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domenica 1 ottobre 2023

Restaurazione d'ottobre (Tra il dire e il fare)

Un post al giorno. A ottobre cerco sempre di farlo e pure quest'anno, nonostante fossi intenzionato a lasciar perdere, a interrompere un'abitudine cominciata per gioco, per sfida a me stesso.
Non scordando da dove sono partito: la convinzione che lasciare traccia ogni giorno conservando varietà, originalità, buon gusto sia impresa da geni, dunque fuori dalla portata del sottoscritto.
Ciò nonostante lo ripropongo, innanzi tutto come esercizio, considerato che tra le molte lacune che ho, la maggiore è certamente l'incapacità di tradurre in pratica quanto penso, di colmare la distanza tra il dire e il fare, che in me assume le proporzioni d'un oceano.

P.S. Ci sono due modi per guardare a se stessi: con eccessiva indulgenza e con pari durezza. Lascio sospeso perciò il giudizio su quante riportato in queste pagine, che può apparire poca cosa per me (e certo lo è), ma nel contempo non dispiacere a qualcun altro, per quell'insondabile mistero che, se preso a piccole dosi, può sembrare illuminante persino il banale, l'ovvio.

sabato 24 giugno 2023

A futura memoria (La scala di Gaspar)

Eravamo sette amici al bar. Che poi era un ristorante e Gino Paoli non cantava e non noi volevano cambiare il mondo, bensì è il mondo ad essere cambiato da quando ci siamo incontrati la prima volta, dovendo stare al passo noi, chi quieto, chi di corsa.
Storia breve di una parentesi lunga, oltre che tonda.
Con un prologo.
La sera di lunedì 19 novembre del 2007, zona Sant’Agostino, Como. Una ventina di ragazzi e ragazze e un paio di uomini già maturi che si incontrano, senza essersi mai visti prima, avendo in comune soltanto la sensazione di essere pionieri e l’esperienza di un blog.
Il loro blog. E il primo “pizza blog” di Como e province limitrofe, Canton Ticino compreso (qui uno, due, tre resoconti di allora)
Sedici anni dopo in sette, più due accompagnatori, ci siamo ritrovati attorno a un tavolo, scoprendoci identici e differenti insieme.
Differenti per qualche tratto del viso e i capelli brizzolati (chi li ha), identico per lo spirito curioso, la voglia di scoprire, conoscere, condividere.
I blog, nel frattempo, “sono morti” (come sentenzia Gaspar); la maggior parte non li ha più; qualcuno l’ha ancora ma mai aggiornato; qualcuna pensava fosse stato cancellato e invece ha scoperto che nel web si conserva (quasi) tutto e l’ha ritrovato; uno continua imperterrito a tenerlo in vita e quell’uno sono io.
Fine della breve storia speciale ed emozionante di un raduno che si è tenuto ieri l’altro, in cui è apparso chiaro come l’informatica ha rivoluzionato il mondo, ma è sempre la filosofia - cioè conoscere, discutere, confrontarsi, dialogare, interrogarsi, tentare di dare risposte, narrare - a spingerlo e renderlo interessante, degno di nota.

P.S. Per amor di cronaca e piacere di condivisione, aggiungo qualche postilla, a futura memoria, ringraziando Elena (Trombetta) che ha organizzato la rimpatriata, e Denise (Canu), sempre puntuale e riflessiva.
- L’assioma di Luca (Zappa)
“Il bello è che è tutta matematica”. Lo dice sottovoce, sorridendo, contento quanto un bimbo la mattina di Natale, mentre parliamo di intelligenza artificiale, anche se non è vera intelligenza, constatando come i computer possono già ora disegnare o scrivere testi, in autonomia.
- Il teorema di Frenz (Francesco Lietti)
Data la traccia audio e video di una persona, moltiplicata per enne volte, sommata a un numero X di testi da essa scritti e di cui viene conservata memoria, l’intelligenza artificiale sarà in grado di riprodurne voce e nuovi discorsi all’infinito, come se fosse viva, anche s’è morta.
- La profezia di Giorgio (me medesimo)
Considerato il teorema di Frenz, avendo io infinite tracce audio e video, oltre che migliaia di testi scritti conservati in internet, potrete vedermi e ascoltarmi e chiedermi cose e sentirmi rispondere per secoli e secoli, in versione ologramma (una scoperta beffarda per me, il cui mantra da decenni è che nulla si conserva e che è giusto metterci il cuore in pace e dormire quieti, considerato che nel volgere di un paio di generazioni siamo destinati all’oblio, senza eccezione alcuna. E invece…).
- Il monito di Valentina (Orsucci)
“Non sono preoccupata per me, bensì per i ragazzi di oggi, perché questi social, questa tecnologia… Cosa comporterà? Dove finiremo?”. Lo dice lei, mi sembra di sentire Isabella. Con tutte le loro ragioni, ma pure i torti, o meglio, la parzialità di un punto di vista. Perché che il futuro sia meglio o peggio non dipende dal futuro in sé, bensì da come lo si osserva. Se a prevalere è un approccio negativo, pessimista, allora preoccupazioni e paure dipingeranno ombra. Se predominante è uno sguardo positivo, ottimista, in ogni innovazione vedremo un’opportunità, invece di un problema, e andremo a dormire contenti sereni e sorridenti, ogni sera.
- La scala di Gaspar (Torriero)
La chiamo così, anche se ha precisato che non è sua, però tale e quale riporto la frase, com’è stata enunciata e che, a suo modo, compendia e spiega i timori di Valentina.
“Le tecnologie introdotte prima che avessimo quindici anni sono buone, quelle introdotte tra i quindici e i trent’anni sono una figata pazzesca, quelle dopo i trent’anni sono una boiata che condurrà l’umanità all’estinzione assoluta”.
A dimostrazione che il mondo cambia, noi esseri umani poco o nulla. Continuando a mantenerci in equilibrio, andando avanti e nel contempo guardando indietro, con nostalgia.

venerdì 10 giugno 2022

Dall'altra parte della barricata (Le cose sono un po' diverse)

In questi giorni mi trovo spesso a dare buoni consigli, forse perché sono rimasto a corto di cattivo esempio.
Pur restando intimamente orso - chi mi conosce bene lo sa - mi piace ascoltare le persone, cercare di capire cosa vogliono esprimere anche quando non lo dicono, per pudore, timore, imbarazzo.
Il problema iniziale, la sfida, è sempre la stessa: provare a mettersi nei panni altrui, "camminare almeno tre lune nei suoi mocassini" come direbbero i nativi americani Sioux.
Ho un mente una frase di Nenni, che dopo una vita all'opposizione si trovò vice presidente del Consiglio. Quando Montanelli andò a trovarlo, egli disse tra lo stupito e il costernato: "Certo che, a vederle da questa parte della barricata, le cose sono un po' diverse".
Scriverlo in tempi come questi, di guerra alle porte d'Europa, potrebbe sembrare di gusto ambiguo, tuttavia provare anche soltanto idealmente a spostarsi nella barricata altrui e vedere da lì, dovrebbe essere per ciascuno un esercizio da trasformare in obbligo.
In psicologia questa capacità di porsi in maniera immediata nello stato d'animo o nella situazione di un'altra persona si chiama "empatia". Io la considero semplicemente umanità.

P.S. Scriverei più spesso su questo blog, a volte però non sono ispirato, a volte temo un eccesso di vanità, a volte mi pare che tutto ciò che c’è di essenziale sia stato detto, a volte - sempre - l’assenza di vincolo uccide la creatività, non la esalta. Lo preciso qui, nel giorno in cui insieme alle eccellenti Giulia e Marta, sono stato invitato nella nuova biblioteca del mio paese a parlare proprio di questo blog, iniziato come aquilone che mi portasse via dalla scontentezza per il lavoro che facevo e diventato nel tempo una sorta di diario di viaggio, intimo, la parte migliore dell'uomo peggiore che nella vita di tutti i giorni sono.

sabato 30 aprile 2022

Vincolo stretto (Aprile, dolce dormire)

Trenta. Trenta giorni esatti, dal primo all’ultimo di questo mese monco, spazio dilatato di un tempo sospeso per assenza di vincolo.
Molte sono le cose che si apprendono per contrasto, compresa la conferma di un sapere antico: la forza di un pensiero è inversamente proporzionale all’urlo, al grido, si coglie nel palpito, nella brezza esile del tramonto, negli infiniti rumori e suoni che avvertiamo quando stiamo in silenzio.
Stare muti non è un disertare, semmai il contrario.
Così se ottobre, per questo blog, è il mese della fecondità, del mettersi in gioco, un post dietro l’altro, aprile sono i giorni della messa a riposo, della festività, riconoscere il primato dell’altro, del distante, del diverso, del lasciare in seconda fila l’ingombro dell’io, contrastare la tentazione di mettere se stessi prima di tutto.

P.S. Un tempo sospeso “per assenza di vincolo”.
Il vincolo è fondamentale, poiché è laccio, gabbia, muro, ma altresì ponte, trampolino, scalino, appiglio.
Senza vincolo la vastità della libertà spiazza l’essere umano.
Non la “libertà da” (dalla schiavitù, dall’oppressione, dal vizio…), bensì la “libertà per”, la “libertà di” (di essere noi stessi davvero, di poter realizzare ciò che desideriamo, di collaborare alla creazione del mondo, di seguire la nostra coscienza, di fare il bene, di aiutare chi ci è vicino…).

sabato 26 marzo 2022

In palmo di mano (È mentre dormiamo che sbocciano i fiori)

Di tutto il grumo di pensieri parole opere e omissioni che da settimane mi si aggroviglia nella testa, l’unica certezza è questa: è mentre dormiamo che sbocciano i fiori.
Esiste una vita che procede indipendentemente dalla nostra comprensione, azione, volontà.
Di più. Quanto c’è di più bello, più vero, più sorprendente, non dipende da noi, prende forma e sostanza quando meno interveniamo, quando evitiamo la presunzione di essere gli artefici di tutto, il centro dell’universo, mentre - al massimo - lo siamo del circondario.
Una consapevolezza che d’acchito potrebbe invitare alla resa, al metterci in un angolo, tanto si vale nulla, poco più di un accidente di percorso al cospetto del cosmo sterminato.
Invece, a ben rifletterci, è il contrario: consci della nostra piccolezza, del limite che abbiamo, possiamo metterci al servizio del bene con l’atteggiamento giusto, con l’umiltà e la libertà di chi si fa strumento.

P.S. "Non scrivi da un po'". "Dovresti scrivere qualcosa". "Tra tanti post inutili e volgari, i tuoi pensieri sono al contrario gentili, profondi, curati e accurati, quindi ho pensato a come mai non li leggiamo più". "Ti aspettiamo". "Per la stima che ho di te e dei tuoi scritti mi piacerebbe sapere il tuo pensiero su ciò che sta accadendo".
Molte no, qualcuna sì. Qualche anima che si fa viva, di sua sponte, sorprendendomi, lasciandomi ogni volta basito, quasi commosso da tanta stima, vicinanza, affetto, condivisione.
Anch'esse, queste attenzioni, queste premure, sono come fiori: sbocciano mentre non ce ne accorgiamo, rallegrando e profumando la vita grazie alla gentilezza di chi li porge al nostro cospetto, superando imbarazzi e il pudore di bussare alla porta, per consegnarli, per affidarli al palmo della nostra mano.


domenica 31 ottobre 2021

Punti e linea (In relazione)

“Potete immaginare, creare e costruire il luogo più meraviglioso della terra, ma occorreranno sempre le persone perché il sogno diventi realtà.”
(Walt Disney)

Ci sono persone vicine, anche a distanza, ed altre “presenti” pur se non ne abbiamo mai sfiorato i volti e incrociato i passi soltanto da lontano, di sponda.
È il mistero della natura umana: riuscire a dare significati oltre la materia, percepire sintonie ed affinità per caso, senza causa (apparente).
Così come definire propri pensieri non perché li abbiamo chiari in testa, bensì farli diventare tali nell’istante in cui li mettiamo nero su bianco, dando ad essi forma.
È il potere della condivisione, della corrispondenza, per cui ciascuno è un punto e l’insieme di noi linea, trama, disegno che si svela.
“Relazione” è ciò che ci distingue e lega.
Se faccio mente locale - un po’ come in quei gialli di Agatha Christie, in cui nel finale tutto viene chiarito e si collegano i fatti avvenuti sotto una luce nuova - mi accorgo ora che “Relazione” è la parola chiave e il filo che accomuna discussioni e letture recenti, dalla fisica (i “quanti”) alla genetica (i fenotipi), dalla sociologia (l’ambiente che condiziona) ai rapporti tra colleghi o in famiglia (“le regole non bastano, ciò che conta è la relazione”).

P.S. Vorrei ringraziare uno ad uno i molti “coautori in contumacia” di questo blog, cioè tutti coloro che quasi sempre senza saperlo hanno avuto un ruolo di innesco, di scintilla.
Capita infatti che, nello scrivere, a ispirarmi sia una persona.
Quasi sempre differente.
Spesso amica reale, talvolta conoscente occasionale, in alcuni casi estranea, ma che per qualche insondabile motivo, in quel dato istante, fa scattare l'interruttore, accende la luce.
Tu chiamale se vuoi, anche queste, “relazioni”.

martedì 19 ottobre 2021

Povero Bito (Tra parentesi)

“Credo che le parentesi siano di gran lunga le parti più importanti di una lettera che non sia d'affari.”
(David Herbert Lawrence)

Mi sono incuriosito e ho fatto il conto: sono tre anni e mezzo che in questo blog compare una parentesi, ad integrazione o in aggiunta di un titolo.
Anche prima capitava, in modo saltuario, mentre è diventata regola aurea senza volerlo da metà aprile del 2018, un sabato, con un post in cui si intendevano i social network come bar, con le categorie di frequentatori che uno si sceglie oppure accetta, se decide di tirare dritto e di esporsi pubblicamente per lavoro.
Un argomento d'attualità pure adesso, specialmente per me, che commenti e pareri vado a leggere spesso, rispondendo sempre, quando mi riguardano.
Sono fortunato. Ho un pubblico esiguo, almeno qui, e su Instagram o Facebook. Faccio presto a rispondere e in genere nessuno mi mette in imbarazzo. Anzi, più sono netti, decisi, polemici, più volentieri replico.
Probabilmente diverso sarebbe se avessi un seguito ampio e se trattassi argomenti che di per sé infiammano, quali la politica, il calcio.
Ieri l'altro, ad esempio, sono incappato nel profilo Instagram di un giornalista che stimo ed è mio conterraneo, pur se di persona non lo conosco, Fabrizio Biasin.
Ad un suo post, per altro non uno dei più caustici, seguivano una serie di contumelie, ingiurie, offese, male parole e volgarità che forse soltanto Cruciani non avrebbe alzato un sopracciglio.
"Povero Biasin" ho pensato. Davvero occorre una buona dose di autostima e di cinismo, per ignorare tanto fango che adorna il proprio giardino. Poi però ho riflettuto su una delle magnifiche leggi di questo universo, quella secondo cui dai diamanti non cresce nulla (se non il proprio conto in banca e -voi direte - non è poco) mentre dal letame nascono i fior. 
Un ammirato mazzo di rose in omaggio a chi l'ha capito e ha trasformato quel bar in passione e affari, senza scandalizzarsi se a frequentarlo è un variegato pubblico, metà armata brancaleone e metà mucchio selvaggio.

P.S. Da tre anni e mezzo nei miei post i titoli comprendono una parentesi e nel testo c'è un post scriptum, come questo, in cui ho l’obbligo di citare mio cugino, che è tifosissimo dell’Inter, come Biasin, e si chiama anch’egli Fabrizio, pur se noi in famiglia lo chiamiamo “Bito”, il nomignolo che aveva quando era piccolo, a cui mia madre aggiunge sempre, chissà perché, un “Povero”, scuotendo lievemente il capo ogni volta che lo nomina, sospirando: “Povero Bito”.
Anzi, in dialetto comasco, “Poor Bito”.
E lo ripete altresì se la circostanza non lo vede povero affatto.
Tipo: “Hai saputo? Il Bito ha comprato la macchina. Poor Bito…”.
Oppure: “È partito ieri per le vacanze, poor Bito…”.
Se dunque domani mio cugino dovesse vincere al Superenalotto, sapete già quale sarebbe di mia madre il commento.
Poiché nulla è più forte del sentimento, dell’affetto bonario con cui una donna guarda al proprio cucciolo, anche se nel frattempo è diventato uomo e ha un’età che potrebbe già diventare a sua volta nonno.

venerdì 1 ottobre 2021

Vivo e vegeto (Quattordici anni)

Se fossi umano saresti un adolescente.
Ti do del tu, anche se sarebbe più corretto l’io.
E scrivo “umano”, non “vivo”, poiché vivo lo sei e parli, comunichi, mio prolungamento e nel contempo essere a sé stante, autonomo: durerai più a lungo di quanto farà il sottoscritto, dirai di me anche quando avrò chiuso gli occhi e il labbro resterà freddo, muto.
Quattordici anni.
Era il primo ottobre del 2007, la mattina in cui ho scelto per te forma e titolo, scrivendo le prime venti delle migliaia e migliaia di righe che ti costituiscono.
Appartieni a una specie che s’é fatta rara e ha un nome buffo, quattro lettere in tutto, che paiono un rigurgito: blog.
Hai passato momenti d’oro, mietiture abbondanti, seguite da stagioni asciutte, semi sparsi sul terreno duro.
Sei stato a tratti nutrito, irrorato, posto sotto la luce, coccolato, a tratti invece trascurato, lasciato in ombra, messo a digiuno.
Mai però s’è spezzata quella fibra che ti mantiene vegeto, quel filo che ancor oggi, quattordici anni dopo, cuce e ricama “pensieri e parole, in libertà”, come quel primo giorno.

P.S. A proposito di spezzarsi e mantenersi vegeto. Annoto qui la resistenza del ramo d’olivo, un grosso ramo, che il peso della neve lo scorso inverno aveva lacerato, strappandone le fibre, tanto che dei sette o otto centimetri di diametro, attaccati al tronco non ne restavano che un paio.
“Seccherà”, ho pensato.
“Seccherà e in primavera lo taglierò”.
Per tagliarlo, l’ho tagliato, ma secco non era affatto.
Da quei due centimetri la linfa è continuata a scorrere, mantenendo il legno verde, vivo.
E l’immagine di quel ramo, divelto e insieme resistente, sopravvissuto, mi si è stampata in mente come un monito, a ricordarmi che per quanto la vita possa piegarti, troncarti, lacerarti, basta poco per restare attaccati ad essa e mettere di nuovo germogli, fiori, frutto.

mercoledì 21 ottobre 2020

Senza didascalia (Lui ed io)

Per un giorno parto dalla coda: invece di scrivere qualcosa e scegliere poi una foto a corredo, metto l'immagine innanzi tutto.
Lo faccio per gratitudine verso Leonora, che quasi sempre inconsapevole presta volti e colori alle mie parole messe nero su bianco, ma pure perché quel bimbo immortalato, che non so chi sia né quanto grande è diventato, mi sento molto io.
Aggiungere la ragione precisa, tentare di spiegarne l'esatto motivo sarebbe una forzatura, oltre che tempo sprecato. Un po' come quando ti raccontano una barzelletta e alla fine te la spiegano.
Per una volta mi piace pensare che ciascuno possa vedere ciò che crede, quanto sente, confidando che l'istinto, l'intuito, possano cogliere nel segno più di qualsiasi puntiglioso resoconto.

P.S. L'ho già scritto, lo ripeto. Leonora non è l'unica fotografa che apprezzo. C'è anche Elena ad esempio, i cui scatti mi piacciono moltissimo, spesso lasciandomi stupito. O Francesca. Oppure Margot, Andrea, Augusto. Qualche altro. A Leonora, però, a Lyonora, come si firma, sono grato poiché mi accompagna praticamente dall'inizio e perché ha un sito che mi permette di attingere a piene mani, senza nessun fastidio, con un semplice clic, blandendo non soltanto l'artista che c'è in me, ma anche il pigro.

giovedì 1 ottobre 2020

Un ponte (Tra noi)

Ho fatto tredici e non ho vinto nulla. O forse è proprio il contrario: il valore più concreto di questi ultimi anni consiste nella leggerezza delle parole, il filo ininterrotto che attraverso questo blog unisce noi, oltre la persona che ero con quella che nel frattempo sono diventato.
Quattromilasettecentoquarantasette giorni, mille post, un milione di parole almeno.
Il resoconto spiccio di un panorama ampio.
Era il primo ottobre del 2007 quando ho iniziato, con determinazione, cercando di non dare peso alla volubilità che mi accompagna spesso, confidando nella caparbietà del seminatore che nei geni evidentemente in dote porto.
È stato proprio così, non ho mai ceduto.
Sono stato talvolta in letargo, altri mesi ho scritto con regolarità, l'anno scorso - per il dodicesimo anniversario - ho fatto in modo che ogni giorno di ottobre avesse una traccia qui, un pensiero.
Un ponte, tra noi.
Un post al giorno per tutto il mese, il proposito che mi piacerebbe rinnovare quest'anno.
Un impegno che prendo, innanzi tutto con me stesso e per chi mi segue con stima, oltre che con affetto.
Il medesimo affetto e l'identica stima che provo io per tutti voi, che passate di qui e da tredici anni mi fate da finestra e da specchio.

giovedì 31 ottobre 2019

L'ultima pagina del libro (Questo)


Questo blog, il mio lascito. Perché è vero che non sono altro che fogli di carta in un bidone che brucia, ma a differenza di soldi, palazzi, gioielli ed oro, queste parole raccontano di me, di questo tempo, rendendolo in qualche modo vivo.
Il primo ottobre scorso, in occasione del dodicesimo anniversario, mi ero ripromesso di tornare a scrivere con assiduità, un post al giorno, per un mese di fila.
L'ho fatto.
Un poco arrugginito all'inizio, più disinvolto nella scelta degli argomenti e nella stesura dei testi man mano che i giorni passavano, ricordando una delle regole principali di ogni mestiere, compreso il mio: per fare una cosa non c'è miglior modo che farla.
Trentun giorni, trentuno argomenti, trentuno spunti, alcuni pubblicizzati poco, altri nulla, qualcuno molto, messo su Twitter e su Facebook, ammorbando coloro che passano di lì e ogni tre per due trovavano la mia postilla (mi ha fatto assai sorridere David, con la sua consueta ironia: "Ma che logorrea tieni in questi giorni? Non riesco a starti dietro con i like").
Da domani me la prenderò con più calma, senza tuttavia farmi vincere dalla pigrizia.
Dico spesso che non ho ancora pubblicato un libro, ma mento. Questo blog è già di per sé un libro, anche se l'ultima pagina è quella che non ho ancora scritto.

P.S. Sono grato a questo blog, anche perché è un pretesto: per osservare meglio le cose, per riflettere sui giorni che passano e ciò che mi capita, per dialogare con me stesso e con gli altri, soprattutto per fare quanto ogni volta mi prefiggo: posare lo sguardo.
"Posare lo sguardo", vedere "veramente", in particolare la persona che mi sta dinnanzi, sia esso qualcuno che conosco benissimo e frequento abitualmente, sia chi intervisto per lavoro, chi incontro casualmente al bar, per strada. "Posare lo sguardo" è uno stile, un punto fermo, ciò che mi qualifica e fa di me un essere davvero umano.

sabato 26 ottobre 2019

Ultima fila (Lì c'è Paolo)


Mai dire "Te l'avevo detto", sempre stare accanto.
"Un modo di essere, uno scegliere di metterci al fianco, senza rinunciare ad esprimere cosa vediamo da quel punto di vista, a raccontare la nostra esperienza, sperando che possa essere illuminante, evitando imposizioni, assumendosi un rischio".

Lo spiega Paolo Ferrari, una persona fuori dal comune, con cui ho la fortuna di collaborare da qualche anno, contribuendo a realizzare qualcosa di nuovo, utile, bello.
Il piacere maggiore, per me, è proprio stargli accanto, perché non è mai banale e ha una capacità unica nell'individuare il percorso educativo e un rigore fermo nel mettere sempre al centro il ragazzo, il suo cammino.
Il bello invece è che da un paio di settimana, invece di limitarsi a "fare", ci si ferma anche per "dire", per mettere nero su bianco i principi che lo ispirano, le lezioni che a sua volta ha imparato, ciò che l'esperienza nel bene e nel male ha partorito.
Per chi ha figli adolescenti, ma non solo, mi permetto di consigliare una sbirciatina, ogni tanto, ai suoi articoli, che di tanto in tanto posterò anche qua, linkandoli.
Questo ad esempio è il primo e afferma il principio secondo cui gli adulti sono sempre e comunque educatori ed il punto non è cosa facciamo, bensì se siamo credibili o meno.
Il secondo è quello che ho citato all'inizio e che qua si trova in versione integrale, garantendo che è corto e si legge in un fiato.

P.S. Il suo blog si può leggere anche se L'Eco di Bergamo e ha un nome curioso: "Ultima fila", poiché  generalmente soltanto se ci si siede in fondo si riesce ad avere uno sguardo ampio, attento, su tutto.

martedì 1 ottobre 2019

Dodici anni insieme (e un proposito)


Dodici anni. Un blog, quasi mille post e mezzo milione di pagine viste, spesso di sfuggita, a volte con attenzione, in molti casi con affetto da chi mi conosce, perché è una parola, quella scritta qui, che sempre mi assomiglia.
Ho cominciato il primo ottobre del 2007 per un impulso di libertà, in un tempo di panni stretti e crisi di coscienza, per testimoniare un impegno, oltre che raccontare ciò che mi passava per la testa. Via via è avvenuta una modifica, come accade quando una cosa è viva, diventando nella versione attuale una sorta di diario di bordo, a memoria presente e futura di ciò che sono, almeno nella parte buona, quella pubblica.
Ci sono stati mesi in cui sono stato presentissimo, altri meno, in alcuni casi un messaggio appena, mai però la spina è stata staccata, così come le "venti righe", di volta in volta più lunghe o più corte, senza tuttavia estinguersi o sbordare, per eccesso o scarsità di vena creativa.
Per celebrare degnamente questa piccola ricorrenza avrei un proposito, che faccia da pungolo alla mia naturale pigrizia e al contempo - avendo un principio e una fine - metta al riparo innanzi tutto me stesso dal peccato di vanità, di supponenza: scrivere ogni giorno un post, per un mese di fila.

P.S. Ringrazio tutti. Chi legge, chi mi segue, chi critica, chi elogia, chi scrive... Un grazie particolare lo riservo a Leonora, le cui fotografie mi accompagnano praticamente dalla prima ora. Quella di oggi l'ho scelta perché illustra più di un'enciclopedia ciò che penso delle parole che si scrivono, comprese quelle che in dodici anni si sono accumulate qui: dureranno una generazione, forse due, se il caso vuole pure di più, ma alla fine svaniranno, come carta in un bidone, che brucia. Ciò non ci esime dallo scriverle, esattamente come l'usignolo che canta, il cane che abbaia, il pesce che nuota.

venerdì 12 luglio 2019

Pollicino (Le passioni salvano la vita)


Ho sempre pensato fossero i libri a salvarmi la vita, a renderla meno noiosa, banale, monotona.
Per questo ne ho sempre uno con me, come la coperta di Linus: quando sono in auto, nella sale di attesa, mentre faccio la coda o attendo un appuntamento.
Per questo ne ho riempito le case che abito, ogni locale, elemento di arredo e tatuaggio sui muri dell'uomo che sono diventato, del bambino che ne aveva una dozzina e del ragazzo che i primi soldi che guadagnava li spendeva in libreria, considerando ricchezza raggiunta il giorno in cui invece di attendere le versioni economiche ci si poteva permettere le copertine rigide dell'edizione prima.
Ho sempre pensato fossero i libri, invece era altro. È altro.
È la voglia di leggere, il piacere di farlo, il desiderio di conoscenza, di vivere altri mondi, altri tempi, altre storie che non siano la mia, ma che con la mia si incrociano, diventando di due una.
Ho letto centinaia, migliaia di libri, non ne ho scritto uno. "Sarei un ottimo scrittore se soltanto avessi qualcosa da dire" ripeto spesso, mentendo per primo a me stesso.
A mancarmi non è la fantasia, né l'ambizione, così come illusorio è attendere una passione forte, un fuoco dentro. La gioia, il dolore, lo struggimento e tutto l'arcobaleno dei sentimenti possono fare da scintilla, ma - ne sono sempre più convinto - la differenza la fanno la determinazione, la caparbietà, la perseveranza, la volontà di farlo. Farlo. Non pensarlo. "La differenza tra fare una cosa e non farla è farla". Scriverlo. Una pagina dopo l'altra, alcune con fatica, altre con leggerezza, come mi ha detto una persona che stimo.
Forse lo farò, forse è giunto il momento. Nel frattempo resta questo blog, briciole di pane sparse alla rinfusa, che a guardarle dall'alto somigliano al percorso un po' strambo ma lineare di un moderno Pollicino e, nel bene e nel male, lasciano una traccia di me, che ai libri e alle parole debbo molto.

P.S. Ho cominciato questo post con altro intendimento, partendo dagli occhi spenti di una donna incontrata per caso, afflitta da un dolore dilaniante, delusa dalla vita, poiché essendosi appoggiata completamente a un uomo, quando lui l'ha lasciata è caduta lei e le è crollato tutto attorno. Mentre l'ascoltavo, mentre avvertivo sotto pelle il suo tormento, pensavo a cosa avesse lasciato scampo a me, al motivo per cui neppure nei momenti più bui dell'esistenza ho avvertito un vuoto tanto tremendo. La prima immagine che mi è venuta in mente sono stati i libri e da lì è partito tutto.

sabato 25 agosto 2018

Ottocentottantotto (Caro amico ti scrivo)


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Non hai volto e ne hai mille, insieme. E sia che conosca il tuo nome o che mi sia sconosciuto è per te (e per me) che metto queste parole in fila, cercando ogni volta di cavarne qualcosa che meriti di restare nero su bianco, ignorando le inesorabili leggi del cosmo ("tutto ciò che c'è di importante è già stato scritto e comunque tutto, ma proprio tutto, finisce per essere dimenticato") e aggrappandomi a quel bisogno innato nell'essere umano, di comunicare, di entrare in relazione l'uno con l'altro.
Tre otto. Un numero che a pronunciarlo riempie la bocca, costringendo la lingua a battere a mitraglia tra denti e palato: ottocentottantotto.
Ottocentottantotto, i post che finora qui ho pubblicato, tanti da far invidia a un Diderot o a un Tolstoj, senza averne per fortuna l'ambizione e il talento.
Scrivere è stata la scintilla, la molla a scatto per farmi diventare ciò che sono: un lettore onnivoro, accanito.
C'è stato un tempo in cui per mestiere e per diletto scrivevo un sacco. La vena non si è inaridita, basta uno spazio bianco, vuoi di fronte a un computer, vuoi sul display del telefonino, affinché le sillabe si compongano da sé, lasciando alla ragione e all'orecchio l'attività di cesello.
Alla scrittura e alla lettura debbo molto, principalmente la capacità di ragionare con la mia testa, di formarmi un pensiero proprio, coltivando le virtù alle quali sono più affezionato: l'apertura mentale, l'insistenza del dubbio, la tolleranza nei confronti di chi è differente da me, il desiderio di conoscere, la capacità sintesi e di approfondimento, l'indispensabilità del dialogo.
Perciò continuo a leggere molto (nelle ultime settimane "Il Conte di Montecristo", "Paolo VI, una biografia", "Il lupo della steppa", "Un eroe borghese") e a scrivere, non più per mestiere, soltanto per il piacere di creare un filo rosso e di tesserlo, intrecciandolo con le storie di chi passa di qua e butta un occhio.
Se procedo a ritroso e lo osservo dall'alto noto gli argomenti variegati, gli stili diversi che compongono questo blog, che in quasi undici anni mi accompagna fedele, senza pretendere troppo. Ultimamente la forma che preferisco, direi l'unica che non stride con un certo cinismo o disinganno che si è andato formando, è quella dell'epistola, della scritto indirizzato a qualcuno.
L'ho già fatto nei mesi recenti e vorrei continuare, nel futuro prossimo, con maggior costanza e senza tentennamento, inviando lettere senza spedirle, omettendo talvolta il nome, mai il volto - almeno nella mia testa - a cui sono indirizzate.
"Caro amico ti scrivo", insomma, così non mi distraggo, neanche un po', e la persona rimane saldamente al centro, senza che l'idea prescinda da tutto, prendendo ottusamente il volo.

sabato 23 dicembre 2017

Venti righe, dieci anni


Eppur mi sono scordato di te.
Eppure c'eri quando ho cambiato lavoro, quando i miei figli hanno fatto festa, mio padre è morto, tiravo una linea e facevo i conti, davo la caccia alle talpe, mi sono sentito solo, condividevo ciò che provavo, ero arrabbiato, ero contento, salutavo un amico, chiedevo scusa, ero in vacanza, seminavo l'orto, conducevo il telegiornale, leggevo un libro, visitavo le città, festeggiavo Natale, cresime, comunioni, compleanni, capodanno...
Ci sei stato sempre, anche quando ho scelto il silenzio.
Dieci, dieci anni insieme. Esattamente il primo di ottobre, anche se in quella stessa data nemmeno ci ho pensato (ecco perché l'incipit di oggi è "Eppur mi sono scordato di te"), accorgendomi soltanto ieri l'altro che era passato tutto questo tempo e con esso la bellezza di un numero tondo.
Dieci anni. Dieci anni di pensieri, parole, opere e omissioni. Dieci anni come compagno di viaggio, a volte petulante e insistente, altre discreto e scostante.
Spesso ti ho trascurato, è vero, ma mai abbandonato. Sei ciò che più somiglia all'uomo che vorrei essere e che sono stato, la parte migliore di me, l'eredità più bella che lascio.
Ti ho chiamato "Venti righe" e ne ho scritte migliaia, come si va in montagna, passo dopo passo, guardando il sentiero, di rado la vetta. Ed è così che farò in futuro, ricordando una delle molte cose che mi hai insegnato: il senso sta nel cammino, mai nel traguardo.

P.S. "Venti righe", due numeri. I post ad oggi sono 882 e oltre 392.000 le pagine visualizzate. Quello più letto (33.644) ha per titolo "Anche meno". Non mi pare un caso.

martedì 10 febbraio 2015

Immagini e parole (io, nel mezzo)

Foto by Leonora
"È un periodo della mia vita nel quale le cose mi consumano anzichè nutrirmi, e così anche per la scrittura". Lo dice un amico, una delle persone che più stimo e a cui sono legato, nel profondo.
Provo a riflettermi a specchio nelle sue parole, scoprendo che per me non è così, che anche nei periodi bui, quelli in cui il cielo non ha bordi ed è grigio, scrivere per me resta uno squarcio d'azzurro, un pozzo d'acqua miracoloso, perché attingo pure buttandoci le cose dentro. Posso astenermi, rimanere a lungo in silenzio, ma mai di fronte al bianco del computer acceso provo smarrimento. Semmai l'ostacolo è nel principio, nel mettere in fila le prime sillabe, poi procedo spedito.
Lo spunto, l'occasione, è tutto.
Anche perciò sono grato al lavoro che sto facendo e in particolare a uno dei progetti che seguo meglio. Si chiama Storylab, per ora è circoscritto a Bergamo e provincia, ma già così è fonte d'spirazione ricchissimo. Ne avevo già parlato (questo il post), la novità è che da un mese a questa parte c'è un blog ed è lì che in pratica ogni giorno mi cimento, proponendo una foto e appiccicandoci accanto un pensiero, di cui vado fiero, con l'incoscienza e la faziosità indulgente che ha un genitore di fronte alla creatura che porta in grembo. Una debolezza di cui chiedo scusa, ma senza rimorso. Delle molte tracce che lasciamo, nessuna delle quali destinata a durare in eterno, questa è tra quelle che mi fa sentire più utile, non un perditempo.
P.S. Per chi volesse appuntarselo, qui trovate tutti i post del blog di Storylab

martedì 13 gennaio 2015

Ottocento (e dimenticarseli quasi tutti)

Foto by Leonora
Ottocento. Anche se visibile ce n'è qualcuno meno. Con questo sono ottocento i post che ho scritto, dal primo ottobre del 2007 ad oggi, quasi duemila giorni, una media di un post ogni due giorni e mezzo, sedicimila righe in tutto se avessi tenuto fede al titolo del blog, in realtà molte di più, poiché non di rado tradisco il motto iniziale e vado lungo.
Tantissimo, visto da quassù, una pigna di parole da far spavento, anche se mica mi sono accorto di avere prodotto tanto e mi stupisco ogni volta che incappo in ciò che avevo messo nero su bianco tre o quattro anni fa o anche il mese scorso.
"Ma è possibile che l'abbia scritto io?". Una sensazione da straniero a casa propria che dà la misura di un esperimento riguardante la memoria umana e la percezione del cambiamento.
E' raro, per non dire impossibile che rinneghi qualcosa, anzi, in tutti i passaggi noto un'impronta digitale unica, personalissima, mia, eppure al contempo, scopro un tratto di me diverso, che avevo dimenticato. Credo che tutto ciò abbia a che fare con l'originalità dell'atto creativo ma è un'intuizione che andrebbe sviluppata e mi porterebbe lontano, mentre io vorrei fermarmi qui, adesso.
Ottocento post. Un blog cominciato per il desiderio di cambiare, di stare al passo con i tempi, di migliorare nel mio mestiere, pian piano trasformandosi in una sorta di diario, di taccuino per gli appunti, a futura memoria dei pochi intimi interessati alla mia persona e a un punto di osservazione da questo angolo di mondo.
Se mi ostino a continuarlo è per almeno tre ragioni. La prima è il bisogno quasi fisico di un filo d'Arianna che sappia cucire le varie esperienze di vita e lavorative che mi riguardano. La seconda è il piacere di condividere qualcosa di personale, un sorta di anelito alla socialità dell'orso. La terza consiste nell'opportunità di smentire un fatto altrimenti acclarato, cioè il mio essere assai scostante, essendo questa la prova provata che in un aspetto almeno sono capace di tenere duro, maratoneta della memoria, seppur in formato Lilliput.
P.S. I post non sono visibili sono una dozzina. Alcuni tra questi - ad esempio quelli riguardanti la solitudine, le incertezze dei momenti bui, la vicinanza di certi amici - diventeranno pubblici tra qualche tempo, quando gli anni saranno barriera sufficiente per non mettermi in imbarazzo. Altri invece non li pubblicherò mai, poiché li ho buttati giù di getto, come sfogo, per un torto subito, e anche tra dieci o vent'anni metterebbero in imbarazzo le persone di cui ho scritto. Incapace di covare rancore, sono orgoglioso di riuscire tuttora a provare pudore.
P.P.S. Questo è il post in assoluto più letto.

domenica 21 ottobre 2012

Settecento (giusti giusti)

Foto by Leonora
Per fortuna non esistono compleanni per i blog, altrimenti diventerei rosso: mi sono ricordato soltanto ora che le mie "20righe" il primo ottobre scorso hanno compiuto cinque anni tondi tondi, un lustro. Non esistono compleanni per i blog e neppure cerimonie per le cifre tonde dei post, altrimenti ora starei spegnendo settecento candeline, una per ogni pagina che ho scritto. Una montagna immensa, che a guardarla da quassù fa venire il capogiro tanto è alta, imponente e incredibile è pensare che l'abbia costruita tutta io, che se l'avessi immaginato, all'inizio, dal tremore non mi sarei neppure cimentato. Invece eccomi qua, cinque anni e settecento post dopo, assai più di un libro, il libro che mai scriverò e che ho giá scritto. La cosa che mi stupisce di più, lo ammetto, è rileggerlo. Mica tutto, che ci vorrebbe un mese, ma a spizzichi e bocconi, un po' come capita, per caso. La maggior parte delle volte non mi ricorso nulla, tanto che la sorpresa è massima e mi perdonerete la vanitá se scrivo in tutta sinceritá che quasi sempre il commento tra me e me è questo: "Caspita, ma che bella cosa che ho scritto!!??". Nove volte su dieci non mi sembra vero che a scrivere sia stato io, tanto che se non le trovassi qua, sul mio blog, ma le leggessi da qualche altra parte, non rivendicherei alcun diritto e mi limiterei ad applaudire beato, invidiando lo sconosciuto autore che invece sono proprio io. Chissá se per gli scrittori è lo stesso, se rileggendosi a distanza di anni provano il medesimo rinnovato stupore che provo io, nel mio piccolo. Devo ricordare di chiederlo la prossima volta che ne incontro uno.
Intanto, per confermare ciò che ho scritto e celebrare in qualche modo questa doppia ricorrenza, scelgo dal mazzo e ripubblico proprio uno di quei post in cui sono incappato ieri l'altro e che non avrei affatto riconosciuto. Ha per titolo "I giusti che salvano il mondo", parla di una domenica di maggio dell'anno scorso e cita una poesia di Borges che è un incanto. Consideratelo il mio regalo di buon compleanno.

lunedì 12 marzo 2012

Uno, nessuno, centomila contatti

Centomila. Centomila visualizzazioni e qualche spicciolo, ad oggi, e non da sempre, bensì da quando ho messo il contatore qui a fianco. Non sono mai rimasto infatuato dai numeri, agli incastri delle combinazioni preferisco le coincidenze casuali, quelle di cui mi accorgo notando uno spigolo, uno scostamento di passo o una rotondità, come in questo caso. Così come non m'ingabbia o toglie fiato l'ansia di trasformare una visita di amici in un'addizione forzata, ecco perché preferisco coltivare l'orto piuttosto che allargare il cerchio. Centomila sono già uno sproposito, che se ci penso - tante persone che per farle sedere tutte non basterebbero gli spalti di San Siro - ho un capogiro. Lo stesso mal di testa che mi viene quando cerco di riflettere sul fatto che in anni di appunti ormai il blog s'è trasformato in qualcosa che va al di là del singolo passo. Vedo un cammino, non un quadro compiuto. Può darsi che un giorno qualcuno, guardandole dall'alto, con distacco sappia intravedere tra le tessere un mosaico, ma questa non è impresa che si può chiedere a me, almeno non ora, che ci sono dentro fino al collo e già a tener fuori dall'acqua il naso e gli occhi faccio uno sforzo.
In ogni caso, per tutti i visitatori che passano con regolarità o anche saltuariamente da qui ho in serbo un abbraccio, fraterno. Raramente tra le righe mi sono risparmiato, quasi mai censurato. Grazie a questa fessura sapete di me moltissimo, a volte immagino più di quanto conoscete di molte persone che vi sono vicine. Il regalo più bello sarebbe che questa intimità, il desiderio continuo di dialogo, la spola ininterrota tra parola ed ascolto sia estesa proprio a quelle persone che avete accanto. Allora sì queste centomila gavette non saranno di ghiaccio e averle scritte avrà avuto un senso. E ancora l'avrà, interessasse a centomila persone o anche a uno solo.

Foto by Leonora