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sabato 25 novembre 2023

Un fiume più in là (Liscio come l'Oglio)

"Salendo le scale non perdo mai di vista chi le scende, ricordando che potrei essere io".
L'ho scritto dodici anni fa, sempre nel mese di novembre, e lo copio e incollo tale e quale ora, visto che identico è il monito e pure la circostanza di un cambio di lavoro.
Allora lasciavo le sponde del Lario per "sciacquare i panni" in Lambro, attraversando tre anni più tardi la linea dell'Adda, mentre a breve mi spingerò un poco più in là, ancora verso oriente, superando pure il corso dell'Oglio.
Tradotto in spiccioli: dopo esser stato capo redattore ad Espansione Tv, capo cronista a La Provincia di Como, direttore de Il Cittadino di Monza e Brianza, responsabile a Bergamo Tv, dal prossimo gennaio sarò vice direttore del Giornale di Brescia, TeleTutto e Radio Bresciasette, ritornando ad occuparmi di informazione con diffusione su ogni mezzo, nessuno escluso.

P.S. Lo so, in venti righe si può scrivere tutto, stavolta però nemmeno ci provo, tante sono le ragioni, le sensazioni e i sentimenti che accompagnano il voltare d'una pagina, il principio d'un nuovo capitolo.
Mi limito così a segnare qua soltanto qualche spunto che mi piacerebbe approfondire nei giorni che verranno, nel frattempo annotandolo e concatenandolo, ad uncinetto, passo passo.
Passo da Bergamo a Brescia, nell'anno in cui insieme sono state Capitale della Cultura e si sono definite sorelle.
Sorelle è femminile e donna è pure la direttrice che affiancherò e che stimo da lungo tempo, ma con cui non ho mai avuto occasione di lavorare sul serio.
Serio è uno dei principali corsi d'acqua d'una terra a cui resterò sempre legato, sentendomi - lo confesso - profondamente bergamasco, inteso come appartenente a un popolo, avendo avuto lì occupazione e pure alloggio, sentendomi pienamente accolto, considerato.
Considerato che a breve me ne andrò ed ogni retrogusto viscido di piaggeria è mondato, dichiaro un grazie sincero per il gruppo editoriale nel quale ho lavorato negli ultimi quindici anni e che mi ha dato ciò che per me è la moneta più rara e preziosa: la libertà, di parola e pensiero. Non lo scorderò mai.
Mai altresì cesserò di essere riconoscente nei confronti di chi nelle scorse settimane mi ha cercato, voluto, scelto, senza raccomandazioni o appartenenze a gruppi d'interesse, bensì basandosi soltanto sulla capacità di fare il mio lavoro e avere una visione, un'idea su come affrontare le sfide del presente e del futuro.
Futuro è un'orizzonte ampio, tuttavia sarei disonesto se tacessi che non vedo l'ora di iniziare, di mettermi alla prova, soprattutto di tornare a imparare, di pormi al servizio delle numerose persone che sono certo hanno a cuore la loro terra, il nostro mondo e quello che, per i molti che lo fanno con passione, rimane uno dei mestieri più belli del mondo.


giovedì 27 luglio 2023

Mario Landriscina (Il non ancora sindaco)

Tutto passa, tutto se ne va. L'ho scritto allora, vale altrettanto adesso.
È passato anche lui, da sindaco di Como, ma questa è un'altra storia e forse pure lui un altro uomo rispetto a quando l'avevo intervistato.
E io, che lavorando nel frattempo a Bergamo non ho potuto seguirlo nell'esperienza amministrativa del capoluogo lariano, non saprei dire se abbia fatto bene oppure male, anche se certo la fine del suo mandato ha sancito un’abdicazione o, a leggerla con occhi altrui, un fallimento.
Come mai sia successo, cosa sia veramente accaduto, quale sia lo snodo dirimente tra amministrare bene - per giudizio quasi unanime - un'unità operativa fondamentale nel comparto pubblico ed essersi invece incartato nella gestione di giunta comunale e consiglio, non sapremmo dire.
Soltanto la storia, forse, potrà farlo, restituendo un giudizio meno miope e presbite, sia sul dritto, sia sul rovescio. Certo è che mi piacerebbe incontrarlo di nuovo e di nuovo chiacchierare con lui, senza filtri, da uomo a uomo, per sentire la sua versione della storia, prestando ascolto per una volta al lupo e non alla versione della storia narrata dal cacciatore e da Cappuccetto Rosso.

La mano sicura al volante. Brezza che sfiora il viso, fa socchiudere gli occhi e i capelli scompiglia. Liberi e leggeri. Senza paura né meta. Padroni di sé, del proprio destino, del mondo. Rombano il cuore e il motore. Una curva. Il cigolio dei freni sulla strada, le ruote che strisciano. Terrore, in un colpo. Lo schianto. Buio e silenzio.
Poi le luci, che brillano, lampeggiano, accecano. Rumori. E voci. Cento voci, confuse. Gente che urla, ordina, grida, invoca, si lamenta, piange, implora, prega, impreca.
Una vita, legata a un filo di speranza. Quel filo è in mano loro: gli uomini del 118. Mario Landriscina ne è il capo.
«Sono stato nominato da altri - dice - ma ho la convinzione di essere stato scelto da loro». I suoi ragazzi, volontari compresi. Una squadra.
È chiamata “unità operativa” e non è un caso. La coesione è palpabile. «Devo dire che siamo un buon gruppo». Famiglia, suggeriamo noi. «No, non siamo una famiglia» ribatte lesto lui. «Sarebbe un errore. Uno sbaglio che per primo ho fatto io. Quando sono arrivato avevo l'illusione che si potesse andar tutti d'amore e d'accordo, ma non è stato così. Con gli anni ho capito che è giusto rispettare le amicizie individuali e le personali antipatie. Ciò che conta è la disponibilità a lavorare insieme per un obiettivo».
Non occorrono molte domande per farlo parlare. Riflette a voce alta. Intimo e dolce, nell'istante in cui dimentica di aver accanto un interlocutore in carne ed ossa o quando intravede avanti a sé non il cronista, ma l'uomo che ascolta. In altri momenti, più lezioso. Quasi retorico. Una retorica, però, fatta di lettere minuscole. Che bandisce il motto e l'iperbole linguistica.
«Credo nell'autorevolezza che viene dall'esempio. Dobbiamo avere l'ambizione di porre l'uomo al centro dell’attenzione, affinché il singolo individuo cambi atteggiamento e il “sistema popolazione” cresca in cultura».
Cultura della vita. Un'espressione che usa sovente, associandola a un’altra: prevenzione.
«Ho girato molte scuole, con l’amico Roberto Campisi, comandante della Stradale, per sensibilizzare sull'importanza di essere prudenti, di usare il casco. Uno sforzo che comincio a pensare inutile. Lo scriva pure».
Una constatazione amara. Gli incidenti continuano ad accadere e nella quasi totalità dei casi sono gravi proprio perché non sono rispettate le norme minime di sicurezza.
Man mano che il suo discorso procede, tuttavia, si comprende che sull'altare della prevenzione Landriscina è disposto ad immolarsi ancora, continuando nella vita di tutti i giorni a professarne il verbo.
«Ho visto che è arrivato con il casco in testa, bravo. Sarei più tranquillo se usasse quello integrale».
Per quanto possa essere sprecato, ogni parola di buon senso fa valer la pena di impiegare il fiato. La sua non è una resa, bensì una provocazione.
Un modo di pungere. Proprio come fa per argomenti che conosce altrettanto da vicino. A cominciare dalla sanità.
«Sul futuro del Sant'Anna i politici non hanno progetti poiché assorti in altri pensieri e dominati da un male terribile: il pensare al quotidiano».
«Bisognerebbe avere il coraggio di interrogare i bravi medici che dai vari reparti se ne sono andati, per capire le ragioni di una scelta che, son certo, è stata sofferta».
«Dei nostri stipendi bassi non parlo, ma posso assicurare che qui nessuno si ferma per denaro. Esiste piuttosto uno sconosciuto motivo che ci tiene legati a questa struttura. Se però mi fosse chiesto in cosa questo motivo consiste, non saprei cosa rispondere».
«Sventurato è l'ospedale che non ha studenti e che non investe in ricerca».
Grande e grosso, sotto gli spessi baffi, Landriscina sa esser burbero.
«Ci sono state persone che hanno deciso che la nostra unità operativa non era il loro posto» esclama a un certo punto, non sorridendo nemmeno dell'eufemismo usato.
«Nel nostro servizio non possiamo permetterci un difetto di disciplina. Insieme stabiliamo le regole, a me spetta il compito di verificare che siano rispettate».
Severo. Persino duro, quando serve. O, meglio, rigoroso. Come suo padre.
«Sono nato poco dopo la fine della guerra. Vivevamo, a San Donnino. Mio papà era un insegnante. Fu maestro elementare, poi diventò professore alle superiori. Aveva un altissimo senso del dovere e voleva bene alla sua gente. Un tumore se l'è portato via, ma ricordo con piacere anche il tempo della sua malattia. Parlavamo a lungo».
Tutto passa, tutto se ne va. Alla precarietà Mario Landriscina è abituato. Precaria è la vita di chi viene soccorso dal 118 ogni giorno. Precaria la sua occupazione, primario non di ruolo. Precario il posto in cui lavora, una scatola prefabbricata, con pavimento che scricchiola sotto i piedi e pareti di latta che tremano quando l'elicottero, pur distante, si alza in volo. Eppure, in nessun altro luogo in cui siamo stati, abbiamo avvertito tanto nitido il senso dell'ordine e dell'efficienza. Il servizio di emergenza è un lavoro di frontiera e non ammette distrazioni o debolezze.
«Ho scelto la facoltà di medicina per una visione romantica di questo mestiere. Per quanto riguarda la specializzazione, è stata un caso. Un'amica del nostro gruppo di giovani rimase coinvolta in un incidente e io ebbi il compito di accertare come stava. Così conobbi il dottor Cesare Matteucci, il mio maestro».
Una cerchia, quella dei maestri, a cui non ci stupiremmo se venisse iscritto lo stesso Landriscina. Un ruolo che non è codificato sulla carta, bensì conquistato sul campo, mettendo in discussione sé stessi. Un titolo che appartiene a pochi: tutti coloro che hanno imparato come, nella vita, non si smetta mai di imparare.

17 settembre 2000

mercoledì 26 luglio 2023

Viviana Ballabio (L'atleta tenace)

La prima atleta che in vita mia ho intervistato, ben prima dell'incontro per questo articolo. La più "normale" tra le speciali che hanno vinto tutto. Una donna che dell'esistenza ha sperimentato il dritto e pure il rovescio. A Viviana Ballabio sono legato da più motivi e se scelgo la data odierna per ripubblicarne il suo "ritratto" è perché oggi compie gli anni, volendo così con queste parole fare un regalo, per primo a me stesso.

Per incontrarla, siamo tornati a casa. Seduti fianco a fianco, sulle tribune di un palasport che per anni abbiamo frequentato. Il tempo non si è fermato, ma basta un sorriso, una parola, uno sguardo per riattivare il circuito delle relazioni umane.
Viviana Ballabio, capitano della squadra femminile di pallacanestro del Pool Comense. Viviana Ballabio, ovvero l'elogio della normalità. Perché un talento eccelso la natura in dono non le ha portato. Niente polmoni capaci di sbuffare come caldaie o il fosforo di uno stratega geniale, né la mira infallibile di un formidabile cecchino. Di straordinario Viviana ha soltanto la forza della volontà. Ed è ciò che l'ha condotta lontano.
Nulla le è stato regalato. Quel che ha, se l'è preso sul campo. Giocando ogni partita come fosse l'ultima e terminando ogni volta fiacca e molle come un sacco svuotato. Ecco perché, a trenta tre anni compiuti, ammiriamo ancor più il suo stare al gioco. Abituata fin da ragazzina a competere con chiunque per ritagliarsi un posto in squadra, Viviana tra i due canestri non ha mai cercato il risparmio. E nemmeno riesce a farlo ora, che pure gli acciacchi e la stanchezza consiglierebbero prudenza e parsimonia. Potesse almeno imitare Mario Corso, che aveva nei piedi un tesoro e per gran parte dei novanta minuti si permetteva di cercare l'ombra in un prato dove gli alberi non crescono. Ma tirarsi indietro non può e non deve. Fosse nata uomo e avesse giocato a calcio il destino di Viviana non poteva essere che quello del mediano. Cuore grande e vita breve. Sportivamente parlando, si intende. Invece è ancora lì, ad inseguire ragazzine e a tirar manate ad un pallone. Stanca e rassegnata, ma non sconfitta.
«Con il nuovo allenatore si lavora molto e dopo ogni allenamento o partita che sia, mi accorgo di fare una gran fatica a recuperare. In più, non sto benissimo fisicamente. Mi tormentano cento fastidi, ma non mollo. Voglio riuscire a concludere la carriera in bellezza. La stagione scorsa non è stato possibile, spero avvenga quest'anno».
Stringe i denti, come sempre. Si rimbocca le maniche, abbassa la testa e pedala. Pure senza bicicletta pedala. Nei suoi occhi la luce splende ancora, anche se ormai è quella del tramonto.
«Penso sempre più spesso a cosa farò dopo, come impiegherò il mio tempo, che lavoro sceglierò. Non ho deciso ancora nulla. L'idea di rimanere nel settore, pur con un altro ruolo, non mi dispiace, ma neppure mi entusiasma. Certo alla Comense sono legata, ma non è scontato che nei piani futuri della società rientri io. Chissà, forse potrei esaudire qualche sogno. Come andare a curare le foche monache, in qualche fiordo lontano».
Mentre parla si torce i capelli. Distrattamente infila tra le ciocche e i riccioli scuri le dita. Un vezzo che ha sempre avuto. La concessione più civettuola di una ragazza poco abituata ai belletti e ai fronzoli della vanità. C'è infatti un'unica gara che vede Viviana sconfitta in partenza: la corsa all'estetista o al parrucchiere. Eppure in poche altre donne traspare una femminilità tanto intensa e vera. Una femminilità fatta di contrasti. Fragile e forte insieme. Tenera e tenace. La prima volta che l'intervistammo, dodici anni fa, scrivemmo che era dolce. Non abbiamo cambiato idea.
«Eppure cambiare idea è un segno di maturità. Io, ad esempio, quando è arrivato Aldo Corno, l'allenatore con cui abbiamo vinto tutto, ero disperata. Avevo una pessima opinione di lui e non lo sopportavo. Un'antipatia contraccambiata, tant'è vero che lui voleva cacciarmi via. Poi ci siamo conosciuti, chiariti, spiegati. È servito del tempo, molto tempo, ma alla fine ci siamo compresi a vicenda e credo che non potevo avere maestro migliore».
Guarda il campo vuoto e sorride. Ne ha viste e sentite tante il PalaSampietro, ma non ne racconta nessuna. Conserva geloso i segreti che vi sono custoditi.
Come nella favola del Re Leone, la storia di ognuno rientra nel cerchio della vita che, chiudendosi, ogni volta si rinnova.
«Quando ho iniziato a giocare non vedevo nulla oltre la pallacanestro. Respiravo, mangiavo, vivevo per il basket. Negli anni '90 è venuto il tempo della maturità. Eravamo un gruppo omogeneo, compatto e motivato. Non erano sempre rose e fiori e a volte si creavano forti antipatie, come tra Fullin e Gordon. Ognuno però voleva vincere e ciò faceva appianare qualsiasi contrasto. L'attuale gruppo è formato da giovani, che cercano di ritagliarsi con le unghie e con i denti un po' di spazio e da atlete come Zara e Paparazzo, consapevoli del loro valore e che hanno raggiunto uno standard altissimo di qualità. Infine ci sono io, che ho il futuro ormai alle spalle, ma che credo ancora di poter rendermi utile».
Beata modestia. Non finta, però. Brianzola autentica, abituata a contare le monete e a misurare le parole, Ballabio non è il tipo da portarsi appresso i numerosi trofei che ha vinto, tanto meno tutti i giorni, come fossero caricati su un carretto.
«No, non penso mai ai campionati o alle coppe che ho vinto e tanto meno al fatto che verrò ricordata in futuro».
L’ora dell’allenamento si avvicina. Dallo spogliatoio si affacciano le prime cestiste in braghette e canottiera. Dalla tribuna si sente guaire. Per tutto il tempo se n’è stato silenzioso, ma ora reclama un po’ di attenzione anche per sè. Si chiama Douce, è un barboncino. Da dieci anni la accompagna ovunque. Nessuno conosce Viviana meglio di lui, ma non può parlare. Anche stavolta ci dovremo rassegnare. Peccato capiti a noi di scrivere da cani, ma non il contrario.

22 ottobre 2000

sabato 15 luglio 2023

Padre Mario Testa (Il preside parroco)

Pure questo è uno dei molti incontri che ricordo vagamente o niente affatto. Tuttavia, nel rileggerli, comprendo di essere stato davvero ispirato, confermando la regola che più il personaggio è schivo, più occorre per chi lo intervista spirito indagatore, desiderio di cogliere l'essenza, il punto dritto ma anche il rovescio. Per questo, ne sono certo, è uno degli articoli che ad Adolfo, colui che volle fortemente questa galleria di personaggi, sarebbe piaciuto, mentre sono curioso di sapere se un briciolo di vero lo ritrovano i molti studenti del Gallio che lo hanno avuto per insegnante o preside.

A Villa Guardia, in una scuola che sormonta un prato incolto e una spianata di polvere e ghiaia, il tempo si è fermato. O forse, più semplicemente, siamo noi ad essere tornati indietro. In un fazzoletto di terra, una nuvola di ragazzini insegue un pallone. A far da arbitro, un prete. Padre Mario Testa, l'altro ieri come trent'anni fa. Cambiano gli attori e lo scenario, non il copione.
Un uomo basso, robusto, con una capoccia di dimensioni notevoli, che rende onore al cognome.
Un prete vestito da prete, un Padre che si comporta da padre. Una vita spesa nella scuola come educatore, insegnante, preside, persino rettore, ma con lo stile, la semplicità e anche la praticità di un parroco.
Un'intuizione raccolta quando ci è venuto incontro e di cui ci siamo convinti una volta accomodati nel suo studio, valutandone l'arredamento e verificando a spanne la posizione dell’ufficio.
Per mezz'ora abbiamo rinviato di approfondire l'argomento, ma prima di congedarci, con la meticolosità dell'investigatore che vuol dare fondamento a un giudizio che si è già fatto, gli abbiamo domandato: "Questo è sempre stato l'ufficio del preside oppure lo ha scelto lei"?
Di aver colto nel segno lo abbiamo compreso prima ancora che egli proferisse parola, scorgendogli agli angoli del volto un accenno di sorriso.
«No, prima che arrivassi la presidenza era sopra, accanto alla segreteria. Sono stato io a volerla spostare».
Un locale alto, al pianterreno, sistemato proprio a fianco dell'ingresso. La porta sempre aperta («Così i ragazzi spiano, entrano, curiosano, mi parlano, si sentono insomma a loro agio»). Come quella di un buon parroco, appunto.
Soltanto che i fedeli della sua parrocchia non superano mai la giovane età. Per fortuna, non per disgrazia.
Se l'avessimo conosciuto prima, potremmo precisare se in questi anni, da quando ha lasciato il Collegio Gallio di Como per assumere la direzione dell'Istituto Santa Maria Assunta di Villa Guardia, è fisicamente cambiato. A naso, giureremmo di no, ma non possiamo mettere la mano sul fuoco. Azzardo che invece sottoscriveremmo se si trattasse di scommettere sul fatto che egli abbia conservato un carattere equilibrato, discreto e paziente. Qualità preziose quando si vive gomito a gomito con schiere di bambini e adolescenti.
«Io cerco di stabilire con loro un rapporto di confidenza e di fiducia. Credo di essere autorevole, ma non autoritario, puntando più sull'esempio che sulle parole».
Il pensiero di diventare sacerdote Mario Testa cominciò ad averlo cinquant'anni fa.
«I miei genitori erano operai, abitavamo a Mantegazza, vicino a Rho. Poco distante da noi sorgeva il seminario dei padri Somaschi e dopo il mio decimo compleanno chiesi a mia madre di iscrivermi. Quando tornò a casa, dicendomi che aveva fatto ciò che le avevo chiesto, per un istante mi si bloccò il cuore. Non fu un pentimento. Piuttosto mi resi conto, quasi fisicamente, che l'infanzia spensierata stava per finire. Eppure, in tanti anni non c'è mai stato un istante in cui abbia avuto un solo ripensamento su quella mia decisione».
In seminario, a Corbetta, nei pressi di Magenta. Poi a studiare a Camino Vercellese, a Genova e infine teologia a Roma. Ricevuto il sacramento dell’Ordine, il primo incarico gli viene assegnato a Milano, ma è intorno a Como che si declina la sua missione educativa.
«Al Collegio Gallio arrivai negli anni '60 e in tanti anni mi sono occupato davvero di un po’ di tutto. Nel 1976 fui scelto per succedere a padre Pigato come preside del Liceo Classico».
Non è facile sostituire un monumento. Se anche ci si abitua al piedistallo, il rischio di cadere è sempre alto. Non gli è capitato. Anzi, dicono che il meglio di sé padre Testa lo abbia dato da rettore, quando ha saputo gestire il Collegio con sapienza. La stessa accortezza che egli ha usato a Villa Guardia.
«Quando le suore del Buon Pastore si sono fatte da parte, ho seguito personalmente le trattative per subentrare e i superiori hanno poi deciso che fossi io a iniziare il cammino. Sono stato fortunato, poiché il corpo insegnanti era di spessore. Gli unici aggiustamenti li ho dovuti dare alla struttura».
Spostando il suo studio, ad esempio. Ma anche usando quello spirito di iniziativa che il Signore, evidentemente, gli ha portato in dono.
Perché padre Testa guarda al cielo, non scordando però di tenere i piedi ben saldi per terra. Continuando a cimentarsi con gli affari di questo mondo e soprattutto non scordando mai che l'educazione dei più piccoli è in cima alla sua missione.
«Le esigenze dei ragazzi sono sempre le stesse, anche se si manifestano in maniera diversa, più esuberante, più vivace. Ma ciò che li muove, ciò che cercano non è mutato: essere rispettati come persone, poter contare su tranquillità e valori su cui fondare la propria vita».
"Uscire con prudenza" recita un’iscrizione sul lato interno della colonna che sostiene i battenti del cancello dell'istituto. Dal lato opposto, chi arriva dalla strada maestra può notare una targa con un cerchio rosso sbarrato di bianco e la frase: "Divieto di accesso, proprietà privata". Cartelli qualsiasi, niente di anormale, dunque. Tuttavia non ci saremmo stupiti se lui avesse fatto stampare qualcosa di simile a "Entrate con speranza" e "Uscite con coraggio". Due motti che non avrebbero stonato. E se anche padre Testa di suo pugno non li ha scritti, è ciò che generazioni di ragazzi in quest'angolo di mondo hanno certo da lui imparato. Dio gliene renda merito, gli uomini pure.

28 maggio 2000

giovedì 13 luglio 2023

Cia Marazzi (La missionaria pungente)

Nulla. Assolutamente nulla. È ciò che mi ricordo di lei, pure se strizzo le meningi e tiro come da un argano la memoria. Eppure, a rileggerle ora, non banali sono state alcune sue riflessioni, certi suoi spunti, anche come indicazione "pastorale" sull'importanza del sentirsi "in missione", una tensione che ora più che mai manca.

Una donna tutta casa e chiesa, potremmo scrivere, se a casa non restasse così poco. A settantaquattro anni la professoressa Marazzi (per l'anagrafe Angela Maria, per tutti gli altri, semplicemente Cia) ha una vitalità inesauribile. Un fiume d'energia disperso in mille rivoli. Che confluiscono tutti nello stesso fiume: la parrocchia. O nella diocesi, che altro poi non è che una parrocchia grande.
Alla medesima stregua Cia Marazzi tratta il Vescovo: come fosse un parroco. Il parroco che monsignor Maggiolini non è mai stato. «Insomma, un conto è operare nella Chiesa locale, un altro è insegnare all'Università Cattolica, magari occupandosi del Marianum».
A questo punto una precisazione, più che opportuna, è indispensabile. Ascoltando per una manciata di minuti Cia Marazzi siam riusciti a raccogliere, riguardo al Vescovo di Como, più curiosità che in tanti anni di lettura di cronache curiali e mondane. Tanto che ci sarebbe bastato ricopiare gli appunti per occupare non soltanto lo spazio di questo articolo, ma la pagina intera. E senza timore di annoiare, perché il modo in cui Cia racconta le cose ha di per sé brio a sufficienza da tener svegli ventiquattr'ore. Tuttavia non lo facciamo. Per due semplici motivi. Innanzi tutto, troppo importante è il Vescovo e troppo maliziosi sono gli occhi che gli son puntati addosso per non rischiare di tramutare anche il più simpatico degli aneddoti in un'ombra.
Secondo, messe nero su bianco le sue parole potrebbero sembrare pettegolezzi carpiti origliando in sacrestia, mentre non sono altro che le genuine confidenze raccolte in molti mesi di frequentazione ecclesiale. Fatti e opinioni riportate con la complicità con cui i fedeli più devoti parlottano sulle soglie degli oratori o sul piazzale della chiesa. Considerazioni a volte taglienti, è vero, ma che rivelano sempre un fondo di bontà. Un calore umano capace di smorzare ogni critica con un silenziatore. Lo stesso silenziatore che abbiam voluto mettere noi a quanto ha detto. Non per evitare imbarazzi a Maggiolini, che essendo abituato ad entrare nel vivo di polemiche aspre e delicate, si sarebbe fatto certamente due risate, bensì per impedire ai maligni di veder una pagliuzza di scandalo dove invece ci sono soltanto travi di affetto.
Un affetto che non fa desistere Cia Marazzi dal criticare il suo Pastore («Non gliene faccio passare una»), ma che la induce anche a difenderlo quando tutti gli puntano il dito contro («Lui a volte è un Pizzighetti che non sta zitto, ma anche coloro che a volte attacca non sono i santi che vorrebbero apparire»).
La Chiesa di Como. Il suo mondo. L'Azione Cattolica, la catechesi, la pastorale. La sua vita. In un'ora e mezza non siam quasi riusciti a parlare d'altro. Non passa giorno che a piedi non percorra avanti e indietro due, tre, quattro volte le centinaia di metri di via Torno, dove abita, per recarsi a Sant'Agostino, in Duomo, al Centro Pastorale.
Una vocazione forte, a cui ha risposto senza alzare la voce, mettendo in moto i piedi.
«Scarpe numero trentasette» risponde a chi le chiede come riesca a far tante cose senza avere né auto né patente.
«Il futuro della Chiesa si gioca nella riscoperta del senso di missione. Oggi più che mai bisogna andare». Lei va. Nella Cooperativa di Cavallasca, nei condomini di Rovellasca, nelle sale di Como città.
Ha scritto lo storico inglese Thomas Macaulay: "La Chiesa Romana conosce alla perfezione quello che nessun'altra Chiesa ha mai saputo: cosa fare degli entusiasti". Non si era sbagliato.
Per la diocesi Cia Marazzi lavora, scrive, insegna. Un mestiere, quest'ultimo, a cui è abituata. L'ha fatto per cinquant'anni. Quarantuno al servizio dello Stato, gli ultimi nove dalle suore, a Maccio di Villaguardia.
«Fin da bambina volevo fare la maestra. Non sapevo ancora parlare, ma comandavo già» precisa sorridendo.
«Mi sono laureata in lingue straniere all'Università Cattolica, insegnando in asili e scuole elementari, commerciali, industriali, medie. Ero severa, ma non ho mai mancato di rispetto per la persona umana. A Erba, Albese, Albavilla, terra di gente generosa, ma anche dura, brianzoli con sangue spagnolo nelle vene. Anche da preside, credo di aver lasciato un buon ricordo. Quando è stato il momento di andare in pensione le suore del Buon Pastore mi chiesero di dar loro una mano. Me ne sono andata dopo aver fatto in modo che l'istituto passasse sotto l'egida dei padri del Gallio. Almeno lì non è arrivata Comunione e Liberazione».
Eccoci di nuovo. A fatica ci eravamo scostati da tonache, altari e fumo di candele e in men che in un baleno, senza neppure avere il tempo di accorgercene, siamo tornati indietro. Troppo forte la tentazione, troppo interessante il problema, identico il modo di affrontarlo: non lasciando perdere nulla, ma perdonando tutto.
«Prima le Orsoline di Como, poi quelle di Roma e il Buon Pastore di Milano. A poco a poco Comunione e Liberazione sta mettendo le mani su tutte le scuole cattoliche. Bastava essere a San Pietro, qualche giorno fa, per rendersene conto. Però bisogna ammettere che ci sanno fare. E quando siamo andati dal Papa hanno avuto almeno il buon gusto di non mettere striscioni di parte».
Cia Marazzi per scelta non si è mai sposata. «Non crediate però che sia nata a settantaquattro anni. Ho avuto anch'io le mie passioni» precisa vispa.
Attualmente gode di buone letture e di ottima salute. «L'ultima volta che ho visto il medico è stato dieci anni fa. Ero andata per misurare la pressione. Ma non la mia, quella di mia mamma, che è morta parecchio tempo dopo, mentre si stava pettinando, senza aver fatto un giorno di malattia. Aveva novantadue anni». Dio l'abbia in gloria. E si ricordi della figlia. Non dimenticandosi pure il dottore, che nel frattempo è andato in pensione.

28 novembre 1999

mercoledì 12 luglio 2023

Martino Verga (Il sussurratore ammaliante)

Debbo moltissimo ad Adolfo Caldarini, il mio direttore dei tempi del Corriere, la cui stima mi è stata da spunto, oltre che da sprone, per ciascuno degli oltre centoquaranta "ritratti" di comaschi illustri, da lui fortissimamente voluti.
Il guizzo vivace nei suoi occhi ogni volta che leggeva la bozza dell'articolo valeva assai più di qualsiasi compenso, così come il cenno di approvazione finale, spesso con qualche sottolineatura.
Un rituale con rarissime eccezioni. La più clamorosa - e dolorosa - è legata per me a Martino Verga, una tra le persone che tra l'altro ho ammirato di più, avendo la fortuna di frequentarlo anche successivamente a quel primo incontro.
L'intervista che ne uscì, infatti, non piacque per nulla a Caldarini, che da galantuomo qual era non me lo nascose, dandomi così un dispiacere e insieme una lezione. "Giorgio! - esclamò, chiamandomi nel suo ufficio - Giorgio... Sai quanto ti stimo, vero? Però sai anche perché ti stimo? Ti stimo perché mi piace come scrivi ma più ancora perché hai un dono: riesci a cogliere l'essenza delle persone e a trasmetterla in poche righe. Stavolta invece hai scritto poco o nulla di Martino e invece hai fatto un pippone su quello che fa, che dice. Ti prego, rifalla".
Così la riscrissi. Non tutta. Una parte, poiché mancava poco ad andare in stampa, aggiungendo tuttavia qualcosa che in effetti mancava.
A un quarto di secolo di distanza lo ricordo ancora e qui ne voglio segnalare pure il motivo: Martino Verga era talmente appassionato del suo lavoro, di ciò che faceva, che ha finito con il contagiare anche me, che ho quasi scordato lui, ammaliato e affascinato, quasi ipnotizzato, da quel suo modo lieve e piano di parlare, quasi sussurrando.

Il paragone, più che ardito, appare sfrontato.
L’uno “mostro gigantesco, non simile a uomo che mangia pane, ma a picco selvoso tra alte montagne”. L’altro, laureato in chimica e biologia, industriale nel settore alimentare. Il primo, prepotente e sciagurato, figlio di Poseidone. Il secondo, tranquillo e misurato, discendente da una famiglia che da quattro generazioni si occupa di impresa e affari. Quello, capace di lanciar massi grandi quanto “un cucuzzolo di un gran monte”. Questo, abile nel l’usare il cervello. Nulla sembra più distante di due siffatti opposti.
Eppure Polifemo e Martino Verga qualcosa in comune hanno. “Subito fece cagliare una metà di quel bianco latte” recita Omero, cantando del ciclope le gesta. Polifemo la sapeva lunga, per farla breve, in fatto di latte e formaggi. Proprio come Martino Verga, titolare di aziende che si occupano di biotecnologie.
Lo precede una fama ingombrante. Ci hanno detto che è intelligente. Quando ci fa accomodare nel suo ampio ufficio, che alle pareti ha appese tele che rappresentano mucche («i clienti vedono le loro bestie e sono contenti»), le aspettative nei suoi confronti sono elevate. Non ne restiamo delusi. L’aspetto cortese, quasi dimesso, non trae in inganno. Martino Verga possiede un dono raro: esser semplice, ma non banale; presentare dei fatti le conseguenze, non desistendo dal ricercarne le cause. Ciò a prescindere dall’argomento interessato, che si tratti di teorie scientifiche o della presentazione della sua principale attività.
«Il Caglificio Clerici, seleziona enzimi da impiegare nel settore lattiero caseario. La Sacco, acquistata dodici anni fa, produce fermenti lattici e microrganismi per l'industria alimentare».
Bastano poche parole per svelare l’arte del suo mestiere. Conciliare una trovata antica quanto il mondo con le esigenze e le innovazioni tecnologiche attuali.
«Dall’alba dei tempi l'uomo ha imparato a far fermentare gli alimenti per conservarli. Fino a pochi anni fa, per cagliare il latte, si immergevano pezzetti di stomaco animale che, rilasciando enzimi, consentivano la coagulazione. È evidente che ripetere pari pari quest'operazione oggi non tutelerebbe affatto l'igiene, perciò, utilizzando lo stesso principio, selezioniamo chimicamente gli enzimi per cagliare il latte. Medesimo discorso vale per la produzione di microrganismi. Un tempo, quando il contadino mungeva, nel latte cadevano anche alcuni microbi. Questa flora batterica dava un gusto particolare al formaggio. In Val d'Aosta si otteneva la fontina, in Campania la mozzarella, in Svizzera l'emmental coi buchi e così via. Nel latte cascavano anche microbi pericolosi, portatori di tubercolosi o altro. Per questo il latte deve essere pastorizzato, eliminando tutti i microrganismi. È necessario allora raccogliere tutti i microbi buoni, selezionarli, pulirli e fornirli ai caseifici per differenziare i sapori dei vari prodotti».
Un mestiere complesso, che necessità di continua ricerca. Per associazione di idee non possiamo non chiedere della collaborazione con l’università.
«All’Unione industriali si parla molto di questo rapporto aziende-università. A Como ci sono difficoltà ad instaurare un rapporto proficuo. Ritengo che dipenda dalla tipologia aziendale. Per il tessile, ad esempio, le tecnologie non sono in rapidissima evoluzione, per cui la ricerca è meno importante e collaborare non diventa una necessità. Per noi è il contrario e la risposta dell’università è indispensabile».
Avviato il discorso, non resistiamo alla tentazione di metterlo alla prova su un tema affascinante, ma che raramente si concilia con l’ambizione al profitto di un imprenditore. Ricerca può voler dire manipolazione genetica, cioè i confini etici del proprio lavoro, dove la domanda diventa un abisso.
«Di principio sono assoluta mente contrario a certe tecniche. Se però in futuro il mercato dovesse accettarle, potremo ignorarle? Almeno centodieci famiglie contano sul nostro lavoro. Sentiremmo di aver la coscienza a posto se non ci preparassimo? Certo i rischi sono notevoli. È scontato condannare la manipolazione su esseri umani, ma ci sono settori in cui la questione è più sottile ed egualmente pericolosa. Pensiamo all’inquinamento ambientale. Fino ad ora si è sempre parlato di quello chimico. Le acque sporcate delle tintostamperie, i gas di scarico delle automobili, eccetera. Meno evidente, ma altrettanto dannoso può essere l'inquinamento biologico. Se si manipolano microrganismi, piante, animali, quando questi tornano a contatto con l'ambiente, non è che muoiano e svaniscano nel nulla. A differenza delle sostanze chimiche, queste si riproducono, invadono nicchie ecologiche, distruggono, si sostituiscono facilmente ad altre specie. C'è stata un'azienda che produceva semenze in grandissima quantità e le manipolava in modo che le piante che nascevano da esse fossero resistenti agli erbicidi, prodotti dalla stessa ditta. Qualcuno aveva ipotizzato che i geni modificati sarebbero potuti trasferirsi in altre piante, ma gli scienziati negarono tutto. Così si produsse il mais resistente. Anni dopo si notò che le erbacce, di genere e specie completamente diverse, erano diventate resistenti agli erbicidi. L'evoluzione genetica non era stata controllata. Qual è la lezione? Dobbiamo forse inventare erbicidi sempre più potenti? Non è una corsa folle?».
La fama non è stata smentita. La retorica è rimasta fuori dalla porta. Lo stesso vale per il giudizio su Como.
«Considero assai triste la chiusura di tanti negozi. In centro rimangono solo quelli di abbigliamento. È innegabile una dissoluzione del tessuto sociale. Una città è viva se ci sono possibilità per tutti. Alla fine di ogni anno sul Sole 24ore compaiono alcune statistiche. Mi ha colpito il fatto che Como è in quasi tutti i settori in posizione mediocre o cattiva. Siamo invece al terzo posto come presenza di grandi centri commerciali. Primeggiare solo in questo campo evidenzia comunque uno squilibrio. Si parla di Como città turistica, ma a parte il lago e alcuni monumenti, non esistono attrazioni come in altre città lombarde. Forse solo Sondrio e Varese non ci superano. Poi c'è troppa rissosità. Mi pare che i comaschi prendano gusto a bisticciare. Appena qualcuno ha una proposta, ecco che si alza un altro per criticare. Bisogna rifuggire dal pettegolezzo e dal litigio continuo. A parte questo Como è un bel posto».
L’analisi continua, ma ci piace finire qui. Per tutto il tempo abbiamo avuto un pensiero che stentavamo a reprimere. Tanto sforzo per nulla, poiché prima di congedarci non riusciamo a trattenerci. Complimenti per le molte candidature, abbozziamo.
La sua reazione è decisa, ma bonaria. «Basta con i borsini - replica corrucciato, senza però nascondere un sorriso - a parte che vengo pure preso in giro, quello che mi scoccia è apparire come un arrivista e un intrigante. Non è così. Desidero solo dedicarmi al mio lavoro».

11 gennaio 1998

domenica 9 luglio 2023

Eli Riva (Lo scultore ritorto)

Ci sono intervistati che non ricordo affatto e altri che mi si sono impressi a fuoco, più di un tatuaggio. L'incontro con Eli Riva è stato senz'altro questo: una rivelazione, la sensazione precisa di avere di fronte un gigante, anche se ritorto come le sue sculture di quel periodo, quasi in perenna lotta con il mondo reale, in cui l'arte non era rifugio, bensì specchio.
In più, rammento con esattezza altri dettagli: che era la vigilia di Natale, che la temperatura del suo studio ricavato in un garage era gelida, che le sue mani - al momento di stringerle - si chiusero sulle mie, come un guscio, un lenzuolo.
Anche per questo a Eli e alla sua famiglia sono sempre rimasto affezionato.

Ecce homo. Ecco l'uomo. Un Cristo nudo, spoglio, ligneo come la croce che lo ha condannato e redento. Opera fondamentale, per ammissione del suo stesso autore.
Eli Riva conserva questa sua scultura in quello che chiama studio, ma che assomiglia più ad una bottega artigiana.
Forse perché da artigiano ha cominciato e artista è diventato. Poiché se l'arte, usando le parole di Dante, è "attività da cui nascono prodotti culturali", Eli Riva è artista per eccellenza.
Colto, mai banale, pronto ad immergersi nella riflessione ad ogni spunto o provocazione, a volte perso nei propri pensieri come nella materia che plasma e modella. Eli Riva non è persona tormentata, ma assai complessa. Come se un fuoco gli ardesse dentro, spingendolo inesorabilmente a conoscere e creare, senza però togliergli armonia e serenità.
Lo raggiungiamo per un'intervista, ne ricaviamo una lezione sull'arte e sulla vita, che in lui coincidono e che si rendono manifeste in molteplici forme.
«Avevo dodici anni quando vidi un ostensorio realizzato da un cesellatore. Ne fui ammirato e il parroco mi trovò un lavoro nel laboratorio di colui che aveva realizzato quella che ai miei occhi di fanciullo era una meraviglia. Mi dissero: diventerai un abile cesellatore quando riuscirai a fare la zampina alle mosche, cioè a far risaltare nel metallo un ricciolo piccolo piccolo. Ci riuscii e capii che quella era la mia strada. Da Como passai a Milano, ottimamente retribuito, tanto che mia madre, quando portai a casa il primo stipendio, mi disse: "Non l'avrai mica rubato?". Successivamente cominciai a scolpire il marmo. Sapevo fare il piano, il tondo. Affittai uno studiolo, che chiamavo "busecca", perché era lungo e stretto. Imparai rapidamente a tagliare la pietra, perché le mie mani sono comasche, dentro di me c'è la storia dei Benedetto Antelami, dei Magistri Cumacini, dei Rodari. Guardi che mani ho - e ce le mostra di sfuggita, senza ostentazione, due mani lisce e rosse - trentatré anni di marmo e neanche un difetto.
Quindici anni fa, iniziai a cimentarmi col legno. Successe in modo strano. Un mattino d'inverno, arrivando presto coi miei cani al parco di Villa Olmo, vidi che la grande magnolia a monte, che sicuramente avevano piantato i signori Cantoni quando costruirono la villa, era caduta. Assicurai l'amministrazione comunale che se me l'avessero assegnata non ne avrei fatto legna da ardere. Ho lavorato dieci anni. Il legno della magnolia è una cosa, una cosa da... paradiso terrestre».
Di legno è anche il tavolo sul quale siamo seduti. Anch'esso cela un segreto, che solo l'occhio dell'artista e l'animo del poeta possono distinguere.
Infatti lo ignoriamo. Riva ci fa accucciare, ci invita a squadrarne i supporti, ma la nostra mente rimane vuota e la bocca muta. «Sto tentando di insegnarle a leggere. Lei sta bevendo acqua sorgiva» aggiunge bonario. «Il pianale del tavolo poggia non su gambe, ma su due sculture» "fionde" le chiama lui. «La mia scultura è entrata nell'oggetto come elemento attivo. Questo tavolo porta la mia firma, ha diritto di esistere. Ogni tanto vengono nel mio studio dei ragazzi e ne approfitto per chiedere cosa vedono nelle mie sculture i loro occhi senza vizi. Ho settantasette anni e faccio queste sculture per voi, dico. Capiscono che è un dono che viene fatto loro. Un dono. La scultura è per l'uomo, per la sua celebrazione. In questo senso mi ritengo un umanista, che usa l'arte per rivelare a se stesso e agli altri un'immagine mai rivelata. Il problema terribile dell'arte moderna».
Osservandoci in difficoltà, viene ancora una
volta in nostro soccorso. «Questa è una mia opera del 1948. Se la ruoto - e comincia a farla girare - questa donna seduta è sempre lei. Se faccio lo stesso con una struttura astratta, ogni volta che ruota dimentico quello che ho visto un attimo prima. La prima esprime un immagine esistente, la seconda esprime soltanto se stessa. Questa è l'arte moderna. Kandinskij, Mondrian, anche Picasso, per un certo periodo. Ho impiegato parecchio tempo per creare una scultura multipla-spaziale, che non abbia più una base, un fianco, un sopra, un sotto. E' l'ultima mia fase creativa». E ci mostra una mezza dozzina di sculture in bronzo, alte non più di un paio di palmi. «Tutta la scuola comasca è diventata astratta dalla sera alla mattina. Io ho pagato di persona, passando dalla figurazione alla astrazione. Queste sculture non riuscivo ad assestarle. Io per lavorare devo capire. Se non capisco, tremo. Penso di non essere preparato abbastanza. Per questa ragione lascio alcune opere incompiute. Solo quando l'immagine, il bozzetto non suscita più problemi in me allora mi sento soddisfatto».
Poco lontano ci sono una decina di disegni raffiguranti il frontone di una chiesa. Una delle ultime commissioni.
«Intendo rappacificare architetti e scultori - ci spiega - facendo capire ai primi che hanno tradito la scultura, perché pensano di essere loro i demiurghi, i creativi. E invece sono in fondo dei baggiani, come scriveva il Manzoni». E giù una risata. Una delle tante, che accompagnano astuzie e facezie. Una risata che esplode improvvisa e sonora, smorzandosi raucamente per il fumo di troppe sigarette.
Riva a Como ha realizzato la scultura di Papa Odescalchi.
«Da ragazzo, con altri aspiranti artisti, facemmo un patto strano. Nessuno avrebbe mai dovuto fare un monumento al centro di una piazza. Per la statua di papa Innocenzo c'erano una dozzina di proposte. Tutti gli altri lo volevano al centro, su un acropodio. Io pensai: guarda un po', l'amministrazione ha speso un miliardo per ristrutturare San Pietro in Atrio e io vado lì ad occupare subito questo stanzino? Non mi sembrava giusto. Il mio maestro è stato, in questo caso, Donatello, con la sua edicola angolare sul Duomo di Prato. Recentemente un amico toscano mi ha informato che per salvare quel podio di magnifica bellezza lo hanno messo in un museo, esponendo sul luogo originario una copia perfetta. Lo stessa cosa proposi insistentemente per il Duomo di Como, non venendo ascoltato, ma rimanendo della mia opinione.
Non dico queste cose perché sono bravo, ma perché sono attento. Como non è una città attenta. Non lo è per niente. Potrei farle un elenco dei delitti pesanti che ha subito l'arte a Como, ma è un periodo di festività natalizie e non voglio essere cattivo».
La poco attenta Como è almeno una città di cultura?
«Faccio una distinzione. L'informazione è una cosa, ce l'ha anche chi possiede grande memoria e ricorda molte cose. L'informazione diventa cultura solo quando determina un prodotto. Cultura e prodotto, un binomio inscindibile. Altrimenti non è cultura, è informazione e basta. E allora, al circolo culturale, preferisco la biblioteca, che è più precisa. A Como può esserci informazione, ma non colgo cultura».
Se le chiedessimo a che tipo di pietra sente di assomigliare, cosa risponderebbe?
«Ad un mattone di pietra di Moltrasio. Si dice che l'architetto Mustio, quando i Plinio l'hanno portato da Roma per costruire la villa a centro lago, rimase sconvolto nel trovare le case già costruite in pietra. A Roma erano tutte di legno. Qui le maestranze erano esse stesse architetti. Questi sono i valori semantici della nostra città. Ma a Como chi li conosce? In pochissimi».

28 dicembre 1997

giovedì 6 luglio 2023

Giulio Pelandini (L'imprenditore schivo)

Un terremoto. Era un vero terremoto e vi eravamo immersi, tanto da percepirne ogni giorno una scossa, un crollo, una crepa, incapaci tuttavia di avere visione di come sarebbe andata a finire, di quale quadro sarebbe emerso dalla crisi epocale del tessile, l'architrave dell'economia comasca negli ultimi due secoli.
Ed ora che ne siamo fuori, che la grande falce ha mietuto lasciando sul campo infinite perdite e uno sparuto drappello di sopravvissuti, ci manca la lucidità, la profondità di analisi, l'intelligenza e l'ostinazione nel dedicarvi tempo per comprendere cosa ha fatto la differenza tra chi ha resistito e chi invece ha alzato bandiera bianca. Se dunque siano stati i più scaltri, i più spregiudicati o i più sagaci, i più agili o ancora i più prudenti, i più forti, coloro che potevano contare su spalle robuste, non sappiamo dire.
Certo ci piacerebbe discuterne, confrontarci magari attorno a un tavolo, nella convivialità del dialogo schietto, senza preclusione alcuna. E a quella mensa, se potessimo scegliere - e la sorte non ci avesse preceduto, portandoselo via - vorremmo sedesse Giulio Pelandini. Per almeno due motivi. Tre, anzi. Il primo è l'acutezza di pensiero, il secondo l'abilità di sintesi, il terzo - il più venale - è che sarebbe certo uno dei pochi che baderebbe al contenuto del problema, senza avventarsi sul buffet.

Scusate il ritardo. Un anno, sette mesi e un giorno, ad esser precisi. Il tempo che abbiamo impiegato per incontrarlo.
Lunedì 3 novembre 1997. Tarda sera. Sede del “Corriere” di Como. Convocazione per l’assegnazione di un ciclo di interviste da pubblicare la domenica. Palpitazioni. Impercettibile dilatazione delle pupille.
“Noi dobbiamo volare alto” erompe il direttore, che ci fissa negli occhi, ma guarda oltre. “Distinguere e delineare i tratti di questa nostra Como non basta. Dobbiamo comprendere qual è la sua anima. Dobbiamo dare voce ai personaggi che danno vita alla nostra provincia. Noi di questa gente abbiamo bisogno. Di persone speciali, di nomi illustri, di uomini dello stampo di un...di un...di un Giulio Pelandini!”
Pausa. Silenzio. Deglutizione. Lieve sentore di smarrimento. Il vuoto.
Non che ci aspettassimo nomi altisonanti di re o di regine.
Non che avanzassimo pregiudizi o riserve nei confronti di alcuno. Ma lì per lì, su due piedi, ci saremmo aspettati l'indicazione di un Botta, di un Maggiolini o di un rampollo delle varie covate di Ratti, Mantero e Spallino, che con Como han cucito il loro nome a doppio filo.
Sbagliavamo. Il midollo di una città può esser colto nella storia, nel volto, nelle parole di “un Giulio Pelandini” e neppure ce n'eravamo accorti. Peggio. Non soltanto non avevamo la benché minima idea di chi fosse, ma ignoravamo persino con quante “l” si scrivesse quel cognome.
Per giorni, settimane, mesi l'abbiamo cercato. A volte giungendo fino a un passo, quasi a scorgerlo, sentirlo, toccarlo. Niente. Al lavoro, in ufficio, a casa. Nulla. “Non è ancora arrivato”. “È appena partito”. “Oggi non torna”. “Domani forse rientra”. Alle nove: “È un po' presto”. Alle dieci: “È troppo tardi”. A Camerlata: “È partito per la Francia”. A Parigi: “È occupato in Germania”.
Per oltre un anno e mezzo, la medesima musica. Non abbiamo desistito. Per due motivi: la curiosità di riuscire almeno una volta a parlare con lui e il timore di dover dar risposta ai posteri per aver tralasciato addirittura “un Pelandini”.
Il miracolo è avvenuto ieri l'altro. Per la prima volta, dall'opposto capo del telefono un suono, una voce, una melodia. Un anno, sette mesi e un giorno. Una lunga attesa. Ne valeva la pena.
Per capirlo è bastato un secondo. Il tempo di stringergli la mano e di guardarlo negli occhi.
Giulio Pelandini è una persona cortese, ma schietta. Quando finalmente l’abbiamo contattato, dopo aver acconsentito a rilasciarci un’intervista, ha detto: «Se mi avessero precisato che si trattava di un giornalista, non avrei risposto al telefono». Gli crediamo. Senza prendercela, però. Il suo atteggiamento non ha nulla da spartire con l'alterigia o la supponenza. Semplicemente, si tratta di discrezione e riservatezza, due comportamenti poco di moda ai nostri giorni, ma che nella considerazione dei savi vengono ancora annoverati tra le virtù.
Cinquantaquattro anni, industriale tessile, titolare della Stamperia di Camerlata. Un’azienda gloriosa e una feconda fucina per decine di imprenditori. Una storia che si ripete. Suo padre Giovanni apprese l'arte in Pessina, prima di cominciare a camminare con le proprie gambe.
Alla prematura scomparsa del fondatore toccò a Giulio e agli altri familiari reggere il timone per portare avanti l'impresa. Ci son riusciti bene ed ora è già il tempo della terza generazione. Un momento di passaggio meno brusco, rispetto al precedente, ma ugualmente delicato. Colpa della congiuntura. Parola complicata, sinonimo di crisi.
«Il comparto tessile sta vivendo un cambiamento epocale e strutturale che non ha paragoni recenti. In Europa, a ben guardare, qualcosa di simile è accaduto solo nella seconda metà del secolo scorso, quando all'espansione dei mercati, registrata dopo il 1850, fece seguito un reflusso drammatico. Oggi la crisi di numerosi mercati mondiali, dal Sud Est asiatico all'America latina, ha drasticamente diminuito le vendite. Perciò il settore tessile, che è il più globalizzato, si trova a dovere fare i conti con un vero e proprio terremoto».
Sarà più facile salvarsi per le industrie grandi e per quelle piccole?
«Premesso che ciò che chiamiamo industria tessile, in verità è un grande artigianato, poiché vengono prodotti quasi esclusivamente prototipi ed è altissima la componente creativa: le dimensioni contano poco. In questi frangenti, ciò che importa per le aziende è una buona capitalizzazione, cioè una robusta capacità finanziaria».
Le banche aiutano o affondano?
«Senza dubbio paghiamo il fatto che non ci sia una banca locale. La politica attuale degli istituti di credito è di agire in maniera equiparata, prescindendo dal settore. Soltanto una banca con radici ben piantate nel nostro territorio potrebbe comprendere il periodo che questo distretto sta attraversando, avendo la lungimiranza di premiare progetti industriali a lungo termine».
Poche parole, misurate. Frutto di buone letture. Giulio Pelandini non si accontenta di leggere libri. Conserva pure l'ambizione di poter trarne una lezione.
«Dedicarsi all'azienda di famiglia è stato naturale. Per i giovani d’oggi, invece, la possibilità di optare per numerose soluzioni rende praticamente impossibile scegliere. Questa è la difficoltà di chi ha dai venti ai quarant'anni. La così detta “generazione invisibile”, come ho trovato scritto in un bel saggio».
Lucido nell'analisi, pacato nella riflessione, Giulio Pelandini non frequenta gli estremi. Per lui, il massimo dell'esaltazione è una scintilla negli occhi. E quando qualcosa lo preoccupa, riesce a far sentire tutto il peso di una responsabilità, senza lambire il baratro della disperazione.
«Ho sempre lavorato con piacere. Rispetto ad ieri, è lacerante il dover fare ogni giorno scelte senza ritorno, cioè con la consapevolezza di non poter sbagliare due volte. L’Europa Occidentale si trova ad un bivio: o smantella la propria industria manifatturiera o garantisce un rapido abbattimento del costo del lavoro e una forte mobilità. Non c'è scampo. Più tempo la popolazione impiegherà a comprenderlo, più alto sarà il prezzo da pagare e il numero delle vittime».

6 giugno 1999

mercoledì 5 luglio 2023

Paolo Maggi (Il latinista vivace)

Una delle espressioni che uso di più l'ho appresa in un assolato mattino di dicembre di oltre venticinque anni or sono. Ursus spelaeus. Orso delle spelonche, delle caverne. L'ho udito per la prima volta da lui, l'ho replicato mille volte riguardo a me stesso. Esagerava lui, che in verità era una persona amabile, ben disposto verso le relazioni umane; esagero pure io, che a volte sì, amo star solo, possibilmente al chiuso, con un libro in mano, ma senza compagnia mi esaurirei presto, quale stoppino senza ossigeno.
Per il resto, Paolo Maggi mi ricorda un dialogo avuto ieri sera, su ciò che distingue l'uomo colto davvero. La curiosità, è stata la risposta. Il vorace, appassionante desiderio di conoscere, sapere, imparare. La differenza sta tutta lì. È sul come trasmetterla, piuttosto, quella smania, che resto sgomento, incapace di dare una risposta piena di senso. Mi limito perciò ad un'altra frase che cito spesso, di Antoine de Saint-Exupery: «Se vuoi costruire una nave, non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave».

Vivace. Paolo Maggi è un uomo vivace. Lo si capisce da come batte le mani sul tavolo, mentre parla, quasi a scandire il ritmo di pensieri e parole.
Lo s'intuisce da come si muove, alzandosi spessissimo per consultare un libro o recuperare un oggetto da mostrare all'interlocutore, per dare testimonianza di ciò che sta affermando.
Il professor Maggi è capace di utilizzare strumenti comunicativi diversi, non limitati alla parola. Egli possiede, per farla breve, un'autentica abilità multimediale. Forse l'intervistato non approverà questo neologismo, ma siamo certi che non lo avrà nemmeno in orrore. E' vero che multimediale - parola sconosciuta fino a qualche anno fa ed ora usata e abusata in tema di computer, informatica, elaboratori elettronici - ha attinenza con qualcosa che gli è completamente estraneo («la tecnologia è una diavoleria, anche se spesso le diavolerie sono utili»), ma è altrettanto vero che si tratta di un termine squisitamente italiano («troppo spesso i giornalisti infarciscono le frasi di vocaboli stranieri, senza sforzarsi di trovare un termine corrispondente nella nostra lingua»).
Non basta. Multimediale è una tra le tante espressioni che il mondo contemporaneo, a qualsiasi latitudine e longitudine, ha preso a prestito gratuito dal latino, quel beneamato latino che per un'intera vita lo ha affascinato e per cinquant'anni ha insegnato.
Il professor Paolo Maggi abita in Via Porro.
Quando Gianni Clerici indicò in Londra la città estera che più gli ricordava Como, l'accostamento ci parve tanto ardito da non meritare pubblica menzione. Lo scrittore gira molto, pure troppo, pensammo. Clerici conoscerà Londra, ma non sa più com'è fatta Como. Dobbiamo chiedergli scusa. A non conoscer Como siamo noi. Via Porro sembra uscire dalle pagine di Arthur Conan Doyle. Un angolo verde e felicemente ignorato dal traffico («Per anni e anni, quando a scuola mancava l'insegnante, gli studenti del Volta venivano qui a giocare al football»).
Gli chiediamo cosa stia leggendo in questi giorni. Lui si irrigidisce, poi si alza, scruta lo scaffale, esce dalla stanza, rientra, finalmente lo trova e ce lo passa. "Ginèstar" di Virginia Bernasconi Botta. «Lo leggo per adempiere ad un impegno» aggiunge.
Legge molto? Scuote più volte il capo e, ripromettendosi di calibrare bene le parole, precisa: «Leggo poco. Alla mia età il campo degli interessi va riducendosi. Per i miei gusti i giornali sono troppo voluminosi. Indubbiamente ci saranno scritte tante cose interessanti, ma la loro lettura mi affatica. Una volta i giornali contavano solo quattro pagine, ma avevano più sostanza e più nerbo. Parole, parole, parole. E di molti argomenti non vale la pena leggere».
Oscar Wilde sentenziava che "il giornalismo è illeggibile, la letteratura non è letta".
«Se lo diceva lui» ammicca il professore, che non vuole infierire e, a proposito di libri, aggiunge: «Un pasticciere non si abbuffa di dolci. Io ho vissuto una vita tra i libri. Leggo quando la necessità o l'occasione me lo impone oppure per qualche sghiribizzo particolare. In questi giorni ad esempio - e intanto torna ad alzarsi per rovistare tra le carte depositate su una madia e mostrarci il bozzetto di una scultura - sto studiando l'iscrizione latina posta sul palchetto marmoreo sulla facciata del Duomo che ospita la statua di Plinio il giovane. Niente a che fare con cose complesse e gravi, bensì piccole ricerche su punti interessanti».
Lo studio delle iscrizioni non è una passione senile.
«Sostenni la tesi di laurea sull'iscrizione del vaso di Duenos. Più tardi mi appassionai anche di archeologia. Accadde un fatto straordinario. Un amico, durante gli scavi per costruire la casa in Via Varesina, scoprì alcuni reperti risalenti ad un periodo anteriore di circa 500 anni la nascita di Cristo».
Si interrompe e ci abbandona senza dare spiegazioni. Dopo un minuto torna e espone tre piccoli oggetti sul tavolo. «Questo è ciò che quell'amico mi ha lasciato in dono. Un piccolo vaso in terracotta, con delle curiose striature ottenute lisciando alcune parti prima della cottura; una fibula, usata probabilmente per raccogliere i capelli; una decorazione che costituiva verosimilmente un ornamento della fibula. L'archeologia, come il greco o il latino, è interessante perché ci aiuta a capire da dove veniamo e chi siamo».
Chi siamo, appunto. Lino Gelpi, che il professor Maggi conosce bene, sostiene che anche a Como mancano uomini validi.
«Non sono d'accordo. A Como non possiamo lamentarci. C'è gente seria. Forse sono un po' circoscritti, ma è gente solida, che si impegna. Non vedo, non registro uno scadimento rispetto al passato. E' vero che conosco un numero limitato di persone e su 10, 15 casi non è possibile fondare una teoria, ma di persone valide Como è indubbiamente ricca. Penso agli insegnanti. Ce n'è qualcuno mediocre, molti apprezzabili e qualche altro di valore eccezionale. Penso a Federico Roncoroni o al suo quasi omonimo Angelo Roncoroni, ma potrei continuare.»
Se dovesse consigliare ai suoi concittadini la lettura di qualche autore classico chi suggerirebbe? «Virgilio» sussurra. E anticipando la nostra curiosità, conclude: «Lo ha scelto anche Dante. Virgilio è la premessa ad uno sviluppo di pensiero moderno. Senza badare se a parlare è la ragione o la passione direi anche Orazio oppure Lucrezio, ma Virgilio è senza dubbio il più moderno tra gli antichi». Antico e, al tempo stesso, moderno. Proprio come Maggi, la cui vivacità si distingue negli occhi. Occhi che scrutano, indagano, interrogano. Occhi che qualche volta si velano. Non vere e proprie lacrime. Un luccichio tenue e triste.
Ha nostalgia per il tempo trascorso?
«No. Mi mancano solo le tante persone care che non tornano più».
Da insegnante, dovendo giudicare un alunno, non ha mai ricordato di essere stato lei stesso un allievo, con ansie, paure, preoccupazioni?
«Quando si è professori bisogna un po' essere come il chirurgo, il quale sa che facendo un certo taglio fa del male, ma sa anche che così facendo porta un bene maggiore. Ci sono delle partecipazioni che a volte è necessario mettere da parte».
In questi giorni sono frequenti le "occupazioni" delle scuole, cosa ne pensa?
«Non posso giudicare. Non conosco più i giovani. Gli unici alunni che ho sono quelli amabili dell'università della terza età e loro non protestano, al massimo si addormentano».
Como a parte, in quale città le sarebbe piaciuto vivere?
«In nessun altro posto. In questo senso sono un vero "ursus spelaeus", un orso delle spelonche».

21 dicembre 1997

lunedì 3 luglio 2023

Lino Gelpi (Il sindaco memorabile)

La memoria umana è un setaccio fine e curioso: filtra tutto, scorda molto, conserva pochissimo, senza criterio logico, a dimostrazione che non siamo processori elettronici, bensì un tiro di dadi sul tappeto verde dell'esistenza.
Capita così che a distanza di anni ricordi come fulgido un dettaglio a cui - tra parentesi - lì per lì non avevo dato peso, tanto da ometterlo nel resoconto comparso sul giornale.
Se chiudo gli occhi di Lino Gelpi rammento infatti che leggeva soltanto le tragedie greche, perché «in esse è già stato scritto tutto, ciò che nella vita dell'essere umano conta davvero».
Memorabile è anche il titolo che l'allora esimio direttore, Adolfo Caldarini, scelse per l'intervista: "Prima che arrivassero le volpi".
Le "volpi" erano gli amministratori degli anni Settanta, quando la classe dirigente forgiata dalla guerra e scelta in base a un merito acclarato, fu sostituita da politici di carriera, avvezzi ai corridoi e alle anticamere, assai diversi da chi si era messo "al servizio" anni prima.
Una classe dirigente di piccolo cabotaggio che ora qualcuno rimpiange, con nostalgia della prima Repubblica, ma chi ha abbastanza anni e memoria per averli conosciuti non può non ritenerli la causa di molti mali. Licaoni, più che volpi, al cui cospetto Lino Gelpi come un vecchio leone spiccava, confermando la regola aurea secondo cui "in tempi grami nascono e crescono uomini e donne forti, donne e uomini forti favoriscono tempi floridi, in tempi floridi si svezzano uomini e donne deboli, donne e uomini deboli causano tempi grami".

Auto, semaforo, colonna; scorciatoia, ingorgo, sosta. Accelerare, frenare, sterzare; parcheggiare, scendere, camminare. Suonare, salire, bussare; salutare, ascoltare, telefonare. Impaziente attesa. Minuti. Veloci, preziosi, irrinunciabili.
Avevamo un appuntamento, ma non lo ricordava affatto. Comprendiamo più tardi che non si è trattato di sbadataggine, né di senile smemoratezza. Semplicemente un metro diverso di ponderare gli eventi, di dare importanza alle cose.
Il mondo fuori corre, ma Lino Gelpi, otto fratelli e otto figli, ottantacinque anni, avvocato, primo cittadino della città di Como dal '56 al '70, ha smesso di rincorrerlo da un pezzo.
Non già perché dell'esistenza umana ha trovato tutte le risposte. Semmai, nello sguardo incantato e nelle lunghe pause prima di udirlo proferir parola, c'è sembrato di intuire la consapevolezza delle troppe domande ancora aperte, che non permettono illusioni al tramonto di una vita.
Perseguitati dalla nostra occasionale premura, lo distogliamo per qualche minuto dal lavoro. Ancor oggi, che potrebbe farne a meno, dedica cinque o sei ore al giorno a fascicoli e documenti che tiene ordinati su una scrivania sobria, nel suo minuto studio. Il resto della giornata lo trascorre in famiglia, abbandonandosi sovente alla lettura dei testi biblici sapienziali («i salmi sono un fonte inesauribile di pensiero, di bellezza e di poesia»).
Enzo Biagi ha scritto: "È stato subito domani, è passato tutto molto in fretta".
«Com'è vero. È trascorso quasi un secolo e non me ne sono nemmeno accorto».
Cosa ricorda dei quasi quindici anni di amministrazione comunale?
«Rammento con piacere tutti gli anni della mia amministrazione e qualcuna delle maggiori opere realizzate in quel periodo. Il trasferimento dello scalo merci delle ferrovie, il forno di incenerimento, la copertura del Cosia. E così pure le scuole, gli asili, i giardini pubblici, la strada a lago».
Eppure non fu tutto rose e fiori. Proprio per la strada a lago le polemiche furono asprissime.
«Non in consiglio comunale. Al tempo in cui ero sindaco, anche decisioni difficili erano solitamente prese all'unanimità. Non mancavano le discussioni, anche aspre, ma rimanendo su un piano squisitamente amministrativo, fuori da ogni ideologia politica. Se l'opposizione, a proposito di un determinato progetto, riteneva di apportare qualche sensata modifica, si accettava il parere diverso. Ad osteggiare la strada a lago furono i fondisti, tutti i proprietari dei terreni che arrivavano fino a riva. Non fu cosa da poco. La loro protesta sfociò anche in cause civili, che però mi onoro di aver composto amichevolmente e con soddisfazione reciproca. Li convinsi facendo loro comprendere che l'interesse per la città andava tutelato maggiormente del loro interesse particolare di avere uno sbocco privato che portasse al lago».
È ancora oggi il tempo del coraggio nelle scelte amministrative?
«Non seguo più attentamente la vita amministrativa per rispondere seriamente. Quando sono uscito dal comune ho tirato giù la saracinesca e il mio punto di osservazione è quello di un qualsiasi semplice cittadino. Comunque non vedo scelte coraggiose. Mi pare un periodo negativo per tutto il paese. Como non si distingue, né in meglio, né in peggio. Manca il senso civico e il senso della collettività, per dirla in due parole. Ognuno guarda ai propri interessi. Ed è questo che mi ha spinto, qualche tempo or sono, dopo un lungo silenzio, a lanciare un allarme».
Secondo l'opinione di alcuni, un tempo il consiglio comunale era composto dal meglio delle famiglie comasche. Questa presenza è andata via via estinguendosi, fino ad arrivare al pallore attuale. È d'accordo?
«Posso confermare che, in ognuno dei tre consigli da me guidati, potevo contare su persone eccezionali, che ricordo con simpatia, senza differenze tra maggioranza e minoranza. L'impressione di un graduale, ma irrefrenabile allontanamento di persone particolarmente significative è anche mia. Non ho una ragione per spiegarne il perché. Costato una disaffezione alla politica e all'amministrazione locale. Siamo troppo in mano ai professionisti».
C'è qualche opera importante per la città di Como che ha il cruccio di aver dovuto lasciare nel cassetto?
«La cittadella della cultura, che volevo realizzare nel quartiere dov'era e dov'è attualmente l'Intendenza di Finanza. Avevo già concordato questo progetto, che avrebbe dovuto iniziare con l'insediamento della biblioteca, con l'allora responsabile dell'Intendenza e con il ministero, ma non ebbi il tempo di rendere realmente concreti gli accordi con atti amministrativi e con il mio abbandono l'intero progetto finì nel nulla più assoluto. Mi è altrettanto spiaciuto non aver portato a termine la tangenziale sud, di cui tuttora si parla e che, tra il '65 e il '70, auspice l'allora assessore ai lavori pubblici Spallino, era stata progettata, finanziata e il cui mutuo era già stato contratto. Poi arrivò il centro sinistra e non se ne fece nulla. Personalmente, ebbi la fortuna di andarmene prima, quando i partiti non avevano ancora cominciato a far sentire il loro fiato sul collo. Politicamente, con l'avvento dei Fanfani e dei Moro non mi sentii più a posto. Non ho mai avuto la tessera di un partito. Ero stato indicato dall'Azione Cattolica e alla politica mi sono sempre sentito prestato».
Don Ferdinando Citterio, docente di morale a Venegono, sostiene che la responsabilità di tutti i mali non è da imputare soltanto ai politicanti invadenti, ma anche a coloro che vent'anni fa trattavano con orrore la politica (Azione Cattolica compresa) e lasciavano campo libero agli altri. I cattolici hanno fatto ciò che era possibile o qualcosa meno?
«Forse potevamo fare di più. Nella Democrazia Cristiana hanno assunto sempre più potere le volpi, che guardavano prima al loro interesse di bottega piuttosto che al bene comune e i principi dell'Azione Cattolica, cui ho avuto l'onere di aderire, quella dei Luigi Gedda e dei Piergiorgio Frassati, furono completamente dimenticati».
Cosa manca a Como?
«Se mi è consentita una critica molto sommessa, vi è una carenza di uomini validi.
La preparazione professionale non basta, occorre una maggiore formazione umana».

14 dicembre 1997

domenica 2 luglio 2023

Carla Porta Musa (La scrittrice lieve)

Ricordo lei e le casa che le assomigliava. Un villino grazioso di inizio Novecento, interamente coperto d'edera, unica abitazione a due piani rimasta in mezzo a palazzoni alti il triplo, il quadruplo, che la sovrastavano senza annientarla. Anzi, per chi sapeva scorgerla, quella casa spiccava ancor più, appiglio e opposizione resistente all'inesorabile tempo che passa.
Carla Porta Musa ha vissuto fino a centodieci anni compiuti, con la lievità dei gerridi, gli insetti che hanno l'abilità di scivolare sull'acqua senza affondare, poggiando i tarsi delle zampe come per pattinare, sfidando la nostra idea di gravità e di superficie solida o liquida.
Non fu l'unico nostro incontro, anche se sono altri i colleghi che l'hanno conosciuta meglio.
Da parte mia, il ricordo più fulgido è quando mi raccontò che da bimba aveva visto Buffalo Bill esibirsi  con i pellerossa a Como, al Pra' Pasqué, dove qualche anno dopo costruirono il vecchio - ora - stadio Sinigaglia.
Quel nome, Buffalo Bill, per me era sinonimo di passato, di storia,  e ne provai uno stupore come mi avesse detto che aveva conosciuto Carlo Magno, Napoleone, Alessandro Magno e tutta la sua scorta. Realizzai invece che non è così, che il tempo è proprio tale e quale al rampicante che avvolgeva la sua casa: copre ciò che c'è sotto, dando ad esso una forma vaga, tranne chi ha la pazienza di scoprirla, togliendo foglia a foglia.

P.S. Nell'intervista Carla Porta Musa si soffermò molto su Margherita Sarfatti, che conobbe e frequentò. Segnalo questo bel programma della Rai, in cui l'attrice Sonia Bergamasco la interpreta.

Soltanto i bambini guardano dal parabrezza posteriore delle automobili.
Carla Porta Musa ha la loro stessa instancabile curiosità, il medesimo candido stupore. Davvero gli anni si sono inchinati. Davvero il tempo l'è diventato amico.
Non le crediamo noi, quando confessa di avere ormai novantasei anni, ma non deve crederci neppure lei. Più tardi, infatti, parlando delle sue amicizie, prima dice: “c'è una vecchiettina che viene spesso a trovarmi”, poi scuote il capo, sorride e aggiunge: “la chiamo vecchiettina, ma avrà almeno vent'anni meno di me.”
Carla Porta Musa vive come parla e parla come scrive. In modo semplice, limpido, chiaro. Eppure magico. Senza tempo, appunto. Anche se il tempo lo ha vissuto pienamente, attraversando per intero questo secolo.
Le sue memorie rappresentano una tra le testimonianze più serene delle stagioni che furono. Scrittrice e poetessa “di momenti lirici”, come ama precisare, iniziati per una delusione d'amore.
«Dopo tre anni di fidanzamento il dottor Porta mi piantò. Soffersi moltissimo e cominciai in quel periodo a scrivere poesie. Diversi anni più tardi ci ritrovammo e lui comprese di essere ancora innamorato di me. Io dicevo sempre: o sposo il dottor Porta o sposo nessuno.
Era un uomo di enorme cultura, dal quale imparai moltissimo. Ma era anche un uomo molto severo, con un carattere difficilissimo. Non è stata una vita facile con lui, non sempre serena, ma tutto questo è servito perché mi ha fatto diventare quello che sono.
La persona che devo ringraziare maggiormente è però mio padre. In vita mia non ho conosciuto un secondo Enrico Musa.
Tra l'altro, egli fondò l'Istituto Carducci e fu segretario della grande Esposizione Voltiana del 1927 e, due anni prima, fu tra coloro che fecero acquistare Villa Olmo, con il contributo di quattro milioni del Comune e reperendo l'importo restante grazie ad una sottoscrizione popolare.
Ricordo Enrico Musa come un uomo incredibile, ma soprattutto come un padre dolce, che sapeva insegnare con molto garbo. Giannino Porta, se non capivo subito, si arrabbiava; mio padre, invece, amava moltissimo ascoltare. Tra noi c'era vero dialogo».
Musa, Porta, Linati, Casnati, Rovelli...Una girandola di uomini importanti. Più arduo, ma non impossibile, udire il nome di una donna.
«Margherita Sarfatti. La donna più intelligente e colta che abbia mai conosciuto. Un vulcano. Pensare che non era mai stata un giorno a scuola e sul passaporto aveva perfino scritto “analfabeta”. Invece parlava alla perfezione cinque lingue e possedeva una cultura enciclopedica. Insegnò persino otto anni all'università. Era conosciuta in tutto il mondo. Allora era chiamata “la regina senza corona”.
Veneziana di nascita (e della sua regione aveva i colori) frequentò e amò moltissimo Como. Ricordo le numerose sere trascorse insieme da Collina, per sentirlo leggere, man mano che li scriveva, i “Promessi Sposi” tradotti in dialetto. Margherita abitava in una villa di campagna, donatale dal padre, a Cavallasca, in una località che lei stessa battezzò col nome di Lieto Colle e in cui volle esser sepolta».
Tra i “volti luminosi” che la mente rievoca, la città di Como mantiene una luce vivissima, che non si è affievolita col trascorrere del tempo.
«Io difendo la mia città. E la chiamo “mia” perché tale la sento, anche se mia madre era spagnola, mio padre milanese e ho parenti svizzeri, tedeschi, inglesi, austriaci. Appartengo ad una famiglia cosmopolita, ma ho trovato in Como una dimora ideale, poiché non si tratta di una città provinciale.
Anche fisicamente non lo è. È una città che ha una sua nobiltà, una città che definirei persino aristocratica, come certi suoi palazzi, certi suoi giardinetti.
A Como ci sono molte persone di ingegno, anche estrose. Semmai a Como non siamo uniti. È un carattere difficile quello del comasco, non si amalgama bene con gli altri.
Quando però dicono che a Como non si fa niente, mi arrabbio.
C'è un'università, che ancora non ha sviluppato tutte le proprie potenzialità, ma potrà farlo in futuro.
C'è un Istituto Carducci, che attualmente ospita la facoltà di giurisprudenza e propone anche concerti, scuole serali ed estive, viaggi e una biblioteca abbastanza consistente.
Ci sono i “nuovi venerdì letterari”. Quando ero molto giovane, con Carlo Linati, organizzammo i “lunedì letterari”. Durarono solo due anni.
Poi dal ’46 al ’53, al Carducci, tutte le settimane, da novembre ad aprile, proposi i “venerdì letterari”. Vennero i nomi più importanti della letteratura. I Bacchelli, Quasimodo, Errante, Savinio, Devoto, Saggio e altri ancora.
Di recente, l'amministrazione comunale ha insistito per l'allestimento dei “nuovi venerdì”. Mi è parsa un'idea preziosa, che ha potuto rendersi concreta con l'aiuto di Alberto Longatti.
C'è un Centro Volta, che a Como non è abbastanza conosciuto, ma all'estero è assai apprezzato. Sapesse quanti stranieri mi hanno detto: ma voi a Como avete il Centro Volta, che è una cosa importantissima. Tante altre più importanti città non hanno un circolo tanto prestigioso».
Alessandro Sallusti, dalle colonne del suo giornale, si è chiesto se proprio il Centro Volta non possa fare di più per Como.
«Tutti noi potremmo fare di più, ma io insisterei maggiormente sul valore di ciò che già esiste. Quel che manca è piuttosto la comunicazione.
Dico sempre all'amico Canobbio, un uomo di enorme intelligenza, cultura e sensibilità (tre virtù che, se compresenti, conferiscono alla persona carattere di eccezionalità), che è necessario divulgare un resoconto periodico di ciò che propone il Centro.
Chi sa che, dopo Venezia, Como è stata scelta dall'Unesco per la promozione di incontri culturali ad altissimo livello?
D'accordo, ci sono le pubblicazioni specifiche, ma chi va a leggerle?
È necessario informare il pubblico, comunicando in maniera più discorsiva, cominciando dalla A per arrivare alla Z e non viceversa. Altrimenti le persone, specialmente le più umili e semplici, non capiscono nulla».
Sulla sedia accanto alla sua c'è una busta colma di ritagli.
«Sono articoli di giornali italiani ed esteri. Quando accade qualche fatto importante ne faccio una raccolta e la dono alla biblioteca.
Ecco, se c'è una cosa che rimprovero alla mia città è di non investire abbastanza nelle biblioteche.
Alla nuova amministrazione provinciale, ad esempio. rinnovo una richiesta minima, che avevo già proposto a quella precedente. Nella nostra città ci sono diversi e validi editori.
Le biblioteche della nostra provincia sono numerose.
Perché non mettere a disposizione cinque o sei milioni e acquistare i libri degli scrittori comaschi, mandandoli in tutti i paesi dove esiste una biblioteca? Fino ad ora promesse, ma nulla di concreto. Che ci vuole? Meno di nulla. Solo gente che ami la cultura».

4 gennaio 1998

sabato 1 luglio 2023

Gianni Passera (Il ristoratore sagace)

Il club dei "noisti". Coloro che dicono sempre di no. Un dettaglio che avevo dimenticato e che ha un padre d'autore, Giovanni Guareschi, uno degli umoristi più sottili e sapidi che il secolo scorso ci ha regalato. 
Per il resto, ricordo un signore spiccio e svelto, che nel paio d'ore scarse in cui siamo restati uno di fronte all'altro, non sono riuscito a farmi un'idea certa se la severità che ostentava fosse d'indole oppure soltanto un vezzo, uno veste con la quale s'ammantava per marcare una distanza tra se stesso e il mondo sconosciuto.
Per scoprirlo dovrei chiederlo ai figli, a Bianca o Corrado, perché nel frattempo Antonello se n'è andato, lasciando però eredi che portano della famiglia Passera il vessillo, continuando la tradizione di un "modesto ristoratore" di inizio Novecento.

Ottant'anni. Con qualche acciacco, è vero. Nulla però di tanto grave da indurlo a rinunciare al lavoro quotidiano.
Possiede due alberghi, il Terminus e il Villa Flori.
Una moglie, quattro nipoti, tre figli. Tutti e tre laureati alla Bocconi.
Bianca ha partorito pochi giorni fa. Corrado è niente meno che amministratore delegato delle Poste Italiane. Antonello lo ha affiancato «in bottega», regalandogli la soddisfazione di costatare che l'impresa di famiglia «non si è volatilizzata».
Se è vero che un uomo, per essere fortunato, deve contare su qualche santo in paradiso, Gianni Passera si è di certo ingraziato l'intera corporazione dei beati.
Non che in vita sua i momenti bui siano mancati. Solo che ogni volta ha trovato qualcuno che l'aiutasse a riaccendere la luce. Come nel 1943. Campo di concentramento, prigioniero dei tedeschi. Due anni di violenze, privazioni, stenti. «Ero una larva - ricorda - pesavo quarantun chili». Lo preservò dalla disperazione solo la solidarietà tra compagni. Uno di loro portava un nome destinato a diventare celebre: Guareschi Giovannino, l'inventore di Don Camillo e Peppone e del Candido.
«Era un personaggio incredibile. Riusciva a sorridere di tutto, anche nelle circostanze più tragiche. Quando passava davanti alla fotografia di Hitler porgeva un saluto tutto cerimonie e ossequi, ma sostituendo il saluto romano col gesto dell'ombrello».
«Avremmo fatto tutto per un tozzo di pane, tranne che rinnegare la nostra Patria. Dicemmo no quando ci proposero di passare tra le truppe naziste. Ripetemmo il rifiuto quando fummo invitati a lavorare per loro come bibliotecari. Dicemmo no anche allorché ci fu chiesto di aderire alla Repubblica Sociale di Salò e replicammo picche dopo la liberazione degli alleati, che ci volevano collaborazionisti. "Sai Gianni cosa facciamo - mi disse Guareschi - fondiamo il club dei "noisti", quelli che rispondono sempre no».
Gianni Passera delle parole non abusa. Ricerca ogni aggettivo con la stessa meticolosa cura con cui le signore scelgono l'abito per le serate di gala. Di tanto in tanto, per sottolineare un concetto che gli pare di speciale importanza, tira in lungo una vocale e traccia con la punta dell'indice un immaginario rigo a mezz'aria o un punto interrogativo sul cuoio della cartella poggiata sulla scrivania.
Sbrigativo e spiccio nei modi, Passera è sagace nel replicare con ironia a ciò che lo indispettisce.
Cosa pensa del turismo a Como?
«Signori studiosi dell'informazione - risponde pepato - dovreste fare delle richieste più precise. Un mio professore chiamava questi argomenti "scatoloni vuoti". Quando sento discutere se la vocazione di Como debba essere industriale o commerciale o turistica, penso: "quante parole inutili". Tutte le zone economicamente più evolute sono a natura plurima. A un'attività industriale, ne affiancano una commerciale, una agricola e anche una turistica. In Italia abbiamo due modelli a cui mirare: l'Alto Adige e la Valsassina».
Il potenziale turistico di Como è sfruttato pienamente?
«No. C'è ancora molto da fare».
Che cosa?
«Aumentare la cultura. Investire in cultura. A questo ho sempre creduto. Quando mi laureai, nel 1940, discussi una tesi sull'industria alberghiera e turistica. Solo due studenti avevano in precedenza trattato quel tema. Fortunatamente oggi la biblioteca è zeppa di studi simili».
Come mai scartò il settore serico, la libera professione, il pubblico impiego e scelse di fare l'albergatore, che allora più di oggi doveva aver sapor di bancone e di osteria?
«Mi piaceva l'idea di continuare il sogno di mio padre Antonio, che iniziò come modesto ristoratore a inizio secolo. Terminando le scuole complementari alla sera, gradatamente diventò gestore del più bel albergo di Como. Un vero “self made-man”. Nel 1920, con l'aiuto dell'avveduto proprietario della Banca Taiana & Perti, poi Banco Lariano, arrivò dapprima ad affittare l'hotel San Gottardo e successivamente ad acquistare il Terminus. Con mio fratello Corrado non feci altro che continuare proficuamente la sua attività».
E ora è un suo figlio a mantenere viva la tradizione.
«Terminata l'università, Antonello decise di accettare le proposte di prestigiosi hotel. Ha fatto esperienza in tutti i settori di albergo, dall'economato all'amministrazione, dal ricevimento alla direzione e persino in cucina. Al Danieli di Venezia diventò aiuto cuoco».
"Dottor Passera, mi dia il passino delle uova!". Lo chef non sarà stato in imbarazzo, ma lei?
«Per me un figlio con l'umiltà di voler imparare è un orgoglio, non una vergogna. Fui lieto anche quando decise di rinunciare alla carriera per dedicarsi all'azienda di famiglia. Gli alberghi diventano facilmente obsoleti. Se non si tengono aggiornati decadono. Per rinnovare i nostri occorreva una forza giovane, con un po' di prurito, un po' di grinta».
E l'altro figlio?
«Fa il postino» ribatte sornione.
Le ha già spedito qualche lettera o cartolina?
«Certo, ed è arrivata in tempissimo. L'ha fatto apposta, per azzittirmi».
Parla sovente con lei di lavoro?
«Sì, anche se a volte siamo in contrasto, non mi ritiene un vecchio bacucco. Di recente mi ha mandato una sintesi del piano di impresa, imponendomi l'ovvia riservatezza».
Andreotti ha dichiarato che, in Italia, i matti che non affermano di essere Napoleone, dicono di voler risanare il bilancio delle Ferrovie. Non è che per le Poste il compito sia più agevole.
«Il compito di rendere efficienti le Poste è improbo. È come far camminare un carro dalle ruote quadre».
Perché Corrado ha accettato?
«Ha risposto ad una sollecitazione di Ciampi, che voleva un non politico e un non asservito».
Quando le confidò di voler accettare un tale incarico?
«Il giorno in cui fui operato per la quarta volta di artroprotesi. Era la prima decade di febbraio. Io non sapevo da che parte prendere e lui mi disse: "sai papà, mi hanno chiesto se...sto pensando di...". Figuriamoci se in un momento del genere mi mettevo a dare consigli».
Va d'accordo coi suoi figli?
«Moltissimo, ma bisogna intenderci. Se io dico bianco loro rispondono sempre rosso e le discussioni proseguono a lungo. Quello che infine cede sono io».
Cosa più ammira in loro?
«Come, non aveva detto che a quest'ora doveva andarsene?».
Appunto.

Como, 23 agosto 1998

mercoledì 15 luglio 2020

Le bionde trecce (Ciao Laura)

Nelle fotografie sbiadite in bianco e nero il biondo non si vede, ma si intuisce. Ti si distingueva così, anche da lontano, quando avevi vent'anni e giocavi uno sport che non era ancora lavoro, che non lo sarebbe mai stato, perfino nelle stagioni in cui i soldi per giocare te li davano davvero.
Tu appartenevi alla generazione precedente, quella degli allenamenti in palestre spesso diverse, prese in prestito, alle otto di sera, per consentire a tutte, commesse e impiegate, di arrivare in tempo.
Sei sempre stata così, in bilico. Tra un ruolo e un altro, tra un'epoca e l'altra, nella vita, come nella pallacanestro.
Quando ieri l'altro ho letto che te ne sei andata, oltre al dolore, allo sgomento, ho pensato che questo è proprio un anno strano, in cui tutti abbiamo avuto il timore di morire e debbo salutare persone mai godute appieno, eppure apprezzate, che hanno lasciato qualcosa di indelebile, nel tempo.
Ricordo gli infiniti momenti insieme, prima che la Comense diventasse il colosso che è stato e che poi crollasse, in uno schianto che non cancella le imprese sul campo.
In quella squadra tu sei stata l'anello di congiunzione, riuscendo a esserci sia quando si lottava per non retrocedere, sia nel momento in cui si puntava a coppe e scudetto: una giocatrice di sostanza, più di volontà che di talento, messa alla prova dalle fuoriclasse che all'inizio degli anni Novanta arrivavano, capaci tra mille distanze di fare gruppo e lasciare qualcosa di buono.
Eri bionda, ma non dentro. Per entrare in confidenza ci ho messo parecchio, nonostante ti vedessi praticamente ogni giorno e non ci fosse una gran differenza di età. Avevi parole misurate, spesso la durezza del volto, che si illuminava soltanto a tratti e in quel caso era come uno sciogliersi, un commuoverti pure quando ridevi, di gusto.
Ti ricorderò sempre così, Laura, con la tuta da basket o in piedi, al chiosco di Viale Varese e poi di Brunate. Come l'ultima volta che ti ho incontrato e non hai voluto lasciarmi andare prima di aver chiacchierato, prima di avermi parlato di Alice, di avermi offerto la colazione e ricordato qualcosa di buffo.
L'ultimo "terzo tempo" l'hai concluso con un'uscita di scena senza palleggio, lasciando tutti noi con il naso all'insù, a guardare la retina vuota del canestro, con però nel cuore l'esempio della lottatrice che sei stata e che dobbiamo essere anche noi, per andare avanti quando invece la tentazione sarebbe di fermarsi, guardando soltanto indietro.