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sabato 13 giugno 2026

Contro la tirannia (Anche del bene)

Disegniamo a mente il mondo perfetto, dipinto a tinte pastello, in cui tutto riluce, omettendo che sono le ombre a dare profondità, spessore, risalto.
Abbiamo confuso idea e realtà, il desiderio s'è fatto peso e il bene tiranno, non accettando che al tavolo dei commensali sieda chiunque al di fuori di sé medesimo.
Siamo diventati moralmente esigenti, duri nel giudizio, niente affatto indulgenti, sia che si tratti di noi stessi, sia dell'altro.
Lo scrivo a mo' di provocazione, credendoci però davvero: il "come dovremmo essere" sta occupando tutto lo spazio del "chi siamo". Ed è così che rifiutiamo di fatto un’umanità piena, dove nel "piena" sono compresi l'errore, la debolezza, il fallimento, l'ostacolo.
Tutto o niente, bianco o nero, buono o cattivo.
Eppure nel dominio degli opposti basterebbe cambiare la congiunzione per riportare equilibrio: niente e tutto, nero e bianco, cattivo e buono.
Hanno ragione Miguel Benasayag e Angélique Del Rey in “Elogio del conflitto”: «Non si può mettere fine a ciò che riteniamo barbarie facendo ricorso a una barbarie buona».
Ciò non significa condividere la posizione del male, ma la sua esistenza non può ridursi a un'anomalia da correggere, una macchia da cancellare.
L'altro, il diverso, persino il cattivo, che lo si voglia o meno, è sempre una parte di noi. Accettiamolo.

P.S. Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei, dittatori, autocrati, signori della guerra, terroristi, narcotrafficanti, criminali, faccendieri, ma pure personaggi non illustri, assai più vicini a noi, coloro che incrociamo volenti o nolenti ogni giorno... L'elenco purtroppo è lungo e so benissimo che basta accennare a questo o quel nome per far vacillare ogni proposito intellettualmente onesto. Eppure tenere la barra dritta, non considerarli mai come male assoluto, astenersi dalla tentazione di annientarli, è ciò che ci può distinguere e fare restare umani, nel profondo. Ciò non significa essere apatici, indifferenti, semmai il contrario: vivere pienamente la propria stagione, consapevoli che a ogni epoca oscura ne segue sempre una luminosa e che a noi è dato il compito di lottare e resistere, nell'orizzonte di questo spicchio di tempo.

martedì 24 novembre 2020

L'invisibile agli occhi (Mani nel terreno)

Ne ero certo, ne avevo già scritto, quel post l'ho ritrovato qui, scoprendo che conserva identica forza, la stessa attualità e verità di cinque anni addietro.
Con un distinguo, di cui mi sono reso conto sabato scorso, a contatto con la natura, come in questa stagione mi piace fare appena stacco dalla redazione, dall'ufficio.
Un pensiero che m'è venuto ginocchi a terra, curvo, le braccia tese a strappare la radice d'un rovo, dopo che scavando con le dita ne avevo svelato le diramazioni spesse, profonde, ampie più di un metro, diventate ceppo, cresciute a ridosso della recinzione, tanto tignose e arcigne che per averne ragione ho dovuto spenderci sudore e impegno.
Mentre lo facevo, mentre tiravo e sbuffavo, ho ripensato a ciò che avevo a suo tempo intuito, al male simile al roveto, ostinato, pervicace, invasivo.
Per averne ragione, per tenerlo a bada, resta buono il consiglio di tenerlo rasato, troncandolo di netto quand'è ancora tenero, tuttavia non avevo idea di quanto possa essere forte, possente, robusto quand'è invisibile agli occhi, radicato nel terreno. 
Un ragione in più per restare vigili, per non sottovalutarlo, ricordandosi che le apparenze a volte ingannano e oltre la superficie sovente c'è un mondo ignorato, che prospera nel buono e nel gramo.

P.S. C'è un altro pensiero partorito in giardino, quello che - a guardare le cose con più distacco - io sono il male, la morte anzi, che spezza, che mozza, che pota, che sradica, e non il rovo, che invece è la vita che sprizza, che si genera sempre, continuamente, con maggiore ostinazione di quanto possa fare l'intervento dell'uomo. Una constatazione che per un verso sconforta, per un altro rallegra: nell'alternarsi tra vita e morte la parola ultima è della prima, che sgorga di continuo, in eterno.

lunedì 26 ottobre 2020

Compresi noi (I bordi frastagliati delle cose)

I bordi frastagliati delle cose. Potrebbe essere il titolo di un libro, è una frase che mi porto appresso spesso, specie in questi giorni di incertezze assolute, in cui il baccano sovrasta ogni lucidità, ogni possibilità di pensiero, di ragionamento.
I bordi frastagliati delle cose. Una sensazione tattile, come quando percorro con i polpastrelli il foglio di carta strappato di fresco, il granito della soglia d'ingresso, il ramo nodoso del larice, le rughe sul viso di mia madre e ormai anche del mio, sempre più simile a mio padre, quando mi guardo allo specchio.
Nulla è liscio, nulla è limpido, chiaro, scontato. Il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il bianco e il nero, la testa e la coda si intrecciano, si confondono, mi costringono a scegliere tra la mannaia che separa tutto o il mal di testa per tenerlo unito, per dare una direzione a ciò che invece va dappertutto.
Rimangono gli affetti, le persone che ho care, i sentimenti d'amore, d'amicizia, di stima, la curiosità, il desiderio di conoscenza, la volontà di non giudicare troppo duramente l'altro e insieme me stesso, di concedermi le attenuanti generiche e anche quelle specifiche, considerando la maggior parte degli errori involontari, commessi per colpa ma senza volontà di dolo.
I bordi frastagliati non sono soltanto delle cose, li abbiamo pure noi, dentro.

sabato 10 ottobre 2020

Quel che si può (Quel che si vuole)

Da anni non ne vedevo uno, uno ora è ricomparso, di fronte alla mia auto, al semaforo che da via Autostrada porta verso il centro.
M'è apparso così, a una decina di metri dal cruscotto, un ragazzo di vent'anni o giù di lì, che poteva essere mio figlio, camicia color porpora e un berretto buffo, i panni stretti dell'artista di strada fatto e non) finito.
Di primo acchito, mentre cercavo di intuire se fosse un matto o un balordo, m'è parso di notare l'accenno d'un sorriso, prima che l'esibizione lo rendesse serio serio, improvvisando con tre palline uno spettacolo in piena regola, seppur contenuto nei tempi svelti di arancione e rosso.
All'accensione del verde anche lui è scattato, tendendo la mano di finestrino in finestrino, cercando di incrociare lo sguardo dagli automobilisti che - come di solito faccio io - quello sguardo che domanda lo fuggono, mimando un diniego con la testa e se proprio proprio uno spicchio di sorriso.
Martedì scorso no. Martedì scorso il giocoliere ha fatto breccia nel mio cuore ispessito, fermandosi però prima del braccio da T-Rex che ho attaccato a scapola e busto, così ho abbassato il vetro dell'auto e porto cinquanta centesimi che avevo nel taschino, guardandolo dritto negli occhi e aggiungendo: "Non sono molti, ma è qualcosa...".
"Quel che si può" è stata la sua risposta, cortese. Quattro parole in croce e che in croce mi hanno messo, facendomi pensare tuttora, a lungo.

P.S. No, non "quel che si può", caro giocoliere. "Quel che si vuole" piuttosto.
"Quel che si vuole". L'ho pensato subito e avrei voluto dirlo al ragazzo - e lo avrei anche fatto, se il conducente nella vettura dietro la mia non avesse suonato lesto il clacson - un po' per espiare il senso di colpa da tirchieria, un po' perché ci tenevo ad essere onesto, innanzi tutto con me stesso.
Non quello che possiamo; quello che vogliamo è ciò che riusciamo a fare, che facciamo, sempre, o nella stragrande maggioranza dei casi.
Ciò che vogliamo è nel bene e nel male la spinta, la molla che aziona ogni nostro meccanismo.
Vale per te giocoliere, quando con le tre palline lanciate per aria disegni un cerchio perfetto, e per me, per noi, quando al "si può" opponiamo il "si vuole", delineando nel bene e nel male il contorno nitido dell'essere umano che siamo.

mercoledì 14 agosto 2019

Quoque tu (Quando nel brutto c'è del bello)


Mi chiedi spesso di parlartene, lo faccio raramente, poiché la politica è un fuoco e occorre attecchisca da sé, altrimenti si estingue presto oppure soffoca, per mancanza di ossigeno o eccesso di combustione.
Oggi, figlia mia, faccio eccezione, cedendo alle tue insistenze, non per "spiegarti" cosa accade in questi giorni convulsi, bensì per condividere la bellezza sottesa al di là e al di qua dei mille proclami, annunci, duelli, sgambetti.
Sì, chi conosce e apprezza la politica non si sgomenta né tanto meno inorridisce di fronte a ciò che per molti, la maggior parte, è soltanto teatro, torto, contraddizione.
La politica è ideale, ma pure strategia, tattica, manovre.
C'è del "bello" allora nel tentativo di Salvini di massimizzare i profitti di un paio d'anni in cui ha intercettato le simpatie di molti, spesso cavalcando le paure di tutti. Così come c'è del "bello" nella contromossa di Renzi e di Grillo, che pur di impedirglielo pare cancellino quanto detto negli ultimi cinque anni, rimangiandosi veti e giudizi sprezzanti nei confronti di chi fino a ieri era avversario e ora potrebbe diventare il principale alleato, secondo la logica del "male minore".
C'è del "bello" in tutto ciò, a patto di non essere prevenuti e di conoscere la politica, esattamente come avviene per la letteratura, la pittura e ogni forma d'arte.
Lascia dunque le urla, i lamenti, i giudizi sprezzanti agli sciocchi, ai supponenti, a coloro che si sentono superiori o indossano i panni di una parte, indignandosi senza riconoscere le buone ragioni degli altri.
Per fortuna la "politica" non è tutto (lo dimostrano i fatti: la società civile negli ultimi cinquant'anni ha retto e si è sviluppata non in "virtù" della politica, bensì "nonostante" la politica) e affrontarla laicamente, senza spirito da crociate, è il primo passo non soltanto per comprenderla e apprezzarla, ma pure per farla, rendendola per quanto possibile migliore.

P.S. Ne parlo raramente con te, Giorgina, più spesso con Giacomo, esattamente come facevo con mio padre: in un tempo non prefissato, spesso rubato, la sera, nella penombra di una stanza o sulle scale. Con il passare degli anni ho imparato molto, a cominciare dall'insofferenza per la demonizzazione dell'avversario, per chi non la pensa come me. Credo convintamente sia un male delegittimare l'altro, appiccicandogli etichette o, peggio, offendendolo. E' capitato sempre, accade tuttora: non me ne scandalizzo, tuttavia evito di farlo e prendo le distanze. Mi arrabbio così quando sento dare del "fascista" avventatamente, senza considerare cos'è stato il fascismo veramente (tra i leader attuali nessuno lo è, neppure lontanamente, poiché come ricorda uno storico preparato qual è Emilio Gentile, tutti i principali partiti o movimenti accettano le regole democratiche, pongono il voto del popolo a fondamento del governare), così come quando l'appellativo è "razzista", poiché per esserlo bisognerebbe sostenere innanzi tutto l'esistenza delle razze e poi la superiorità di una rispetto ad altre, mentre il confronto attuale e le differenze di opinioni attuali vertono sui flussi migratori.
Ragionare con la propria testa, impedire che ci si lasci imbavagliare da chi detesta la libertà di pensiero e preferisce l'insulto al dialogo, non avere pregiudizi, comprendere le ragioni degli altri, essere disposti a cambiare idea ed essere intransigenti soltanto riguardo la piena dignità dell'essere umano e ai suoi diritti inalienabili: queste e non altre sono le stelle polari che voi, figli miei, vorrei aveste sempre innanzi.

venerdì 31 luglio 2015

La guerra dei rovi (dalla parte del bene)

Foto by Leonora
Chi non crede all'esistenza di un'intelligenza superiore, di un essere supremo che ha dato vita alla materia informe, plasmandola con sapienza divina e "programmandola" in modo che si adatti da sé all'esigenze di sopravvivenza, non taglia i rovi.
Lo avesse fatto, fosse rimasto un paio d'ore, d'estate, falce in mano, a liberare dalle piante infestanti una lista di prato o un muro di cinta, avrebbe provato nella sua stessa carne la forma arcuata della spina, che arpiona la pelle dell'avambraccio o di qualsiasi lembo di pelle non coperta e si conficca arpionandola. Per toglierla esistono soltanto due modi: con la forza, a strappo, procurandosi un dolore ancor più acuto di quando nella carne è entrata, oppure - se la spina è una sola, al massimo un paio - ruotandola leggermente, in modo che si stacchi da sé, seguendo il senso d'ingresso.
Non è però dello stupore di fronte a qualsiasi dettaglio presente in natura di cui voglio scrivere, ora. Piuttosto mi incuriosisce l'illusione di forza e al contempo la pochezza unita all'ostinazione del roveto. Esso infatti è rigoglioso e forte e verde, esplode in questa stagione e tutto ammanta e ricopre, all'apparenza inestricabile, arduo da debellare quanto da contenere. Basta tuttavia un poco di attenzione e di destrezza contadina per accorgersi quanto fragile sia, tutto fronde e rami che si inerpicano, ma di sostanza sotto sotto poca o niente, tanto che bastano rari tagli netti alla base per recidere i fusti principali e quel groviglio vegetale subito si inchina, si affloscia, si sgonfia, mantenendo la bruttezza, senza più possanza.
Non è finita. Poiché per averne ragione basta mano ferma e taglio sapiente, ma debellarlo definitivamente è assai più complicato, capace com'è di rigenerarsi da una radice o da un semplice ramo, che da solo si interra e ne crea altri che a loro volta si allungano, incessanti, coprendo tutto ciò che incontrano, armati soltanto di pazienza e di una forza misteriosa il cui nome è vita.
Certi giorni immagino il male che è in me - l'invidia, la disonestà, la debolezza, la cattiveria - proprio simile al roveto: ostinato, pervicace e, se non lo si respinge giorno per giorno, in grado di diventare rigoglioso e ammorbante. Basta però poco per troncarlo: un taglio netto, un'azione decisa, un gesto radicale, uno slancio di bene per districare l'intreccio che ci aggroviglia, soffocando la nostra migliore natura. Una battaglia che ogni volta si può vincere, in una guerra che non finisce mai.
P.S. Dai rovi nascono le more, morbide, dolci, gustose. Perché la natura sa sorprendere, sempre. E forse per insegnarci che anche da ciò che consideriamo male può nascere il bene.

sabato 21 febbraio 2015

Il contagio del male (e come evitarlo)


Foto by Leonora
Ci sono uomini e donne che vengono abbattute dalle delusioni, dai torti, dai dispiaceri.
Altre invece che le trasformano in benzina, carburante per reagire, ripartire, rialzarsi più forti e determinati di prima.
E ci sono infine persone - la maggior parte credo - che stanno sul crinale, che vorrebbero usare dispiaceri, delusioni, torti subiti come leva, invece ne restano schiacciati o invischiati, rovinandosi la vita o per lo meno cancellando la serenità e dunque in qualche modo ingigantendo e amplificando gli effetti dannosi, il male che già di per sé, spoglio, è una ferita.
Non permettiamolo. Non lasciamo che la cattiveria diventi come la pioggia di oggi nei prati, penetrandoci a fondo, colmandoci il cuore fino a traboccare, occupando il posto che dovrebbe essere dei pensieri sereni, luminosi, positivi. Lo dico ad Isabella, che viene messa a dura prova in questi giorni, per vicende privatissime, ma lo ricordo soprattutto a me stesso.
La tentazione di reagire alla prepotenza con la prepotenza, di opporre all'offesa il dispetto, alla vigliaccheria lo sgarbo, il gesto vendicatore al colpo a tradimento è forte, seducente, normale direi. Mi è capitato cento volte e cento volte ho dovuto scegliere tra l'assecondare l'istinto, dare fuoco alla pira del risentimento, oppure farmi scivolare le cose addosso, ricordando il male subìto, ma senza assecondarlo. "Non diventerò come loro" mi ripeto in quelle circostanze, confidando che il fissare alle parole un proposito mi aiuti a scegliere la strada giusta, a serrare sì la mascella e stringere i pugni, ma per uscirne più forte, non per farmi trascinare a fondo (anche perché, nove volte su nove, chi provoca, offende e ferisce, in quel fondo si trova a suo agio e lì quasi sempre ha la meglio, mentre se portato in superficie, dove c'è aria, è come quegli organismi - anaerobi - vengono annientati, scompaiono).
Non diventerò come loro. Una consolazione niente affatto magra, perché è la stessa che quando poi al mattino mi guardo allo specchio o quando la sera appoggio la testa sul cuscino mi fa essere in pace con me stesso, mentre i prepotenti, i vigliacchi, i subdoli friggono e si consumano, impagati del male che hanno fatto e consapevoli di non avermelo neanche un po' trasmesso, infettato.