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sabato 30 maggio 2026

Tre benedizioni (E una qualità)

Ho salito, senza quasi accorgermene, un milione di scale. E mi ritrovo tuttora, ad ogni pianerottolo, sospeso tra il desiderio di sostare e la trepidazione di ripartire, tra lo stupore per quanto percorso e il timore di ritrovarmi in bilico, a sbalzo, senza certezze.
Mi rincuora un dettaglio, un atteggiamento che potrei definire ciò che mi fa sentire saldo e mi distingue ai miei stessi occhi: la consapevolezza che ogni scoglio può fare da trampolino, che ogni limite porta con sé un'opportunità.
Una questione innanzi tutto di prospettiva: persino l'evento più negativo, a saperlo osservare attentamente, a costo di ruotarlo sopra e sotto, di fianco e da parte, presenta una lama di luce, esattamente come i brillanti al chiarore delle lampade.
Non è teoria, bensì prassi. Il buono dell'uomo che sono lo debbo alle mancanze che ho saputo colmare, alle debolezze con cui ho dovuto fare i conti, ai fallimenti diventati occasioni. Una ragione sufficiente per non farsi eccessivo cruccio quando qualcosa va male ("Che sarà mai" sentenzierebbe la protagonista femminile del libro di Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti"). Anzi, è proprio quella pietra scartata dai costruttori a fare da base per altezze ritenute altrimenti inimmaginabili.

P.S. Un'altra buona pratica che tento sempre di applicare è la legge del tre, un esercizio di psicologia (noto come "The Three Blessings", "Le tre benedizioni") che consiste, al verificarsi di un evento negativo, nel pensare almeno tre aspetti positivi. Ad esempio, ieri dovevo andare in vacanza e ho scoperto di aver sbagliato a prenotare il volo di destinazione? Pazienza. Intanto è stata una fortuna averlo scoperto la sera prima e non direttamente in aeroporto; poi, esiste la possibilità di cambiare il volo, con una cifra non indifferente, ma comunque accettabile; infine, sì, costa di più, ma il denaro dopo tutto serve a questo, a risolvere problemi. 

sabato 16 aprile 2016

La pazienza del corniolo (Non diamoci troppa importanza)

Il "cornus rubra" in fiore
I colori sgargianti hanno il sopravvento in questa stagione di principio ch'è la primavera, con le giornate che si allungano, la luce che si distende come vernice, senza bisogno di pennello.
Lascio da parte le misere preoccupazioni quotidiane, concentrando l'attenzione su una pianta messa a dimora a lato del giardino. E' un "cornus rubra" (chiamato comunemente "corniolo") ed era stato scelto quattro o cinque anni fa per la fioritura splendida, un rosa acceso e impertinente, uno spesso ricamo della natura, che lo adorna da cima a fondo.
Rari erano però finora i boccioli e rachitici i petali, fragili persino i rami, tanto che talvolta non nego mi sia passato per la testa di dargli un taglio, netto.
Quest'anno invece, in un aprile all'apparenza come tutti gli altri, forse un po' più caldo, forse un filo più umido rispetto a quello passato, ecco che il cornus s'è ammantato di quei fiori stupendi che invano negli anni scorsi avevamo aspettato e ora fa bella mostra di sé, tra lo smeraldo dei prati, il rosso dell'acero, il verde carico del faggio e quello più tenue del fico.
Lo osservo ogni volta che torno a casa e me ne compiaccio, pur non avendo io alcun merito, con la natura che semplicemente ha fatto il suo corso. Lo fa sempre, la natura. Semmai siamo noi figli frettolosi e impazienti del creato a pretendere di dettare i ritmi, a incapricciarci se il corso degli eventi è differente da ciò che desideriamo. Una consapevolezza che mi prostra e nel contempo porta conforto: se infatti esiste uno scorrere più imponente di qualsiasi nostro sforzo, eccessivo è allora ogni affanno e tanto vale abbandonarsi al fluire placido del tempo, che tutto modella, tutto plasma, a proprio piacimento. Ciò non significa disinteressarti di tutto, bensì non darsi eccessiva importanza, comprendere la giusta portata del nostro impegno, accettandone i limiti, sapendo che tutto non inizia e non finisce con noi, ma c'è stato sempre un prima e ci sarà sempre un dopo.

sabato 10 agosto 2013

San Lorenzo (parola presente)

Foto by Leonora
Un mese e mezzo senza lasciare qui impronta. Per scelta, non per pigrizia o distrazione, schiacciato dalla consapevolezza che tutto finisce, che nulla è per sempre - in questo mondo - e che per quanto bravi o ostinati si possa essere la nostra traccia verrà spazzata via in due, massimo tre generazioni.
E anche se così non fosse, se qualcosa di me (ad esempio questa pagina o questo blog o qualche articolo che scrivo sul giornale) dovesse per un caso trasformarsi in arco e solcare più tempo di quanto ora immagini, esso sarà soltanto una di quelle scintille che salgono dal falò o uno di quegli agglomerati di ghiaccio incandescente a contatto con l'atmosfera, che chiamiamo stelle cadenti aspettandole nel cielo proprio oggi, San Lorenzo. Brevi scie luminose, faville di notorietà e memoria che non potranno mai comprendermi né comprendere chi realmente sono, proprio come io non so nulla a parte il nome di mio bisnonno Giovanni o del trisavolo Giacomo.
Non sono triste per questo e neppure arrabbiato o malinconico. L'accetto. Unica tentazione di risposta semmai è proprio l'astenermi dal reagire, l'abdicare al ruolo che mi è stato ritagliato, farmi ancor più piccolo, anonimo, insignificante, quasi per fare un dispetto al destino, come per dire: "Mi vuoi burattino? Ebbene, muovi pure i fili del teatro ma non pensare che ti aiuti, che ti dia la soddisfazione di illudermi d'esser dio (perché soltanto un dio può sopravvivere a se stesso), che ceda alla vanità e mi metta a costruire castelli di sabbia convinto che sia marmo".
Perciò in queste settimane non ho scritto e avrei continuato a stare in silenzio a lungo se non fosse per l'esempio di tante persone che pur senza saperlo, senza le paturnie che mi faccio io, con i loro pensieri, con le frasi, con le parole sono per me consolazione e diletto. Ci pensavo proprio ieri, leggendo un tweet di @nina_mau. Non so come mai, ma quelle poche parole, che niente avevano a che fare con ciò che ho poco sopra scritto, sono state la scintilla per mostrarmi un orizzonte nuovo. Ho riflettuto e credo che il motivo sia questo: è vero, nulla è eterno, nulla sopravviverà a un tempo limitato, però qui ed ora ciò che realizziamo, ciò che scriviamo, ci permette di essere più contenti, soddisfatti, realizzati. Di vivere meglio insomma. Sono alla resa dei conti un dono, che facciamo a noi stessi e agli altri, un modo non per ipotecare il futuro ma per rendere il presente colorato.