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domenica 14 dicembre 2014

Gli occhi rivelatori

Foto by Leonora
C'è un aspetto, apparentemente un dettaglio, che tuttavia mi aiuta a distinguere le persone che conosco; un dettaglio a cui io stesso presto cura, non sempre riuscendoci, quando incontro qualcuno: gli occhi, lo sguardo. La capacità di "posarlo", di scrutare veramente e non in modo distratto, per cercare di capire chi mi trovo di fronte e, di contro, per comprendere se l'interlocutore è interessato a me oppure è indifferente, distratto, distante o supponente, superbo.
Una cartina di Tornasole per ciascuno, evidente soprattutto - ma non soltanto - quando mi trovo con qualcuno che nella scala della vita sta salendo i gradini e si trova in una posizione di potere, di prestigio. Lo sguardo sfuggente, il sorriso ammiccante ma freddo, la stretta di mano sbrigativa, sono indicatori di quanto ci possa interessare l'altro, a prescindere dai bei discorsi e dalla retorica delle parole.
Viceversa, ci sono uomini e donne che quando ti guardano sembrano leggerti dentro, facendoti sentire unico, anche soltanto per un istante, il tempo per un saluto veloce o un cenno del capo. Ho sempre pensato che quella sia una capacità, un carisma anzi, legato al divino, forse per la frase del vangelo di Luca che il cardinal Martini utilizzo per la lettera di presentazione di un sinodo diocesano: "Firmavit faciem suam". Letteralmente "Ha stabilito il suo volto", nella traduzione classica, "rese il suo volto duro come pietra", ma per me quelle parole hanno sempre avuto un significato diverso, di colui che si fa serio per indagare, per scorgere nell'altro ciò che c'è di vero, la sua essenza, l'intimo.
In questi giorni che ci separano dal Natale e anche in quelli delle feste, al di là dei regali, dei banchetti, degli auguri, vorrei essere diverso, ancor più attento, meno distratto, così che i volti altrui non mi scivolino via e si fissino nei miei, fosse pure per un decimo di secondo che però, nella sua intensità, si dilata all'infinito. Un'attenzione che ci fa sentire considerati, stimati, accolti da chi la riceviamo e, a specchio, non passa indifferente quando siamo noi a metterla in atto.

sabato 22 settembre 2012

Imparare a mendicare

Foto by Leonora
Mentre corro penso a nulla e tutto. A nulla perché la concentrazione è sul passo dopo passo, specie se il cammino è lungo e il ritmo serrato; a tutto perché ai pensieri capita di intromettersi senza preavviso spaziando su tutto, dai ricordi ai buoni propositi, dal contesto familiare a quello del lavoro. Stamattina, ad esempio, appena imboccato un lungo rettilineo, di quelli che prima scendono poi si alzano e formano l'incavo di un arco, m'è saltato in mente il proverbio indiano caro al cardinale Martini e che un altro cardinale, Ravasi, ha riassunto così: "La vita dell'uomo ha quattro tappe. La prima è quella dell'imparare, quando si è formati dai maestri. La seconda è quella dell'insegnamento in cui si condivide ciò che si è appreso con gli altri. La terza fase è quella del bosco, nel quale ci si ritira per ritrovare se stessi ed energie nuove. Infine, la quarta tappa è l'essere mendicanti, tendendo la mano agli altri perché ti sorreggano nella malattia e nella vecchiaia. Imparare, insegnare, meditare, mendicare: ecco le quattro tappe della vita".
E' l'ultimo tempo, quello del mendicare, che come un magnete m'ha attirato. Ho ripensato ai molti anziani che conosco, al vecchio che (speriamo) diventerò un giorno io. E mentre sbuffavo con un mantice passando dalla discesa alla salita mi si è accesa una lampadina sul fatto che - anche se non lo scegliamo consapevolmente - il mendicare, lo stendere inermi il palmo della mano, capita lo stesso. E' la vita che ce lo impone prima ancora che insegnarcelo. Il proverbio non indica allora un invito, un suggerimento, bensì un monito, un avvertire in anticipo. Non è questione di esser povero o ricco, potente o tapino, di vivere una vita in tailleur oppure con la kefià in testa e la borsa dell'Intillimano: viene un giorno, per tutti, in cui siamo nella condizione scritta nel vangelo di Giovanni e rivolta a Pietro: "Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi" (la saggezza indiana non è dunque distante dalla tradizione del vangelo).
Io la applico ora al mio zio Emilio (zio di mia mamma), ottantotto anni, e a sua moglie Angelina, che di anni ne compirà novanta il 25 di questo mese, ma varrà anche per mia madre e per me stesso, come dicevo. Essere preparati, aver consapevolezza dell'ineluttabile, è meglio.
Al di là di tutto, a mendicare possiamo imparare già adesso (coltivando quella docilità d'animo che fa piegare persino il carattere più duro, energico, abituandoci a chinare il capo e riporre resistenze, pregiudizi, vanità e orgoglio...) anche se il proverbio indiano non la mette come quarta tappa a caso. Certe abilità infatti non si imparano a tavolino, occorre immergersi dentro, viverle nel concreto, a fondo.
Ecco, tutte queste cose pensavo mentre oggi correvo, lungo quel rettilineo tra Olgiate e Gironico, prima che fossi interrotto, preso come ero a svoltare a destra ed entrare nel bosco. Non il bosco evocativo del proverbio, un bosco d'alberi, vero, scuro, tanto che altri pensieri non potevo avere tranne quelli di non mettere il piede in inciampo. Prima però ho fatto tempo ad appuntarmi l'idea di scriverlo qui, di condividerlo con voi, certi che capirete il nocciolo della riflessione, senza archiviar queste parole come soffio nel vento.