Abbiamo confuso idea e realtà, il desiderio s'è fatto peso e il bene tiranno, non accettando che al tavolo dei commensali sieda chiunque al di fuori di sé medesimo.
Siamo diventati moralmente esigenti, duri nel giudizio, niente affatto indulgenti, sia che si tratti di noi stessi, sia dell'altro.
Lo scrivo a mo' di provocazione, credendoci però davvero: il "come dovremmo essere" sta occupando tutto lo spazio del "chi siamo". Ed è così che rifiutiamo di fatto un’umanità piena, dove nel "piena" sono compresi l'errore, la debolezza, il fallimento, l'ostacolo.
Tutto o niente, bianco o nero, buono o cattivo.
Eppure nel dominio degli opposti basterebbe cambiare la congiunzione per riportare equilibrio: niente e tutto, nero e bianco, cattivo e buono.
Hanno ragione Miguel Benasayag e Angélique Del Rey in “Elogio del conflitto”: «Non si può mettere fine a ciò che riteniamo barbarie facendo ricorso a una barbarie buona».
Ciò non significa condividere la posizione del male, ma la sua esistenza non può ridursi a un'anomalia da correggere, una macchia da cancellare.
L'altro, il diverso, persino il cattivo, che lo si voglia o meno, è sempre una parte di noi. Accettiamolo.
P.S. Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei, dittatori, autocrati, signori della guerra, terroristi, narcotrafficanti, criminali, faccendieri, ma pure personaggi non illustri, assai più vicini a noi, coloro che incrociamo volenti o nolenti ogni giorno... L'elenco purtroppo è lungo e so benissimo che basta accennare a questo o quel nome per far vacillare ogni proposito intellettualmente onesto. Eppure tenere la barra dritta, non considerarli mai come male assoluto, astenersi dalla tentazione di annientarli, è ciò che ci può distinguere e fare restare umani, nel profondo. Ciò non significa essere apatici, indifferenti, semmai il contrario: vivere pienamente la propria stagione, consapevoli che a ogni epoca oscura ne segue sempre una luminosa e che a noi è dato il compito di lottare e resistere, nell'orizzonte di questo spicchio di tempo.

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