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martedì 6 ottobre 2020

In cima alla pigna (Siamo quella gente lì)

"Il nonno Gianni sarebbe orgoglioso di te".
Lo siamo anche noi, per la laurea magistrale in psicologia, ma ancor più per la persona che sei, Silvia, prima della nostra ultima generazione, di una famiglia allargata che ha sempre dimostrato di essere tale, nella sua accezione più bella, cioè con legami di affetto e solidarietà che non prescindono mai dalla libertà del singolo e dall'interesse generale della comunità in cui si abita (che altrimenti non saremmo famiglia, bensì mafia).
Vale per la parte di tua madre, così come quella di tuo padre.
Anche in tempi di prova - soprattutto in tempi di prova - portiamo indelebile in dote una tela di fibra grezza, robusta, tessuta con cura da chi ci ha preceduto, la cui eredità più grande è proprio l'esempio, la capacità di uscire in positivo dalle difficoltà incontrate lungo il cammino.
Noi siamo quella gente lì, Silvia, noi siamo quelle persone così, non esenti da difetti - tutt'altro - ma che dai difetti non si fa schiacciare, che un passo dopo l'altro ne viene fuori e ambisce a essere un poco migliori del giorno prima.
Discorsi. Parole come potrei scriverne a milioni, anche se il giorno della tua laurea, sentendoti così preparata e pronta, con la tua giacca rosa, nell'esposizione della tesi a distanza, non sono riuscito a disgiungere quell'immagine da un'altra, che riguarda proprio il fratello di mia madre, tuo nonno Gianni, e che mi è stata più volte raccontata, di lui bambino, rimasto senza padre, povero d'una povertà nera, che aveva portato a casa un pezzo di cuoio da mettere sotto gli zoccoli di legno, come suola.
"L'ho trovato per strada" aveva detto prontamente allo zio Emilio, che aveva appena il doppio dei suoi anni e lavorava in vetreria.
Era un bel pezzo di cuoio, di "corame", come lo si chiamava in dialetto allora, chiaro, lucente, asciutto.
Strano. Fuori pioveva.
Una pioggia sulla quale si infransero le speranze di quel ragazzino di farla franca.
Ma questa è soltanto la polpa della storia. Il nocciolo è che quel pezzo di cuoio costrinsero a riconsegnarlo di persona al calzolaio, assumendosene la responsabilità, chiedendo scusa.
Ecco, ieri mentre ti ascoltavo ho pensato subito anch'io a tuo nonno, al filo ininterrotto che da quel bambino biondo platino porta fino a te, a voi nipoti, alla strada che è stata fatta e a quella che ci sarà da fare, al brutto e al bello che è stato e a quello che verrà, senza perdere mai fiducia, ottimismo, speranza.

P.S. Si dice che sediamo sulle spalle dei giganti. La verità è che siamo giganti noi stessi, anche se non ce ne rendiamo conto se non alla fine, quando giungiamo in cima alla pigna.

venerdì 4 aprile 2014

A Silvia (ed Emilio, pace all'anima sua)

Foto by Leonora
"Ciao". Con gli occhi sgranati, sgomenti come colui che si affaccia sull'abisso dell'incomprensibile, ha speso l'ultimo barlume di lucidità e quel poco di fiato che gli restava per salutare mia madre, sua nipote. Emilio, l'ultimo dei Balzaretti, s'è congedato così, sulla soglia dei novant'anni, dopo una vita in principio grama ma poi tutto sommato serena. Gli ultimi giorni sono stati un calvario senza stazioni, con il letto unica fermata, consumandosi poco per volta, ritirandosi in un bozzolo di pelle secca e magra carne attaccata alle ossa. Conciato così non lo era stato neppure all'arrivo dei soldati americani alle porte del campo di lavoro dove si trovava prigioniero dei nazisti, settant'anni fa, in Germania. Allora erano i patimenti di un corpo assetato di vita, ora quella stessa vita che un pezzetto alla volta si staccava, i rari granelli di sabbia rimasti ancora nella clessidra.
Domani, sabato, accompagneremo Emilio nell'ultimo viaggio su questa terra, ma non è un pensiero triste quello che mi ronza nella testa. Se oltre non esiste nulla ha finito almeno di patire, mentre se la morte è un misterioso seme di rinascita sono contento perché finalmente è tornato a sorridere, come ormai più non riusciva. A parte questo e mille altre ricordi che mi legano a lui, voglio appuntare qui traccia del regalo più bello che mi ha lasciato in questi giorni, per interposta persona.
Si chiama Silvia, fa l'infermiera, abita nello stesso paese dello zio e in queste settimane, in questi mesi, gli è stata vicina, prendendosene cura, alleviando il fastidio e il dolore delle piaghe piccole e grandi, facendo medicazioni, quando serviva, sia a lui sia a sua moglie Angelina, oppure scambiando qualche semplice parola. E fin qui non c'è nulla di strano, se non fosse per il compenso che ogni volta chiedeva: nulla. Niente, zero, non un euro, al massimo un "grazie" e anche quello bisognava pronunciarlo sottovoce, perché Silvia è buona quanto timida e farla diventare rossa è un attimo, mettendola in un imbarazzo che non merita. Ieri, mentre gli fasciava le gambe insanguinate, sono rimasto esterefatto dalla sapienza e dall'amore di quel gesto, da quella gratuità assoluta, dal donare tempo e competenza senza volere in cambio nulla, trovando gratificazione - credo - semplicemente nel fare una cosa buona, giusta. "Vorrei che i miei figli crescessero così" ho pensato, trovando in lei un modello raro quanto prezioso, mentre tutto attorno il denaro, il compenso materiale è diventato misura e metro in ogni cosa. Perché in ogni ambito, compresi quelli che dovrebbero essere intimamente lontani dalla logica dello scambio economico (penso all'assistenza sociale, alla medicina, ma anche all'istruzione, alla politica...) il parametro sono i soldi? Come è possibile che essi si siano presi platealmente la scena, oscurando e addirittura cancellando altre monete che invece hanno valore proprio perché non conoscono prezzo, come la reciprocità, la stima, l'ammirazione, il buon nome, la gratitudine, la riconoscenza, l'amicizia?
Sono mesi che ci rifletto e ringrazio Silvia e indirettamente Emilio per avermi dato un esempio e insieme una risposta concreta: la testimonianza che si può fare, che qualcuno, magari molti lo fanno già, senza clamore, senza appuntarsi medaglie al petto, senza bisogno di liturgie o riti benedicenti, bensì rimboccandosi le maniche, dimostrando una generosità fattiva. E per ringraziare Silvia, visto che non ha mai voluto né vorrà un euro, cerco di imitarla: lei medicando, io scrivendo, lei curando le piaghe di Emilio, io ringraziando suo padre e sua madre che l'hanno cresciuta così e facendo di questa sua virtù buona memoria.