Visualizzazione post con etichetta comunità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta comunità. Mostra tutti i post

sabato 28 marzo 2020

La prima cosa che voglio fare (Dopo, ma anche prima)


La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso", non sarà prendermi una settimana di ferie, vere, né pensare a nulla, uscire con gli amici, mangiare al ristorante, andare al cinema, bere il caffè in centro, visitare altre città e i musei, tuffarmi nel mare, girare in bicicletta, prendere il treno, vagare a zonzo tra gli scaffali del supermercato o nei boschi dietro casa.
E neppure tornare a baciare finalmente mia mamma, abbracciare le persone a cui voglio bene, stringere la mano alle persone che stimo, chiacchierare con chiunque senza badare a che ci sia più di un metro di distanza, cenare o pranzare con la famiglia allargata, come accadeva prima, ogni sabato o domenica, guardare le partite in tv tutti insieme, ascoltare gli amici dei miei figli che fanno un accidenti di baccano, dentro casa, fare visita alle persone malate, mettere un fiore al cimitero, aprire a chiunque bussi alla porta.
No. La prima cosa che voglio fare, quando "tutto questo sarà l'anno scorso" è tenere la testa alta, riappropriarmi della mia dignità di persona, levarmi da dosso la negatività che mi ha appiccicato addosso questa situazione assurda, lavar via la paura, non ripetere gli stessi errori, coltivare la mia parte razionale ma pure quella istintiva, fare e mantenere memoria.
Soprattutto questo: fare e mantenere memoria. Perché tanta apprensione, tanta sofferenza non sia stata vana, perché ne usciamo cambiati, in meglio, riuscendo a percepirci come comunità e non soltanto come individui, ognuno con la sua pena, ciascuno con a cuore soltanto la propria scialuppa.

martedì 5 novembre 2019

Se non ci fossi tu (Il buono che è in noi)


Se non ci fossi tu, bisognerebbe inventarti, ma inventandoti non riuscirei comunque a pareggiare la simpatia, l'originalità, la bellezza del ragazzo che sei, con i tuoi diciassette anni oggi e il ciuffo castano chiaro, gli occhi scuri, come i miei, come il lato della famiglia a cui appartengo, il sorriso unico, gli scatti di altruismo e pure di carattere, mai piatto, banale.
Se non ci fossi tu, la vita sarebbe come il lago d'inverno, un televisore senza audio, la casa a cui manca un tetto, il risotto insipido, il camino freddo, Instagram prima delle "Stories" e un cellulare con pochi giga, che questi paragone forse li capisci meglio.
Se non ci fossi tu, sarei più piccolo, più grigio, più povero, più ingobbito, più avaro, più scorbutico, più tignoso, più inquadrato, più triste, più malinconico, più pigro, più vecchio, e tutti questi più sarebbero un grande meno.
Se non ci fossi tu, guarderei con minore fiducia al futuro, mi aggrapperei con forza alle poche certezze dell'essere umano, scordando che è la speranza in qualcosa di infinito, di eterno, il tratto distintivo delle persone che siamo.
Se non ci fossi tu, avrei smesso di seminare empatia, di preoccuparmi che sappia metterti nei panni dell'altro, comprenderne i desideri, le emozioni, le ragioni, di creare legami, relazioni, essere perspicace, andare avanti, non fermarti di fronte a un ostacolo.
Se non ci fossi tu, mi vestirei da anziano, non guarderei film che invece meritano, ascolterei la stessa musica che andava di moda quand'ero ragazzo, non riderei per i "meme", eviterei di rispondere a domande che mi aprono un mondo.
Se non ci fossi tu, non ci sarei io, l'io che sono diventato, un uomo fortunato.

P.S. Avere figli non è un merito, è un dono. Conosco moltissime persone generative che per scelta o indipendentemente dalla loro volontà non sono madri e padri. Mi piace pensare alla paternità e alla maternità non come un fatto privato, bensì in relazione a una comunità, alla società degli esseri umani, nel loro complesso. In questo senso bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, uomini e donne, non sono figlie e figli miei, tuoi, loro, bensì nostri, nostre, di tutti. E il buono che c'è, in questo mondo, è proprio perché con compiti diversi ma con eguale valore li facciamo crescere, aiutandoli a capire qual è il loro posto e a diventare possibilmente migliori di come noi siamo.

lunedì 2 luglio 2018

Il palombaro di ritorno (scriviamoci e incontriamoci di più)


Nell'attuale società liquida informazioni e relazioni sono fitte, eppure restano quasi sempre in superficie.
Ed io, che pur in questo mare navigo a mio agio, avverto sempre più spesso il desiderio di tornare ad essere il palombaro che ero da ragazzo: più solo, ma anche più capace di "nuotare profondo".
Che poi, ridotto in spiccioli, si potrebbe tradurre in qualche desiderio.
Vorrei tornare a scrivere delle lettere, ad esempio. Lettere, non messaggi, nessun epigramma, niente faccine che piangono o sorridono. Fogli di carta bianca, vergati a mano, possibilmente con penna a stilo. Al più, delle mail, indirizzate agli amici e alle persone che stimo.
Vorrei tornare soprattutto a "incontrarmi", quei momenti comuni di discussione, di confronto, di dialogo, che quando ero ragazzo non passavano due sere di fila senza che ce ne fosse uno. Politica, scuola, religione... Ogni spunto era buono. In quella fucina sono stato forgiato, ho imparato attraverso gli altri a formarmi una coscienza, che poi diventava patrimonio comune, condiviso. In quelle serate dicevo la mia, ascoltavo parecchio, cambiavo idea pure quando la mantenevo, nel senso che non era raro si rafforzasse, anche soltanto per doverla affinare con l'obiettivo di esporla o di puntellarla affinché assorbisse l'urto avversario.
Mi mancano quei momenti, lo ammetto. Credo che nell'attuale scorrere dei giorni, connessi in ogni istante come siamo, ciascuno con gli occhi puntati sul proprio telefonino, sia sempre più urgente la necessità di "riunirsi", di luoghi anche fisici di scambio.
Se è vero infatti che in un certo periodo storico ne abbiamo abusato (mi viene in mente il post Sessantotto e certe tendenze all'assemblearismo), oggi rischiamo l'esatto contrario, cioè l'assenza, l'autoreferenzialità, il vuoto, ciascuno che va avanti con il proprio paraocchi, vince chi urla di più e non importa se capisce di meno.


venerdì 14 agosto 2015

Il gesto dell'ombrello (oltre la siepe del nostro giardino)

Foto by Leonora
Prologo: stamattina, nel mio paese. Il corteo del funerale avanza composto, nonostante la pioggia abbia colto tutti d'improvviso. Quando il temporale diventa uno scroscio mi fermo sotto il tettuccio di un cancello. Due, tre, quattro minuti. Nell'abitazione di rimpetto una signora esce con l'auto e Isabella, che è accanto a me insieme con Adriano, l'ex edicolante, domanda alla donna se può prestarci un ombrello. "Non posso, sto uscendo!" è la risposta. "Vedo, ma al massimo quando è finito il funerale glielo lasciamo sul cancello" ribatte Isabella, che oltre a faccia tosta ha tosto pure altro. "No, no, poi lì me lo rubano" conclude la signora, mettendo in moto e andandosene senza degnarci di uno sguardo.
Dalla casa di fronte si affaccia un'altra vicina. Isabella ci pensa un istante e poi ritenta: "Scusi, stavamo andando al funerale e si è messo a piovere a dirotto. Non è che ci presta un ombrello?". Negli occhi della donna di mezz'età il vuoto. Silenzio. Capisco che ci sta pensando, che il suo cervello sta macchinando per capire cosa fare, finché se ne esce con questa frase: "Chi siete?".
Come chi siamo? Mi pare una domanda fuori luogo, ma resto muto, continuando a sentirmi a disagio, fingendo da un lato di essere lì spettatore per caso e dall'altro sperando che Isabella la faccia finita, che si qualifichi, che spieghi chiaramente chi siamo, che certamente ci conoscono, magari dovrebbero solo guardare meglio, riconoscendo Isabella e me o almeno l'ex edicolante cartolaio, coronando con un lieto fine questo momento di imbarazzo. Invece no. Isabella non dice chi siamo, cioè si limita a dire l'indispensabile, come in definitiva è giusto: "Siamo persone che stavano andando al funerale" ripete, sorridendo. Con eguale sorriso ci risponde pure la signora affacciata alla finestra, cortese nei modi e inflessibile nel rimarcare il suo recinto: "Guardate, mi spiace, non posso proprio aiutarvi, noi di ombrelli non ne abbiamo, quando piove noi usiamo soltanto giubbini. Ma la chiesa è vicina, sapete, cinque minuti e ci siete e poi tra un po' vedrete che smette". 
Per smettere ha smesso. Dieci minuti dopo. Quando ormai ci eravamo decisi a lasciare il rifugio improvvisato e come tutti gli altri siamo arrivati in chiesa zuppi, prendendola alla fine per quello che era, una benedizione del cielo e allo stesso tempo una lezione, su ciò che eravamo un tempo e su ciò che siamo diventati o che rischiamo di diventare se chiudiamo porte e finestre, se restiamo nei nostri cancelli, chi si è visto si è visto, considerando l'altro, chiunque altro, un estraneo.
Lo scrivo per me stesso, che a differenza di Isabella, cresciuta in una corte e abituata a condividere, sono figlio anch'io della generazione cresciuta al riparo del proprio giardino, con al di qua della recinzione tutto in ordine e a posto mentre fuori "non è affar mio". Cioè, lo è, ma devo pensarci un attimo, risposta non data con il cuore, ma con il cervello. E mentre il cuore non domanda se chi si ha di fronte ha un nome, una storia, un volto (proprio come monseigneur Bienvenù Myriel nei Miserabili), il cervello per ogni azione- reazione pretende uno studio, un calcolo, possibilmente un tornaconto.
Cambiare senso di marcia, tornare ad essere ciò che eravamo, ciò che erano i nostri padri almeno, generalmente cresciuti con il gramo ma proprio per questo disposti a condividere il poco che avevano, al giorno d'oggi deve diventare un obbligo, non un vezzo: soltanto tornando ad essere una "comunità", infatti, potremo fare fronte al terremoto di cambiamenti globali che avvengono attorno.  
Me lo appunto qua, anche se per ricordarmelo non occorrerà rileggere questo post. Basteranno quattro gocce di pioggia battente e un ombrello.

lunedì 18 aprile 2011

Il sacrificio di Roberto e gli occhi del cieco


Ce l'ho qui da dire, tra gola e lingua, da sabato mattina, ma ogni volta ho deglutito insieme con la saliva pure la buona volontà e il pensiero. Ora però guardo il computer, lo schermo luminoso che contrasta con il buio tutt'attorno, e mi pare di non avere più scuse per tacerlo, se non quella dell'essere pavido, di non ammettere ciò che durante i funerali di Roberto ho sentito, cioè che si sia chiuso un tempo, che la mia generazione si sia ritrovata adulta, vecchia persino, nonostante ciascuno di noi dentro immagini di essere e si senta un ragazzino. Era come vivere una poesia di Giorgio Caproni: "Con voi sono stato lieto / dalla partenza, e molto / vi sono grato, credetemi, / per l’ottima compagnia".
Quella chiesa strapiena, quei volti familiari e sconosciuti insieme, di tanti amici con cui sono cresciuto - magari io un filo più grande ma tutto sommato dell'età loro - e che ora si ritrovano per caso, tutti un po' diversi, con parecchi capelli in meno e molte segni in più sul viso, qualcuno d'occhi stanchi, altri - molti - cresciuti in pancia e peso, ma con una scintilla di ciò che erano che tuttora conservano, accanto alle loro compagne o ai figli o agli amici, anche chi è solo e la sera, a casa, non lo attende nessuno, se non un genitore ormai anziano, che continua a preparargli da mangiare e rifare la mattina il letto. Qualcuno, come Flavio, come ora Roberto, se n'è andato, strappato alla vita giovane, con l'unica consolazione che rimarranno per sempre ragazzi, che il tempo non potrà scalfire ciò che non ha più sottomano. Gli altri, tutti gli altri, erano lì, seri, qualcuno con le lacrime agli occhi, qualcun altro con lo sguardo fisso. "Sono i miei amici" ho pensato. Anche se non li vedo più o, quando capita, non è mai per più di una chiacchiera, una battuta al volo. Eppure ho condiviso con loro un tempo che pareva infinito e, se lo guardo adesso, senza fine lo è davvero. Marco, Paolo, Giannino, Drino e tutti gli altri, che non sto a nominare uno a uno, perché occorrerebbe l'elenco del telefono. Sono distanti ormai, ma sabato li sentivo legati da un unico filo, e quando ci siamo ritrovati al cimitero, una folla immensa, un paese intero, mi è sembrato che divisioni, pareri diversi, scelte di vita, fossero accessorio minimale di fronte a un'appartenenza che mi pareva forte ed evidente, quanto il cielo sopra la testa e la ghiaia sotto i piedi, tra un loculo e l'altro. Da dov'ero non sentivo le preghiere del prete, non udivo alcuna parola, solo silenzio, e vedevo centinaia di persone, chi ha opinioni simili e chi diverse dalle mie, compresi gli assessori, il sindaco e altra gente che cammina su sentieri opposti al mio. Eppure con essi, con tutti, in quel momento mi sentivo un tutt'uno, parte di una comunità, e mi parevano così sciocchi e banali i miei distinguo, i punti e le virgole che metto, tralasciando il senso e il nocciolo del discorso, cioè che siamo sulla stessa barca, in qualche modo fratelli e che occorreva il sacrificio di uno di noi per aprire gli occhi a un cieco.

Foto by Leonora