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domenica 16 ottobre 2022

Una seconda possibilità (Riconoscenza)

“Umuntu ngumuntu ngabantu. Io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”
Proverbio africano

Riconoscere mi piace come verbo, poiché anche ai distratti, ai superficiali, ai supponenti, concede una seconda possibilità.
Sono riconoscente verso molti, una schiera che pure a quella degli angeli e dei santi farebbe concorrenza, tanto che se dovessi prenderne intera consapevolezza finirei con il restare schiacciato, rendendomi conto di aver ricevuto assai più di quanto abbia mai dato e possa in futuro dare.
Debbo gratitudine nei più svariati ambiti, da quello famigliare a quello professionale, passando per amicizie, passioni, amori, passatempi, svaghi...
Quando mi definisco "un uomo fortunato" non millanto, non esagero, non pecco di immodestia. Mi limito a guardare con lucidità alle mani che mi sono state tese, agli buoni che ho incrociato, alla compagnia e ai favori di chi ha messo me al primo posto, fosse per un istante, in coda allo sportello delle poste, o per una vita.

P.S. Scegliere uno, in casi come questo, non è fare torto a tutti gli altri, bensì estrarre semplicemente dal mazzo una carta, portare esempio per evitare di ricorrere a un elenco.
Angelo Curtoni è stato il mio primo direttore - non ne ho avuti molti e a tutti sono grato - forse il meno potente, tuttavia colui che per primo ha investito su di me, concedendomi dapprima fiducia e poi stima, ricambiata. Con il passare del tempo e per uno di quei riccioli del destino che rendono la vita sapida, m'è capitato poi di passare dall'altra parte della barricata ed essere io a commissionargli articoli, che lui puntualmente consegnava. Ieri l'altro, per caso, me n'è capitato sotto occhi uno, spuntato per caso - se il caso esistesse - dalla posta elettronica. Si intitolava: "Storie ferragostane: il guaito del cane e il pianto dell'uomo" ed è stato pubblicato su La Provincia il 17 agosto di quattordici anni fa, nel 2008.
Lo copio e incollo qua, a futura memoria.

L'estate è stanca e consumata e vuol ritirarsi. E con essa se ne vanno anche le vacanze. In compenso esce ancora acqua fra i lastroni di piazza Cavour: responsabile una falda acquifera su cui, sembra, poggia la città murata. Tanto per complicare le cose. Ma lasciamo che i problemi comaschi decantino e rilassiamoci con un apologo estivo.
Ero andato in questi giorni a far la spesa in un supermercato e ad un palo metallico dove si allineano  i carrelli vi era, legato con il proprio guinzaglio, un bastardino. Si agitava ma adagio, come rassegnato, e guaiva. Faceva pena.
Dopo circa mezz'ora avevo riportato il carrello e, stupito, avevo notato una ragazza che stringeva fra le braccia il cane, che non si agitava più ma tremava, come avesse la febbre. Incuriosito, avevo chiesto alla ragazza se il cagnolino era suo e lei mi aveva risposto di no, che l'aveva notato al mattino legato a quel palo e, tornata nel pomeriggio, l'ha trovato ancora lì, spaventato e piangente. E allora aveva capito. I suoi proprietari l'avevano legato a quel palo poi, invece di entrare per la spesa, erano risaliti in macchina e se n'erano andati in vacanza. Insomma, aveva concluso, l'avevano “scaricato”.
Più o meno nello stesso tempo m'ero accorto di non incontrare più un mio vicino di casa a passeggio col suo cane. Era una coppia che dava nell'occhio per la sproporzione fra l'uomo e l'animale. Lui, circa uno e novanta spalle larghe e pancia incipiente, il cagnolino un pugno di peli color champagne lunghi e setosi, piccolo come un peluche, quattro etti di cane o giù di lì. L'uomo camminava a passi lenti e pesanti per adeguarsi al cagnolino che zampettava veloce. Poi, al rientro, prendeva in braccio quel pugno di peli che sembrava un giocattolo ma era vecchio e non riusciva più ad arrampicarsi sulle scale che, per lui così piccolo, sembravano l'Everest.
Ora è morto perchè era giunta la sua ora. Me l'ha detto il mio vicino che non è riuscito a trattenere le lacrime. Un pianto inconsolabile. Nonostante la sproporzione fisica, o forse anche per quella, si volevano bene. 
Due storie tristi. Che dovrebbero insegnare qualcosa. Anche nel bailamme di Ferragosto.

giovedì 1 febbraio 2018

La notizia in prima pagina (Grazie Bruno)

("Andate al mare!" dice Jack Ma,
il fondatore di Alibaba,
suggerendo l'idea che dopo i sessant'anni
bisognerebbe mettere al primo posto
il benessere, fisico e mentale.
Io non credo che Bruno lo farà,
ma glielo auguro)
C'è un filo rosso che "rilega" ogni giornale con un'anima.
A La Provincia di Como quel filo per quarant'anni lo ha tessuto un uomo che da oggi è in pensione: Bruno Profazio.
Bruno Profazio a La Provincia non ha semplicemente lavorato quarant'anni. Bruno Profazio per quarant'anni "è stato" La Provincia.
Mi piace ricordarlo qua, per gratitudine personale, stima e pubblica riconoscenza.
Non sono stato mai suo amico, nel senso che sarei disonesto se dicessi che l'ho frequentato e conosciuto al di fuori di via Paoli. Di contro, non avendo egli maggiore interesse e orizzonte che il giornale, posso azzardare di averlo conosciuto benissimo, apprezzando in lui un sapere professionale che si è costruito come certi collezionisti pazienti, estraendo il meglio dai molti giornalisti eccellenti che ha avuto accanto, riuscendo a cavare e trasmettere il meglio di ciascuno, diventando a sua volta maestro.
Un maestro, e qui aggiungo un altro tassello per chi non conoscesse l'uomo, che è sempre stato distante dalla cattedra, preferendo insegnare con l'esempio, con uno stile da monaco certosino di cui per altro, a parte il saio, ha tutto: la voce tenue, il passo felpato, i modi bonari, una determinazione che lambisce la cocciutaggine, gli orari antelucani (anche se per esigenze di servizio rispetto ai frati i suoi erano capovolti: prima delle dodici e mezza in redazione lo vedevi di rado, nel pomeriggio si prendeva una pausa abbondante e poi dalle sei e mezza, sette, fino a quasi il sorgere del sole era una macchina che macinava e seminava notizie come fossero grano).
Riferiscono le cronache che a volte si sia pure arrabbiato e lo abbia fatto rivelando unghie e denti aguzzi, ma di questo non sono mai stato testimone diretto, per cui mi astengo da qualsiasi giudizio. Per parlare nel dettaglio di lui c'è chi è molto più qualificato di me, essendogli stato a fianco decenni, come Lillo, Francesco, Stefano, Gugu, Nicola, Mario, Gisella, Anna, le ragazze della tipografia e molti altri, specialmente quelli che lui prendeva sotto la sua ala protettrice, di volta in volta consolandoli, esortandoli, ammonendoli, rimbrottandoli, consigliandoli in quella sorta di confessionale laico e al contempo ufficio nelle relazioni con il pubblico che era per lui la macchinetta del caffè e del tè, nel corridoio.
Un paio di volte, lo ammetto, pure io sono stato "convocato" e "ammaestrato" a dovere in quel luogo, imparando che il modo migliore per non tornarci era capire le cose al volo ed evitare contenziosi che inevitabilmente lo avrebbero visto vincitore, non soltanto perché lui era assai più tenace di me, ma soprattutto perché - onestamente - in entrambi i casi lui aveva ragione e io torto.
Faccio un esempio. Le prime domeniche di servizio come capo cronista mi presentavo in redazione quando ancora non c'era nessuno, poco dopo mezzogiorno, e come il cartografo Pigafetta (la definizione non è mia, ma di un altro collega, Giorgio Spreafico) disegnavo menabò, ordinavo articoli, impostavo pagine, imbastivo copertine, abbozzavo titoli, così che poco dopo le sei di sera il giornale era già per quattro quinti a posto. Verso le sette e mezzo, otto, puntuale come la morte, si presentava Bruno, occhi chiusi a fessura, un mezzo sorriso, girando lo stecchetto di plastica nel suo bicchierino di tè, dando il via alla riunione di redazione in cui immancabilmente tutto veniva rivoluzionato.
Una, due, tre domeniche e anche io ero diventato come Lillo Frigerio, che si imbestialiva e cominciava un tira e molla che si protraeva fino ad oltre le dieci, finché io e lo stesso Lillo per sfinimento alzavamo bandiera bianca e ci adeguavamo nolenti o volenti a quanto richiesto. Finché, un mese dopo, alla macchinetta del caffè, ho capito come potevano cambiare le cose, in meglio. "Giorgino - mi disse Bruno sussurrando, senza guardarmi negli occhi fino alla fine del discorso - tu ti occupi della cronaca della città e io dalla cronaca della città ogni giorno devo avere almeno una notizia da mettere in prima pagina".
Il resto della frase non ebbe bisogno di aggiungerla, nella mente la composi io: "O sei bravo a trovarla presto tu, quella cavolo di notizia, oppure aspetti e alle otto di sera te lo do io e voi vi adeguate. Il resto va da sé, ma il giornale deve avere un titolo forte, ogni giorno. Punto".
Una lezione di giornalismo, oltre che di vita: le priorità definiscono un giornale, altrimenti è solamente un bollettino o la schermata di un social network.
Mi fermo qua, anche perché altrimenti più che un elogio pubblico prenderebbe la forma di un "coccodrillo" (che è il termine tecnico per definire l'articolo quando ci lascia, ma per sempre, qualcuno). Per fortuna invece Bruno sta benissimo, ha da poco compiuto cinquantotto anni e sono proprio curioso di sapere come si reinventerà ora, lontano da quella che è stata per quarant'anni la sua casa e la sua chiesa.
Anzi no, devo aggiungere un altro episodio, senza il quale non racconterei l'essenziale di Bruno Profazio.
Dieci anni fa, giugno 2008. Una delle prima riunioni di redazione, per me, a La Provincia. Tavolo ovale, una dozzina di giornalisti attorno, ogni capo servizio annuncia le notizie che vorrebbe approfondire nel corso della giornata. A un certo punto dalle cronache di paese arriva la proposta di raccontare la vicenda di un parroco abituato a comprarsi auto di gran lusso. In sala silenzio. Io guardo Profazio, che da vice sostituiva quel giorno il direttore, e tra me e me penso: "Considerato quello che si dice di lui è una notizia che non uscirà mai". Non finisco di pensarlo che Profazio prende la parola e dice: "Un prete che gira in Mercedes è comunque una notizia, scriviamola". Quel giorno, nelle prime ore a La Provincia, ho capito come si fa il giornalista e cosa volesse dire lavorare in un giornale serio. Di questo e di molto altro non gli sarò mai abbastanza grato.

(La foto sopra, come quasi tutte quelle di questo blog, è di Leonora)

lunedì 16 maggio 2016

Cartoline vista lago (La rabbia e l'orgoglio)

Guardo sempre con sospetto gli album dei ricordi che hanno stampato sulla copertina "Io c'ero". Al rischio di esagerare con la retorica si aggiunge quello di apparire ridicolo, come lo sono i re nudi e i Napoleone da manicomio.
Corro comunque il rischio per una buona causa, riassunta oggi da Giorgio Gandola (qui il suo editoriale): "A Como riparte la battaglia di civiltà per rivedere il lago da piazza Cavour. Dopo otto anni e per merito del giornale La Provincia. Come ai vecchi tempi, quando il cane Pluto scoprì la malefatta. I lettori sono invitati a firmare una cartolina inserita nel quotidiano - martedì, giovedì e domenica - e a consegnarla all'edicola per coinvolgere Renzi. Per abbattere i muri serve sempre una spallata".
Conosco bene l'argomento, non mi dilungherò raccontando nel dettaglio il giorno in cui Innocente Proverbio scrisse al giornale dicendo che avevano costruito un muro (la lettera arrivò sulla scrivania di Pietro Berra che lo richiamò per accertarsi che con un nome così non si trattasse di uno scherzo). Non aggiungerò nulla sul sabato in redazione quando venne il momento di pubblicare le migliaia di nomi e cognomi di comaschi che avevano scritto al giornale chiedendo di abbatterlo (verso le sette di sera il capo redattore Francesco Angelini e il manipolo di valorosi in Cronaca non erano ancora certi di riuscire a metterli in pagina tutti, quei nomi). Non occorre neppure ricordare il lavoro che l'intera redazione svolse per settimane (un grazie però lo meritano Emilio Frigerio, Stefano Ferrari, Gisella Roncoroni, Paolo Moretti, lo stesso Pietro Berra, Anna Savini, insieme con Michele Sada, Dario Alemanno e Alessio Brunialti).
Ricordo tutto questo e molto altro, ma domani compilerò la cartolina de La Provincia per un motivo più banale, concreto: il danno che il progetto funesto delle paratie ha causato al di fuori di Como.
Ne ebbi completa consapevolezza un paio di settimane dopo essere arrivato alla direzione del Cittadino di Monza, quando a quello che consideravo un buffetto rispose incrociando i guantoni da pugilato l'allora prima cittadino brianzolo. Della gragnuola di epiteti incassati, soltanto uno mi mise in crisi davvero. Fu quando mi sentii dire a bruciapelo: "Ma cosa volete insegnare voi comaschi, che avete costruito il muro!".
"Io il muro non l'ho costruito" avrei voluto rispondere, "io sono uno di quei giornalisti e di quei comaschi che il muro l'ha fermato!". Invece stetti zitto. Perché tutti i torti quel sindaco non li aveva, un po' in colpa mi sentivo davvero, avendo fatto molto ma non abbastanza per impedire quello scempio.
Quattro anni dopo siamo ancora qua, fermi come il palo della banda dell'Ortica che "per sentirci ci sentiva poco o niente ma per vederci non ci vedeva un accident". Non so se compilare una cartolina servirà, non so se Renzi ascolterà, non so se potrà combinare qualcosa più del nulla di chi finora ha messo mano, per quello che importa però io ci sono. Con le prime firme abbiamo bloccato il muro, con queste speriamo venga restituito alla città il lago.

giovedì 22 maggio 2014

Cambio lavoro (terza svolta, sempre dritto)

Foto by Leonora
La notizia era nell'aria da qualche tempo, l'ufficialità è arrivata soltanto con il giornale in edicola oggi, con l'articolo di fondo che ho scritto per spiegare le ragioni di una scelta, salutare colleghi, collaboratori e lettori, scusarmi per gli errori che posso avere commesso, ringraziare tutti per il bene che mi hanno voluto.
Da settimana prossima non sarò più direttore del Cittadino e di Monzabrianzatv, a breve comincerò una nuova avventura, con un ruolo diverso ma identica voglia di dare il massimo e combinare qualcosa di buono.
Per adesso bado a chiudere al meglio questa esperienza, eccezionale e irripetibile, fin dall'inizio (e me ne accorgo dalle parole che avevo scritto qui e anche qui, allora).
Pur in un momento economico difficile sono stato messo nelle condizioni di lavorare ottimamente, godendo di una libertà eccezionale, cercando di farne buon uso, con responsabilità (perché c'è soltanto una sciagura peggiore di non avere libertà: averla e sprecarla). E' proprio per riconoscenza verso quanto ricevuto e stima nei confronti dell'intero gruppo Sesaab che mi preparo ad affrontare una nuova sfida, con rinnovata energia ed entusiasmo.
Ieri, quando ho annunciato l'addio ai colleghi, avevo la voce strozzata. Non me ne vergogno: avere cuore significa anche portarne il peso.
Avrei mille altre cose da scrivere, ma per oggi basta così.
Per tirare le somme ci sarà tempo, proprio come per raccontare passo passo ciò che andrò a fare tra poco, ricominciando un ciclo iniziato esattamente sei anni fa (il 3 giugno 2008 venivo assunto a La Provincia di Como) e che ogni tre anni mette la freccia e svolta. Guardando avanti, andando dritto e ringraziando il cielo.

martedì 20 settembre 2011

Fiocco azzurro (blog Sette giorni)

Oggi è un giorno speciale: sono diventato di nuovo padre.
No, niente carne della mia carne, il figlio di cui parlo si può vedere e persino toccare, anche se nell'essenza è impalpabile.
Sto parlando di un blog, che da oggi affiancherà questo. Si intitola Sette giorni (dal nome della rubrica che da tre anni tengo la domenica, sul giornale) e rispetto alle Venti righe sarà più professionale, non soltanto perché fa parte del sito de La Provincia, ma anche per il fatto che mi concentrerò su argomenti legati alla cronaca della città in cui abito e ai temi del presente e futuro dell'informazione.
Sul resto ho poco da dire e molto da scrivere: nei prossimi giorni, mesi, anni.
Aggiungo soltanto una curiosità, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, inducendomi ad aprire un nuovo blog, proprio nei giorni in cui ci stavo pensando ed ero anche un poco indeciso sull'opportunità di farlo o meno. Poi, domenica scorsa, tornando dalla partita di Giacomo sono passato dalla cucina di mia madre, trovandola intenta a leggere. Non un libro, un quotidiano di carta, un giornale, bensì l'edizione su iPad de La Provincia, con una naturalezza, una facilità da lasciarmi basito. Non solo. A un certo punto Giorgia, undici anni, voleva guardare anche lei, ma l'applicazione si è chiusa e non riusciva a raccapezzarsi. In suo soccorso è tornata la nonna, che ha preso l'iPad, ha toccato lo schermo e le ha detto: "E' questo il bottone, se metti un dito qui si apre".
Non ho avuto parole. "Il futuro è già qui - ho pensato tra me e me - non possiamo più perdere tempo e aspettare". Sette giorni è nato lì, una mattina grigia eppure luminosa di settembre.

Foto by Leonora


giovedì 30 giugno 2011

Giorgio Gandola nuovo direttore de "L'Eco di Bergamo"


Il dado è tratto: Giorgio Gandola lascia "La Provincia di Como" (e Lecco, Varese, Sondrio) e sarà il nuovo direttore de "L'Eco di Bergamo". Se lo scrivo qua (facendogli un dispiacere, a dimostrazione che è dagli amici che bisogna guardarsi non dai nemici) è perché ora posso parlare di una persona che stimo senza timore di piaggerie o il sospetto di un possibile tornaconto. Del resto, più di ciò che ha fatto per me non potrei pretenderlo: in tempi di zero assunzioni mi ha portato al giornale e lo considero ancor oggi un miracolo, oltre che un privilegio. Sono di parte, dunque, ed è bene precisarlo. Ai colleghi bergamaschi che in questi giorni saranno avidi di sapere "chi è Giorgio Gandola" due o tre cose posso dirle, senza girarci troppo attorno.
Giorgio Gandola è un uomo sereno e un giornalista serio. Penna come ce ne sono poche, quando scrive dà il meglio di sé, senza apparente sforzo, usando un'ironia sottile in cui non c'è traccia di retorica o di trombonerie, neppure a cercarle col lanternino. Lontano dai salotti e dalle logiche di partito, lo definirei un liberale vero e un laico. Laico nel midollo, non di facciata. Per dare una misura oltre che un'idea del soggetto, egli è al polo opposto del bigotto. Siccome però lo conosco e so che i complimenti gli procurano un prurito d'orticaria, farò di peggio: dirò un’ovvietà: Giorgio Gandola non è immune da difetti. Tra essi c'è il fatto che, come tutti i buoni d'indole, quando si arrabbia sale di tono e taglia corto, troncando il discorso. E raramente, per non dire mai, pesta i pugni sul tavolo. Molte volte, in confidenza, parlando di questo o quel problema, mi ha detto, autoironico: "Perché qui, se ci fosse un direttore vero...". Vero è come quelli che ha avuto lui, geniali e balzani allo stesso tempo: Montanelli e Feltri, ma anche Belpietro, di cui mi ha sempre parlato benissimo (facendomelo - per proprietà transitiva - rivalutare, pur se a pelle non gli darei un centesimo). Chi si illude però di avere a che fare con un debole si sbaglia di grosso. Sono i fatti che parlano: in cinque anni Gandola ha rivoltato "La Provincia" come un calzino, anticipando rivoluzioni che quotidiani ben più prestigiosi soltanto adesso stanno iniziando. Gli scettici prendano il giornale di quando è arrivato e lo confrontino con quello di adesso: formato tabloid, full color, inserti, edizioni on line e soprattutto la multimedialità diffusa, coinvolgendo tutta la redazione e non soltanto una riserva indiana di illuminati staccati da tutto il resto. Non basta. Ha saputo garantire una qualità alta, nonostante tagli e cinghie tirate. Se c'è riuscito, senza mai un giorno di sciopero, è per due motivi: sa essere cocciuto ma è trasparente, gioca su un tavolo solo. Di lui in redazione mi mancheranno le battute; le mail con i suggerimenti; i ritratti folgoranti in poche righe, di questo o quel personaggio; gli aneddoti di una vita da inviato, in giro per il mondo; l’ironia; il buon senso. A Bergamo gli auguro, con l’aiuto dell’editore, di riuscire a fare ciò che ha fatto a Como, Lecco, Varese, Sondrio: guardare i potenti dritto negli occhi, da pari a pari, senza pretese di superiorità ma neppure timori, ansie o reverenze da cortigiano. Dear George, in bocca al lupo.
Foto by Leonora