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domenica 1 ottobre 2023

Restaurazione d'ottobre (Tra il dire e il fare)

Un post al giorno. A ottobre cerco sempre di farlo e pure quest'anno, nonostante fossi intenzionato a lasciar perdere, a interrompere un'abitudine cominciata per gioco, per sfida a me stesso.
Non scordando da dove sono partito: la convinzione che lasciare traccia ogni giorno conservando varietà, originalità, buon gusto sia impresa da geni, dunque fuori dalla portata del sottoscritto.
Ciò nonostante lo ripropongo, innanzi tutto come esercizio, considerato che tra le molte lacune che ho, la maggiore è certamente l'incapacità di tradurre in pratica quanto penso, di colmare la distanza tra il dire e il fare, che in me assume le proporzioni d'un oceano.

P.S. Ci sono due modi per guardare a se stessi: con eccessiva indulgenza e con pari durezza. Lascio sospeso perciò il giudizio su quante riportato in queste pagine, che può apparire poca cosa per me (e certo lo è), ma nel contempo non dispiacere a qualcun altro, per quell'insondabile mistero che, se preso a piccole dosi, può sembrare illuminante persino il banale, l'ovvio.

sabato 26 marzo 2022

In palmo di mano (È mentre dormiamo che sbocciano i fiori)

Di tutto il grumo di pensieri parole opere e omissioni che da settimane mi si aggroviglia nella testa, l’unica certezza è questa: è mentre dormiamo che sbocciano i fiori.
Esiste una vita che procede indipendentemente dalla nostra comprensione, azione, volontà.
Di più. Quanto c’è di più bello, più vero, più sorprendente, non dipende da noi, prende forma e sostanza quando meno interveniamo, quando evitiamo la presunzione di essere gli artefici di tutto, il centro dell’universo, mentre - al massimo - lo siamo del circondario.
Una consapevolezza che d’acchito potrebbe invitare alla resa, al metterci in un angolo, tanto si vale nulla, poco più di un accidente di percorso al cospetto del cosmo sterminato.
Invece, a ben rifletterci, è il contrario: consci della nostra piccolezza, del limite che abbiamo, possiamo metterci al servizio del bene con l’atteggiamento giusto, con l’umiltà e la libertà di chi si fa strumento.

P.S. "Non scrivi da un po'". "Dovresti scrivere qualcosa". "Tra tanti post inutili e volgari, i tuoi pensieri sono al contrario gentili, profondi, curati e accurati, quindi ho pensato a come mai non li leggiamo più". "Ti aspettiamo". "Per la stima che ho di te e dei tuoi scritti mi piacerebbe sapere il tuo pensiero su ciò che sta accadendo".
Molte no, qualcuna sì. Qualche anima che si fa viva, di sua sponte, sorprendendomi, lasciandomi ogni volta basito, quasi commosso da tanta stima, vicinanza, affetto, condivisione.
Anch'esse, queste attenzioni, queste premure, sono come fiori: sbocciano mentre non ce ne accorgiamo, rallegrando e profumando la vita grazie alla gentilezza di chi li porge al nostro cospetto, superando imbarazzi e il pudore di bussare alla porta, per consegnarli, per affidarli al palmo della nostra mano.


domenica 31 ottobre 2021

Punti e linea (In relazione)

“Potete immaginare, creare e costruire il luogo più meraviglioso della terra, ma occorreranno sempre le persone perché il sogno diventi realtà.”
(Walt Disney)

Ci sono persone vicine, anche a distanza, ed altre “presenti” pur se non ne abbiamo mai sfiorato i volti e incrociato i passi soltanto da lontano, di sponda.
È il mistero della natura umana: riuscire a dare significati oltre la materia, percepire sintonie ed affinità per caso, senza causa (apparente).
Così come definire propri pensieri non perché li abbiamo chiari in testa, bensì farli diventare tali nell’istante in cui li mettiamo nero su bianco, dando ad essi forma.
È il potere della condivisione, della corrispondenza, per cui ciascuno è un punto e l’insieme di noi linea, trama, disegno che si svela.
“Relazione” è ciò che ci distingue e lega.
Se faccio mente locale - un po’ come in quei gialli di Agatha Christie, in cui nel finale tutto viene chiarito e si collegano i fatti avvenuti sotto una luce nuova - mi accorgo ora che “Relazione” è la parola chiave e il filo che accomuna discussioni e letture recenti, dalla fisica (i “quanti”) alla genetica (i fenotipi), dalla sociologia (l’ambiente che condiziona) ai rapporti tra colleghi o in famiglia (“le regole non bastano, ciò che conta è la relazione”).

P.S. Vorrei ringraziare uno ad uno i molti “coautori in contumacia” di questo blog, cioè tutti coloro che quasi sempre senza saperlo hanno avuto un ruolo di innesco, di scintilla.
Capita infatti che, nello scrivere, a ispirarmi sia una persona.
Quasi sempre differente.
Spesso amica reale, talvolta conoscente occasionale, in alcuni casi estranea, ma che per qualche insondabile motivo, in quel dato istante, fa scattare l'interruttore, accende la luce.
Tu chiamale se vuoi, anche queste, “relazioni”.

martedì 19 ottobre 2021

Povero Bito (Tra parentesi)

“Credo che le parentesi siano di gran lunga le parti più importanti di una lettera che non sia d'affari.”
(David Herbert Lawrence)

Mi sono incuriosito e ho fatto il conto: sono tre anni e mezzo che in questo blog compare una parentesi, ad integrazione o in aggiunta di un titolo.
Anche prima capitava, in modo saltuario, mentre è diventata regola aurea senza volerlo da metà aprile del 2018, un sabato, con un post in cui si intendevano i social network come bar, con le categorie di frequentatori che uno si sceglie oppure accetta, se decide di tirare dritto e di esporsi pubblicamente per lavoro.
Un argomento d'attualità pure adesso, specialmente per me, che commenti e pareri vado a leggere spesso, rispondendo sempre, quando mi riguardano.
Sono fortunato. Ho un pubblico esiguo, almeno qui, e su Instagram o Facebook. Faccio presto a rispondere e in genere nessuno mi mette in imbarazzo. Anzi, più sono netti, decisi, polemici, più volentieri replico.
Probabilmente diverso sarebbe se avessi un seguito ampio e se trattassi argomenti che di per sé infiammano, quali la politica, il calcio.
Ieri l'altro, ad esempio, sono incappato nel profilo Instagram di un giornalista che stimo ed è mio conterraneo, pur se di persona non lo conosco, Fabrizio Biasin.
Ad un suo post, per altro non uno dei più caustici, seguivano una serie di contumelie, ingiurie, offese, male parole e volgarità che forse soltanto Cruciani non avrebbe alzato un sopracciglio.
"Povero Biasin" ho pensato. Davvero occorre una buona dose di autostima e di cinismo, per ignorare tanto fango che adorna il proprio giardino. Poi però ho riflettuto su una delle magnifiche leggi di questo universo, quella secondo cui dai diamanti non cresce nulla (se non il proprio conto in banca e -voi direte - non è poco) mentre dal letame nascono i fior. 
Un ammirato mazzo di rose in omaggio a chi l'ha capito e ha trasformato quel bar in passione e affari, senza scandalizzarsi se a frequentarlo è un variegato pubblico, metà armata brancaleone e metà mucchio selvaggio.

P.S. Da tre anni e mezzo nei miei post i titoli comprendono una parentesi e nel testo c'è un post scriptum, come questo, in cui ho l’obbligo di citare mio cugino, che è tifosissimo dell’Inter, come Biasin, e si chiama anch’egli Fabrizio, pur se noi in famiglia lo chiamiamo “Bito”, il nomignolo che aveva quando era piccolo, a cui mia madre aggiunge sempre, chissà perché, un “Povero”, scuotendo lievemente il capo ogni volta che lo nomina, sospirando: “Povero Bito”.
Anzi, in dialetto comasco, “Poor Bito”.
E lo ripete altresì se la circostanza non lo vede povero affatto.
Tipo: “Hai saputo? Il Bito ha comprato la macchina. Poor Bito…”.
Oppure: “È partito ieri per le vacanze, poor Bito…”.
Se dunque domani mio cugino dovesse vincere al Superenalotto, sapete già quale sarebbe di mia madre il commento.
Poiché nulla è più forte del sentimento, dell’affetto bonario con cui una donna guarda al proprio cucciolo, anche se nel frattempo è diventato uomo e ha un’età che potrebbe già diventare a sua volta nonno.

giovedì 1 ottobre 2020

Un ponte (Tra noi)

Ho fatto tredici e non ho vinto nulla. O forse è proprio il contrario: il valore più concreto di questi ultimi anni consiste nella leggerezza delle parole, il filo ininterrotto che attraverso questo blog unisce noi, oltre la persona che ero con quella che nel frattempo sono diventato.
Quattromilasettecentoquarantasette giorni, mille post, un milione di parole almeno.
Il resoconto spiccio di un panorama ampio.
Era il primo ottobre del 2007 quando ho iniziato, con determinazione, cercando di non dare peso alla volubilità che mi accompagna spesso, confidando nella caparbietà del seminatore che nei geni evidentemente in dote porto.
È stato proprio così, non ho mai ceduto.
Sono stato talvolta in letargo, altri mesi ho scritto con regolarità, l'anno scorso - per il dodicesimo anniversario - ho fatto in modo che ogni giorno di ottobre avesse una traccia qui, un pensiero.
Un ponte, tra noi.
Un post al giorno per tutto il mese, il proposito che mi piacerebbe rinnovare quest'anno.
Un impegno che prendo, innanzi tutto con me stesso e per chi mi segue con stima, oltre che con affetto.
Il medesimo affetto e l'identica stima che provo io per tutti voi, che passate di qui e da tredici anni mi fate da finestra e da specchio.

giovedì 31 ottobre 2019

L'ultima pagina del libro (Questo)


Questo blog, il mio lascito. Perché è vero che non sono altro che fogli di carta in un bidone che brucia, ma a differenza di soldi, palazzi, gioielli ed oro, queste parole raccontano di me, di questo tempo, rendendolo in qualche modo vivo.
Il primo ottobre scorso, in occasione del dodicesimo anniversario, mi ero ripromesso di tornare a scrivere con assiduità, un post al giorno, per un mese di fila.
L'ho fatto.
Un poco arrugginito all'inizio, più disinvolto nella scelta degli argomenti e nella stesura dei testi man mano che i giorni passavano, ricordando una delle regole principali di ogni mestiere, compreso il mio: per fare una cosa non c'è miglior modo che farla.
Trentun giorni, trentuno argomenti, trentuno spunti, alcuni pubblicizzati poco, altri nulla, qualcuno molto, messo su Twitter e su Facebook, ammorbando coloro che passano di lì e ogni tre per due trovavano la mia postilla (mi ha fatto assai sorridere David, con la sua consueta ironia: "Ma che logorrea tieni in questi giorni? Non riesco a starti dietro con i like").
Da domani me la prenderò con più calma, senza tuttavia farmi vincere dalla pigrizia.
Dico spesso che non ho ancora pubblicato un libro, ma mento. Questo blog è già di per sé un libro, anche se l'ultima pagina è quella che non ho ancora scritto.

P.S. Sono grato a questo blog, anche perché è un pretesto: per osservare meglio le cose, per riflettere sui giorni che passano e ciò che mi capita, per dialogare con me stesso e con gli altri, soprattutto per fare quanto ogni volta mi prefiggo: posare lo sguardo.
"Posare lo sguardo", vedere "veramente", in particolare la persona che mi sta dinnanzi, sia esso qualcuno che conosco benissimo e frequento abitualmente, sia chi intervisto per lavoro, chi incontro casualmente al bar, per strada. "Posare lo sguardo" è uno stile, un punto fermo, ciò che mi qualifica e fa di me un essere davvero umano.

sabato 25 agosto 2018

Ottocentottantotto (Caro amico ti scrivo)


https://www.flickr.com/photos/lyonora/16979197099/in/photolist-rSgUqm-s9MXve-rSfFB5-s9QZTZ-s7y9aA-s9QZHZ-rSgTow-rSfF1q-s7y8us-rd3yLi-rQw52X-rcQYK5-rSfE4A-rSfE3d-s7y7v3-rSgRZQ-s9MVea-s9GGv5-rcQYoo-rd3xGz-s9MV4F-rSoRUp-s7y6Z3-rcQXUh-s9GG3m-rSoRDe-s7y6Jo-rSoRxn-rSgRgA-s9QXme-rSoRrF-rd3x52-rSgR5y-rSgR4b-s9GFA9-s9QX1p-rSoQZZ-rcQWJb-s9MTuD-s7y5pE-s9QWfM-s7y5i7-rSfBW9-rSoPKz-rSgPmy-s7y4B7-s9QVtX-rd3vaF-s9MSg6-s9QV5k
Non hai volto e ne hai mille, insieme. E sia che conosca il tuo nome o che mi sia sconosciuto è per te (e per me) che metto queste parole in fila, cercando ogni volta di cavarne qualcosa che meriti di restare nero su bianco, ignorando le inesorabili leggi del cosmo ("tutto ciò che c'è di importante è già stato scritto e comunque tutto, ma proprio tutto, finisce per essere dimenticato") e aggrappandomi a quel bisogno innato nell'essere umano, di comunicare, di entrare in relazione l'uno con l'altro.
Tre otto. Un numero che a pronunciarlo riempie la bocca, costringendo la lingua a battere a mitraglia tra denti e palato: ottocentottantotto.
Ottocentottantotto, i post che finora qui ho pubblicato, tanti da far invidia a un Diderot o a un Tolstoj, senza averne per fortuna l'ambizione e il talento.
Scrivere è stata la scintilla, la molla a scatto per farmi diventare ciò che sono: un lettore onnivoro, accanito.
C'è stato un tempo in cui per mestiere e per diletto scrivevo un sacco. La vena non si è inaridita, basta uno spazio bianco, vuoi di fronte a un computer, vuoi sul display del telefonino, affinché le sillabe si compongano da sé, lasciando alla ragione e all'orecchio l'attività di cesello.
Alla scrittura e alla lettura debbo molto, principalmente la capacità di ragionare con la mia testa, di formarmi un pensiero proprio, coltivando le virtù alle quali sono più affezionato: l'apertura mentale, l'insistenza del dubbio, la tolleranza nei confronti di chi è differente da me, il desiderio di conoscere, la capacità sintesi e di approfondimento, l'indispensabilità del dialogo.
Perciò continuo a leggere molto (nelle ultime settimane "Il Conte di Montecristo", "Paolo VI, una biografia", "Il lupo della steppa", "Un eroe borghese") e a scrivere, non più per mestiere, soltanto per il piacere di creare un filo rosso e di tesserlo, intrecciandolo con le storie di chi passa di qua e butta un occhio.
Se procedo a ritroso e lo osservo dall'alto noto gli argomenti variegati, gli stili diversi che compongono questo blog, che in quasi undici anni mi accompagna fedele, senza pretendere troppo. Ultimamente la forma che preferisco, direi l'unica che non stride con un certo cinismo o disinganno che si è andato formando, è quella dell'epistola, della scritto indirizzato a qualcuno.
L'ho già fatto nei mesi recenti e vorrei continuare, nel futuro prossimo, con maggior costanza e senza tentennamento, inviando lettere senza spedirle, omettendo talvolta il nome, mai il volto - almeno nella mia testa - a cui sono indirizzate.
"Caro amico ti scrivo", insomma, così non mi distraggo, neanche un po', e la persona rimane saldamente al centro, senza che l'idea prescinda da tutto, prendendo ottusamente il volo.

martedì 10 febbraio 2015

Immagini e parole (io, nel mezzo)

Foto by Leonora
"È un periodo della mia vita nel quale le cose mi consumano anzichè nutrirmi, e così anche per la scrittura". Lo dice un amico, una delle persone che più stimo e a cui sono legato, nel profondo.
Provo a riflettermi a specchio nelle sue parole, scoprendo che per me non è così, che anche nei periodi bui, quelli in cui il cielo non ha bordi ed è grigio, scrivere per me resta uno squarcio d'azzurro, un pozzo d'acqua miracoloso, perché attingo pure buttandoci le cose dentro. Posso astenermi, rimanere a lungo in silenzio, ma mai di fronte al bianco del computer acceso provo smarrimento. Semmai l'ostacolo è nel principio, nel mettere in fila le prime sillabe, poi procedo spedito.
Lo spunto, l'occasione, è tutto.
Anche perciò sono grato al lavoro che sto facendo e in particolare a uno dei progetti che seguo meglio. Si chiama Storylab, per ora è circoscritto a Bergamo e provincia, ma già così è fonte d'spirazione ricchissimo. Ne avevo già parlato (questo il post), la novità è che da un mese a questa parte c'è un blog ed è lì che in pratica ogni giorno mi cimento, proponendo una foto e appiccicandoci accanto un pensiero, di cui vado fiero, con l'incoscienza e la faziosità indulgente che ha un genitore di fronte alla creatura che porta in grembo. Una debolezza di cui chiedo scusa, ma senza rimorso. Delle molte tracce che lasciamo, nessuna delle quali destinata a durare in eterno, questa è tra quelle che mi fa sentire più utile, non un perditempo.
P.S. Per chi volesse appuntarselo, qui trovate tutti i post del blog di Storylab

martedì 13 gennaio 2015

Ottocento (e dimenticarseli quasi tutti)

Foto by Leonora
Ottocento. Anche se visibile ce n'è qualcuno meno. Con questo sono ottocento i post che ho scritto, dal primo ottobre del 2007 ad oggi, quasi duemila giorni, una media di un post ogni due giorni e mezzo, sedicimila righe in tutto se avessi tenuto fede al titolo del blog, in realtà molte di più, poiché non di rado tradisco il motto iniziale e vado lungo.
Tantissimo, visto da quassù, una pigna di parole da far spavento, anche se mica mi sono accorto di avere prodotto tanto e mi stupisco ogni volta che incappo in ciò che avevo messo nero su bianco tre o quattro anni fa o anche il mese scorso.
"Ma è possibile che l'abbia scritto io?". Una sensazione da straniero a casa propria che dà la misura di un esperimento riguardante la memoria umana e la percezione del cambiamento.
E' raro, per non dire impossibile che rinneghi qualcosa, anzi, in tutti i passaggi noto un'impronta digitale unica, personalissima, mia, eppure al contempo, scopro un tratto di me diverso, che avevo dimenticato. Credo che tutto ciò abbia a che fare con l'originalità dell'atto creativo ma è un'intuizione che andrebbe sviluppata e mi porterebbe lontano, mentre io vorrei fermarmi qui, adesso.
Ottocento post. Un blog cominciato per il desiderio di cambiare, di stare al passo con i tempi, di migliorare nel mio mestiere, pian piano trasformandosi in una sorta di diario, di taccuino per gli appunti, a futura memoria dei pochi intimi interessati alla mia persona e a un punto di osservazione da questo angolo di mondo.
Se mi ostino a continuarlo è per almeno tre ragioni. La prima è il bisogno quasi fisico di un filo d'Arianna che sappia cucire le varie esperienze di vita e lavorative che mi riguardano. La seconda è il piacere di condividere qualcosa di personale, un sorta di anelito alla socialità dell'orso. La terza consiste nell'opportunità di smentire un fatto altrimenti acclarato, cioè il mio essere assai scostante, essendo questa la prova provata che in un aspetto almeno sono capace di tenere duro, maratoneta della memoria, seppur in formato Lilliput.
P.S. I post non sono visibili sono una dozzina. Alcuni tra questi - ad esempio quelli riguardanti la solitudine, le incertezze dei momenti bui, la vicinanza di certi amici - diventeranno pubblici tra qualche tempo, quando gli anni saranno barriera sufficiente per non mettermi in imbarazzo. Altri invece non li pubblicherò mai, poiché li ho buttati giù di getto, come sfogo, per un torto subito, e anche tra dieci o vent'anni metterebbero in imbarazzo le persone di cui ho scritto. Incapace di covare rancore, sono orgoglioso di riuscire tuttora a provare pudore.
P.P.S. Questo è il post in assoluto più letto.

sabato 29 ottobre 2011

Seicento

http://www.lyonora.it/
Seicento. Non erano giovani e nemmeno forti, galleggiano ugualmente in quest'universo senza pareti dove nulla si cancella, al massimo si perde.
Seicento. Non è l'automobile color latte e menta della Fiat che comprò, prima in vita sua, mio padre.
Seicento sono i post redatti dal sottoscritto in quattro anni e un mese di esistenza in vita di questo blog, nato per istinto di sopravvivenza professionale e conservato come diario di viaggio, nella convinzione che la privacy è importante ma di privazioni si muore, per cui viva la pubblicità.
Non quella dei reclàme, che pur ha uno scopo nobile se somministrata in dosi omeopatiche, bensì quella del "pubblico", della casa aperta (che infatti è il contrario di quella chiusa), del cortile, del paese dove tutti sanno tutto di tutti e non si vive peggio, poiché conoscersi è il primo passo per venirsi incontro, aiutarsi a vicenda.
"Non sei geloso delle tue cose, della tua vita?" mi ha chiesto Paolo, leggendo questo blog. Ho risposto "No, ne sono orgoglioso". Perciò le metto in piazza, sapendo di correre un rischio ma pure di cogliere un'opportunità: nessun uomo è un'isola, tanto vale nuotare. E poi mi hanno insegnato che la piazza è quel luogo in cui, quando ciascuno porta il fardello dei crucci, alla fine torna indietro con il proprio, per scelta, perché alla fine non è poi tremendo al confronto con quelli altrui.
Non è vero che ho cancellato la linea del pudore, semmai l'ho spostata un metro più in là. Infatti qui non dico tutto. Cerco di filtrare il meglio, anche quando si tratta del peggio.
Dare valore al "pubblico", essere trasparente, allargare il cerchio della condivisione, oltre che delle conoscenze, sono le tre linee guida che mi orientano ogni volta che si apre una pagina vuota e la riempio.
Ringrazio coloro che mi accompagnano, sia quelli che finiscono protagonisti in qualche post, sia coloro - assai di più - che si accontentano di passare di qua, dare una sbirciatina e passare altrove. Sappiano che comunque mi fanno tutti un gran regalo. Quello di non farmi sentire solo, di interessare a qualcuno. Esiste forse un premio migliore di questo?
I seicento complimenti allora non me li faccio da solo: li condivido con voi.

venerdì 24 giugno 2011

Cinquecento post (L'operosità paziente delle api)


Cinquecento. E' il numero di post che compaiono su questo blog, scritti uno per uno dal sottoscritto, con piglio d'artigiano. Se chiudo gli occhi di alcuni ho una vaga memoria, della maggior parte non ricordo proprio cos'ho scritto, tanto che a volte, quando ci incappo per caso, non riesco neppure a credere che li abbia partoriti io. "Ma pensa te... - mi dico - bravo Giorgio!". Non ce n'è invece uno di cui mi vergogno o, peggio, mi pento. Può darsi che se dovessi rileggerli tutti, uno a uno, qualche variazione la farei, qualche spunto sarebbe superato o nello spettro dei colori sceglierei una tinta, un tono, invece di un altro. Però nella sostanza riconosco con orgoglio la paternità di ciascuno. Non starò qui a ricordare com'è nato questo blog, le motivazioni che mi hanno spinto a crearlo e le ragioni che lo tengono tuttora vivo. Chi lo segue lo ha già letto molte volte e non vorrei mi guardasse con l'accondiscendenza paziente con cui si sopporta l'anziano. "E' bravo, è simpatico, Giorgio, ma sembra mio nonno: sempre le stesse cose!". Oggi no, cambio spartito. Dicendo che l'altro giorno, mentre tagliavo il prato, sulle piante di lavanda era tutto un via vai d'insetti. D'istinto ho spento il tosaerba e sono rimasto incantato da tutto questo avanti e indietro, dalla paziente operosità delle api. Ecco, se guardo alle radici di questo blog, trovo qualcosa di simile, in quella misteriosa energia che anima le api, che solo in apparenza fanno un lavoro vano e di cui non godono - se non per una minima parte -il frutto. Però lo fanno. In quell'operosità paziente, pur se ben celato, c'è un senso. Un giorno, magari vicino o forse lontano, qualcuno leggendo queste righe ne scoprirà uno per i pensieri che metto qui, uno in fila all'altro. Non so se sarà il senso che do io, ma sarà già meraviglioso che leggendo scopra il senso suo.

Foto by Leonora