orienta a imbuto su una professione specifica e non qualsiasi.
Il perché non sia una professione qualsiasi l'ho scritto in tempi non sospetti, esattamente dieci anni fa (ma guarda il caso...), in questo post, da cui ritaglio la parte centrale, sempre attuale e che riletta oggi ha ancora più significato.
"Ogni mestiere ha il buono e il gramo, ma deve esserci un motivo se tra i fisioterapisti la percentuale di bravi uomini e donne sfiora il cento per cento. Sarà il contatto con la sofferenza altrui che ne affina il carattere. Sarà che per spronare gli altri ad impegnarsi a tornare quello che erano o a migliorare le prestazioni devono crederci per primi loro. Sarà che stare a contatto con le persone non li aliena affatto, ricevendo in cambio un pizzico della molta energia che infondono. Sarà per tutto questo e per molto altro, ma la maggior parte dei fisioterapisti ha una marcia in più e va dato loro atto".

venerdì 5 novembre 2021

La montagna incantata (Auguri Giovanni)

Dodici mesi fa i tuoi diciott'anni li hai festeggiati da recluso: tre settimane nella tua stanza, contagiato dal virus che ha condizionato questo scorcio di secolo, a sorpresa.
Questo giorno, pur se nulla di eccezionale, al confronto è stato comunque un compleanno lieto, pur senza picchi né abbondanza di festa.

Tralascio la contabilità minuta dei regali e messaggi, passo lesto a ciò che più mi sta a cuore, oltre al ribadirti la felicità che porti ogni giorno nella nostra vita.

Il messaggio che ho per te, oggi, è in un'immagine.

Una montagna. Una vetta all'orizzonte, non importa quale, se spoglia, aguzza, brulla, irta, bianca di neve o avvolta nella nebbia.

Una montagna a cui tendere lo sguardo, che sia per te chiarezza di visione, aspirazione, desiderio di approdo, pur lontano che appaia o che sia.

Nessuno può esserti accanto sempre o caricarsi sulle spalle i tuoi fardelli e farti sorridere, darti fiato e gioia di vita, ma potrai farlo tu, se saprai individuare un obiettivo, una "montagna" appunto, compiendo ogni giorno un passo, piccolo o grande, purché orientandolo a una direzione, a una meta.

Il desiderio e l’ambizione buona non mettono infatti al riparo dalle delusioni occasionali, dalle paludi momentanee, dal buio che cala la sera, ma sono antidoti naturali alla frustrazione continua, alle amarezze profonde, al senso di vuoto o stagnazione opprimente che a volte punteggia l'esistenza.

Intendiamoci. La vita non è la montagna, né tanto meno la vetta. La vita è tutto ciò che sta sotto, attorno, lungo il cammino anche, spesso a distanze siderali dalla cima.

Proprio per questo - se posso darti un consiglio - scegline una alta, elevata.

Perché più sarà alta, più a lungo ti terrà impegnato il cammino, più ti si gonfierà il cuore, più ampio sarà il paesaggio, più varrà la pena ogni sacrificio, fatica, rinuncia.


P.S. Di montagna può essercene più d'una e non è mai troppo tardi per scegliersela, scoprirla, adottarla. Vale per te e i tuoi diciannove anni, come per chi di primavere ne ha sulle spalle una carriola.

A cominciare da me, che di montagne ne ho sempre avute, spesso inconsapevolmente, talvolta dimenticandole, altre ignorandole di proposito o rifiutando l'ipotesi di avvicinarmi, per timore, miseria, vigliaccheria. Anche quest'ultime, tuttavia, non le ho cancellate del tutto, restano lontane all'orizzonte, ma presenti, pronte ad accogliere il mio primo passo, quando che sia.

domenica 31 ottobre 2021

Punti e linea (In relazione)

“Potete immaginare, creare e costruire il luogo più meraviglioso della terra, ma occorreranno sempre le persone perché il sogno diventi realtà.”
(Walt Disney)

Ci sono persone vicine, anche a distanza, ed altre “presenti” pur se non ne abbiamo mai sfiorato i volti e incrociato i passi soltanto da lontano, di sponda.
È il mistero della natura umana: riuscire a dare significati oltre la materia, percepire sintonie ed affinità per caso, senza causa (apparente).
Così come definire propri pensieri non perché li abbiamo chiari in testa, bensì farli diventare tali nell’istante in cui li mettiamo nero su bianco, dando ad essi forma.
È il potere della condivisione, della corrispondenza, per cui ciascuno è un punto e l’insieme di noi linea, trama, disegno che si svela.
“Relazione” è ciò che ci distingue e lega.
Se faccio mente locale - un po’ come in quei gialli di Agatha Christie, in cui nel finale tutto viene chiarito e si collegano i fatti avvenuti sotto una luce nuova - mi accorgo ora che “Relazione” è la parola chiave e il filo che accomuna discussioni e letture recenti, dalla fisica (i “quanti”) alla genetica (i fenotipi), dalla sociologia (l’ambiente che condiziona) ai rapporti tra colleghi o in famiglia (“le regole non bastano, ciò che conta è la relazione”).

P.S. Vorrei ringraziare uno ad uno i molti “coautori in contumacia” di questo blog, cioè tutti coloro che quasi sempre senza saperlo hanno avuto un ruolo di innesco, di scintilla.
Capita infatti che, nello scrivere, a ispirarmi sia una persona.
Quasi sempre differente.
Spesso amica reale, talvolta conoscente occasionale, in alcuni casi estranea, ma che per qualche insondabile motivo, in quel dato istante, fa scattare l'interruttore, accende la luce.
Tu chiamale se vuoi, anche queste, “relazioni”.

sabato 30 ottobre 2021

Non ci credo (Ma accadono)

“Il valore di una coincidenza è uguale al suo grado di improbabilità.”
(Milan Kundera)

Non ci credo, ma accadono. Casualità, sincronie, coincidenze.
Qualcuno li chiama miracoli, qualcun altro magia, altri ancora provvidenza: io sto un passo indietro, senza scomodare nessuna potenza, limitandomi allo stupore di rilevarli e rivelarli, allorché ne trovo traccia.
La sorpresa nel volto altrui, quando capita. Il sorriso, gli occhi spalancati, a volte una lacrima.
Una tensione emotiva che trova sbocco nella terra di mezzo tra incredulità e contentezza.
Non ho bisogno di crederci, né credo poiché avvengono, tuttavia non sono neppure così sciocco o insensibile da rifiutare a prescindere: il fatto di non avere risposta non significa che non comprenda l'esistenza di una domanda.
Aprirsi allo stupore, lasciarsi attraversare dal dubbio, tenere aperta la porta della possibilità: tutto ciò non toglie nulla al razionale, semmai lo fortifica, poiché non lo assolutizza, evita che diventi verità incontestabile, cane che si morde la coda.
C'è un mondo oltre quello dei sensi, della comprensione attuale, umana.
Riconoscerlo è atto di umiltà e insieme di saggezza.
Vale per le piccole cose, così come per le immense, la morte, la vita.
Indossare gli occhiali dell'attenzione, restare vigili nell'osservare quanto ci succede attorno, tentare di captare segnali piccoli o grandi di meraviglia, rende meno cinici e allontana pure la sconforto, la tristezza, sapendo che il bello, il piacevole - come nella caccia al tesoro - è quando si trova qualcosa, ma altresì per il fatto stesso che si cerca.

P.S. Sono forse stato criptico, chiedo scusa. Ho preso spunto dal racconto emozionato di un amico che, proprio nel giorno di una ricorrenza speciale, l'anniversario di morte del padre, ha saputo di intraprendere una nuova avventura, di salire un gradino nella propria formazione di vita.
Ho ripensato a me, una sera di primavera di tredici anni fa, quando ricevetti la telefonata che avrebbe cambiato in meglio la mia esistenza. Anch'io avevo perso mio papà e poche ore prima, in mattinata, i ladri erano entrati in casa, facendo razzia dei pochi oggetti di valore economico, legati a ricordi cari di chi più non c'era. Ricordo l'atmosfera cupa, la tristezza, il pianto, la disperazione delle persone vicine e poi lo squillo del telefono, quelle comunicazione breve e asciutta ("Se ti va bene, appena riesci cominci a lavorare da noi"), un nodo che si scioglieva, l'incredulità che proprio quel giorno arrivasse a sintesi un'opportunità tanto attesa.

venerdì 29 ottobre 2021

Cambiare il mondo (Passione o pastina)

“Non può comprendere la passione chi non l'ha provata.”
(Dante Alighieri)

Ci sono persone che ci accompagnano per mano tutta una vita, altre soltanto per un lampo d’occhi, altre ancora per un tratto di cammino, scambiando opinioni, confidandosi a vicenda, mostrando un pezzetto di sé scontato o che non è mai stato rivelato ad alcuno prima.
A tutti sono grato, poiché ciascuno ha messo almeno un mattone all’uomo che sono, alla persona che non sarebbe nulla senza relazione con gli altri, un po’ come la realtà secondo la fisica quantistica.
Anche quando scrivo qui, quasi ogni volta, per non dire sempre, tutto parte da un incrocio, da linee che si incontrano o da uno dei tanti nodi della rete che agli altri mi lega.
Come stamane, scorgendo la fotografia di Peter Bardaglio poco più di un anno fa, mentre tiene una bottiglia di spumante in mano e un tappo e sorride, avendo ricevuto una notizia tanto attesa.
Ero a casa sua, a Trumansburg, New York, nel luglio del 2016, alla vigilia di una campagna elettorale che si sarebbe rivelata sorprendente e per lui, come per molti altri, amara.
Peter e sua moglie Wrexie restavano già ore a discutere, a leggere, a guardare notiziari in tv, facendo previsioni e supposizioni su come sarebbe andata e così sono certo abbiano fatto in tutta l'era Trump, passando dallo sgomento alla speranza, masticando spesso sconforto, delusione, rabbia.
Non voglio ripercorrere tutta la storia, soltanto dire che mi immagino la loro gioia, quando dodici mesi fa la consapevolezza che gli Stati Uniti avessero svoltato è diventata certezza.
La loro passione, il loro entusiasmo è lo stesso dei miei figli e delle persone a cui più tengo, anch’esse capaci di partecipare emotivamente a ciò che accade loro attorno, costringendo anche me a non restare freddo, indifferente, come invece tenderei a fare, con quel distacco che mi viene metà dalla professione che ho scelto, metà dalle esperienze maturate nella vita e che mi mostrano le sfumature di grigio e mai bianco o nero, buono o cattivo, di qua o di là della staccionata.
Se non fosse per loro, per tutti coloro che mi fanno da esempio, il mio distacco diventerebbe cinismo, il buon senso una minestrina tiepida, di quelle che nutrono poco e intristiscono qualsiasi tavola.

P.S. "Tu non mi dai mai ragione" mi dice, mentre parliamo di politica.
"Io ti do ragione praticamente sempre - rispondo - tranne quando la fai facile, quando dici che basterebbe poco, un decisione, un ordine, una regola. Invece no, non basta mai poco. Ogni scelta ha le sue conseguenze, le sue linee d'ombra, le controindicazioni...".
"Vabbè non mi dai mai ragione".
Fine del discorso.
(Non della passione).

giovedì 28 ottobre 2021

Ripieno di vita (Ciao Gianni)

“Proprio come sceglierò la mia nave quando mi accingerò ad un viaggio, o la mia casa quando intenderò prendere una residenza, così sceglierò la mia morte quando mi accingerò ad abbandonare la vita.”
Lucio Anneo Seneca

Se ne vanno uno ad uno, come soldati in fila indiana. Amici nati o cresciuti a cavallo dell'ultima guerra, condividendo tutto ciò ch'è arrivato dopo, l'abbondanza del benessere ottenuto lavorando sodo e la leggerezza del tempo libero da poter trascorrere in compagnia, al circolo delle bocce, allo stadio, al bar del centro sportivo o in cooperativa.
Gianni se n'è andato nel silenzio di una stanza, al contrario di com'era vissuto, chiassoso e sorridente, sempre in giro, una trottola con gambe e braccia, una sagoma d'uomo che passava dall'argomento serio alla risata, a volte ammiccando, altre provocando o pungendo, mai però con cattiveria, al massimo civetteria.
Era il suo tempo per lasciarci, anche se comprendo il dolore della figlia Antonella, di Cristina e delle nipoti, alle prese con un vuoto ancor più grande perché Gianni tutto ciò che aveva attorno lo riempiva.
Proprio per rispetto del dolore altrui non voglio mettermi in prima fila, poiché altri lo conoscevano meglio, altri lo frequentavano, altri condividevano legami intimi e profondi, durati una vita.
A me mancheranno i suoi colpi di clacson, ogni volta che arrivava sotto le finestre della casa dove abita sua figlia, a ridosso della mia. Un suono che ho sempre interpretato come gioia per l'imminente incontro con i parenti, ma anche come uno "Sveglia!". Ed è anche per questo che non riesco a pensare che riposi in pace, perché il verbo "riposare" proprio non gli si attaglia, però è giusto che noi, tutti noi, lo si lasci andare, poiché altri giri deve fare con il suo camioncino, in un'altra dimensione deve dare compimento al suo desiderio di vita.

P.S. Ho scritto che tutto ciò che aveva attorno lo riempiva, mi accorgo ora che valeva altresì per il lavoro che ha sempre fatto, la produzione e consegna di ravioli, pur se la sua grande passione era un'altra: il Milan. E considero una nota aspra, quasi una beffa, che così come Ambrogio per l'Inter, l'anno scorso, anche Gianni se ne sia andato mentre la sua squadra del cuore è in testa, senza però poter assaporare il risultato finale. Non qui, ma certamente se c'è un "di là", Gianni me lo vedo già in piedi, con sulle spalle la bandiera rossonera, sorridente e con gli occhi da furbo, pronto a prendere in giro e poi a svignarsela, dando ancora un colpo di clacson, contento di averla fatta franca e pronto per una nuova avventura.

mercoledì 27 ottobre 2021

La virtù del trascurare (Pazienza e distanza)

“Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza.”
Lev Tolstoj

Ho il pollice verde pallido, tendente alla sindrome da premura: la maggior parte delle piante d'appartamento di cui mi occupo muore per questo, per eccesso di cura.
I due esemplari di "dracaena", detti anche tronchetti della felicità, si sono prima intristiti poi spenti così, esauriti dalla continua attenzione riservata, dando ad esse acqua quando non sarebbe servita e negandola nei momenti in cui era più che necessaria.
Colpa mia: applico al mondo vegetale le regole dell'esistenza umana e di questo tempo frenetico in cui immaginiamo di poter intervenire su tutto, persino quando sarebbe opportuno fare nulla.
Le piante invece sono maestre di pazienza: non hanno gambe né braccia, bensì fronde che tendono al cielo e radici che le tengono ancorate alla terra, per cui hanno imparato a non correre, ad affrontare altrimenti il rischio, il pericolo, l'emergenza.
Invidio i giardinieri esperti, la cui passione è il contrario della frenesia. Sono in sintonia con il mondo e stando un passo indietro, vedono lungo e vanno più lontano di chi come me si accapiglia.

P.S. I greci ci hanno insegnato che esiste un "tempo giusto", il kairos; di giusto dovrebbe sempre esistere anche una misura, una distanza.
Pure con le persone. I familiari, i parenti, i colleghi, gli amici. Troppo vicini si soffoca, troppo lontani ci si perde di vista, si tronca la relazione, non si comunica.

martedì 26 ottobre 2021

Foglie e rastrello (La scelta)

Ognuno dovrebbe trovare il tempo per sedersi e guardare la caduta delle foglie.
(Elizabeth Lawrence)

In giardino di questi tempi vado poco, sempre però traendo osservazioni curiose o vere e proprie lezioni  dal grande disegno che offre la natura, come da ogni piccolo dettaglio.
Nel fine settimana, ad esempio, rastrellando le foglie disperse sotto il faggio, ho riflettuto sul fatto che nessun albero evita la pena di prestarvi cura, se insieme ad esso si pretende pure un bel prato.
L'eterno dilemma della botte piena e della moglie ubriaca, virata però sul vegetale.
Se si tratta di piante comuni, infatti, a cavallo tra ottobre e novembre daranno filo da torcere, disperdendo per due mesi fogliame ovunque, costringendo almeno a un intervento settimanale.
Se invece ci si illude di faticare meno, optando per i sempreverde, siano essi aghiformi, come l'abete o il tasso, sia a falda larga, come la magnolia o il pungitopo, è vero che non occorrerà cimentarsi con messe autunnali abbondanti, ma sarà uno stillicidio senza esclusione di rastrello in alcun mese dell'anno.
La somma del tempo e dell'impegno sarà dunque identica, a prescindere dalla specie messa a dimora in giardino.
Morale: scorciatoie non ce ne sono. In natura e pure in ciò che più conta per la donna e per l'uomo (i sentimenti, gli affetti, la conoscenza, l'esperienza, l'amicizia, l'amore...).

P.S. Mi sento in colpa, lo ammetto, con le molte persone a cui sto dedicando poco tempo, non tanto quanto vorrei, non come meriterebbero. Se non posso essere come il giardiniere d'autunno, che si applica tanto per un tempo limitato, cercherò di essere almeno come quello delle pinete, che un poco alla volta, si prende cura di continuo. Promesso.

lunedì 25 ottobre 2021

Giorgio e il professor Dopodiché (Pro memoria)

L'ho sempre detto: tieni un diario, e un bel giorno sarà lui a tenere te.
(Mae West)

Scrivo sovente con "un occhio alla croce e uno a San Giovanni", cioè parlando ogni volta un poco di me, ma badando altresì ad esprimere qualcosa che interessi tutti o almeno quelli che passano da qui, con dedizione e affetto.
Faccio eccezione oggi, per rimediare a una lacuna di memoria che mi rendo conto essere evidente - e a cui ho già accennato qualche giorno fa, citando la sorpresa con cui osservo i "miei ricordi" proposti dai social network - elencando ad uso personale alcune azioni che distinguono questo scorcio di tempo, così che un giorno possa esclamare: "Ah però! Non lo ricordavo".
Per cominciare, ascolto molti podcast. Ad esempio, tutti quelli di Barbero (il "professor Dopodiché", come mi viene spontaneo chiamarlo, per quell'espressione che ha come intercalare e che adoro), ma anche Focus Storia o altri similari.
Leggo non tanto quanto in passato, rari i romanzi, più numerosi i saggi, specialmente di antropologia (il migliore di tutti, consigliatissimo, La vita spiegata da un Sapiens a un Neanderthal di Juan José Millás  e  Juan Luis Arsuaga, ma pure La scimmia nuda di Desmond Morris) o di sociologia, come quello di cui ho scritto ieri, di Rutger Bergman, nel post sul calcio.
Guardo pochissimi film e molte serie tv, su Netflix.
Due di esse mi hanno di recente affascinato, per motivi opposti: The Good Doctor e Big Mouth.
La prima, molto americana, paternalistica, commovente, capace di far riflettere e insieme offrire uno spaccato della modernità, del tipo di società che il sistema vuole proporci (imporci, direbbe qualcuno).
La seconda, una serie animata, anch'essa molto americana, spudoratissima, cinica e caustica, capace tuttavia di parlarci di noi e delle nostre pulsioni, dei desideri, delle paure, delle vergogne di ciascuno, trasmettendoci l'idea che sono assai simili a quelle altrui, per cui non siamo soli a questo mondo.

P.S. Fino a qualche settimana fa Benedict Cumberbatch era il mio attore preferito. Lo è tuttora, a pari merito però con Freddie Highmore, semplicemente strepitoso nell'interpretare il protagonista di The Good Doctor. Sia iscritto a verbale, anche se tranne il sottoscritto non interessa nessuno.


domenica 24 ottobre 2021

Quello che il calcio (Abbracci)

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”.
(Jorge Luis Borges)

Se ne parla tanto, troppo, spesso somigliando al fondo d'uno stagno, dove l'acqua è stantia e si deposita il fango.
In più, come tutte le chiese (minuscolo), è divisivo: c'è chi lo detesta, non sopportando nemmeno che venga nominato, e chi lo ama, trovando un fascino che va oltre i soldi, gli affari, cogliendo in esso qualcosa di puro, di innocente, di magico, che perpetua il bambino in ciascuno di noi, preservando dal divenire completamente adulto, vecchio.
Il calcio è più di uno sport: è un gioco.
Ometterò qui tutto ciò che lo riguarda, tranne quanto mi piace di più - oltre l'agonismo, le bandiere, il tifo, la partecipazione, la passione, l'entusiasmo, la bellezza, lo stile, la poesia, la rivalità, la sportività, la storia, la tradizione, le novità, la sorpresa, le dinamiche di gruppo, le prodezze del singolo e molto molto altro - cioè questo: il rapporto di lealtà e cameratismo tra compagni di squadra e anche tra avversari, in nove casi su dieci, che guarda caso non sono mai quelli che finiscono sui quotidiani il giorno dopo o in televisione o sul web, a ridosso di un incontro.
Eppure a prestarvi attenzioni sono la regola, la norma di gran lunga più frequente, a dimostrazione di ciò che scrive Rutger Bergman per un contesto più ampio, nel libro Una nuova storia (non cinica) dell'umanità, secondo cui gli esseri umani sono fatti per la gentilezza e siano predisposti alla cooperazione assai più che alla competizione.
L'abbraccio tra compagni dopo un gol o un salvataggio, la mano tesa quando uno è a terra, i saluti rispettosi al termine della gara, sono la foresta silenziosa che prospera mentre noi siamo distratti dal rumore dell'albero che cade ovvero da comportamenti antisportivi che nella somma totale degli episodi di una partita non superano mai il punto percentuale, la virgola in seno al paragrafo.


P.S. Poi ci sarebbe quanto avviene sugli spalti, in tribuna, con un campionario di urla e improperi e gestacci che rivelano un lato oscuro dell'essere umano. Una minoranza anche in quel caso, è vero, però se siamo onesti dobbiamo ammettere che il calcio richiama gli istinti peggiori che albergano dentro chiunque di noi, pure il più mite, il mezzo santo. Sarei curioso di sapere come si comporta il buon Rutger quando entra allo stadio.

sabato 23 ottobre 2021

Inciampo (Un tiro di dadi)

Einstein sbagliò quando disse: "Dio non gioca a dadi". La considerazione dei buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio giochi dadi, ma che a volte ci confonda gettandoli dove non li si può vedere.

(Stephen Hawking)


Camminavate una accanto all'altra, a un certo punto dandovi la mano, per superare il marciapiede, un cordolo troppo alto per lei, debilitata da una lotta ad armi impari, che da mesi la logora, intaccando morale e fisico.
Tu non l'hai abbandonata e ora ti schernisci, quando qualcuno lo sottolinea, rispondendo sarcastica a tono: "Da quanti anni è che ci sopportiamo?".
Molti. Più di quanti appaiono a un conteggio di spanne, considerato che nella testa restiamo ragazzi e per l'adolescente che ero voi, più grandi di qualche anno, eravate bellissime, una bionda e l'altra mora, irraggiungibili, soggetto proibito di desiderio.
Eravate un sogno e, come tutti i sogni, non è mancata l'alba in cui c'è toccato aprire gli occhi e alzarci dal soffice del letto.
Tu sei rimasta single, lei s'è sposata, ha avuto una figlia, due nipoti e un male che le s'è appiccicato addosso, nel momento esatto della parabola di vita in cui ci si prepara alla serenità della discesa, per gustare decenni di tramonto.
Vi ho ritrovato insieme, oggi, e in cinque minuti ho detto a entrambe più di quanto abbia mai fatto prima, per timidezza quando ero piccolo, per pudore una volta diventato adulto.
Ne sono restato contento, pentendomi tuttavia per non averlo fatto prima, per non avere trovato audacia e coraggio per dirvi esplicitamente ciò che avete significato per il ragazzo che ero e, di sponda, per l'uomo che sono.


P.S. Ho scritto in prima persona a te, ma è a lei che penso spesso, incapace di immaginare quanto in questi mesi sta provando, insieme ai suoi cari, sconsolato per la beffa di un inciampo che la sta privando delle gioie grandi e piccole di ciò che ha costruito. Davvero il destino è un tiro di dadi senza senso apparente, almeno a scorgerlo da questa parte della finestra sul mondo.

venerdì 22 ottobre 2021

Benedetti difetti (Noi, allo specchio)

“Con le pietre che tiriamo loro, i geni costruiscono nuove strade noi.”

(Paul Eldridge)


Ho le mie idee, temo l'applauso quanto il fischio e orrore del mito che si alimenta e che può stroncare chiunque, qualsiasi personalità non matura, innanzi tutto.
Ricordo bene le vicende personali del protagonista di Mamma, ho perso l'aereo, così come di molti bimbi prodigio dello spettacolo (da Arnold de Il mio amico Arnold a Jonie di Happy Days) e pure quella di Paolo, che da piccolo era biondo e bellissimo e coccolato da tutti: è cresciuto viziato e ribelle, rovinandosi presto.
Non è una regola universale, esistono eccezioni abbondanti, tuttavia la tendenza pare evidente e mi ha spinto sempre a stare in guardia più che dalle critiche dalle esaltazioni facili, dagli occhi sbarrati - cioè ciechi - degli adulatori entusiasti, dai complimenti in coro.
Un pericolo verso il quale hanno pelle più spessa, senza esserne immuni del tutto, gli adulti.
Il consenso continuo, l'assenza di critica, il cammino senza evidente pericolo e sul quale è disteso un lungo, soffice tappeto rosso conduce con sicurezza a sbattere il muso.
Ecco perché in qualsiasi organizzazione, struttura, comunità, è necessario il dissenso, la critica, la voce che grida che "il re è nudo" , pure quando è vestito.
Per ogni peso occorre un contrappeso, per ogni vetta la visione di un abisso: il bene non ha infatti nemico più subdolo dell'assenza di equilibrio.
Se vedete difetti quando vi guardate allo specchio, non fatene dunque un dramma e tirate piuttosto un sospiro di sollievo: di difetti ne abbiamo tutti, chi più, chi meno, e ad essi occorre essere grati poiché ci spingono a migliorare, mettendoci al riparo dall’esaltazione facile, dal consenso unanime e dalla superbia, la seducente tentazione del crederci superiori all’altro.

P.S. E se avete figli e non sono Shirley Temple, sorridete: avranno minori possibilità di montarsi la testa e andare a sbatterla contro il muro, appena la vita presenterà il conto.

giovedì 21 ottobre 2021

Compleanno (A distanza)

Che tu possa esaudire tutti i tuoi desideri tranne uno, perché nella vita bisogna sempre desiderare qualcosa.

(Star Trek)


Compi gli anni oggi, non puoi rispondere e così ti scrivo, ricordando la persona bella che sei, la stima che ho di te, per ciò che senza molte parole, ma nei fatti, in tutti questi anni, da che ti conosco, mi hai insegnato. 
La dedizione e la cura, innanzi tutto. Nel fare il tuo lavoro, nell'essere accanto alle persone che ami, pure quando non sono come le vorresti, come da fuori le immaginiamo.
La gratitudine, per chi ti ha offerto aiuto, per chi ha molto più di te, in case, beni preziosi, denaro, ma manca del tesoro più grande: la vicinanza, l'amore delle persone care, un sostegno morale prima ancora che fisico.
L'umiltà, nel partire da zero, nel lasciare tutto e cominciare da capo, nella fatica fisica di occuparti di cose che altri tralasciano, perché piegare la schiena, respirare polvere, usare olio di gomito costa sudore, sacrificio.
Porti un nome inusuale e insieme bellissimo, in cui non so mai dove poggiare l'accento, e il tuo compleanno è sotto il segno della bilancia, forse perché questo è un mese in bilico su tutto, estate e inverno, caldo e freddo, luce e buio.
Riconosco quel punto di equilibrio pure in te, nella tua calma - anche se è una calma soltanto apparente - e nel modo in cui raramente permetti agli altri di avvicinarti, tenendoli a distanza già con lo sguardo, con quell'espressione arcigna del viso che solo chi ti conosce a fondo sa come può sciogliersi, tramutarsi da ombra in sorriso.
Auguri allora e perdonami, se mi faccio vivo così di raro, anche se in realtà vale tra noi ciò che ha scritto Richard Bach, in Nessun luogo è lontano: "Non posso venire da te, perché già ti sono accanto".

mercoledì 20 ottobre 2021

Radici (e germogli)

Due cose durevoli possiamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali.
(Proverbio cinese)

Le radici questo hanno di straordinario: se seppellite, germogliano.
Non si può nascondere ciò che ci ha generato e - nel bene e nel male, per allinearci o per distinguerci - non possiamo dimenticare ciò di cui siamo frutto.
Non è una condanna, né una sentenza a titolo definitivo, bensì un'indicazione, un orientamento: la consapevolezza che facciamo parte di una linea temporale e di culture diverse, che si incrociano, da una parte orgogliosi del buono che portiamo in dote, dall'altra aperti alle differenze e alla varietà di chi ci troviamo accanto.
"Seppellire le proprie radici" l'ho sentito dire da una signora garbata ed elegante, con una erre che ne tradisce la nazionalità francese e un cognome che certifica l'origine bergamasca: Fracassetti.
Yvonne Fracassetti, autrice del libro "Partire", il racconto di una storia interrotta, quella della sua famiglia, dei suoi genitori, emigrati nel dopo guerra da Sedrina, all'imbocco della Val Brembana, innestati con un taglio netto a migliaia di chilometri di distanza.
Yvonne racconta che della loro provenienza non parlavano mai, così come era bandita la lingua italiana, perché "Si parla la lingua del paese che ci dà da mangiare", punto e basta.
"I miei genitori hanno deciso di seppellire le loro radici" rivela Yvonne, senza espressione emotiva, come un puro rilievo fattuale, qualcosa che è capitato, come accade che sorga il sole o che nevichi o piova.
Le radici però germogliano sempre, quando sono seppellite ancora di più, e lo sostengo per esperienza diretta, conoscendo la mia d'una storia e quella dei parenti americani, ritrovati una ventina d'anni fa, dopo un secolo d'apnea.
Quanti sono da generazioni in un luogo affievoliscono il loro senso di appartenenza, dando per scontato, naturale, il luogo che abitano; coloro che sono dovuti emigrare, invece, forse per evitare una sofferenza troppo forte, spesso recidono di netto i legami con le loro origini e per il loro nuovo paese hanno un attaccamento, una gratitudine che deborda in devozione vera e propria; la terza generazione, quella dei figli, sente casa completamente propria quella in cui sono stati partoriti, ma avvertono una tensione, un innato desiderio di conoscenza per la terra di cui portano i geni e il cognome.
Uno schema non matematico, ma frequente.
"Abbiamo radici plurime e ne siamo molto fieri" conclude Yvonne, con una frase che potrebbe essere manifesto per questa nostra epoca, fatta -come le altre - di migrazioni, di partenze ed arrivi, addii e ritorni, salti nel buio e atterraggi morbidi o di fortuna.

P.S. Le sue "radici" Yvonne le ha raccontate in un libro, per le mie sono bastate poco più delle solite venti righe, scritte una dozzina d'anni fa, in saluto di una persona a cui sono grato per sempre e non dimenticherò mai. Grazie ancora George.

martedì 19 ottobre 2021

Povero Bito (Tra parentesi)

“Credo che le parentesi siano di gran lunga le parti più importanti di una lettera che non sia d'affari.”
(David Herbert Lawrence)

Mi sono incuriosito e ho fatto il conto: sono tre anni e mezzo che in questo blog compare una parentesi, ad integrazione o in aggiunta di un titolo.
Anche prima capitava, in modo saltuario, mentre è diventata regola aurea senza volerlo da metà aprile del 2018, un sabato, con un post in cui si intendevano i social network come bar, con le categorie di frequentatori che uno si sceglie oppure accetta, se decide di tirare dritto e di esporsi pubblicamente per lavoro.
Un argomento d'attualità pure adesso, specialmente per me, che commenti e pareri vado a leggere spesso, rispondendo sempre, quando mi riguardano.
Sono fortunato. Ho un pubblico esiguo, almeno qui, e su Instagram o Facebook. Faccio presto a rispondere e in genere nessuno mi mette in imbarazzo. Anzi, più sono netti, decisi, polemici, più volentieri replico.
Probabilmente diverso sarebbe se avessi un seguito ampio e se trattassi argomenti che di per sé infiammano, quali la politica, il calcio.
Ieri l'altro, ad esempio, sono incappato nel profilo Instagram di un giornalista che stimo ed è mio conterraneo, pur se di persona non lo conosco, Fabrizio Biasin.
Ad un suo post, per altro non uno dei più caustici, seguivano una serie di contumelie, ingiurie, offese, male parole e volgarità che forse soltanto Cruciani non avrebbe alzato un sopracciglio.
"Povero Biasin" ho pensato. Davvero occorre una buona dose di autostima e di cinismo, per ignorare tanto fango che adorna il proprio giardino. Poi però ho riflettuto su una delle magnifiche leggi di questo universo, quella secondo cui dai diamanti non cresce nulla (se non il proprio conto in banca e -voi direte - non è poco) mentre dal letame nascono i fior. 
Un ammirato mazzo di rose in omaggio a chi l'ha capito e ha trasformato quel bar in passione e affari, senza scandalizzarsi se a frequentarlo è un variegato pubblico, metà armata brancaleone e metà mucchio selvaggio.

P.S. Da tre anni e mezzo nei miei post i titoli comprendono una parentesi e nel testo c'è un post scriptum, come questo, in cui ho l’obbligo di citare mio cugino, che è tifosissimo dell’Inter, come Biasin, e si chiama anch’egli Fabrizio, pur se noi in famiglia lo chiamiamo “Bito”, il nomignolo che aveva quando era piccolo, a cui mia madre aggiunge sempre, chissà perché, un “Povero”, scuotendo lievemente il capo ogni volta che lo nomina, sospirando: “Povero Bito”.
Anzi, in dialetto comasco, “Poor Bito”.
E lo ripete altresì se la circostanza non lo vede povero affatto.
Tipo: “Hai saputo? Il Bito ha comprato la macchina. Poor Bito…”.
Oppure: “È partito ieri per le vacanze, poor Bito…”.
Se dunque domani mio cugino dovesse vincere al Superenalotto, sapete già quale sarebbe di mia madre il commento.
Poiché nulla è più forte del sentimento, dell’affetto bonario con cui una donna guarda al proprio cucciolo, anche se nel frattempo è diventato uomo e ha un’età che potrebbe già diventare a sua volta nonno.

lunedì 18 ottobre 2021

Cuor di carciofo (Scrittura dolce)

"Le persone violente nei libri, di solito sono molto tranquille nella vita privata perché la scrittura è liberatoria. Non bisogna fidarsi di chi appare dolce nella scrittura"
(Michel Houellebecq)

Ho scritto molto ieri, sarò sintetico oggi. Prendendo a pretesto un articolo letto di buon ora, sul Corriere della Sera, che rende conto dell'incontro di ieri al Salone del Libro di Torino, con Michel Houellebecq intervistato a Marco Missiroli.
La frase che mi ha colpito è qui sopra, letta al contrario e guardando a me stesso. Cioè: se io appaio "dolce" dal modo in cui scrivo, non bisogna fidarsi di me?
Può darsi. Anzi, è certo.
La scrittura infatti, oltre ad essere liberatoria, è filtro. 
Qui, ad esempio, in questo blog, di me appare il lato migliore, quello più pacato, riflessivo.
Non che non sia io, tuttavia nella vita reale sono "questo", insieme a molto altro, compresi i numerosi difetti che - per fortuna - mi caratterizzano, cioè formano il mio carattere, completo, quello che somiglia a un carciofo: il cuore si svela soltanto se si tolgono gli strati esterni, le foglie, le brattee.

P.S. Che poi a me il carciofo piace poco o nulla. E se me lo ritrovo nel piatto quando sono ospite, faccio buon viso a cattiva sorte e lo mangio, mentre se la casa è la mia vado su tutte le furie e, per quella che in fondo è una sciocchezza, faccio il diavolo a quattro, m'indigno, a volte persino sbraito o metto il muso.
Ha ragione Houellebecq: non bisogna fidarsi di chi appare dolce nella scrittura.

P.P.S. Che bello è il fiore del carciofo? Grazie a Lyonora e alla sua foto, per avermelo svelato.

domenica 17 ottobre 2021

I belli e la bestia (Fratello Cinghiale)

Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali.
(Immanuel Kant)

Simili e opposti, uguali e contrari.
Il rapporto che gli esseri umani hanno con gli animali è antico quanto il mondo, a partire dalla constatazione elementare che pure noi lo siamo, pur se ci fa spesso comodo dimenticarlo.
Non potendo analizzare in venti righe gli ultimi quattro e rotti miliardi di anni - e neppure i cinquecentotrenta milioni nei quali compaiono i vertebrati - mi limito al recente principio del terzo millennio, con particolare riguardo alla scorsa settimana e ad eventi che mi hanno visto testimone diretto.
Il primo è legato a un acciacco di Larry, il setter irlandese che ci tiene compagnia da sei anni e che da qualche giorno guaisce talvolta di dolore per un apparente dolore alla zampa posteriore destra.
Tralascio la trafila medico veterinaria, degna di un episodio di Grey's Anatomy o di The Good Doctor, con tanto di anamnesi, lastre, tac, antidolorifici, cortisone e farmacia cantando, con cure e premure che soltanto una ventina di anni fa neppure immaginavamo.
Una solerzia d'azione e una partecipazione emotiva circoscritta però all'animale domestico, poiché basta avere setole ispide, pelo irsuto e corpo tarchiato per ricevere ben altro tipo di considerazione e trattamento.
Da qualche tempo infatti - non svernando da queste parti la tigre, il leone, il crotalo o il varano di Komodo, né potendocela prendere con il sempre più emarginato lupo, a cui per secoli abbiamo affibbiato nelle fiabe e negli incubi il ruolo del cattivo - tiene banco il "terrore da cinghiale", con una narrazione che ne descrive le gesta non per ciò che è, ovvero un generalmente pacifico suino, bensì come la maggior parte di noi finisce per immaginarlo.
Ecco così che si ripetono i racconti di cinghiali inseguitori, di cinghiali aggressori, di cinghiali in agguato a bella posta, pronti ad azzannare, ferire, uccidere attaccando alla gola, se il caso.
Una vera e propria campagna diffamatoria, della quale la storia - ne sono certo - ci chiederà conto.
Il problema è la cronaca.
Esiste infatti un amore sempre più diffuso per cani e gatti, le cui caratteristiche innate ricordano inconsciamente quelle dei cuccioli d'uomo, dei bimbi di tre anni, più o meno, con il vantaggio emotivo di restare tali, di non crescere e dunque di stimolare di continuo il potente impulso evolutivo ad accudirli, ad attivare nel cervello le aree legate all'attenzione e alla ricompensa.
Il cinghiale invece, che è grosso e grufola e puzza, anche se quasi sempre si fa gli affari suoi e al massimo - quello sì - devasta prati e campi coltivati, è relegato senza scampo a bestia, a bruto, a nemico persino.
Mentre i soli nemici lo siamo noi, a senso unico, suo malgrado.

P.S. Mai avrei scritto questo post, pur se sovente mi innervosisco allorché sento fesserie sul loro conto, se non fosse che anche mia madre, che in teoria avendo più di ottant'anni dovrebbe avere un briciolo di memoria e di senno, l'altra sera non mi avesse chiesto agitatissima: "Hai chiuso il cancello? E la porta della cucina? Perché ci sono in giro i cinghiali!".
Per lei e per tutti coloro che ne sono terrorizzati, ricordo che (a meno che sia avvenuta di recente una mutazione genetica: chissà, magari il vaccino anti Covid temuto dai No Vax s'è trasmesso a loro) il cinghiale, in novantanove casi su cento, appena sente la presenza dell'essere umano - e la sente quasi sempre grazie all'olfatto, finissimo, o all'udito, più che buono, mentre per vederci ci vede pochino - scappa a gambe levate.
E se anche non dovesse scappare, poiché vi trovate su quella che per lui è una "via di passo", vi basterà voltare le spalle e allontanarvi ed esso non si sognerà neppure di seguirvi.
E se invece si tratta di un cinghiale femmina e ha dei cuccioli e voi avete un cane non al guinzaglio e il cane abbaia o lo attacca e la mamma cinghiale reagisce?
Beh, in quel caso, se vi rincorre e attacca a sua volta, non è "cattiva" lei, siete un poco sprovveduti voi e che siate sprovveduti voi e non è un problema suo.

sabato 16 ottobre 2021

Crescere (Senza rimpianti)

“Tenersi in punta di piedi non è crescere.”
(Lao Tse)

La paura di perdere i genitori, di restare orfano, mi ha preso una serata di primavera o forse autunno.
Era domenica, questo è certo.
Avrò avuto sedici anni, un tempo in cui non esistevano i cellulari eppure ce la cavavamo lo stesso, in un modo che ora pare impossibile o arduo, ma che allora era abituale e normalissimo, affidandoci in estrema urgenza al telefono di casa o quello a gettoni, nelle cabine della Sip, che era la nonna della Tim,  la mamma della Telecom.
I miei sarebbero dovuti tornare dalla Valtellina verso le sei, massimo le sette di sera, come al solito.
Alle otto neanche l'ombra. Alle nove, neppure.
Ricordo i dettagli in modo vago, mentre ho memoria precisa del crescendo vorticoso con cui i pensieri negativi  arrivarono ad ebollizione, quel tarlo dapprima lieve poi cocciuto e ossessivo, che spazzò via possibili spiegazioni e rassicurazioni che cercavo di darmi, sempre più disperato, singhiozzando, a un certo punto piangendo.
Telefonai persino alla Polizia stradale, dimostrando un'audacia che di me non conoscevo, per sapere se c'erano stati incidenti. Fui rassicurato dall'operatore, ma non a sufficienza e continuai ad arrovellarmi, finché a buio inoltrato, saranno state le dieci o le undici, vidi in fondo alla strada di casa i fanali accesi dell'auto e finalmente mia madre e poi mio padre scendere, sorridere, dicendomi che c'era stato un inconveniente e che si erano fermati a mangiare, ma nulla di grave, di brutto.
Il sollievo risultò di gran lunga più intenso del disappunto e mi resi consapevole quasi subito che era stata una sorta di passaggio, una prova che avrei volentieri evitato, ma che affrontare e superare era d'obbligo.

P.S. Ho avuto preoccupazioni prima di quel giorno e altre - assai più fondate - dopo, tuttavia ho sempre considerato quella sera lo spartiacque tra i timori irrazionali, giganteschi, di quando ero bambino e il terrore fondato, autentico, glaciale degli adulti, quello in cui si prendono meglio le misure e si distinguono le ombre proiettate sul fondo della caverna dalla dimensione reale di ciò che le proietta, bello che sia o brutto. Credo che anche questo sia "diventare grandi" ed è il motivo per cui ho nostalgia del bimbo che ero, senza rimpiangerlo.

venerdì 15 ottobre 2021

Sì, è vero che… (Ma quanta bellezza)

“Pensa a tutta la bellezza ancora rimasta attorno a te e sii felice.”
(Anna Frank)

Sì, è vero che siamo ancora nella coda della pandemia, che le preoccupazioni persistono, che l'incertezza è tuttora sovrana… Ma quanta bellezza abbiamo attorno, in questo scorcio d'ottobre, in queste mattine pungenti e limpide, in questi giorni di sole basso, che scalda la pelle, il cuore, le ossa, fino al midollo.
Sì, è vero che sembriamo divisi su tutto… Ma a ben guardare è una minoranza risicata che si accapiglia per poco, strilla per nulla, mentre altre, moltissime altre si sanno ascoltare e riescono ad avere idee diverse, senza essere offensive, evitando la clava e la scimitarra.
Sì, è vero che ci sono le giornate no e anche quelle boh e quelle forse e quelle non so… Ma pure quelle sì e quelle sì sì e quelle alla grande e quelle in cui tutto profuma di scorza di limone e torta di mela.
Sì, è vero che riusciamo a frequentare poco gli amici… Ma quel poco ce lo godiamo appieno e tutti gli altri possono perdonarci, chiudere un occhio, tenderci ugualmente una mano, perché questo in fin dei conti è l'amicizia: dare più di quanto si riceve.
Sì, è vero che stiamo troppo sui social, che la realtà virtuale è un'attrazione pericolosa, uno sterminato bar in cui sovente ci sentiamo a disagio, come se fossimo stati catapultati lì da Plutone, senza responsabilità alcuna… Ma con il trascorrere degli anni quel bar stiamo imparando a riordinarlo, a costruircelo su misura, a mettere i buttafuori all'ingresso oppure a non presentarci noi, quando non siamo a nostro agio con il resto della compagnia.
Sì, è vero che a tavola non si dovrebbe parlare di calcio e di sport, politica, sesso, religione, soldi, pettegolezzo… Ma che esistenza sciapa sarebbe la nostra, se per timore del confronto ci appiattissimo sulle frasi fatte, sulle posizioni preventive, sui pensieri preconcetti, senza dare spazio al talento, al carisma, alla contrapposizione alta, quella che incalzando ci migliora.
Sì, è vero che abbiamo ciascuno le nostre ombre, i vuoti, i problemi, le ferite, i graffi… Ma sono proprio quelle esperienze che danno spessore alla vita, che ne rimarcano i bordi, che impediscono che si appiattisca, che si atrofizzi, che muoia di indigestione, di abbondanza, di noia.
Sì, è vero che il futuro incerto rende irrequieti e persino spaventa… Ma io ricordo sempre la frase di un grand'uomo, diventato pure santo, la prima volta che s'è affacciato al balcone, di fronte a migliaia di persone con il naso all'insù, esclamando: "Non abbiate paura".

P.S. Sì, è vero che andare a correre costa fatica, specie se per farlo occorre sacrificare la pausa pranzo e la prima mezz'ora è tutta in salita… Ma poi, superata porta San Giacomo, se si volta a valle lo sguardo, ciò che si ammira lascia senza fiato. E non per la corsa.

giovedì 14 ottobre 2021

Chi l'ha dura (Perseverare)

“Sono convinto che circa la metà di quello che separa gli imprenditori di successo da quelli che non hanno successo sia la pura perseveranza.”
(Steve Jobs)

"Volli, volli, ostinatamente volli".
Tu chiamala, se vuoi, cocciutaggine.
Dicono - da Darwin in poi - che alla fine non ce la fa il più forte, bensì chi meglio si adatta.
Io non trascurerei la resistenza. 
Quanti colleghi migliori di me, quanti compagni di scuola dimostravano più talento o carisma, quanti si sono fermati, sul ciglio della strada, prima di arrivare alla meta, di realizzare il loro sogno o un proposito che avevano in testa.
Se dovessi lasciare un messaggio nella bottiglia per i miei figli, affinché trovino soddisfazione nel lavoro e più in generale nella vita, indicherei questi:
  • chiarezza di visione, per capire cosa voglio, qual è l'obiettivo, la meta
  • perseveranza, quell'ostinata volontà di continuare, di non arrendersi, di avanzare a dispetto delle difficoltà, delle delusioni, degli ostacoli incontrati lungo il cammino.
P.S. Dedicato a Nadia, che mi legge di notte e che quello che ha ottenuto, nella vita, lo ha afferrato sbucciandosi le nocche, con le dita, discostandosi dai modelli in cui volevano ingabbiarla e spiccando il volo, lanciandosi nel vuoto e poi prendendo quota. So che sta attraversando un momento lavorativamente non facile e che la stima altrui non basta, per cui dovrà attingere a tutte le riserve di energia. Di una cosa però sono certo: non perderà il sorriso, la freschezza, l'esuberanza. Perché fanno parte di lei. Sono la sua forza, la sua sostanza.

mercoledì 13 ottobre 2021

Amicizia (Camminare accanto)

Non camminare dietro me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico.
(Albert Camus)

Chi sarei mai, chi sarei mai senza gli amici e le amiche che di volta in volta, nella vita, ho avuto accanto, senza lo specchio, il trampolino, la stella polare, il punto d'appoggio che sono stati e che sono.
La vastità del mare calmo e d'un cielo turchese non bastava, lo scorso fine settimana, per contenere la pace del cuore e la tranquillità, la gioia di due giorni insieme agli amici d'infanzia e alle compagne che ciascuno s'è scelto e da cui scelto è stato.
Sono fortunato ad averli in dono e a frequentarli tuttora, pur se dolce è il giogo e la corda che ci unisce in passato a volte è stata tanto lassa da permetterci il giro del mondo, senza mai spezzarsi né esser percepita come vincolo.

P.S. La convivialità della tavola ha pochi eguali, poiché unisce il gusto per le bevande e per il cibo, i profumi, gli aromi. Ammetto però che il mettersi in cammino, passeggiare uno accanto all'altro, è per le relazioni ancor meglio, poiché come le carte del mazzo, il procedere a piedi consente la formazioni di coppie spontanee o di un piccolo drappello, con la possibilità di chiacchierare prima con questo, poi con quello, coinvolgendo tutti, nessuno escluso.

martedì 12 ottobre 2021

Tutte le cose dritte (Discutiamone)

“Tutte le cose diritte mentono (...). Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”.
(Friedrich Nietzsche)

Ti arrabbi, quando a un incontro o a una riunione pochi intervengono, prendono la parola, accendono o continuano una discussione, un dibattito.
"Ma come sì fa?" mi ripeti sdegnata, quasi con un groppo in gola per il nervoso. "Ma come si fa a non dire nulla, a non avere un'opinione, a starsene tutto il tempo lì, in silenzio?".
Si fa. Si può. Accade e lo scandalizzarsene dà sfogo alla rabbia, senza rispondere al quesito.
Ragionare, costruirsi un'opinione, discutere, dibattere, non sono un elemento naturale, qual è l'appetito o il respiro; piuttosto costituiscono un'abilità, una pratica, una capacità, e come ogni capacità va formata, allenata.
Tu, figlia mia, abiti case in cui si è abituati a discorrere, su mille argomenti, anche ad accapigliarsi, alzando la voce, con passione, veemenza persino, tanto che anche i momenti conviviali, quali i pranzi o le cene allargate ad amici e parenti, sono occasioni create e ricercate proprio per questo scambio reciproco.
Non dappertutto è così. Molti sono assai meno coinvolti, meno interessati a scambiarsi pareri, a sostenere le proprie ragioni o a sottoporle al giudizio dell'altro. Non sono né meglio, né peggio: sono diversi e non basta accennare un tema, offrire uno spunto, come pigiare un bottone e partire di slancio oppure lanciare un legno affinché il cane lo rincorra svelto.
Sii comprensiva, dunque, e non farti cadere le braccia, senza però arrenderti.
Ragionare, costruirsi un'opinione, discutere, dibattere, sono infatti una capacità, ma rappresentano altresì una ricchezza e, per come la vediamo noi, un dono. Un dono che facciamo a noi stessi e alla società, alla comunità, a chi ci sta attorno, convinti - qui sì - che ci sia un meglio e un peggio. E il meglio è sempre il dibattito, il confronto, sapere che tutte le cose dritte (cioè, banalizzate) mentono e le verità sono sempre ricurve ovvero per essere riconosciute necessitano di una molteplicità di sguardo.

P.S. Questo post ha un fine doppio: cercare di capire le ragioni di un comportamento, ma anche dare risposta allo sgomento dei vicini di casa, quando ci sentono discutere animatamente, senza cogliere le parole esatte né l'argomento, pensando che ci stiamo accapigliando per chi sa quale litigio, mentre in realtà è un banale confronto su quanto deve cuocere la pasta al sugo o sul nanotalpa di Nietzsche e quale sia il suo muso.

lunedì 11 ottobre 2021

Come un aquilone (Per sempre accanto)

I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto.
(Madre Teresa)

È vero, hai ragione: di notte, in questi tempi, spesso non dormo.
Mi sveglio di colpo, i pensieri inceppano il sonno, mi giro e rigiro finché alla fine mi arrendo, rinunciando al buio, alla speranza di riaddormentarmi subito, all'evitare di fare i conti con pensieri, tarli, preoccupazioni.
Una di esse, lo ammetto, riguarda te, il tuo futuro, la paura da un lato di metterti troppa pressione e dall'altro di non comunicarti quanto sia importante il tempo attuale per costruire qualcosa, per gettare le fondamenta di una felicità che raramente casca dall'alto, quasi sempre è invece fatta di responsabilità, di sacrificio, di impegno.
Sei stato bravo nell'affrontare il liceo, non dandomi eccessivi pensieri, facendo il tuo dovere senza che la scuola diventasse troppo.
Ora però è necessario crescere, fare un gradino in più, comprendere cosa cambia dopo le superiori e applicarcisi con tenacia, impegno.
Credo ti sia goduto una buona estate, che abbia staccato la mente e vissuto più possibile amicizie, passatempi, svago.
Non ti chiedo di rinunciarvi, però - da oggi in poi - di mettere in cima alle tue priorità l’università, lo studio.
Io so quanto può essere difficile, quanto a volte il futuro spaventi o ci si senta schiacciati, anche dall'incertezza, dal timore di non farcela. Ci sono passato.
Alla tua età non avevo punti di appoggio o strade segnate, vagavo spesso a vuoto e ho aspettato due o tre anni, dopo il liceo, prima di mettermi in asse e imboccare un percorso certo, mio.
Non ti chiedo di non ripetere i miei errori, men che meno di dover riuscire a tutti i costi.
Ti chiedo soltanto di provarci, di concentrarti su ciò che conta, di non farti scivolare tra le dita questo tempo senza tentare di metterlo a frutto.
Ti chiedo di provarci non per me, per le mie paure o le mie ansie forse eccessive, ma per te stesso, perché l’uomo che diventerai dipende dal ragazzo che sei, da quanto semini adesso.
Perdonami dunque queste parole invadenti, questo richiamo “all'ordine”, questo condividere una preoccupazione che ho e che non dipende esclusivamente da te, ma richiama le mie di paure, le incertezze, le fragilità della persona che sono.
Non voglio che ti senta schiacciato, semmai soltanto spronato, a fare meglio, a volare alto.
Sapendo che comunque ti voglio un bene infinito, che non c’entra nulla con ciò che fai o farai, ma riguarda ciò che sei e proprio per questo non mi deluderai mai, a prescindere da tutto.
Coraggio allora, non temere nulla, né i quiz, né i test, né gli esami, né il futuro.
Una strada la troverai, questo è certo.
Da oggi mi aspetto soltanto che ci provi, che ti metti in cammino, d’impegno, sapendo che con me non dovrai nascondere o temere nulla, poiché ti sarò sempre accanto.

P.S. A Giovanni. 10 settembre 2021

domenica 10 ottobre 2021

Lo spazio bianco (Contro il vuoto)

Ama i tuoi genitori, se sono giusti e retti: altrimenti sopportali.
(Publilio Siro)

Scrivo poco di te, che sei sempre più grande, maturo, un bel ragazzo che si affaccia al mondo, restando in bilico tra il giovane che sarai e il bimbo che eri e tuttora sei, per qualche aspetto.
Siamo fortunati ad averti con noi: lo credo veramente e per questo lo ripeto spesso, a te per primo.
Mi pare tu stia crescendo robusto, di spalle e di spirito, sereno soprattutto, con quel sorriso ch'è come un uovo che si schiude e mostra un pulcino, con quegli occhi socchiusi a fessura e dai quali esce una luce intesa, che rischiara attorno.
Ti piace giocare a basket, stai meno alla play station rispetto ad un tempo, guardi parecchie serie tv su Netflix ("Teen wolf", la tua preferita da mesi), stai scoprendo l'universo femminile e le relazioni di amicizia, sfruttando la coda di un'estate che per te è stata un parco giochi, un'esperienza unica di crescita e divertimento.
Mi spiace non esserci spesso per te, specialmente adesso, lavorando lontano.
Mi spiace davvero, ma confido che tu cresca forte lo stesso, imparando a contare sulle tue forze e appoggiandoti su più figure, poiché è così che si diventa grandi, che si cresce: in continua relazione gli uni gli altri.
L'unica preoccupazione che ho - lo ammetto - è lo spazio bianco che c'è in corrispondenza della casella di tuo padre, per quel cordone ombelicale troncato da anni di netto e che per una serie di ragioni indipendenti dalla nostra volontà non è tuttora ricollegato.
Vorrei seriamente che invece lo fosse, che tu potessi confrontarti con chi ti ha generato, vorrei che la realtà dei rapporti sostituisse l'incertezza, il timore, la curiosità, il vuoto.
So che avverrà, so che deve avvenire, so che debbo avere pazienza io per primo, per sperare che continui ad averla tu, trasformando la ferita in cicatrice e non infettando un giorno l'equilibrio che ti sei costruito.
So tutto questo, ma pure che meriti di conoscere le tue radici più profonde, qualsiasi esse siano, consapevole che non sei e non sarai mai solo, che ti saremo sempre accanto.

P.S. Sei tornato a casa con il labbro gonfio, per "un pugno" - hai detto - che ti ha dato tuo fratello più piccolo, con il quale c'è un rapporto complesso, com'è normale che sia, considerato ciò che avete vissuto e che si muove a entrambi dentro. Lo annoto qui, per un motivo semplice: forse capiterà anche a te, quando sarai adulto, di trovarti ad affrontare un'incomprensione, un litigio, un conflitto, e dovrai in un istante decidere cosa fare, come comportarti, quali conseguenze dare; allora potrai ricordarti e decidere se ripetere più o meno lo stesso mio atteggiamento oppure se fare l'opposto, valutando il mio errore come pietra di riferimento.
Da parte mia - affinché tu possa un giorno giudicare sapendo il dritto e il rovescio - ho cercato di non istituire un processo sommario, bensì di credere alla ricostruzione che hai fatto, di darti fiducia, tentando nel contempo di sdrammatizzare, di non dare troppo peso al tutto, sapendo che stabilire torti o ragioni è importante, ma sapere comprendere, eventualmente perdonare e ristabilire velocemente i rapporti, le relazioni, lo è di più.