Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
martedì 4 giugno 2013
Timeo Twitter (ma è il nostro futuro)
Il vantaggio innegabile di questo strumento è che scardina l'intermediazione giornalistica, che per anni è stata esclusiva del nostro mestiere. Per sapere cosa aveva detto, come la pensava il presidente del consiglio o l'allenatore del Milan oppure Bruce Springsteen dovevi comprare il giornale o al più guardare la tv, che riportava frasi o scampoli di intervista, sempre "mediata" comunque, vuoi per le domande fatte e che orientano inevitabilmente le risposte, vuoi per i "tagli" ad hoc, vuoi per la traduzione non letterale del pensiero. Ora questo monopolio non c'è più, basta un tweet perché il campione di basket o il capo di un partito o il preside della scuola possano esprimere quello che pensano e soprattutto "farlo sapere".
Non solo. Se i tweet del singolo è dirompente, addirittura devastante è l'aggregazione. L'insieme dei tweet infatti, se filtrato e interpretato, diventa esso stesso storia, narrazione, con il propulsore di contare non su una, bensì su dieci, cento, mille, milioni di fonti. Un dato di fatto applicabile a qualunque evento e che non si riduce al terremoto o al concerto. Ho già fatto presente altrove che quando partecipo a dibattiti, convegni, manifestazioni ormai il mio modo di prendere appunti consiste nel leggere i tweet altrui ed assemblarli *.
Dico tweet, ma vale per altri strumenti (secondo l'arguta considerazione fatta da Luca De Biase in apertura del suo intervento a State of the Net 2013 di Trieste: "Oggi ho capito che Facebook morirà ma i social network sopravviveranno". Vale anche per Twitter e i social media). È la rivoluzione tecnologica e non il singolo prodotto che sta cambiando i paradigmi dell'informazione ed è questo mutamento che dobbiamo avere ben presente, perché fuggire è impossibile, mentre negarlo sarebbe ancor più sconveniente. Da che mondo è mondo "conoscere" è la premessa per affrontare il concorrente e possibilmente sperare di utilizzarlo, di trasformarlo da limite in risorsa, da avversario in concorrente e da concorrente in alleato, per fare ancora meglio il proprio mestiere.
* Saper assemblare i tweet, interpretandoli, scegliendoli, mettendoli in fila e trasformandoli da massa confusa in narrazione non è forse il nostro mestiere? Coraggio, anche se c'è molta nebbia e temiamo che da un momento all'altro ci si palesi sotto i piedi un burrone, molte sono le speranze in un futuro diverso e, perché no?, migliore.
P.S. Questo post nasce in aperta polemica con quanto avvenuto a Trieste, dove i media tradizionali - con la furba ma miope complicità di buona parte degli esperti tecnologici - ha estrapolato uno dei molti dati forniti da Vincenzo Cosenza lanciando note di agenzia e titolando: "Facebook, Google+ e LinkedIn in crescita, Twitter in calo". Quel dato tiene però conto solo dei desktop, non del "mobile", che invece per Twitter è il canale principale. Mi arrabbio moltissimo e insisto su questo aspetto non tanto per la superficialità di resoconto e neppure per l'errore (Twitter è un colosso, se vuole può difendersi in proprio) bensì perché di fatto si minimizza la minaccia, mentre io - a costo da esser mandato a quel paese o, peggio, esser mangiato dai serpenti - preferisco fare il Laocoonte e dire: "Timeo Twitter..."
P.P.S Ho scritto questo post appena svegliato, poi sono andato a correre e mentre correvo m'é venuto in mente di ribadire, di sottolineare di nuovo e meglio il valore dei social media e di come possono essere utili. Lo farò con la metafora del sarto. Fino a ieri il giornalista era colui che tosava le pecore, filava la lana, la tesseva ricavandone stoffe da cui ritagliava e cuciva un vestito. Ora la tosatura, la filatura, la tessitura possono farla anche altri (più diffusamente, più massicciamente e spesso più efficacemente), ma occorrerà sempre qualcuno che sappia tagliare, cucire, realizzare il vestito e in questo i più bravi, gli indispensabili persino, possiamo essere noi, i giornalisti. Ecco perché ai colleghi disorientati, ai giovani che non sanno se in futuro potranno fare questo mestiere dico: non smettete di desiderarlo, raccontare fatti, narrare storie è ancora il futuro del nostro lavoro, badando ad essere un bravo sarto piuttosto che lamentarsi di aver perso il monopolio della tosatura, del filatoio e del telaio.
mercoledì 2 novembre 2011
Ferruccio de Bortoli e i giovani dinosauri
Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie e io no.mercoledì 30 marzo 2011
Il volto di Monnalisa (L'Aquila e dintorni)
giovedì 8 maggio 2008
"Il Giornaletto" (ovvero il giornale letto)

sabato 26 aprile 2008
Il grillo e il riccio

Tra i blog che seguo quotidianamente, ne hanno parlato sia Mauro (non uno, ma due post), sia Gaspar (uno solo).
Pur se non richiesto, esprimo un parere personale: ben venga Grillo, anche che se non mi assomiglia per radicalità di concetto e temperamento caratteriale, ben vengano i suoi dubbi sulla effettiva libertà dell'informazione.
Premesso che non ho verità in tasca, premesso che chi conosce anche soltanto un poco della storia della stampa nazionale e internazionale sa che i problemi gravi di oggi non sono maggiori di quelli di ieri, ritengo che un "Grillo" parlante sia utile a prescindere, come direbbe Totò, e che il suo fustigare, instillando dubbi e denunciando storture sia il minimo che un paese civile possa permettersi se vuole continuare a definirsi tale.
Diffido delle chiusure a riccio e delle difese ad oltranza di una categoria. Preferisco che il dibattito ci sia, considerando sempre utile la voce fuori dal coro o quella che risponde con un contro canto.
Foto by Leonora
domenica 6 aprile 2008
Dove andiamo? Ci sarà posto?

Non voglio né potrei aggiungere nulla allo scontato, dicendo che si tratta di persone speciali, che mi fanno sentire ottimista per il futuro.
In questi giorni poi non sono molto presente, con la testa intendo. Vivo un po' nel mio mondo. Capita.
Ciò non toglie che in un momento di lucidità, meditando su quel benedetto futuro dell'informazione che mi sta a cuore, riflettevo su questo:
- La logica di sviluppo e di propagazione delle informazioni “in rete” non conosce verticismi, bensì coordinate orizzontali. Per dirla con un esempio che mi pare efficace: in Internet vince non chi ha un megafono più potente, bensì chi è abile a creare un passaparola più rapido e autorevole.
- Ciò che nella carta stampata ha perso smalto (citare le fonti, non “addomesticare” le notizie, accettare il confronto e se si è sbagliato chiedere scusa) in Internet é una necessità, pena la gogna e la perdita di ciò che distingue tuttora il potente strumento di informazione dal blogger, cioè l’autorevolezza, la certezza di serietà nel reperire, verificare, presentare la notizia.
E cosa centra il Pizza Blog con tutto questo? Nulla forse, se non per un aspetto: giovedì sera mi sono trovato attorno a un tavolo, con persone che stanno preparando la tesi, o che si occupano di grafica, che fanno i commercialisti e i docenti universitari, i consulenti d'informatica e gli addetti del settore tessile, i "responsabili della comunicazione nelle situazioni di crisi aziendale" e i fotografi, e ho compreso più cose sul futuro dell'informazione che stando a contatto per giorni con la maggior parte dei giornalisti.
Forse siamo troppo presi dal mettere un piede dopo l'altro, dal continuare passo dopo passo il cammino, per comprendere dove ci stiamo dirigendo e qual è l'intero itinerario.
Mi viene in mente una vecchia battuta "esistenziale" di Woody Allen: "Chi siamo? Dove andiamo? Ci sarà posto?"
Foto by Leonora
lunedì 31 marzo 2008
Blog? 'Sta nicchia!

Io qualcuno lo conosco, ma sono parenti e amici, e non credo possano smentire nei fatti la constatazione di Roberto.
Resta da capire (ma mi rendo conto che è un interpretar la sfera di cristallo) se questo sia un destino irreversibile oppure un fenomeno contingente.
Se si accetta come presupposto che chi legge i blog ha un atteggiamento più "attivo" nei confronti dell'informazione, il bivio che si prospetta potrebbe essere questo: un numero sempre maggiore di tali persone oppure un futuro di nicchia, com'è il presente.
martedì 18 marzo 2008
Pro memoria per spiriti liberi

A volte ne vorrei uno anch'io, per dare voce a chi meriterebbe di essere un giornalista e invece si occupa (probabilmente con soddisfazione) di altro. E' il caso di Massimiliano, il cui racconto del comizio di Veltroni, che ha fatto in questo post, è migliore di qualsiasi altro reportage sull'argomento che abbia letto sui giornali in questi giorni.
Lo segnalo perché merita e per dimostrare due cose: non importa l'opinione politica personale quando c'è onesta intellettuale e amore per il vero; la sinistra si distingue dalla destra per l'autoironia e il disincanto, ottimi antidoti contro ogni retorica e tentazione di potere fine a se stesso (attendo smentite con esempi concreti, che non siano articoli di quell'eccezione che è Pietrangelo Buttafuoco).
venerdì 7 marzo 2008
L'ottimismo dell'emù

Così stando le cose, e volendo campare ancora a lungo, ovvio che faccio il tifo perché la risposta sia: "Sì, esisteranno ancora per un pezzo professionisti pagati per trovare e rendere pubbliche le notizie".
Purtroppo, la volontà dell'ottimismo non sempre tiene a galla i naufraghi aggrappati ai marosi.
Premessa seconda. La pubblicità non può essere considerata l'unica fonte di entrata di un'impresa editoriale, neppure sul web. Però neppure è facile immaginare di farne completamente a meno.
Domanda da un milione di dollari (io però non li ho e chiedo una risposta gratis): che forma di pubblicità saremmo disposti non dico a gradire, ma almeno a tollerare?
Mi piacerebbe che questo quesito, anche a rischio di diventare fastidioso come una catena di Sant'Antonio, fosse fatto circolare sul web. Giuro di non essere al soldo di alcuna compagnia di pubbliche relazioni e dichiaro solennemente che lo scopo della curiosità è puramente accademico.
Risposta personale: quella che quando clicco su un sito di informazione compare su schermo (anche intero) per 2 secondi e poi scompare.
Spiegazione: quando il New York Times (sempre sia lodato) decise di mettere l'archivio on line consultabile gratis, ebbi quasi un moto di commozione misto a sincera gratitudine quando prima dell'articolo selezionato mi si aprì una pagina di pubblicità (Toyota, se non ricordo male) per scomparire un lampo dopo.
martedì 4 marzo 2008
Clicca che non ti passa

Occupandomi di informazione (pur se ammetto che in questo tempo sarei tentato di dedicarmi ad altro, addirittura di cambiare mestiere, e chi conosce quanto mi appassiona il giornalismo probabilmente riconosce l'eccezionalità del momento) mi interessa tutto ciò che riguarda il "sostentamento" del sistema dei media.
Propongo qui un'elementare e forse banale riflessione sulla “pubblicità on line”, che prende spunto dal recente dibattito in rete e, in particolare, a "State of the Net".
Le posizioni radicali potremmo sintetizzarle nel modo seguente.
- “Talebani” (ciao Gaspar): la pubblicità on line non se la fila nessuno; i banner delle aziende vengono cliccati soltanto da chi ha poca dimestichezza con la tecnologia (il 2 per 1000 dei visitatori); sempre più persone utilizzano filtri che “bloccano” la pubblicità (“ad block”).
- "Entusiasti": la pubblicità on line è la frontiera del futuro; ogni anno il budget degli investimenti pubblicitari sul web si moltiplica nell’ordine di decine di punti percentuali; attualmente il 4% degli investimenti pubblicitari viene orientato su Internet, stime ottimistiche giungono a ipotizzare che nel 2010 sarà il 10%.
Se proviamo a "scartare" gli estremi, sarei orientato a sostenere quanto segue.
- Se Internet è il “medium” del futuro, la pubblicità attraverso di esso ha una funzione strategica, non marginale.
- L’aumento percentuale di investimenti pubblicitari non cesserà, ma è difficile che continui un trend d’incremento a due cifre come lo registriamo in questi anni.
- Il banner è uno strumento forse superato, ma non è corretto valutarne l’impatto conteggiando quante volte viene “cliccato”. Non dimentichiamo che la funzione dirompente della pubblicità è quella di “mettere in vista” il prodotto ovvero di far passare un messaggio. L’interattività è un vantaggio in più, ma non bisogna confondere l’optional con il mezzo stesso.
- Studiare forme “intelligenti” e poco invasive di pubblicità, adatte allo strumento Internet, dovrebbe essere uno dei primi punti nell’agenda dei pubblicitari
- Pensare alla pubblicità come unica fonte di entrata è limitante e persino pericoloso nell'economia di un "medium" degno di essere definito tale
Foto by Leonora
lunedì 18 febbraio 2008
Giorgio 2.0

domenica 10 febbraio 2008
Sogno o son connesso

Da qualche giorno anche a casa ho un collegamento flat a Internet. Ieri sera, con mio figlio maggiore, Giacomo (11 anni), invece di guardare la tv abbiamo passato un paio d'ore su You Tube, ridendo per le papere dei calciatori e gli spezzoni di Dado a Zelig e le scene memorabili di Fantozzi. A un certo punto è arrivato anche il più piccolo della tribù, Giovanni (5 anni) mi si è seduto in braccio ed è stato dei nostri, in quel "novello" focolare domestico ch'è diventato l'angolo computer.
Stasera, rientrando a casa, ho trovato mia figlia Giorgia che giocava a Lizzie qualcosa sul sito della Disney (poi mi sono intromesso io e mentre lei se la cavava benissimo da sola, sono riuscito a dirgli: "Ma no, fai così, anzi così..." mandando in tilt il computer e facendogli passare la voglia).
Ora sto ascoltando la radio di Elena; consulto il sito di Repubblica e del Corsera per capire cos'ha detto di nuovo Walterone Veltroni; leggo sul blog di Mauro il commento sulla città di Udine e sulla maggiore "civicità" rispetto a Como; do un occhiata alle diapositive mostrate da Gaspar allo State of the Net concluso ieri, rendendomi conto che i resoconti sul suo intervento, pur riportati da gente affidabile ed autorevole, non ne hanno resituito perfettamente il senso; controllo le mail arrivate nelle ultime ore. Sono connesso, insomma. Con il mondo ma soprattutto con me stesso. E ho come l'impressione di essere entrato da poche ore in una fase nuova, come se fosse la prima pagina di ciò che per anni ho chiamato futuro ed ora è già qui.
lunedì 4 febbraio 2008
Concorrenza leale (2)
Lo scrivo come premessa a un ragionamento che avevo cominciato un paio di giorni fa, senza il tempo di renderlo compiuto.
Mauro, per un tempo gramo e insieme fecondo che gli capita, ha creato un blog che è anche un esperimento e un laboratorio. Ha scelto un fatto di cronaca a cui viene dato ampio risalto dai mezzi d’informazione sia locali sia nazionali (il processo alla così detta “strage di Erba”) e lo segue da “blogger”, mettendo a disposizione le proprie competenze, senza vincoli editoriali.
In questo modo assistiamo a un unico evento, seguito da più mezzi: televisione, giornali e blog.
Un’analisi dettagliata del fenomeno potremo averla soltanto tra un paio di mesi, quando il processo si concluderà e saremo dunque in grado di risalire a ritroso ciò che è accaduto, valutando criticamente tempi e modi in cui la notizia, le notizie sono state messe a disposizione di un pubblico. La mia speranza è che questa occasione non vada sprecata.
Nel frattempo, aggiungo il punto di partenza, cioè i “pregiudizi” da cliente di informazione, sottolineando da un punto di vista personale limiti e risorse e aspettative di ogni mezzo.
Giornale: per leggere ciò che è accaduto devo attendere generalmente il giorno dopo, ottenendo però in cambio un approfondimento maggiore e in molti casi il piacere della buona lettura. Il piacere di avere tra le mani la carta è una sensazione per taluni (per me, ad esempio) affascinante, che vale prezzo e attesa. Si dice che è la televisione ormai a “dettare l’agenda”, ma è altrettanto vero che per “pesare” la medesima agenda si attende l’uscita in edicola e la lettura del giornale. In ciò conta una qualità che, pur scemando per diverse ragioni, la carta stampata ha mantenuto negli anni: l’autorevolezza. C’è un altro aspetto, apparentemente marginale, ma che a mio modo di vedere rende il giornale unico: si può conservare, intero o a ritagli. Se rovisto in casa mia, non è raro che da un cassetto o dalle pagine di un libro o da una cartelletta dimenticata da qualche parte spunti un rettangolo di carta ormai ingiallita, che in qualche maniera ho reputato un giorno meritevole di esser messo da parte, conservato. Rimanendo alla “strage di Erba”, il giorno dopo ho atteso il Corriere di Como per leggere ciò che aveva scritto Dario Campione (di cui conservo l’inizio di un suo pezzo su un paese del lago:“Un grumo di case, appeso alla montagna”) cioè di un buon giornalista prestato alla “nera” e confrontarlo con il lavoro di Paolo Moretti e Stefano Ferrari della Provincia, ovvero due “neristi” puri che fanno del buon giornalismo. Così come sono rimasto incantato a leggere il resoconto della stessa giornata fatto da Natalia Aspesi, per Repubblica.
Blog: potenzialmente il mezzo più completo, capace di produrre più contenuti che giornali e televisioni insieme, essere più rapido della stessa televisione, senza neppure il limite del trascorrere fluido e “inafferrabile” del messaggio informativo, poiché con Internet il messaggio rimane a disposizione, come e quando preferiamo riceverlo. Il limite semmai, potrebbe paradossalmente essere l’estrema abbondanza di informazioni, non facili da gestire e in cui è facile perdere l’orientamento. In questo senso il blog sulla strage di Erba è un esperimento e un laboratorio, assai più efficace se in corso d’opera, come credo, Mauro riuscirà a svincolarsi dalla logica in cui siamo stati formati (l’informazione “da uno verso molti”) per intraprendere nuovi percorsi, nuove vie (l’informazione “da molti verso molti”). In altre parole, mi interessa scoprire se il blog è un’evoluzione naturale di giornali e tv oppure può rappresentare qualcosa di completamente nuovo, in cui la dimensione orizzontale sostituisce quella verticale non soltanto nella fruizione della notizia ma anche in quella della sua acquisizione.
venerdì 1 febbraio 2008
Concorrenza leale (1)
Prometto di tornarci sopra, magari nel week-end.
Intanto segnalo un post che introduce bene il tema e una due giorni imperdibile, che affronterà questi argomenti e che si terrà venerdì 8 e sabato 9 febbraio, a Udine. Si intitola "State of the Net" e qui la introduce bene Luca De Biasi.
giovedì 17 gennaio 2008
The membership perspective
mercoledì 19 dicembre 2007
Futuro giornali (work in progress)
martedì 11 dicembre 2007
Flash Gordon e il futuro (rosa) della pubblicità on line
La questione è contenuta in due post (1 e 2) di Gaspar, che a sua volta riprendeva un quesito che si poneva Zephoria, sul fatto che pochi o nessuno clicchino sui banner della pubblicità on line.
Un argomento che ieri gli inserti economici delle due principali testate italiane, "Corriere della Sera" e "Repubblica", riprendono con notevole evidenza ed opposti orizzonti.
Se infatti Repubblica, a pagina 27 di "Affari & Finanza", riporta in un articolo la scelta del colosso Procter & Gamble di spostare buona parte delle risorse dell'advertising dalla tv al web (una decisione strategica, secondo il loro responsabile marketing, Jim Stengel), il Corriere della Sera, a pagina 29 di "CorrierEconomia" riporta un articolo di Francesco Margiocco, dal titolo: "Web, pubblicità senza pubblico", con sottotitolo: "Cresce l'investimento per le campagne on line. Peccato che nessuno apra i banner".
Da utente, infatti, non clicco mai su un banner, ma a differenza della tv, non posso evitare di vederlo, con tutti i meccanismi psicologici e comportamentali che ne derivano.
Se fossi un investitore pubblicitario, dunque, non mi preoccuperei del fatto che poche persone clicchino, bensì di quante persone vengano a conoscenza del mio prodotto, semplicemente vedendolo comparire, come una normale pubblicità.
Ecco perché, più che l'opportunità di approfondimento e di interazione che garantisce il web, punterei sull'istantaneità, sull'immediatezza del messaggio e commissionerei uno spot "inevitabile" (non puoi fare a meno di vederlo), "breve, se non brevissimo" (due, max tre secondi) e che soprattutto rimandi a una "sensazione", più che a una "informazione".