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venerdì 13 luglio 2012

Come la ghisa (è l'uomo contemporaneo)

Come la ghisa. Voi, la maggior parte delle persone che passano da qui intendo, probabilmente lo ignorate, perché leghe e metalli non sono certo la vostra passione e non avete avuto un padre che per metà della sua vita li ha comprati e venduti. Io che lo ho avuto invece so quanto pesante e duttile è il piombo ad esempio, che leggerezza ha la barra d'alluminio, in che oggetti si nasconde il preziosissimo nichel, la lucentezza del rame nei cavi, come si capisce che l'acciaio di quella pentola è veramente inox 18/10 e non ferro banale (basta usare la calamita: se attacca è ferro e vi hanno fregato, se scivola via avete speso i vostri soldi bene). La ghisa invece è durissima, una lega di ferro e carbonio utilissima per certe applicazioni perché a buon mercato e poco intaccabile, ma che ha proprio nella durezza il suo punto debole. La ghisa infatti è facile da spaccare. Basta un colpo di mazza, assestato bene, per mandarla in pezzi, essendo rigidissima, per nulla elastica, adattabile. Ecco, in questi giorni, in queste settimane, io mi sento come la ghisa: forte, ma ch'è sufficiente un imprevisto (una delusione, un inghippo, per non parlare di una malattia, di una preoccupazione) per farmi saltare. Una condizione che penso sia paragonabile all'attuale società, a questa nostra generazione, gigante dai piedi di argilla, apparentemente tutta d'un pezzo, tostissima, ma che per un nonnulla può andare in frantumi. P.S. Il difficile è allora come trasformarsi in acciaio, forte ma elastico, destinato nel tempo a durare adattandosi a danni e intemperie.

domenica 22 aprile 2012

Il peso (lieve) dei giorni


Foto by www.lyonora.it
I giorni si contano, ma i giorni anche si pesano.
Ci ho pensato stamattina, mettendo sulla bilancia i miei quarantasei anni con gli ottant'otto dello zio Emilio, il fratello di mia nonna materna. Io, rispetto a lui, nel numero sono a mezza strada, però in fatto di qualità il distacco è molto meno ampio.
Mettiamoli sulla bilancia, allora, questi benedetti anni, mesi, giorni.
Io fino a ventisette anni ho studiato, fatto il militare (venti mesi di servizio civile, per essere preciso), collaborato come giornalista portando a casa soldi, pur se non un vero stipendio, fatto vacanze di gruppo (quelle dell'oratorio, senza nessun Daccò che mi pagava yacht privati e resort di lusso, ma pur sempre giorni spensierati e di svago quasi assoluto), fatto l'animatore, goduto di tantissimo tempo libero, passato generalmente in tre modi: in compagnia degli amici, guardando la tv, leggendo libri.
Mio zio Emilio a dieci anni, l'età attuale di Giovanni, il mio terzo figlio, è andato a lavorare come garzone dal fabbro del paese, dieci ore al giorni, fiacche e calle sulle mani, caldo d'estate e gelo d'inverno, senza prendere un centesimo, perché dovevi già dire grazie che ti tenevano lì, imparando un mestiere a calci in quel posto. A quattordici è entrato in vetreria, sempre dieci ore anche se pagato, al reparto officina, ragazzo di bottega con pochissimi diritti e un dovere solo: stare zitto e lavorare sodo. A diciott'anni è stato arruolato e una settimana dopo il giuramento caricato su un treno che lo ha portato in Germania, in un campo di lavoro, che nel caso specifico non l'ha fatto libero, bensì quasi ammazzato. Lo hanno salvato delle patate crude che in spregio al pericolo aveva nascosto sotto terra e d'inverno, quando da due giorni non metteva nulla sotto i denti, con le dita senza unghie ha disotterrato e divorato poco per volta, quasi fosse un banchetto fastoso. Al ritorno a casa ancora lavoro, quarant'anni di settimane tutte uguali, una dopo l'altra, con unici vizi il sabato e la domenica pomeriggia in cooperativa, per giocare a carte, e due settimane di vacanze al mare, in pensione, ma mica sempre, cinque o sei anni in tutto. Poi l'infarto, la paura di morire, il lento ed inesorabile ritirarsi nel proprio mondo privato, dove l'orizzonte è quello dei propri acciacchi e non importa nulla o poco di tutto il resto. Quanto a me, dopo gli studi ho trovato lavori di gran soddisfazione, le vacanze fatte regolarmente, gli svaghi e gli amici in abbondanza, con i pensieri sì, ma pure la possibilità di affrontarli scegliendo la mia strada, il mio mondo.
Siamo figli di generazione fortunata, nati senza conoscere alcuno stento e con l'ambizione di potere fare tutto. Vorrei che i miei figli possano dire lo stesso, fra trenta, quarant'anni, ma non ne sono così certo.