Visualizzazione post con etichetta ricordo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricordo. Mostra tutti i post

sabato 11 luglio 2026

Il cruccio (Tu ci sarai)


Una settimana esatta. È quella che manca al matrimonio di tua figlia, un giorno in cui saresti stato elegante e radioso, di quel sorriso ampio che accende i volti di chi solitamente ha sguardo serio e l’espressione dei duri com’erano duri una volta.
So che dovrei essere soltanto contento, so che Silvia una contentezza piena se la merita, so anche che l’avrà, perch’è da quand’è nata semina dolcezza e a quel giorno con Matteo s’è preparata in piena regola, con quel puntiglio che ha e che ti somiglia. So anche che Roberta e Alberto e tutti noi e gli amici riempiranno ogni spicchio di giornata, lasciando punto spazio per altri pensieri che non siano di festa. E so infine che il cruccio che diventa stretto quanto un groppo, ora, quel giorno si dissolverà, trasformando il tuo bene in presenza, non volendo noi darti un dispiacere così grande da rovinare anche soltanto di striscio la giornata più attesa dalle persone che amavi di più e che ami tuttora. Oggi però lasciati abbracciare stretto, come quando segnava la Juventus all’ultimo minuto e vincevamo la partita, e permetti che la fitta al cuore che sento mi attraversi da parte a parte e mi si chiuda in un singhiozzo la gola, mentre tengo chiusi gli occhi per non far scendere lacrima e ti vedo, ti sento, senza bisogno che tu dica una parola.
Tutto passa, è vero, e anche il dolore si trasforma, non il ricordo di te, che non conosce morte, ch’è soltanto cosa viva.

P.S. Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per ricordarti, tra una settimana. Ma io non so, Loris, se posso farcela. In ogni caso, manca qualche giorno e il tempo per convincermi o per dissuadermi definitamente ce l’hai. Io prometto che nonostante il turbinio del lavoro e degli impegni presterò attenzione e mi metterò in ascolto, certo che - come sempre - mi consiglierai la strada giusta.

domenica 30 novembre 2025

L’età dell’innocenza (Altri tempi, un uomo)

Conoscere è fuori luogo, se per “conoscere” intendiamo la frequentazione assidua, l’incontro fisico.
Se invece ammettiamo che per gli esseri umani basti un lampo che ne illumini uno scorcio e con esso si intuisca nitidamente un tratto autentico e distintivo, e che quella parte possa in qualche modo comunicare l’essenza stessa di un “tutto”, allora si può dire che Emilio Vercellini lo conoscevo e perciò mi spiace che ci abbia salutato.
Lasciando in eredità, per quelli come me, qualcosa di non banale: l’esempio di passione civile e il desiderio, l’audacia di comunicare, di mettersi in relazione, forte delle convinzioni che si hanno, senza preoccuparsi troppo che non garbino o urtino.
In un tempo in cui ciascuno di noi corre il rischio di rinchiudersi nelle proprie eco bolle e di rinunciare a confrontarsi, per ottusità, viltà o sdegno, Emilio era una “penna battente”, capace di bussare a mille porte, prendendo sul serio i social, infischiandosene delle metriche e degli algoritmi, utilizzandoli come fossero mondo reale, con i comportamenti che per decenni, da galantuomo, aveva adottato.
Per usare una metafora, ho sempre avuto l’idea di lui come i primi temerari guidatori di automobile, che ne prendevano la guida come per reggere le briglie d’un cavallo. Ecco perché ci mancherà: perché con lui se ne va pure l’innocenza, quell’innocenza incantata e spiazzante che distingue e insieme accomuna chi è vecchio e chi è bambino.

venerdì 10 gennaio 2025

Come il giorno dilegua (Non è una storia triste)

Sei sempre presente in me, perciò non mi manchi. L’essenza c’è intatta, ma un pezzettino alla volta mi accorgo che te ne vai, i contorni si fanno più sfuggenti, meno nitidi, l’immagine complessiva sfuma, come in quelle foto in cui i pixel mano a mano si staccano, dissolvono.
Diciassette anni. Diciassette anni esatti. “Con dignità, com’era vissuto, è morto ieri mio padre” avevo fatto scrivere sul giornale, il giorno dopo. Poche parole e una fotografia, che quella non doveva mancare e non avevi neppure dovuto ribadirlo, tanto per noi era chiaro, dopo una vita in cui ti arrabbiavi se nel necrologio de La Provincia mancava l’immagine del defunto. Non era curiosità fine a se stessa, bensì desiderio di comprendere l’identità per sapere se lo conoscevi o meno, se meritava una visita, una partecipazione al funerale o nulla, al massimo un pensiero.
Ora tendiamo a farci scivolare via tutto, mentre la tua generazione è stata una delle ultime ad avere dei morti il culto. Io non ce l’ho, semplicemente per ciò che ho scritto allora come oggi: in me tu sei vivo. E pazienza se fatico sempre più a delinearti con precisione. Lasciamo alla tigna del tempo di sbiadire i tratti somatici, teniamo stretti invece i mille momenti insieme, ciascuno dei quali ha contribuito a formare l’uomo che sono. Il buono, soprattutto.

P.S. Giacomo credo ti rammenti bene, Giorgia meno, Giovanni poco poco. Non importa. I tuoi geni sono i loro e, come ruota che gira, hai lasciato spazio per dare nuova linfa. E mi rendo conto che così come stai facendo tu, un giorno quello che si evaporerà sarò io. Non lo scrivo con tristezza, tutt'altro: provando conforto. Che peggio sarebbe se il lutto non si superasse, se la vita non riempisse ogni vuoto, se chi mi vuole bene restasse imprigionato, non guardando avanti, ma soltanto indietro. A caldo infatti tutto brucia, con il tempo invece subentra un sentimento di dolcezza, "naturalmente, come si fa la notte quando il giorno dilegua".

  

giovedì 8 dicembre 2022

Non è mai (Troppo tardi)

Se ne sono andati in molti, con alcuni sono stato anni fianco a fianco, per lavoro.
Antonio Marino, Marcello Dubini, gli ultimi in ordine di tempo, uno a La Provincia, l’altro al Corriere di Como.
Due persone diverse, unite dallo stesso mestiere, il mio.
Se non ne ho scritto prima non è per distrazione o indifferenza, bensì per evitare il rischio che parlando di loro mi mettessi al centro della scena io.
Un pericolo che - non conoscendolo - non corro con il terzo degli “strappati da casa”, Roberto Pelucchi, cinquantenne, bergamasco.
Di lui parecchi hanno raccontato, in troppi con un punto comune: il rimpianto.
Un rammarico di volta in volta e da persona a persona diverso, ciascuno però egualmente intenso: il dispiacere di essersi negli anni allontanati, l’aver lasciato che una sciocchezza dividesse, il rimandare troppo a lungo una telefonata, un messaggio, un degno congedo.
A loro, a tutti loro, il peso d’una sentenza.
Per noi, per tutti noi, la possibilità di essere ancora in tempo, sfruttando magari le feste imminenti per l’occasione che sono, che offrono, che rappresentano, di riannodare i fili, archiviare i malintesi, scrivere, parlarsi, riaprire una porta, chiudere un cerchio.

P.S. Sul rischio dei memoriali ho già detto.
Esistono però le eccezioni, chi - pur parlando inevitabilmente di sé - riesce a trasmettere qualcosa di universale, di buono, di vero. Come ha fatto Mattia (Feltri), scrivendo a Cesare (Zapperi), ricordando Roberto.
Caro Cesare,
vengo qui per ringraziarti dei tuoi ricordi di Roberto, Pelù, come lo chiamavano alla Gazzetta, o Pel, come lo chiamavamo noi a Bergamo Oggi, e per ringraziare Paolo Marabini e gli altri che ne hanno scritto, magari pubblicando quella magnifica foto di gruppo in bianco e nero che credo stia sulle scrivanie di ognuno di noi, e che denuncia gli anni dalle facce di quelli che non ci sono più, il nostro caro Ennio Arengi, e ora Roberto, che era il più piccolo di tutti noi, e quel volto bambino che ha conservato nei decenni, quel sorriso esplosivo sono ormai una coltellata.
Ti vorrei consegnare, caro Cesare, la mia piccola testimonianza di quegli anni con Roberto, che arrivò da noi non ricordo più come, ma tutti lo adottammo – noi lì dentro fummo tutti adottati e tutti adottammo – e per la nostra parte lo prendemmo in cura Alessandro Dell’Orto e io. Come sai, Alessandro e io facevamo coppia fissa, ci eravamo conosciuti al ginnasio nel 1982 e ci eravamo ritrovati nella stessa redazione. Quel faccino di ragazzo transitato dal liceo al giornalismo – allora succedeva ancora – ci aveva, noi poco più che ventenni, come consegnato una dimensione di maturità, ce l’eravamo consegnata da soli, e prendemmo Pelucchi e ce lo portammo con noi nelle nostre lunghe serate fra pizzerie, birrerie, discoteche. 
Sempre in giro in tre, con Roberto che si prende la prima sbronza, fuma la prima (e credo ultima) sigaretta, una specie di esordio nel mondo degli adulti, e oggi qui potrei impilarti una serie di aneddoti strepitosi, come la volta in cui, era la festa della donna, e noi non lo sapevamo, ci ritrovammo in un ristorante, in un tavolo di centro di una sala occupata soltanto da compagnie di donne, e tutte si alzarono e ci portarono rametti di mimosa, una celebrazione al contrario, e Roberto nel tagliare la pizza fece pressione sul piatto malriposto, e la pizza gli si rovesciò sulla camicia, procurandogli un tondo di pomodoro che si portò addosso per tutta la sera.
Potrei, ripeto, raccontartene mille: partivamo alla sera dopo il lavoro, e giravamo in lungo e in largo, in quei percorsi di provincia dove incontri sempre qualcuno che conosci, e rincasavamo non prima delle tre o delle quattro, ogni notte, per poi tornare al lavoro alle otto di mattina, perlomeno io che facevo la giudiziaria. Nel 1992, Roberto, Alessandro e io andammo a Londra. Treno a Bergamo, Tgv a Milano, una notte a Parigi (scendemmo alla Gare de Lyon e prendemmo un taxi per Place de la Bastille, ignorando che distasse cinquecento metri, e il tassista impazzì, cominciò a ripetere a raffica “Dieummerde, dieummerde”, e andò a rifarsi un parafango su una barriera di cemento), la mattina dopo treno per Calais, traghetto per Dover, treno per Londra, metropolitana per Highbury and Islington, dove eravamo ospiti di un amico che aveva affittato casa da un ex fidanzato di Holly Johnson, il grande frontman dei Frankie Goes to Hollywood. 
Una volta si viaggiava così. Non so se fosse meglio o peggio, ma per noi fu una irripetibile e fantastica festa mobile, e sarei un farabutto se negassi che Alessandro e io facemmo a Roberto scherzi di ogni tipo. Sul Tgv lo convincemmo a dire “cochon” alla hostess, spiegandogli che significava tramezzino al prosciutto, e quella si trattenne a stento dallo schiaffeggiarlo. O quando a Londra prendemmo degli hamburger, credo a Covent Garden, e siccome lui lo voleva senza cipolle gli dicemmo che doveva dire “with onions”, e più quella gli metteva cipolle più lui gridava “with onions”, e infine si arrese e arrivò al tavolo con mezzo chilo di cipolle nel suo panino. 
Se devo pensare ai dieci giorni della mia giovinezza, sono quei dieci giorni londinesi, che sacralizzarono la nostra amicizia. 
Andò avanti così per qualche anno, in una frenesia, in un’ansia assurda di vita, finché Roberto non decise che era tutto finito. Scrisse una lettera ad Alessandro e a me, una lettera magnifica che mi maledico di non trovare più. Scrisse che quella fra noi tre era stata un’avventura straordinaria, ed era felice d’averla attraversata, ma per lui era chiusa lì. Troppo piena, troppo tambureggiante, e con noi due, con Alessandro e me, che eravamo e continuiamo a essere fratelli, si sentiva sempre un po’ troppo ai nostri margini o sempre un po’ troppo nel nostro fuoco. Doveva riprendere fiato.
Ormai ci si vedeva solo al lavoro, e si rideva e si cazzeggiava come sempre, ma una stagione era scivolata via. Il giornale chiuse. Io sono andato prima a Milano, poi a Roma, e non ho mai più rivisto Roberto. Mai più. Ho pensato a lui tante volte, e ogni volta ho rinviato. 
Una settimana fa, proprio mercoledì scorso, sono venuto a Milano per lavoro e a una cena sono stato avvicinato da una collega di Roberto alla Gazzetta. Mi ha spiegato tutto, mi ha detto che era ricoverato, che l’operazione era andata bene, che se gli avessi mandato un messaggio ne sarebbe stato felice. Ho aspettato qualche giorno, ma qualche giorno di troppo. Un’altra volta.
C’è un’espressione banale che adesso mi sembra avere una forza dirompente: con Roberto se ne va un pezzetto di me. Ma sono stati anni grandiosi, Robertino. E queste poche righe sono quanto resta di noi.

venerdì 28 ottobre 2022

Il posto più sicuro (Ora e qui)

"La memoria è vita"
Saul Bellow

Seguo passo passo impronte delle persone a cui tengo e mi trovo a tastare con le dita il loro calco, nel punto esatto in cui s'intrecciano.
È capitato anche oggi, in occasione di un anniversario identico, pur se traslato nel tempo, tra due amiche che non si conoscono e che hanno perso il padre a quindici anni di distanza, lo stesso giorno.
Riporto qui le loro stesse parole, poiché non saprei descrivere meglio il sentimento che provano e ch'è comune a molti, a tutti coloro che hanno sperimentato la vicinanza della morte e l'eco di un dolore affine, gemello ad ogni essere umano.

Un anno senza più vedere il tuo viso, senza più sentire la tua voce, senza che il telefono suoni cento volte al giorno e dall'altra parte senta "Anto...".
Un anno lungo e faticoso, un anno vuoto, nonostante pieno di mille impegni e cose da sbrigare.
Un anno in cui non c'è stato un solo giorno in cui non ti abbia pensato, non Vi abbia pensato.
La sera soprattutto, nel mio letto, dove le lacrime possono scendere liberamente senza che nessuno mi veda.
Mi sento sola anche se sola non sono, piccola anche se piccola non lo sono più.
Vado avanti sì... Per forza... Perché devo farlo e perché il tempo scorre inesorabile e non posso fermarlo anche se lo vorrei tanto.
Ma è tutto diverso, tutto più difficile, tutto più vuoto... Anche i miei sorrisi non sono più gli stessi.
Ho perso il mio ruolo di figlia e non posso più chiamare né mamma né papà.
Invidio chi lo può ancora fare.
Vi porto sempre con me, nel mio cuore, che è il posto più sicuro in cui lasciarvi e da cui non Ve ne andrete mai.

Oggi sono sedici anni che mio papà è mancato.
La sera prima che morisse l’ho visto piangere... Per la prima volta nella mia vita. Ma le sue non erano lacrime di paura per quello che sapeva succedere di lì a poco.
In quelle lacrime c’era il suo tornare “umano”, perché un figlio vede sempre nel proprio padre un supereroe.
Ho trascorso l'ultima notte accanto a lui e le sue ultime ore a carezzargli il viso, cercando di liberarlo dal “peso” di dover essere il nostro supereroe fino alla fine.
Era giusto che potesse sentirsi umano... figlio... bambino... come forse per la vita che aveva vissuto non aveva potuto concedersi di fare fino a quella sera... Non potrò mai dimenticare la lezione che mi ha dato con quelle lacrime.
Non sono triste, perché lui è qui. E qui continua a vivere.

P.S. La morte dispiace sempre e ciascuno l'affronta a modo proprio, senza risposta al perché d'un tale dolore, che resta un mistero. Unica consolazione, pallida e vivida al tempo stesso, è la possibilità che concede la memoria, di tenere chi è caro con sé, nel modo più intimo: un dono inestimabile, che però paghiamo caro, finché la ferita diventa cicatrice e il dolce si mangia l'amaro.

sabato 5 febbraio 2022

Un passo avanti (Chiudere il cerchio)

Ho imparato a lasciare la presa molto tempo fa, dovrei farlo ancora, con te, anche se non sono pronto.
Non lo si è mai.
Faccio così, inverto la direzione, per lasciarti sì, ma non indietro, bensì avanti, sempre un passo, dove riesco a scorgerti, quasi a sfiorarti, a toccare con mano l'essenza che sei, ciò che rappresenti per me, per noi.
La tristezza - lo sai, l'hai provata - è un drappo greve, che tutto ammanta e persino soffoca se si orienta la mente al centro dell'abisso, sentendo sulla pelle, nelle viscere, la presenza del nulla, l'assenza di un dopo.
Scaccio con le mani il pensiero, come insetto fastidioso, punto i piedi saldi al suolo, chiudo gli occhi e vedo dove sei, dove ti ho lasciato, guardando insieme la fotografia che i nostri figli l'altra sera hanno scattato, ritrovandosi insieme, continuando una tradizione che ci precede e che ha reso anche noi felici, quando è stato il momento.
Sono loro la consolazione e il senso, il motivo per cui ti vedo innanzi a me e non da solo. Come mai soli siamo noi, finché tu sarai ago e il bene che ci vogliamo il filo.

P.S. Oggi è il compleanno dì Giorgia, il regalo più bello l’hai fatto tu, con la lettera che hai lasciato, a lei, a noi, alla nostra famiglia "allargata".
La conserviamo preziosa.
Nella tua saggia essenzialità hai saputo cogliere il meglio di ciò che siamo, l'unica eredità che vorrei i nostri figli portassero in dote, patrimonio e testimonianza di un dono inestimabile, infinito, che non c'entra nulla col denaro e rende ricchi, ricchissimi, con poco, vivendo quella dimensione di accoglienza, di ospitalità, di convivialità che "ha contribuito a conoscerci, a valutare i nostri pregi e difetti, a cementare gli affetti, a conoscere persone nuove, a confrontarci e a volte scontrarci su vari temi, ma senza serbare rancori di sorta, ha sempre prevalso il sorriso. Quel sorriso che contagia il cuore di fiducia e vedo nelle foto dei ragazzi, quando si ritrovano".
Vedi. L’ho detto, eri avanti. Hai scorto prima ciò che poi si è realizzato.

venerdì 5 febbraio 2021

Occhi fissi sul campo (Spalla a spalla, a Italo)

Perdonami. Perdonami figlia mia se nel tuo giorno di festa ho il cuore cupo, striato dal dolore di persone care, che soffrono.
Conoscevo Italo da una quindicina d'anni, da quando tuo fratello Giacomo era voluto andare a giocare a calcio in una categoria superiore, dimostrando già allora un'ambizione insospettabile per quel carattere in apparenza imperturbabile, cheto.
Quel mondo Italo lo frequentava a suo agio, essendosi messo anch'egli alla prova spesso, per decenni, sul campo e in panchina, roccioso e arguto nel contempo.
Entrambi genitori di figli in calzoncini corti e alti poco più di un metro, siamo stati sovente spalla a spalla, due volte la settimana almeno, da settembre a giugno, pioggia o sole o vento, alle partite o di fronte al cancello, terminato l'allenamento.
Ero io ad andare a cercarlo, perché sapevo che mi aspettava volentieri, in tribuna o a bordo campo. Lui conosceva il mio stile garbato, io apprezzavo i suoi lunghi silenzi, concentrato a osservare il gioco, e ancor più le occasioni rare e preziose in cui apriva bocca, per esprimere sottovoce un commento, un giudizio mai banale, lapidario.
I giorni più luminosi erano quelli in cui accanto a noi arrivava un altro padre, Piero: non soltanto il suo migliore amico, ma l'emblema stesso dell'amicizia che può esserci tra due persone, quel miracoloso vincolo che si crea a dispetto delle differenze, anzi, forte in modo direttamente proporzionale alle diversità di stile, di gusto, di carattere, di fisico.
Italo e Piero. Piero e Italo. Massiccio e pratico e interista uno; esile e fantasioso e milanista l'altro. Insieme, uno spettacolo. Di ironia, sarcasmo, soprattutto di bene, stima, affetto.
Italo se n'è andato in questo giorno mite di febbraio, spezzato in nemmeno quattro settimane da quel virus che - sbagliando - credevo avessimo ormai imparato a tenere al guinzaglio, almeno per le persone vicine, per coloro che non penseresti mai possano essere estratte a sorte dal mazzo.
Un lampo di sgomento, che mi ha riportato a dieci mesi fa, al dolore di altre persone care, a Luciano, alla sua famiglia, a quella di molti colleghi bergamaschi, al dramma identico di questa epidemia che non vediamo l'ora sia finita, illudendoci che stia tutto tornando normale, anche se di normale c'è nulla o poco.
Per questo sono così, nel giorno del tuo ventunesimo compleanno, perché non riesco a non pensare a Stefano e Irene e a Rossella, i figli di Italo, che hanno più o meno la tua età e a Giovanna, sua moglie, e a Piero stesso, schiacciati da un vuoto che è come un manto, di piombo.
Un dolore ingiusto, che non ha motivo, mai, per nessun essere umano, da che mondo è mondo.
Un dolore che si unisce all'apprensione di altre persone che mi sono vicine e in questi mesi vivono la morsa di un altro male, combattendo tenacemente ma accusando spesso il colpo, com'è comprensibile, non essendo noi fatti di gomma, avendo crepe pure quando non le mostriamo.
Per questo aspetterò che ti addormenti, Giorgina, per venire a osservarti un minuto, nonostante il buio, ascoltando il tuo respiro, calmo, piano, chiudendo gli occhi, cercando di sentire in quel momento ancora Italo vicino, spalla a spalla, come quando eravamo in tribuna di sperduti campi, e so che non lo guarderò, non riuscirò a guardarlo, continuerò a tenere lo sguardo fisso sul prato, per non commuovermi, e gli dirò quello che non sono mai riuscito a dirgli ma che lui sapeva, perché era un uomo acuto, oltre che buono. Un uomo che sono orgoglioso di avere conosciuto e di considerare per sempre amico.

domenica 10 gennaio 2021

Un medico, un uomo (I dottori sono bravi se indovinano)

Un salto in lungo, a scavallare l'anno, dalla vigilia di Natale fino ad oggi, che è un giorno speciale, quello in cui tredici anni fa se ne andava mio padre, anche se "andarsene" non è verbo adatto, poiché lo sento accanto a me, ogni momento.
Per uno dei riccioli che ricamano le coincidenze trasformandole in destino, poche ore fa, ieri, è morto Giovanni Sassi, che di mio padre era coetaneo, oltre che medico.
I dottori, si sa, sono bravi se indovinano, e lui con mio padre aveva azzeccato tutto: la prima diagnosi della malattia, l'aspettativa rassicurante di vita dopo il primo tumore, la preoccupazione per il secondo, risultato fatale cinque anni dopo.
Ecco perché alla simpatia personale aggiungo la stima per il professionista che è stato, con i pazienti di poche parole e ieratico, salvo rivelarsi colto, curioso e addirittura civettuolo per certe sue passioni, conosciute soltanto dai famigliari e dagli amici più intimi, con i quali restava asciutto, ma altrettanto sagace, pronto di spirito.
Figlio a sua volta del medico condotto (Roberto) e fratello di un altro storico dottore di famiglia (Ulisse), "Giannetto" ha vissuto l'epopea dei miracoli della tecnica, con l'evoluzione vertiginosa della scienza applicata al campo sanitario, senza però abbandonare il fondamento filosofico e quelle pratiche millenarie che hanno permesso agli uomini di prendersi cura dei loro simili, ascoltando, auscultando, tastando, osservando.
Fino a quando è andato in pensione sono stato suo paziente io stesso e non dimenticherò mai l'odore del suo studio, la concisione garbata delle sue visite, la disponibilità ventiquattr'ore su ventiquattro.
Avevo immaginato per lui una vecchiaia serena, nella sua bella casa in stile inglese al centro del paese, seduto su una sedia a dondolo, sotto un albero, in giardino.
Il destino ha voluto diversamente e voglio ostinarmi a pensare che sia giusto così, anche se per chi gli voleva bene è impossibile crederlo, desiderando di averlo accanto ancora un ventennio. Il Covid ha accelerato tutto, rendendo abisso il solco che un male peggiore aveva già scavato e che lo avrebbe fatto deragliare pian piano, impedendogli di continuare il mestiere che non ha mai smesso e di essere ciò che è sempre stato: un medico, un uomo.

P.S. Al figlio Riccardo, di cui sono amico, ma anche agli altri figli, Maria e Roberto, così come ai molti nipoti e soprattutto alla moglie Camilla va il mio abbraccio. Immagino quanto sarà arduo questo tempo, però so che anche loro, come capita a me con mio padre, passato il turbine del dolore lo sentiranno ancora accanto, ogni momento. 

mercoledì 15 luglio 2020

Le bionde trecce (Ciao Laura)

Nelle fotografie sbiadite in bianco e nero il biondo non si vede, ma si intuisce. Ti si distingueva così, anche da lontano, quando avevi vent'anni e giocavi uno sport che non era ancora lavoro, che non lo sarebbe mai stato, perfino nelle stagioni in cui i soldi per giocare te li davano davvero.
Tu appartenevi alla generazione precedente, quella degli allenamenti in palestre spesso diverse, prese in prestito, alle otto di sera, per consentire a tutte, commesse e impiegate, di arrivare in tempo.
Sei sempre stata così, in bilico. Tra un ruolo e un altro, tra un'epoca e l'altra, nella vita, come nella pallacanestro.
Quando ieri l'altro ho letto che te ne sei andata, oltre al dolore, allo sgomento, ho pensato che questo è proprio un anno strano, in cui tutti abbiamo avuto il timore di morire e debbo salutare persone mai godute appieno, eppure apprezzate, che hanno lasciato qualcosa di indelebile, nel tempo.
Ricordo gli infiniti momenti insieme, prima che la Comense diventasse il colosso che è stato e che poi crollasse, in uno schianto che non cancella le imprese sul campo.
In quella squadra tu sei stata l'anello di congiunzione, riuscendo a esserci sia quando si lottava per non retrocedere, sia nel momento in cui si puntava a coppe e scudetto: una giocatrice di sostanza, più di volontà che di talento, messa alla prova dalle fuoriclasse che all'inizio degli anni Novanta arrivavano, capaci tra mille distanze di fare gruppo e lasciare qualcosa di buono.
Eri bionda, ma non dentro. Per entrare in confidenza ci ho messo parecchio, nonostante ti vedessi praticamente ogni giorno e non ci fosse una gran differenza di età. Avevi parole misurate, spesso la durezza del volto, che si illuminava soltanto a tratti e in quel caso era come uno sciogliersi, un commuoverti pure quando ridevi, di gusto.
Ti ricorderò sempre così, Laura, con la tuta da basket o in piedi, al chiosco di Viale Varese e poi di Brunate. Come l'ultima volta che ti ho incontrato e non hai voluto lasciarmi andare prima di aver chiacchierato, prima di avermi parlato di Alice, di avermi offerto la colazione e ricordato qualcosa di buffo.
L'ultimo "terzo tempo" l'hai concluso con un'uscita di scena senza palleggio, lasciando tutti noi con il naso all'insù, a guardare la retina vuota del canestro, con però nel cuore l'esempio della lottatrice che sei stata e che dobbiamo essere anche noi, per andare avanti quando invece la tentazione sarebbe di fermarsi, guardando soltanto indietro. 


mercoledì 8 luglio 2020

Lo stile fatto persona (Buon viaggio Alberto)

Silenzio. Paralisi e silenzio per quest'ingiustizia che ti è capitata, il tuo lasciarci qui, senza parole da dirci, a ciglio asciutto, con il pudore delle lacrime trattenute (che di versarle hanno diritto le persone che ti sei scelto e che ti sono state accanto, prima, dopo e durante la malattia).
Oggi resto così, oggi riesco a dire nulla, oggi non posso neppure immaginare il dolore di Filippo, Arianna, Enrico, di Rossana. Un terremoto che sconquassa, un cielo nero che ammanta ogni cosa, un lama affilata che incide il petto e resta conficcata.
Non ti sono mai stato così intimo, né voglio sembrarlo ora, però ti conoscevo, soprattutto provavo per te affetto, simpatia, persino un po' di invidia, anche se l'invidia è il peccato che mi appartiene meno e sarebbe più corretto definirla ammirazione, stima.
Per venticinque anni - da che ci siamo incontrati la prima volta - ho considerato la tua famiglia "gemella" alla mia, per il tipo di coppia, per i figli avuti quasi in sincronia, anche se nelle fotografie voi siete sempre venuti meglio, un quadro che era per me una meraviglia e mi ha sempre fatto sentire un po' "sgaruppato", come se tra le doti tu avessi in più lo stile, l'eleganza.
Lo stile. Per me lo stile è e rimarrà sempre la tua cifra. Per le montature degli occhiali, per il modo di vestirti, per la postura del corpo, per il garbo con cui glissavi le cattiverie, per la dignità con cui affrontavi il male, la sfortuna.
Un'unica consolazione mi rimane: quella di ricordarti per sempre così, giovane, unita alla certezza che i tuoi figli porteranno fieri il testimone della tua presenza sulla terra.
Buon viaggio Alberto e scusa se ho avuto il coraggio di dirti il buono che pensavo di te soltanto quando ormai si intuiva "oltre il fumo umido del nebbione che ci avvolge, rosso, il disco della tua stazione".


lunedì 11 maggio 2020

Cinquanta e cinquanta (Contro il senso di ingiustizia)


C'erano campi di grano verdissimi, a perdita d'occhio, dietro il cimitero.
Luciano lo hanno salutato lì, soltanto i parenti stretti, in un bel giorno di maggio, uno di quelli in cui c'è il sole e fa caldo, ma appena lo vela una nuvola senti l'aria nella schiena e devi coprirti di nuovo.
"Che senso di ingiustizia" ha scritto la figlia Manuela, rimarcando un sentimento che ho provato anch'io, pensando a tutti gli anni di lavoro e ai pochi mesi - dodici in tutto - nei quali è riuscito a godersi la pensione, dopo una vita passata in ginocchio, a mettere piastrelle e farsi in quattro.
Nelle ultime due settimane non ho scelto il mutismo, è il mutismo che si è imposto, facendo da groppo, come accade quando troppo amaro e indigesto è il boccone che viene fatto masticare dal destino.
Passerà. Passa sempre tutto. Cresceranno i nipoti Nicolò e Tommaso, sopravviveranno le figlie Manuela e Stefania, finirà le lacrime pure la moglie Lia, che tre giorni prima aveva compiuto quarantatré anni di matrimonio tondi tondi e fino alla fine, come tutti, aveva sperato nel miracolo.
Passerà. Passa sempre tutto, per la famiglia di Luciano o per quella di Annalisa, la mamma di Nicola, anch'essa portata via d'improvviso dal virus che ha sconvolto la nostra esistenza, pretendendo da alcuni un tributo salatissimo.
Passerà. Passa sempre tutto, tranne il senso di ingiustizia e la dolcezza del ricordo, quel legame d'amore che intreccia le storie di ciascuno e - finché c'è vita in chi li ha conosciuti - non li fa mai morire del tutto.
Passerà. Passa sempre tutto, però non è questa l'ora, non è questo il giorno.
Per oggi, per domani, per dopo e credo per molto tempo ancora resterà il ricordo e un silenzio che non è vuoto e neppure semplice assenza di parole, bensì un profondo, intimo, affettuoso abbraccio.

P.S. C'era il sole mercoledì, quando è stato salutato Luciano. C'era anche il pomeriggio di tredici anni fa, nel giorno in cui abbiamo accompagnato Gianni, portato via da un altro male, subdolo. Arnaldo, suo amico vero, me lo ricorda mandando una fotografia, in cui è sorridente, zaino in spalla, pronto per cominciare un viaggio. "Chissà Gianni quante cose ti sei portato in quello zaino" commenta. A me invece piace pensare il contrario, che abbia lasciato qui tutto, e che non sia in nessun luogo diverso da quello in cui sono anch'io, noi, tutti, ora, subito. Per quanto riguarda l'al di là infatti nessuno ha certezze, né che ci sia né che non ci sia, è un cinquanta per cento di probabilità, tondo tondo. Ma se c'è, penso, oltre a quella dello spazio non esiste neppure la dimensione del tempo, è un eterno presente, in cui siamo appunto tutti... presenti, adesso, e non manca nessuno.

mercoledì 23 ottobre 2019

La nonna bambina (Prima che sia tardi)


"I filari di pomodori sono pronti, così pure i cespi di lattuga, le piantine di basilico, il rosmarino.
La cicoria no, verrà piantata nel fine settimana prossimo venturo.
Vangare l'orto è stato il regalo per la festa della mamma che ho fatto a mia madre. Venti metri quadri di giardino fuori casa che lei, con puntiglio e senza eccessivo entusiasmo, coltiva ogni anno.
La osservavo domenica, alle prese con le erbacce, zappino in mano, distratta per qualche ora dagli acciacchi e dalle malinconie dell'età, mentre pensavo che ci sono feste più ingiuste di altre, poiché figli lo siamo tutti, mentre madri alcune donne non lo diventano, chi per scelta, chi per un capriccio del destino, chi per disgrazia".

Ho ripescato queste parole scritte a maggio di quattro anni fa e sparite, dimenticate in un anfratto da talpa di questa prateria tecnologica.
Mi fanno tenerezza, specie quando descrivono mia madre, la cui età per me s'è fermata in una data indefinita di venti o trent'anni fa.
Lei nel frattempo è invecchiata, io non me ne rendo conto, osservandola settimana dopo settimana e non cogliendo quelle differenze che, ne sono certo, mi impressionerebbero se guardassi due sue fotografie, una scattata dieci anni fa e una ora.
Con lei sono spiccio, sbrigativo, solerte nell'invitarla all'azione, scherzandoci sopra, sostenendo che lo faccio per lei, per tenerla vispa.
La verità è che la gusto poco, resto in superficie, non mi "collego" come dovrei, affinché l'esperienza comune sia intensa, vissuta.
So che lo rimpiangerò, che prima o poi non ci sarà più o non godrà di una salute dignitosa, e me ne pentirò, mi renderò conto di tutti gli "avrei potuto" sprecati, scivolati via.
Rimediare ora, ripromettersi chissà quali cambi di rotta so che sarebbe una bugia.
Mi limito a un impegno, da qui alla prossima settimana: di starle accanto un po' di più, di non avere fretta, di guardarla con occhi di comprensione, di ascoltarla, di goderla, di abbracciarla più a lungo di quanto faccio di solito, quando la tengo tra le braccia e chiudo gli occhi e sento la pelle della sua guancia morbide attaccata alla mia, e mi pare che d'un lampo non sia più una mamma, una nonna, ma sia diventata di nuovo bambina.
Devo farlo per lei, per me e più ancora per rispetto delle persone che vorrebbero farlo con la loro e non possono più, perché il tempo ha già fatto da cesoia e non concede nessun miracolo, almeno su questa terra.

(A proposito di "nonna bambina", la vera "nonna bambina" credo sia la mamma di Fulvio e Danila, che con l'età e il male che ne contagia la mente è diventata d'una dolcezza infinita).

venerdì 18 ottobre 2019

A occhi chiusi (Darsi pace, un dono prezioso)


"Sono un paio di giorni che soffro come un cane" mi hai scritto, per il cruccio che ti porti dentro, "non avere figli, il tormento di una vita, la ferita più grande, il desiderio tradito".
Ascolto ciò che dici, incapace di aggiungere altro, sapendo che nessuna parola potrebbe rammendare lo squarcio che hai dentro, consapevole che in questi casi è già molto stare in silenzio, mettere una mano sulla spalla, idealmente o dal vivo, chiudere gli occhi, come mi capita spesso, replicando tale e quale l'espressione di mio padre, come la ricordo.
Di fronte al dolore altrui sto così, a palpebre abbassate, come se il buio possa contenere lo strazio, fare da scudo.
Ti sono vicino, cerco di esserlo con chiunque condivide con me un vuoto, anche se non sempre ho la capacità di comprendere quant'è vasto, profondo.
La sofferenza, pure per me, come per qualsiasi essere umano, resta un mistero, confido però in ciò che hai chiosato, concludendo il messaggio e aprendo le pagine di quello che potrebbe essere un libro: "Devo soltanto dirmelo a voce alta e darmi pace".
Darsi pace. Un dono prezioso, un riaprire gli occhi, dopo avere pianto tanto. Un regalo d'umanità, che ci meritiamo.

giovedì 30 maggio 2019

"Paraculi imperant" (Addio Maurizio)


Se n'è andato solo, come presumo sia sempre vissuto, pure quando era in mezzo alla gente, su un trespolo ad arbitrare partite di pallavolo, sul sedile di un pullman o di un taxi, dietro la scrivania di una redazione, non a caso dando le spalle a tutti gli altri, tra pile di fogli e di fronte soltanto il computer acceso e un pezzo da scrivere, mai finito.
La prima ed unica volta in cui ho stretto la mano a Maurizio Del Sordo è stata alla fine del 1987, io giovane aspirante collaboratore de "La Provincia", lui appena assunto e assegnato al settore delle cronache locali. Debbo a lui alcune nozioni che mi si sono stampate a fuoco (l'accento acuto che va sul "perché", la differenza di utilizzo tra il "ma" e il "bensì"), mentre altre le ho scordate in tempo zero (come distinguere un maresciallo da un brigadiere o da un tenente dei Carabinieri osservando le mostrine sulla divisa).
Nei corsi e ricorsi professionali me lo sono ritrovato accanto in mille occasioni, limitandomi alla cortesia di coloro che non si sporcano le mani, di chi è bravo a parole ma non entra in relazione vera con l'altro, specialmente quando l'altro è spesso trasandato, un uomo di un quintale e passa con la faccia da bambino, il maglione sempre identico, le manie e quel modo lunare di porsi, che non si capisce mai se c'è o se ci fa, se lo sciocco è lui che parla o io che gli do ascolto.
Maurizio se n'è andato ieri, senza esserci mai realmente "stato", come avviene a tutti gli strani, i timidi, gli eccentrici, i disperati, gli anticonformisti, bizzarri, stravaganti...
Di lui mi rimarrà il senso di colpa per non essergli mai stato vicino, veramente, e alcune battute caustiche, per prima questa, che mi ripeteva spesso, facendo il verso a un motto trito e ritrito, per irridere di volta in volta coloro che scuotendo il capo sentenziavano: "Mala tempa currunt": "Mala tempora currunt... Paraculi imperant" chiosava lui.
Non l'ho mai detto a Maurizio, ma tra quei "paraculi" ho sempre sperato di non esserci io, anche se in fondo è impossibile e alla fine o si è come lui, lontani da questo mondo in tutto e per tutto, oppure un po' "paraculi" lo si è sempre.
Importante è esserne consapevoli, non suonare falsi o ipocriti e ricordarsi che per un Maurizio che non c'è più altre decine di Maurizio ci vivono accanto e scivolano via, tra l'indifferenza, ogni giorno.

giovedì 25 aprile 2019

Dentro me vivi sempre (parlarsi senza usare la voce)


Venticinque aprile. Che sia davvero una "liberazione", dai cattivi pensieri, dagli affanni inutili, dalle distrazioni vane, dalle priorità capovolte, dalle divisioni dannose.
Venticinque aprile e tu non ci sei più, a ricordarmi che i gesti contano più delle parole, che la generosità è moneta che paga sempre, che una mano basta per proteggere i figli, perché con l'altra occorre spingerli.
Venticinque aprile è un vaso vuoto quando perdiamo il desiderio di valori condivisi, quando crediamo di essere migliori degli altri, quando saliamo sul piedistallo e tutti ci sembrano piccini.
Tu non avevi questa tentazione, nessuno ti ha innalzato mai, tanto meno lo hai fatto da te stesso, restando l'uomo a cui non pesava la fatica delle braccia, anche se compravi e leggevi tre giornali e sapevi distinguere i "poveri" da chi banalmente non ha soldi, dai disperati.
Non so perché mi sei venuto in mente, senza un motivo apparente, una ricorrrenza personale.
Forse succede perché se sbando sei la mia stella polare oppure perché attraverso ciò che provo io possano trovare consolazione pure gli altri, coloro che vivono in affanno, che hanno timore di perdere le persone care.
Le persone care non le perdiamo mai. Possiamo non vederle, ascoltare la loro voce, parlarci, ma vivono dentro noi, sempre.
Proprio come te, che ritrovo talvolta allo specchio, nei tratti del viso che cambia e finisce con l'assomigliarti, che nella mia testa parli senza usare la voce, quasi sempre senza chiedere il permesso, spesso facendo capolino con i tuoi motti, le frasi lapidarie.
Dentro me vivi sempre, anche se non ti cerco nelle fotografie, se piango mai o raramente, se non ti nomino di frequente. Tranne oggi, in questo venticinque aprile in cui dovremmo essere tutti uniti invece ci dividiamo e io, per sapere dove andare e come comportarmi, devo ricordarmi da dove sono arrivato, chi mi ha messo al mondo e insegnato a camminare.

sabato 15 dicembre 2018

Trent'anni (Il sorriso sempre uguale di Stefano)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/36308250791/in/album-72157687348976625/
Oggi sono trent'anni che ti abbiamo accompagnato al cimitero. L'avevo scordato e me ne sento in imbarazzo, pur se a date e ricorrenze concedo poco peso.
Sono già passati trent'anni e ti debbo molto, compreso il mestiere che faccio e dunque l'uomo che sono diventato, mentre tu sei rimasto un ragazzo e quando chiudo gli occhi non hai una ruga, né un increspatura del volto, un capello bianco e ridi, di quel sorriso limpido che ti ha sempre distinto.
Siamo stati compagni di classe al liceo, amici tra i banchi, nei pomeriggi dopo la scuola, in redazioni grandi tre metri per due, in cui mancava tutto tranne il desiderio e la passione di inventarci un lavoro.
Sono passati trent'anni, che tu non hai vissuto, se non accanto a chi ti voleva bene, mentre noi - i “rimasti” - sovente abbiamo dato nessuna rilevanza al dono ricevuto, correndo senza riflettere, respirando in automatico, dando quasi tutto per scontato e lamentandoci persino, dei piccoli inconvenienti o grandi inciampi trovati lungo il cammino.
Sono passati trent'anni e oggi mi fermo, per dire grazie a te e a Simona, che me lo ha ricordato, ma anche ad Elena, che in questi giorni sta accompagnando la mamma nel reparto di oncologia e "spia con rispetto negli sguardi altrui, cogliendo tutte le paure e le speranze identiche alle sue, sentendo il vibrare della rassegnazione e il tentativo di farsi forza, nonostante tutto".
"Ho immaginato che tu avresti saputo scrivere un post bellissimo - mi ha detto - perché le emozioni le sai raccontare". Eppure è lei che questa volta l'ha fatto, come non avrei saputo fare meglio io.
Lo appunto qui, per espiare un poco della pigrizia, dell'indolenza, dell'assenza di disciplina e perseveranza che mi inducono spesso a privilegiare la comodità all'impegno, alla messa a frutto di un talento.
Oggi sono trent'anni che ti abbiamo salutato, Stefano. Poteva capitare a chiunque di non esserci più, di abbandonare per primo il palcoscenico, è accaduto a te: perdonami se ti ho ricordato così poco.

lunedì 1 ottobre 2018

In Media stat virtus (Due punti e una retta tendente all'infinito)


Ho memoria intermittente: ricordo particolari apparentemente insignificanti e per lo più inutili, scordo le date, i compleanni, gli anniversari.
Mi spiace, poiché tutte le ricorrenze sono occasioni buone per rompere l'indifferenza, uscire dalla pigrizia, mandare un cenno, compiere un gesto.
Oggi, ad esempio, scopro che è un giorno speciale, legando a filo doppio due eventi che riguardano un inizio.
Undici anni fa inauguravo questo blog, valvola di sfogo per il professionista che cercava un orizzonte nuovo e diventato man mano un compagno fedele di viaggio, "ciò che più somiglia all'uomo che vorrei essere e che sono stato, la parte migliore di me, l'eredità più bella che lascio".
Oggi, a Brescia, ha preso il via il secondo Media Center, gemello di quello creato un anno fa a Bergamo e anch'esso dedicato all'informazione e alla formazione dei ragazzi, affinché acquisiscano quelle "competenze trasversali" che saranno utili loro per vivere un mondo migliore e non soltanto trovarsi un lavoro.
Per me, che credo convintamente nel destino, sono due punti cardinali attraverso i quali passa una retta tendente all'infinito e devo fare i complimenti a Paolo Ferrari e a quanti lo hanno immaginato, a coloro che lo ha creato, a chi ci ha creduto per primo.
Me lo appunto qui, senza enfasi né retorica, confidando che metterlo per iscritto metta al riparo dalla memoria corta e dalla disattenzione cronica da cui sono afflitto.

P.S. Lo so, vi ho fatto ridere e in qualche caso anche scuotere il capo, sgomenti per l'ignoranza dimostrata dal sottoscritto, quando ho scritto di Mc Donald's e della App che tutti mostrano sul telefonino, per ottenere panini e patatine a prezzo scontato. Per voi, velisti del futuro, ho una nuova, prodigiosa scoperta, che per i quattro gatti vetusti quanto me condivido: la Lista Broadcast di WhatsApp, cioè il modo di mandare lo stesso identico messaggio ma senza farlo sapere anche agli altri, come invece avviene allorché si crea un "Gruppo". E sì, anche questo me l'ha insegnato Giorgia, di cui mai scorderò lo sguardo quando l'ho guardata e mostrando autentica sorpresa ho commentato: "Ma dai! E' strabello!" (anche se dentro me mi sentivo più "Get Down", come Epifanio).

mercoledì 10 gennaio 2018

L'anniversario (Dieci anni con te accanto)


Foto by Leonora

Dieci anni oggi, io che con le date non ci azzecco proprio e spesso sbaglio persino questa, che pure mi ha marchiato a fuoco.
Dieci anni con te in un altro modo, perché se scrivessi “senza te” non sarebbe giusto, non corrisponderebbe al vero.
Dieci anni dal giorno in cui hai tenuto chiusi gli occhi più a lungo e sei morto.
Sì, sei morto. Non mi piacciono i giri di parole, le perifrasi, i modi attenuati per dire cos’è successo.
È possibile che tu sia “salito alla casa del Padre”, non è vero invece che ti sia semplicemente “addormentato”, n’è tanto meno che ci abbia “lasciato”.
No, tu non ci hai lasciato. In me, in noi, nelle persone che ti hanno conosciuto vivi sempre e sempre vivrai, finché noi a nostra volta chiuderemo gli occhi per non riaprirli più, portando con noi ogni ricordo.
In tutti questi anni mi sei stato accanto. Rare quanto preziose le occasioni in cui mi sei apparso nitido, infinite invece quelle in cui ti ho nominato, spesso aggiungendo a mente ciò che già ti dicevo in vita, ringraziandoti per avermi insegnato la volontà e il piacere del dialogo, per l’essere stato un esempio, non soltanto nelle cose buone, anche nelle debolezze, nelle fragilità.
Tu non mi hai mai schiacciato, mostrandomi di ogni cosa dritto e rovescio, pure di te stesso.
Persino nella morte, nel modo in cui lo hai fatto, senza nascondere la paura ma neppure ostentandola, affrontandola con dignità, con quella serenità che accetta l’ineluttabile, quasi a proteggere me e le persone più care.
Se ripenso a quelle ore di passaggio mi viene in mente proprio questo: la dignità, la compostezza unita allo sgomento, come chi si arrende a un avversario che non può battere, piegandosi alla forza degli eventi, lasciando la vita senza rinnegarla, accettando il destino, cercando la pace nel sonno.
Dieci anni oggi, papà, un nome che ripeto spesso, con naturalezza, a testimonianza di quanto tu rimanga vivo, avendomi insegnato quasi tutto non di quello che so, ma di ciò che importa davvero.

P.S. Non era una storia triste allora, non lo è nemmeno oggi. Debbo a te pure questo, per avermi permesso di superare la paura del distacco, facendomi diventare uomo senza smarrire il sorriso.

martedì 23 giugno 2015

Eight Is Enough (La pazienza di Enrichetta)

Foto by Leonora
Otto non erano abbastanza. Infatti c'ero io.
In queste sere che sembrano finire mai, con un cielo che ha i colori del fuoco, Enrichetta attende di raggiungere il suo Matteo e resta aggrappata alla vita, con quella pazienza ostinata - ma non ostentata - che è un tutt'uno con la fibra forte che il buon Dio le ha dato in dono. 
Enrichetta è la mamma del mio migliore amico, Angelo, e pure di Domenico, Giacomo, Elisabetta, Maria, Paolo, Giorgio, Giovanna. Otto figli in tutto, proprio come la famiglia Bradford ("Eight Is Enough" il titolo originale, Otto è abbastanza, appunto), il cui attore principale se n'è andato oggi, all'età di ottantasei anni.
Enrichetta ha qualche mese di più di Dick Van Patten, ma da qualche giorno l'arco disegnato dal destino pare esser teso a dismisura e figli e nipoti sono preparati al peggio, ammesso e non concesso che sia un "peggio" il riposo dei giusti, quale sarà certamente il suo.
Quando ero un ragazzo la loro casa era la mia, poiché da figlio unico cercavo compagnia dai vicini e Angelo mi trattava proprio come un fratello. Campassi cento anni riuscirei a stento a ripagare la discrezione con cui sua madre mi accoglieva a casa loro. In tanti anni non le ho mai sentito dire una parola fuori posto, né alzare la voce, né fare un gesto di stizza o anche soltanto di disappunto. Al massimo scuoteva il capo e alzava gli occhi al cielo, riprendendosi subito celiando, con una battuta, un moto di spirito, sussurrato e accompagnato da un sorriso scaltro e insieme buono.
Della sua pazienza infinita ho già scritto. Pari alla pazienza Enrichetta ha però l'intelligenza, acutissima, che trasmette con gli occhi, parlando il giusto. L'episodio che più le piaceva raccontare era quando aveva vinto un tal premio scolastico ed era andata fuori Grosio per ritirarlo: se chiudo gli occhi rivedo i suoi, mentre lo diceva, come brillavano.
Raccontare la vita che ha vissuto alla dozzina abbondante di nipoti che ha, oppure ai miei figli, sarebbe un esercizio meritevole quanto vano: chi non ha vissuto quel tempo ignora quanto era gramo il gramo. Eppure il basto di fatiche e dolori portati a mo' di giogo non le hanno impedito di avere una vita felice, piena, a dimostrazione che i beni materiali e ciò che riteniamo generalmente come ricchezze non sono tutto. Ed è forse questa la lezione più bella che mi ha dato e di cui le sarò per sempre grato.

martedì 31 marzo 2015

Ciao Franco

Foto by Leonora
Ci sarà Anna, ad aspettarlo, e un Pianella stracolmo e un posto tranquillo, quieto come la sua Monbaruzzo, con un tavolo di legno antico e sopra un vassoio pieno zeppo di quegli amaretti che mi portava spesso.
Voglio evitare parole inutili per ricordare Franco Corrado, una delle persone che ho stimato di più. Per chi lo ha conosciuto soltanto di striscio, basti sapere che era un liberale e un gentiluomo vero, un uomo in cui anche la vanità era più un vezzo che un vizio. Non era esente da difetti, non lo è nessuno, ma i pregi li compensavano ampiamente, andando a credito.
Per me poi era una persona speciale e per spiegare quanto lo fosse mi è sufficiente riscrivere le parole pubblicate in questo blog, nell'agosto del 2011: "Non ho amici. Non sul lavoro almeno. La mia regola è: per me pari sono. Non mi riferisco ovviamente ai colleghi, né alla dozzina di persone a cui sono più legato, quasi tutte conosciute quand'ero bambino o ragazzo. Nessuna di loro però è famosa o ha incarichi pubblici, per cui è raro se non impossibile che interferiscano con ciò che sul giornale scrivo. Tutti gli altri - politici, imprenditori, docenti, funzionari pubblici e privati... - posso permettermi di trattarli al medesimo modo, senza debito di riconoscenza nei confronti di nessuno. Qualcuno m'è più simpatico, ovviamente, qualche altro meno, ma ciascuno lo valuto dai fatti, tenendo le mani libere per scrivere ciò che voglio. Una garanzia basilare per me stesso e per loro, che possono contare sulla limpidezza di giudizio, pure quand'è critico e poco generoso. Se però esiste un'eccezione essa risponde al nome di Francesco Corrado. Chi legge questo blog e ha buona memoria sa la genesi di tutto questo: quando l'ho conosciuto la prima volta non ho esitato a farne un ritratto caustico, lui però non s'è offeso e nei fatti, non a parole, mi ha dimostrato un affetto che si riserva soltanto a un figlio. Niente di che, niente contributi monetari o favori sottobanco. Semplicemente qualche consiglio sincero, una stima manifestata senza vergogna e un esserci, quando ne avevo bisogno".
Già. Quando ho avuto bisogno, lui per me c'è sempre stato. Una presenza forte quanto discreta. Al figlio Alessandro, ai nipoti Barbara e Luca che amava così tanto, sono vicino. Le loro lacrime sono le mie, anche se a loro mancherà di più e sarà un vuoto che potrà colmare soltanto la consapevolezza di esserselo goduto.
P.S. Ci sarà Anna, dicevo. Anna era sua moglie e lo ha preceduto dove si trova adesso. Possano riposare entrambi in pace, finalmente riuniti, come desideravano.