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martedì 4 giugno 2013

Timeo Twitter (ma è il nostro futuro)

Timeo Twitter et dona ferentes. Sì, come giornalista, come professionista dell'informazione, come colui che si guadagna e vuole continuare a guadagnarsi il pane e anche il companatico "facendo sapere alla gente", temo Twitter. E lo temo proprio perché porta in dote doni generosi, che allettano per primo me e che spingono ad utilizzarlo pur se potrebbe essere il cappio che stringo al collo con le mie stesse mani.
Il vantaggio innegabile di questo strumento è che scardina l'intermediazione giornalistica, che per anni è stata esclusiva del nostro mestiere. Per sapere cosa aveva detto, come la pensava il presidente del consiglio o l'allenatore del Milan oppure Bruce Springsteen dovevi comprare il giornale o al più guardare la tv, che riportava frasi o scampoli di intervista, sempre "mediata" comunque, vuoi per le domande fatte e che orientano inevitabilmente le risposte, vuoi per i "tagli" ad hoc, vuoi per la traduzione non letterale del pensiero. Ora questo monopolio non c'è più, basta un tweet perché il campione di basket o il capo di un partito o il preside della scuola possano esprimere quello che pensano e soprattutto "farlo sapere".
Non solo. Se i tweet del singolo è dirompente, addirittura devastante è l'aggregazione. L'insieme dei tweet infatti, se filtrato e interpretato, diventa esso stesso storia, narrazione, con il propulsore di contare non su una, bensì su dieci, cento, mille, milioni di fonti. Un dato di fatto applicabile a qualunque evento e che non si riduce al terremoto o al concerto. Ho già fatto presente altrove che quando partecipo a dibattiti, convegni, manifestazioni ormai il mio modo di prendere appunti consiste nel leggere i tweet altrui ed assemblarli *.
Dico tweet, ma vale per altri strumenti (secondo l'arguta considerazione fatta da Luca De Biase in apertura del suo intervento a State of the Net 2013 di Trieste: "Oggi ho capito che Facebook morirà ma i social network sopravviveranno". Vale anche per Twitter e i social media). È la rivoluzione tecnologica e non il singolo prodotto che sta cambiando i paradigmi dell'informazione ed è questo mutamento che dobbiamo avere ben presente, perché fuggire è impossibile, mentre negarlo sarebbe ancor più sconveniente. Da che mondo è mondo "conoscere" è la premessa per affrontare il concorrente e possibilmente sperare di utilizzarlo, di trasformarlo da limite in risorsa, da avversario in concorrente e da concorrente in alleato, per fare ancora meglio il proprio mestiere.
* Saper assemblare i tweet, interpretandoli, scegliendoli, mettendoli in fila e trasformandoli da massa confusa in narrazione non è forse il nostro mestiere? Coraggio, anche se c'è molta nebbia e temiamo che da un momento all'altro ci si palesi sotto i piedi un burrone, molte sono le speranze in un futuro diverso e, perché no?, migliore.
P.S. Questo post nasce in aperta polemica con quanto avvenuto a Trieste, dove i media tradizionali - con la furba ma miope complicità di buona parte degli esperti tecnologici - ha estrapolato uno dei molti dati forniti da Vincenzo Cosenza lanciando note di agenzia e titolando: "Facebook, Google+ e LinkedIn in crescita, Twitter in calo". Quel dato tiene però conto solo dei desktop, non del "mobile", che invece per Twitter è il canale principale. Mi arrabbio moltissimo e insisto su questo aspetto non tanto per la superficialità di resoconto e neppure per l'errore (Twitter è un colosso, se vuole può difendersi in proprio) bensì perché di fatto si minimizza la minaccia, mentre io - a costo da esser mandato a quel paese o, peggio, esser mangiato dai serpenti - preferisco fare il Laocoonte e dire: "Timeo Twitter..."

P.P.S Ho scritto questo post appena svegliato, poi sono andato a correre e mentre correvo m'é venuto in mente di ribadire, di sottolineare di nuovo e meglio il valore dei social media e di come possono essere utili. Lo farò con la metafora del sarto. Fino a ieri il giornalista era colui che tosava le pecore, filava la lana, la tesseva ricavandone stoffe da cui ritagliava e cuciva un vestito. Ora la tosatura, la filatura, la tessitura possono farla anche altri (più diffusamente, più massicciamente e spesso più efficacemente), ma occorrerà sempre qualcuno che sappia tagliare, cucire, realizzare il vestito e in questo i più bravi, gli indispensabili persino, possiamo essere noi, i giornalisti. Ecco perché ai colleghi disorientati, ai giovani che non sanno se in futuro potranno fare questo mestiere dico: non smettete di desiderarlo, raccontare fatti, narrare storie è ancora il futuro del nostro lavoro, badando ad essere un bravo sarto piuttosto che lamentarsi di aver perso il monopolio della tosatura, del filatoio e del telaio.

mercoledì 2 novembre 2011

Ferruccio de Bortoli e i giovani dinosauri

Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie e io no.

Una collega chiama un'altra collega e le chiede di seguire una questione approdata sui social network. "Non posso - le viene risposto - non sono su Facebook". Benissimo. Allora però cambia mestiere, mi verrebbe da risponderle.

Non sono un fanatico dei social network, ma chi si occupa di informazione, di comunicazione, non può non diventarne esperto. Non ci sono alternative. Se anche Ferruccio de Bortoli, uno che la d minuscola del nobile ce l'ha nel sangue, direttore del Corriere della Sera, si iscrive su Twitter e viene persino insultato quando non usa le corrette modalità di scrittura informatica, come può un collaboratore di un giornale di provincia fare lo snob, ignorare che c'è tutto un mondo attorno e non è solo quello che cantavano i Matia Bazar?

Io stesso, che a dispetto delle apparenze nella vita reale sono assai poco social, sono anni che trotto (vedi qui e qui per comprendere la genesi, l'inizio, il principio del tirannosauro che vuol diventare velociraptor). Non sono un nativo digitale e sbuffo, arranco, tentenno, ma non solo cerco di stare al passo dei tempi: se posso, le anticipo. Cerco di stare sulla cresta dell'onda, almeno, come i surfisti, che sanno di cascare se perdono anche per un istante il filo del cavallone.

E' la stampa digitale, bellezza.


Foto by Leonora

mercoledì 30 marzo 2011

Il volto di Monnalisa (L'Aquila e dintorni)


"Ho creduto a quello che mi dicevano". Ascolto le parole di Giustino Parisse, un giornalista abruzzese che nel terremoto dell'Aquila ha perso i due figlioletti e si sente in colpa, perché alla prima scossa di quella notte tra il 5 e il 6 aprile, invece di prendere i bambini, fasciarli in una coperta e portarli in macchina, al sicuro, ha prestato ascolto agli esperti che lui stesso intervistava e che sostenevano che non ci fosse pericolo. Guardo per caso "Draquila" su Sky Cinema e non mi colpiscono né impressionano le accuse a Berlusconi e al suo governo (Berlusconi ha già vinto: il tasso di assuefazione e saturazione è già massimo, per cui se pure lo vedessi strangolare qualcuno, penserei tra me e me: "E che diamine sarà mai, tanti altri fanno di peggio" oppure "E che diamine sarà mai, perché, non lo sapevamo già prima che era così?", convinto che basti voltare lo sguardo dall'altra parte o girare canale con il telecomando, per dimenticare il già sentito, il già visto. Berlusconi è più che dannoso o eroico: è ineluttabile). Resto scosso - l'ho scritto d'impeto, ma mi accorgo ch'è un verbo beffardo oltre che tragico, in un simile contesto - non dalla cricca degli appalti o dai soldi gettati, bensì dalla parte finale del film, dalle immagini di ciò che è successo, dei crolli, del panico di quella notte, i muri diventati macerie, cumoli di mattoni, spezzoni di travi come legno di croce, case sventrate e gente impaurita, con le lacrime agli occhi. Le registrazioni delle telefonate di quella notte ai vigili del fuoco sono terribili e nella loro compostezza angoscianti. Mi domando dov'ero in quei giorni, come è possibile che non mi sia accorto di quanto avveniva? Eppure non ero dall'altra parte del pianeta. Di più, ero al giornale, ho curato pagine e pagine, messo fotografie, passato testimonianze e resoconti. Mi do due spiegazioni. La prima è il limite stesso della cronaca, ch'è un guardare la vita posando il naso sul foglio e far su e giù con il capo, vedendo perfettamente il dettaglio senza capire quale parte sia del tutto. La storia invece è un allontanarsi in tutto, perdendo definizione ma guadagnando in visuale, per cui posso scoprire che quella macchia impercettibile di rosso in realtà è un lembo della Gioconda dipinta da Leonardo. La seconda spiegazione non sta in un limite oggettivo, bensì nel modo in cui noi raccontiamo i fatti del mondo, dall'assuefazione di cui parlavo prima, per cui non distinguo più alcun rumore essendoci sempre chiasso. Battiamo la gran cassa tutto il giorno, non possiamo stupirci se, del pizzicar di dita sulle corde della chitarra o dell'appoggiar la mazzuola sullo xilofono, nulla percepiamo. Prendiamo un caso recente, un altro terremoto: quello in Giappone. Quando è entrato in crisi il reattore di Fukushima, per sei giorni siamo stati con il fiato sospeso, a tutte le ore un bollettino trasmesso da telegiornali, radio o Internet di turno. E' bastato l'aggravarsi della tensione con la Libia e su Tripoli i primi raid aerei della coalizione atlantica per eclissare il Giappone e l'incubo della tragedia nucleare. Ora l'interesse dei media s'è un po' riequilibrato, contaminazioni e centrali atomiche fanno concorrenza a bombardamenti e petrolio. Fino alla prossima emergenza, poi altro giro, altra corsa. Con il naso sempre appoggiato, schiacchiato proprio sul foglio della cronaca, sapendo tutto della macchia rossa di colore e nulla sul volto di Monnalisa.


Foto by Leonora

giovedì 8 maggio 2008

"Il Giornaletto" (ovvero il giornale letto)


Ho poco tempo, ne approfitto soltanto per segnalare un post di qualche settimana fa, ma che non finisce di stupirmi (per i contenuti innovativi e soprattutto perché è un'idea work in progress della mia azienda 2.0 preferita).

A chi non importa nulla del futuro della carta stampata o anche del futuro a tutto tondo, il consiglio è di passare oltre. Ci sono un mucchio di post interessanti in giro.


Foto by Leonora

sabato 26 aprile 2008

Il grillo e il riccio


Noto che in questa tutto sommato piccola ma ben frequentata isola che sono i blog, il secondo Vaffa Day promosso da Beppe Grillo fa assai parlare, anche perché principale bersaglio del comico genovese (io mi ostino a giudicarlo tale) sono stati editori, giornalisti e più in generale il mondo dell'informazione in Italia.
Tra i blog che seguo quotidianamente, ne hanno parlato sia Mauro (non uno, ma due post), sia Gaspar (uno solo).
Pur se non richiesto, esprimo un parere personale: ben venga Grillo, anche che se non mi assomiglia per radicalità di concetto e temperamento caratteriale, ben vengano i suoi dubbi sulla effettiva libertà dell'informazione.
Premesso che non ho verità in tasca, premesso che chi conosce anche soltanto un poco della storia della stampa nazionale e internazionale sa che i problemi gravi di oggi non sono maggiori di quelli di ieri, ritengo che un "Grillo" parlante sia utile a prescindere, come direbbe Totò, e che il suo fustigare, instillando dubbi e denunciando storture sia il minimo che un paese civile possa permettersi se vuole continuare a definirsi tale.
Diffido delle chiusure a riccio e delle difese ad oltranza di una categoria. Preferisco che il dibattito ci sia, considerando sempre utile la voce fuori dal coro o quella che risponde con un contro canto.

Foto by Leonora

domenica 6 aprile 2008

Dove andiamo? Ci sarà posto?


Mercoledì sera, complice Palmasco, c'è stato il secondo pizza blog comasco. Rimando a ciò che ha scritto Giovanni sulla serata e alle foto messe on line da Elena.

Non voglio né potrei aggiungere nulla allo scontato, dicendo che si tratta di persone speciali, che mi fanno sentire ottimista per il futuro.
In questi giorni poi non sono molto presente, con la testa intendo. Vivo un po' nel mio mondo. Capita.
Ciò non toglie che in un momento di lucidità, meditando su quel benedetto futuro dell'informazione che mi sta a cuore, riflettevo su questo:


  • La logica di sviluppo e di propagazione delle informazioni “in rete” non conosce verticismi, bensì coordinate orizzontali. Per dirla con un esempio che mi pare efficace: in Internet vince non chi ha un megafono più potente, bensì chi è abile a creare un passaparola più rapido e autorevole.

  • Ciò che nella carta stampata ha perso smalto (citare le fonti, non “addomesticare” le notizie, accettare il confronto e se si è sbagliato chiedere scusa) in Internet é una necessità, pena la gogna e la perdita di ciò che distingue tuttora il potente strumento di informazione dal blogger, cioè l’autorevolezza, la certezza di serietà nel reperire, verificare, presentare la notizia.

E cosa centra il Pizza Blog con tutto questo? Nulla forse, se non per un aspetto: giovedì sera mi sono trovato attorno a un tavolo, con persone che stanno preparando la tesi, o che si occupano di grafica, che fanno i commercialisti e i docenti universitari, i consulenti d'informatica e gli addetti del settore tessile, i "responsabili della comunicazione nelle situazioni di crisi aziendale" e i fotografi, e ho compreso più cose sul futuro dell'informazione che stando a contatto per giorni con la maggior parte dei giornalisti.


Forse siamo troppo presi dal mettere un piede dopo l'altro, dal continuare passo dopo passo il cammino, per comprendere dove ci stiamo dirigendo e qual è l'intero itinerario.


Mi viene in mente una vecchia battuta "esistenziale" di Woody Allen: "Chi siamo? Dove andiamo? Ci sarà posto?"


Foto by Leonora

lunedì 31 marzo 2008

Blog? 'Sta nicchia!


Giusto per uno spunto di riflessione, rivolto non soltanto a chi si occupa di informazione, segnalo questo post di Roberto Dadda, che senza dilungarsi dice questo: "Non conosco praticamente nessuno che legga regolarmente i blog che non sia un blogger".
Io qualcuno lo conosco, ma sono parenti e amici, e non credo possano smentire nei fatti la constatazione di Roberto.
Resta da capire (ma mi rendo conto che è un interpretar la sfera di cristallo) se questo sia un destino irreversibile oppure un fenomeno contingente.
Se si accetta come presupposto che chi legge i blog ha un atteggiamento più "attivo" nei confronti dell'informazione, il bivio che si prospetta potrebbe essere questo: un numero sempre maggiore di tali persone oppure un futuro di nicchia, com'è il presente.
Foto by Leonora

martedì 18 marzo 2008

Pro memoria per spiriti liberi


Mario Missiroli, che dirigeva il Corriere della Sera ed era un giornalista sopraffino, ma non cuor di leone, soleva lamentarsi delle ingerenze dei potenti di turno, confidando a Montanelli: "Ah, se avessi un giornale!".
A volte ne vorrei uno anch'io, per dare voce a chi meriterebbe di essere un giornalista e invece si occupa (probabilmente con soddisfazione) di altro. E' il caso di Massimiliano, il cui racconto del comizio di Veltroni, che ha fatto in questo post, è migliore di qualsiasi altro reportage sull'argomento che abbia letto sui giornali in questi giorni.
Lo segnalo perché merita e per dimostrare due cose: non importa l'opinione politica personale quando c'è onesta intellettuale e amore per il vero; la sinistra si distingue dalla destra per l'autoironia e il disincanto, ottimi antidoti contro ogni retorica e tentazione di potere fine a se stesso (attendo smentite con esempi concreti, che non siano articoli di quell'eccezione che è Pietrangelo Buttafuoco).
Foto by Leonora

venerdì 7 marzo 2008

L'ottimismo dell'emù


Premessa prima: lavoro nel campo dell'informazione. Prima facevo altro (mi occupavo di servizi sociali, o servizi alla persona, per chi ama la definizione più raffinata) ma da una decina d'anni il giornalismo è a tempo pieno il mio mestiere.
Essendo tale, è ovvio che quando si parla se esista o meno, in futuro, lo spazio per professionisti pagati per raccogliere notizie, la mia posizione è di parte. E' un po' come se duecento anni fa avessero chiesto a un dodo o all'emù cosa pensassero del rischio di estinzione che correvano. A prescindere dal fatto che uno sia sopravvissuto e l'altro no, entrambi se la facevano sotto ma in fondo in fondo speravano di scamparla e in nessun caso si potevano definire obiettivi.

Così stando le cose, e volendo campare ancora a lungo, ovvio che faccio il tifo perché la risposta sia: "Sì, esisteranno ancora per un pezzo professionisti pagati per trovare e rendere pubbliche le notizie".
Purtroppo, la volontà dell'ottimismo non sempre tiene a galla i naufraghi aggrappati ai marosi.

Premessa seconda. La pubblicità non può essere considerata l'unica fonte di entrata di un'impresa editoriale, neppure sul web. Però neppure è facile immaginare di farne completamente a meno.

Domanda da un milione di dollari (io però non li ho e chiedo una risposta gratis): che forma di pubblicità saremmo disposti non dico a gradire, ma almeno a tollerare?

Mi piacerebbe che questo quesito, anche a rischio di diventare fastidioso come una catena di Sant'Antonio, fosse fatto circolare sul web. Giuro di non essere al soldo di alcuna compagnia di pubbliche relazioni e dichiaro solennemente che lo scopo della curiosità è puramente accademico.

Risposta personale: quella che quando clicco su un sito di informazione compare su schermo (anche intero) per 2 secondi e poi scompare.

Spiegazione: quando il New York Times (sempre sia lodato) decise di mettere l'archivio on line consultabile gratis, ebbi quasi un moto di commozione misto a sincera gratitudine quando prima dell'articolo selezionato mi si aprì una pagina di pubblicità (Toyota, se non ricordo male) per scomparire un lampo dopo.
Foto by Leonora

martedì 4 marzo 2008

Clicca che non ti passa



Occupandomi di informazione (pur se ammetto che in questo tempo sarei tentato di dedicarmi ad altro, addirittura di cambiare mestiere, e chi conosce quanto mi appassiona il giornalismo probabilmente riconosce l'eccezionalità del momento) mi interessa tutto ciò che riguarda il "sostentamento" del sistema dei media.


Propongo qui un'elementare e forse banale riflessione sulla “pubblicità on line”, che prende spunto dal recente dibattito in rete e, in particolare, a "State of the Net".





Le posizioni radicali potremmo sintetizzarle nel modo seguente.





  • “Talebani” (ciao Gaspar): la pubblicità on line non se la fila nessuno; i banner delle aziende vengono cliccati soltanto da chi ha poca dimestichezza con la tecnologia (il 2 per 1000 dei visitatori); sempre più persone utilizzano filtri che “bloccano” la pubblicità (“ad block”).

  • "Entusiasti": la pubblicità on line è la frontiera del futuro; ogni anno il budget degli investimenti pubblicitari sul web si moltiplica nell’ordine di decine di punti percentuali; attualmente il 4% degli investimenti pubblicitari viene orientato su Internet, stime ottimistiche giungono a ipotizzare che nel 2010 sarà il 10%.




Se proviamo a "scartare" gli estremi, sarei orientato a sostenere quanto segue.






  1. Se Internet è il “medium” del futuro, la pubblicità attraverso di esso ha una funzione strategica, non marginale.

  2. L’aumento percentuale di investimenti pubblicitari non cesserà, ma è difficile che continui un trend d’incremento a due cifre come lo registriamo in questi anni.

  3. Il banner è uno strumento forse superato, ma non è corretto valutarne l’impatto conteggiando quante volte viene “cliccato”. Non dimentichiamo che la funzione dirompente della pubblicità è quella di “mettere in vista” il prodotto ovvero di far passare un messaggio. L’interattività è un vantaggio in più, ma non bisogna confondere l’optional con il mezzo stesso.

  4. Studiare forme “intelligenti” e poco invasive di pubblicità, adatte allo strumento Internet, dovrebbe essere uno dei primi punti nell’agenda dei pubblicitari

  5. Pensare alla pubblicità come unica fonte di entrata è limitante e persino pericoloso nell'economia di un "medium" degno di essere definito tale

Foto by Leonora

lunedì 18 febbraio 2008

Giorgio 2.0


Questo post l'ho scritto ieri sera, con il mio nuovo cellulare dotato di collegamento wire-less, comodamente sdraiato nel mio letto, dopo essermi visto - con lo stesso telefonino - Cochi e Renato su You Tube, che cantavano "La canzone intelligente" e "Ma come porti i capelli bella bionda".

Cito l'episodio perché soltanto ieri mi pare di aver adempiuto alla missione "Giorgio 2.0" (come l'ha definito Elena), che mi ero prefissato qualche mese fa, quando questo blog é nato. Ora davvero sono connesso: che abbia qualcosa da dire è un altro discorso e riguarda, più che il nuovo, il "vetero" Giorgio, cioè il "dinosauro" che fieramente resiste in me.

(Foto by Lyonora)

domenica 10 febbraio 2008

Sogno o son connesso


Fine settimana tranquillo: ne approfitto per una nota di cronaca personale.

Da qualche giorno anche a casa ho un collegamento flat a Internet. Ieri sera, con mio figlio maggiore, Giacomo (11 anni), invece di guardare la tv abbiamo passato un paio d'ore su You Tube, ridendo per le papere dei calciatori e gli spezzoni di Dado a Zelig e le scene memorabili di Fantozzi. A un certo punto è arrivato anche il più piccolo della tribù, Giovanni (5 anni) mi si è seduto in braccio ed è stato dei nostri, in quel "novello" focolare domestico ch'è diventato l'angolo computer.
Stasera, rientrando a casa, ho trovato mia figlia Giorgia che giocava a Lizzie qualcosa sul sito della Disney (poi mi sono intromesso io e mentre lei se la cavava benissimo da sola, sono riuscito a dirgli: "Ma no, fai così, anzi così..." mandando in tilt il computer e facendogli passare la voglia).

Ora sto ascoltando la radio di Elena; consulto il sito di Repubblica e del Corsera per capire cos'ha detto di nuovo Walterone Veltroni; leggo sul blog di Mauro il commento sulla città di Udine e sulla maggiore "civicità" rispetto a Como; do un occhiata alle diapositive mostrate da Gaspar allo State of the Net concluso ieri, rendendomi conto che i resoconti sul suo intervento, pur riportati da gente affidabile ed autorevole, non ne hanno resituito perfettamente il senso; controllo le mail arrivate nelle ultime ore. Sono connesso, insomma. Con il mondo ma soprattutto con me stesso. E ho come l'impressione di essere entrato da poche ore in una fase nuova, come se fosse la prima pagina di ciò che per anni ho chiamato futuro ed ora è già qui.

(Foto by Lyonora)


lunedì 4 febbraio 2008

Concorrenza leale (2)


Nessun “medium” è perfetto.
Lo scrivo come premessa a un ragionamento che avevo cominciato un paio di giorni fa, senza il tempo di renderlo compiuto.
Mauro, per un tempo gramo e insieme fecondo che gli capita, ha creato un blog che è anche un esperimento e un laboratorio. Ha scelto un fatto di cronaca a cui viene dato ampio risalto dai mezzi d’informazione sia locali sia nazionali (il processo alla così detta “strage di Erba”) e lo segue da “blogger”, mettendo a disposizione le proprie competenze, senza vincoli editoriali.
In questo modo assistiamo a un unico evento, seguito da più mezzi: televisione, giornali e blog.
Un’analisi dettagliata del fenomeno potremo averla soltanto tra un paio di mesi, quando il processo si concluderà e saremo dunque in grado di risalire a ritroso ciò che è accaduto, valutando criticamente tempi e modi in cui la notizia, le notizie sono state messe a disposizione di un pubblico. La mia speranza è che questa occasione non vada sprecata.

Nel frattempo, aggiungo il punto di partenza, cioè i “pregiudizi” da cliente di informazione, sottolineando da un punto di vista personale limiti e risorse e aspettative di ogni mezzo.

Giornale: per leggere ciò che è accaduto devo attendere generalmente il giorno dopo, ottenendo però in cambio un approfondimento maggiore e in molti casi il piacere della buona lettura. Il piacere di avere tra le mani la carta è una sensazione per taluni (per me, ad esempio) affascinante, che vale prezzo e attesa. Si dice che è la televisione ormai a “dettare l’agenda”, ma è altrettanto vero che per “pesare” la medesima agenda si attende l’uscita in edicola e la lettura del giornale. In ciò conta una qualità che, pur scemando per diverse ragioni, la carta stampata ha mantenuto negli anni: l’autorevolezza. C’è un altro aspetto, apparentemente marginale, ma che a mio modo di vedere rende il giornale unico: si può conservare, intero o a ritagli. Se rovisto in casa mia, non è raro che da un cassetto o dalle pagine di un libro o da una cartelletta dimenticata da qualche parte spunti un rettangolo di carta ormai ingiallita, che in qualche maniera ho reputato un giorno meritevole di esser messo da parte, conservato. Rimanendo alla “strage di Erba”, il giorno dopo ho atteso il Corriere di Como per leggere ciò che aveva scritto Dario Campione (di cui conservo l’inizio di un suo pezzo su un paese del lago:“Un grumo di case, appeso alla montagna”) cioè di un buon giornalista prestato alla “nera” e confrontarlo con il lavoro di Paolo Moretti e Stefano Ferrari della Provincia, ovvero due “neristi” puri che fanno del buon giornalismo. Così come sono rimasto incantato a leggere il resoconto della stessa giornata fatto da Natalia Aspesi, per Repubblica.


Televisione: ha tre vantaggi non da poco: la velocità di comunicazione, una diffusione estesa e la potenza dell’audio-video insieme. Tre carte che costituiscono una potenza di fuoco micidiale. Non c’è evento significativo che non venga seguito in presa diretta, trasformando lo spettatore in attore e l’evento stesso in patrimonio comune. Di contro, è costretta ogni volta a ripetere sé stessa, come se le cose “comunicate” fossero scritte sulla sabbia e ovviando appunto con la continua ripetizione, in modo da aggiornare chi si collega in quel momento, ma finendo con l’annoiare facilmente il telespettatore attento. Una regola che ne rende meno incisivo anche l’approfondimento, poiché se è vero che ci sono programmi intelligenti, capaci di fornire tagli di lettura non banali, è altrettanto vero che il percorso lineare non facilita la comprensione. Un limite che è compensato dall’offerta di immagini (“Ho visto, è vero”) che si stampano nella memoria più facilmente di un ragionamento. Restando alla “strage di Erba”, con tutta la stima che ho di giornali, carta stampata e nuovi mezzi di comunicazione, credo che i due spezzoni di audio-video scelti da Marco Romualdi e mandati in onda dal tg di Espansione non abbiano pari per spiegare chiaramente i differenti obiettivi che accusa e difesa hanno nel processo. In poco più di tre minuti e mezzo, perfettamente distribuiti tra l’intervento del pubblico ministero Massimo Astori e dell’avvocato difensore dei Romano, Enzo Pacia, abbiamo appreso senza intermediari il punto nodale del processo. Non male. Così come, a sentenza emessa, la trasmissione della Rai “Un giorno in pretura”, autorizzata dalla corte a mandare in onda il tutto, sarà quanto di più simile alla realtà di aver partecipato da spettatori a quel processo.


Blog: potenzialmente il mezzo più completo, capace di produrre più contenuti che giornali e televisioni insieme, essere più rapido della stessa televisione, senza neppure il limite del trascorrere fluido e “inafferrabile” del messaggio informativo, poiché con Internet il messaggio rimane a disposizione, come e quando preferiamo riceverlo. Il limite semmai, potrebbe paradossalmente essere l’estrema abbondanza di informazioni, non facili da gestire e in cui è facile perdere l’orientamento. In questo senso il blog sulla strage di Erba è un esperimento e un laboratorio, assai più efficace se in corso d’opera, come credo, Mauro riuscirà a svincolarsi dalla logica in cui siamo stati formati (l’informazione “da uno verso molti”) per intraprendere nuovi percorsi, nuove vie (l’informazione “da molti verso molti”). In altre parole, mi interessa scoprire se il blog è un’evoluzione naturale di giornali e tv oppure può rappresentare qualcosa di completamente nuovo, in cui la dimensione orizzontale sostituisce quella verticale non soltanto nella fruizione della notizia ma anche in quella della sua acquisizione.


P.S. Questo post non ha alcuna ambizione, se non quella di esporre pensieri in ordine sparso, nella logica di una “concorrenza leale” tra diversi “medium”, nella convinzione che concorrenza non è altro che il nome con cui possiamo chiamare la massima forma di collaborazione.

venerdì 1 febbraio 2008

Concorrenza leale (1)


Vorrei prendere spunto da un blog - esperimento - laboratorio del mio amico Mauro, che ha deciso di seguire la strage di Erba da "blogger" per un pensiero su differenze / similitudini dei mezzi d'informazione (giornali, radio, tv, internet) ma la mia pausa pranzo è scemata senza quasi me ne accorgessi.
Prometto di tornarci sopra, magari nel week-end.
Intanto segnalo un post che introduce bene il tema e una due giorni imperdibile, che affronterà questi argomenti e che si terrà venerdì 8 e sabato 9 febbraio, a Udine. Si intitola "State of the Net" e qui la introduce bene Luca De Biasi.

giovedì 17 gennaio 2008

The membership perspective


Per natura ed indole non sono invidioso, soltanto mi è spiaciuto non essere andato con Mauro, ieri, ad ascoltare De Bortoli, De Biasi e Caio (con tutto questo fiorire di De, volevo scrivere De Caio, ma forse s'arrabbia) alla libreria Feltrinelli di Milano. Argomento: l'economia della felicità, dal titolo del bel libro di Luca De Biasi. Attenderò che lo stesso Mauro ne riporti qualche spunto.
Tutta 'sta premessa, per consigliare un post sulla rete e i suoi "adepti", che ho letto un paio di giorni fa e che a mio parere merita di essere condiviso. E' di Gaspar e lo trovate cliccando qui. Buona riflessione.


P.S. Il titolo di questo post, The membership perspective, deriva da un ricordo d'università, quando il bigio Villa (David, sai di chi parlo!) riuscì a portare a Milano niente meno che il professor Robert Constable, della Loyola University di Chicago, autore di una teoria chiamata in quel modo. Gliene sono ancora grato, poiché la usai a piene mani per la tesi, giocando sul fatto che nessuno dei docenti, a parte lo stesso Villa, si era poi preso la briga di capire cosa diavolo fosse.

mercoledì 19 dicembre 2007

Futuro giornali (work in progress)


Ieri, su Second Life, alla UnAcademy, si è tenuto un dibattito che se non fossi obiettore di SL (scelta non ideologica, bensì di stile: non sono ancora pronto a vestire un omino virtuale e pensare che sia io) non mi sarei perso per nulla al mondo.

Gaspar Torriero e Carlo Felice Della Pasqua hanno discusso del futuro dei giornali.

Spero che i commenti e i resoconti siano numerosi.

Li aggiungerò per comodità qui, nell'ordine in cui li ho scovati.


  1. Gaspar
  2. Andrea
  3. Gaspar 2

martedì 11 dicembre 2007

Flash Gordon e il futuro (rosa) della pubblicità on line


Oggi nessuna domanda esistenziale. Spariglio le carte per parlare di un argomento che riguarda il mio lavoro (l'informazione) e in particolare la pubblicità.
La questione è contenuta in due post (1 e 2) di Gaspar, che a sua volta riprendeva un quesito che si poneva Zephoria, sul fatto che pochi o nessuno clicchino sui banner della pubblicità on line.

Un argomento che ieri gli inserti economici delle due principali testate italiane, "Corriere della Sera" e "Repubblica", riprendono con notevole evidenza ed opposti orizzonti.
Se infatti Repubblica, a pagina 27 di "Affari & Finanza", riporta in un articolo la scelta del colosso Procter & Gamble di spostare buona parte delle risorse dell'advertising dalla tv al web (una decisione strategica, secondo il loro responsabile marketing, Jim Stengel), il Corriere della Sera, a pagina 29 di "CorrierEconomia" riporta un articolo di Francesco Margiocco, dal titolo: "Web, pubblicità senza pubblico", con sottotitolo: "Cresce l'investimento per le campagne on line. Peccato che nessuno apra i banner".
Non solo due articoli, ma pure due tesi in contrapposizione evidente.
Senza pretese di scientificità, riporto un parere personale.
Da utente, infatti, non clicco mai su un banner, ma a differenza della tv, non posso evitare di vederlo, con tutti i meccanismi psicologici e comportamentali che ne derivano.
Se fossi un investitore pubblicitario, dunque, non mi preoccuperei del fatto che poche persone clicchino, bensì di quante persone vengano a conoscenza del mio prodotto, semplicemente vedendolo comparire, come una normale pubblicità.
Ecco perché, più che l'opportunità di approfondimento e di interazione che garantisce il web, punterei sull'istantaneità, sull'immediatezza del messaggio e commissionerei uno spot "inevitabile" (non puoi fare a meno di vederlo), "breve, se non brevissimo" (due, max tre secondi) e che soprattutto rimandi a una "sensazione", più che a una "informazione".
Velocità ed emozione, insomma. Come i fumetti di Flash Gordon.
Ieri, aprendo il sito di Repubblica, sono incappato in una pubblicità della Microsoft che aveva queste tre caratteristiche. E ho realizzato perché tale forme di pubblicità hanno un presente e, ancor più, un futuro.