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lunedì 18 ottobre 2021

Cuor di carciofo (Scrittura dolce)

"Le persone violente nei libri, di solito sono molto tranquille nella vita privata perché la scrittura è liberatoria. Non bisogna fidarsi di chi appare dolce nella scrittura"
(Michel Houellebecq)

Ho scritto molto ieri, sarò sintetico oggi. Prendendo a pretesto un articolo letto di buon ora, sul Corriere della Sera, che rende conto dell'incontro di ieri al Salone del Libro di Torino, con Michel Houellebecq intervistato a Marco Missiroli.
La frase che mi ha colpito è qui sopra, letta al contrario e guardando a me stesso. Cioè: se io appaio "dolce" dal modo in cui scrivo, non bisogna fidarsi di me?
Può darsi. Anzi, è certo.
La scrittura infatti, oltre ad essere liberatoria, è filtro. 
Qui, ad esempio, in questo blog, di me appare il lato migliore, quello più pacato, riflessivo.
Non che non sia io, tuttavia nella vita reale sono "questo", insieme a molto altro, compresi i numerosi difetti che - per fortuna - mi caratterizzano, cioè formano il mio carattere, completo, quello che somiglia a un carciofo: il cuore si svela soltanto se si tolgono gli strati esterni, le foglie, le brattee.

P.S. Che poi a me il carciofo piace poco o nulla. E se me lo ritrovo nel piatto quando sono ospite, faccio buon viso a cattiva sorte e lo mangio, mentre se la casa è la mia vado su tutte le furie e, per quella che in fondo è una sciocchezza, faccio il diavolo a quattro, m'indigno, a volte persino sbraito o metto il muso.
Ha ragione Houellebecq: non bisogna fidarsi di chi appare dolce nella scrittura.

P.P.S. Che bello è il fiore del carciofo? Grazie a Lyonora e alla sua foto, per avermelo svelato.

martedì 10 novembre 2020

Il giorno più bello (Sogno o son desto)

È stato semplice, spartano. Il più semplice, il più spartano e insieme il più bello, vissuto senza imprese straordinarie, a contatto fisico o mentale con le persone a cui tengo, godute di persona oppure tramite messaggio, al telefono.
Oggi, meglio di così, non potevo immaginarlo, comprendendo alla fine che sono diventato più grande davvero, più vecchio, maturo, anche più contento.
Pur bravo che possa essere, le parole non potranno mai raccontare appieno lo stupore, la scoperta, il valore dell'incontro, le emozioni, le sensazioni, le esperienze che ho provato. Quelle esistono soltanto nel presente, nell'istante in cui si provano, poi fatalmente scivolano, si polverizzano, svaniscono, esattamente come all'alba un sogno, i cui contorni man mano si dileguano, tessere di domino che cadono ad una ad una, scenografie di teatro che man mano affondano nel mare sterminato dell'oblio.
Resta nella carne il ricordo di qualcosa di piacevole, bello, senza tuttavia un contorno definito.*
È una memoria di etichetta, di copertina, non di sostanza.
Accettarlo, rinunciare a trattenere ad ogni costo, essere consapevoli che comunque tutto passa, badare piuttosto a vivere l'attimo, è sapienza antica e insieme mai compresa del tutto.
Oggi però l'ho fatto. Domani non ricorderò bene tutto, nel dettaglio, ma che almeno qui rimanga traccia che oggi, per il mio cinquantaquattresimo compleanno, sono stato felice, a casa tutti insieme, al telefono o per messaggio - visti i tempi - con le altre persone che amo, il pomeriggio in giardino, a piantare erica e curare le aiuole in vista dell'inverno, guardando "Fargo" (il film) la sera, scartando molti regali e andando a letto sereno, cominciando un altro sogno, non sapendo dire in tutta onestà se più vago o reale di quello vissuto a occhi aperti, durante il giorno.


* Abbiamo timore della demenza, di diventare anziani e di incappare in quel male che ci riporta all'incapacità di ricordare tutto, come bambini di pochi mesi o come le piante, senza renderci conto che così lo siamo già, nella sostanza. È una questione di misura della memoria, di differente approssimazione, non di differente destino. Una constatazione che non mi mette tristezza. Al contrario, è così che affronto con più ottimismo il futuro.

mercoledì 14 ottobre 2020

Non indossiamo maschere (Lo siamo)

"Garbato", "pacato", "riflessivo"...
Dovrebbero essere complimenti e in effetti credo mi rappresentino, almeno la parte pubblica di me stesso, quella che emerge da ciò che scrivo e anche dagli incontri di persona, mentre con gli amici più intimi e soprattutto in famiglia sono assai più sanguigno, impaziente, irascibile persino. Proprio poiché mi conosco e so che esiste un lato oscuro della forza non me la prendo sia quando qualcuno in buona fede usa espressioni che in realtà stridono ("hai un atteggiamento clericale in tutte le questioni"), sia quando viene fatta ironia o sarcasmo, sostituendo al "garbato" un "ruffiano" e al "riflessivo" un "furbetto".

P.S. Le parole qui sopra le scrivevo anni fa, le ho ritrovate ieri l'altro, per caso, in un appunto per un post mai pubblicato. Nella sostanza non sono cambiato, diventando forse più disilluso e a tratti cinico, pur se di rado rinuncio a un modo di pormi pacato. Il tono definisce la persona, almeno com'è percepita, all'esterno. Non indossiamo maschere, lo siamo.

sabato 21 febbraio 2015

Il contagio del male (e come evitarlo)


Foto by Leonora
Ci sono uomini e donne che vengono abbattute dalle delusioni, dai torti, dai dispiaceri.
Altre invece che le trasformano in benzina, carburante per reagire, ripartire, rialzarsi più forti e determinati di prima.
E ci sono infine persone - la maggior parte credo - che stanno sul crinale, che vorrebbero usare dispiaceri, delusioni, torti subiti come leva, invece ne restano schiacciati o invischiati, rovinandosi la vita o per lo meno cancellando la serenità e dunque in qualche modo ingigantendo e amplificando gli effetti dannosi, il male che già di per sé, spoglio, è una ferita.
Non permettiamolo. Non lasciamo che la cattiveria diventi come la pioggia di oggi nei prati, penetrandoci a fondo, colmandoci il cuore fino a traboccare, occupando il posto che dovrebbe essere dei pensieri sereni, luminosi, positivi. Lo dico ad Isabella, che viene messa a dura prova in questi giorni, per vicende privatissime, ma lo ricordo soprattutto a me stesso.
La tentazione di reagire alla prepotenza con la prepotenza, di opporre all'offesa il dispetto, alla vigliaccheria lo sgarbo, il gesto vendicatore al colpo a tradimento è forte, seducente, normale direi. Mi è capitato cento volte e cento volte ho dovuto scegliere tra l'assecondare l'istinto, dare fuoco alla pira del risentimento, oppure farmi scivolare le cose addosso, ricordando il male subìto, ma senza assecondarlo. "Non diventerò come loro" mi ripeto in quelle circostanze, confidando che il fissare alle parole un proposito mi aiuti a scegliere la strada giusta, a serrare sì la mascella e stringere i pugni, ma per uscirne più forte, non per farmi trascinare a fondo (anche perché, nove volte su nove, chi provoca, offende e ferisce, in quel fondo si trova a suo agio e lì quasi sempre ha la meglio, mentre se portato in superficie, dove c'è aria, è come quegli organismi - anaerobi - vengono annientati, scompaiono).
Non diventerò come loro. Una consolazione niente affatto magra, perché è la stessa che quando poi al mattino mi guardo allo specchio o quando la sera appoggio la testa sul cuscino mi fa essere in pace con me stesso, mentre i prepotenti, i vigliacchi, i subdoli friggono e si consumano, impagati del male che hanno fatto e consapevoli di non avermelo neanche un po' trasmesso, infettato.

domenica 9 febbraio 2014

Taglia e cuci (sul desiderio di unità e forse anche sul perché del male)

Foto by Leonora
Tutta la nostra vita è una separazione, uno staccarsi, tagliare, dividere, dire e dirsi addio. Riguarda le persone, le relazioni e anche noi stessi, che cambiamo, ci trasformiamo, in una continua scissione tra prima e dopo, passato e futuro, ieri e oggi.
Se penso a me stesso e cerco di fare un riassunto mi pare di essere questo: un individuo che si è dovuto abituare a lasciare (dal cordone ombelicale di mia madre, ai compagni delle elementari, alle persone che avevo care, gli amici, le diottrie, i capelli, i vestiti dismessi, le esperienze belle e brutte, il letto in cui ho dormito finché non mi sono sposato, la casa paterna, le compagnie, i lavori, gli abbracci, gli sguardi, gli orizzonti...) e che ha imparato ad attutire l'impatto del dolore provocato da tale separazione e nel contempo che ricerca instancabilmente, razionalmente e anche inconsciamente unione, accordo, condivisione, rinnovata armonia, legame. Come se non esistessero che forbici a cui mi ostino ad opporre fili e aghi.
Credo sia questo che Isabella chiama "esser cinico" ma anche il motivo per cui in fondo mi stima e per il quale di conseguenza non smette di amarmi. "Esser cinico", poiché a volte scambia per freddezza o distanza la mia accettazione della circostanza per cui si cambia, ci si separa dal passato, dagli affetti, dalle abitudini. Non sono apatico né credo di essere insensibile, piuttosto - se proprio proprio - mi illudo di sedare la sofferenza comportandomi come il giovane signor Spock di "Star Trek: into the darkness", quando ammette di provare emozioni ma di controllarle per evitare che esse lo devastino. Contemporaneamente però, forse come istintivo riequilibrio e risarcimento, mi pare di essere un naturale ricucitore. Non per riparare quello che non si può aggiustare, bensì per creare qualcosa di nuovo, sapendo che proprio ciò distingue l'essere umano e forse anche il divino: generare nuova unità da ciò che si è separato, in un flusso costante, ininterrotto, un continuo scindere e innestare, fiorire.
È ciò che spero accada pure con la separazione per eccellenza, la morte, anche se ignoro come possa accadere. Ma quella stessa vita che da un'altra e precedente separazione è nata potrebbe avere sempre una parola in più del taglio, della cesura definitiva, del forcipe che divide.
P.S. Senza separazione non esisterebbe ricerca né ottenimento di unità. Forse, se sostituiamo a taglia e cuci i termini "male" e "bene", potrebbe esser qui il seme della spiegazione al mistero dell'esistenza del male.


venerdì 24 giugno 2011

Cinquecento post (L'operosità paziente delle api)


Cinquecento. E' il numero di post che compaiono su questo blog, scritti uno per uno dal sottoscritto, con piglio d'artigiano. Se chiudo gli occhi di alcuni ho una vaga memoria, della maggior parte non ricordo proprio cos'ho scritto, tanto che a volte, quando ci incappo per caso, non riesco neppure a credere che li abbia partoriti io. "Ma pensa te... - mi dico - bravo Giorgio!". Non ce n'è invece uno di cui mi vergogno o, peggio, mi pento. Può darsi che se dovessi rileggerli tutti, uno a uno, qualche variazione la farei, qualche spunto sarebbe superato o nello spettro dei colori sceglierei una tinta, un tono, invece di un altro. Però nella sostanza riconosco con orgoglio la paternità di ciascuno. Non starò qui a ricordare com'è nato questo blog, le motivazioni che mi hanno spinto a crearlo e le ragioni che lo tengono tuttora vivo. Chi lo segue lo ha già letto molte volte e non vorrei mi guardasse con l'accondiscendenza paziente con cui si sopporta l'anziano. "E' bravo, è simpatico, Giorgio, ma sembra mio nonno: sempre le stesse cose!". Oggi no, cambio spartito. Dicendo che l'altro giorno, mentre tagliavo il prato, sulle piante di lavanda era tutto un via vai d'insetti. D'istinto ho spento il tosaerba e sono rimasto incantato da tutto questo avanti e indietro, dalla paziente operosità delle api. Ecco, se guardo alle radici di questo blog, trovo qualcosa di simile, in quella misteriosa energia che anima le api, che solo in apparenza fanno un lavoro vano e di cui non godono - se non per una minima parte -il frutto. Però lo fanno. In quell'operosità paziente, pur se ben celato, c'è un senso. Un giorno, magari vicino o forse lontano, qualcuno leggendo queste righe ne scoprirà uno per i pensieri che metto qui, uno in fila all'altro. Non so se sarà il senso che do io, ma sarà già meraviglioso che leggendo scopra il senso suo.

Foto by Leonora