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mercoledì 16 febbraio 2011

Critico Gino Castaldo (viva il Pepinai, premiata trattoria)



Nella stretta cerchia di amici e parenti, la presenza di De Sfroos rende il festival di Sanremo più festival del solito. La conseguenza è che, oltre a guardarlo, curioso tra le pagine dei giornali. Mentre cenavo, stasera, m'è capitato di leggere le pagelle di Gino Castaldo su Repubblica. M'è andata la pasta di traverso. Mi domando: ma cosa c'entrano i critici con il lettore? Qual è stata l'ultima volta che sono andato al cinema perché mi sono fidato della recensione sul giornale? E quando mai ho ascoltato un cantante perché piaceva a quella casta ristretta di superesperti?
Torniamo a Castaldo. A parte i voti, in cui abbondano i 3, i 4 e i 5, sono i giudizi che mi spezzano, perché rivelano un disprezzo del nazional popolare che invece è l'essenza stessa di Sanremo. Voglio dire: è come se mandassero un gourmet eccelso alla trattoria del Pepinai a Molina di Faggeto. E' ovvio che mi torna schifato. Lui vorrebbe il "rombo assoluto" cotto nell'azoto liquido e servito che pare un origami. Come volete che reagisca quando si vede davanti il vassoio colmo di affettati? Come minimo gli viene l'orticaria. Ecco, l'impressione è che ai critici il pubblico faccia schifo. La conferma è scritta nero su bianco nei giudizi di Castaldo di oggi, su Repubblica. In uno si legge: "Più che un pezzo di Sanremo sembra un pezzo su Sanremo, e in un mondo normale, senza televoto, vicencerebbe a mani basse". Bene. Ma qual è il mondo normale? Quello che manda Vasco Rossi all'ultimo posto e fa vincere gli Avion Travel? La julienne di zucchine al finocchio in salsa di mandarino per me può attendere: portatemi le lasagne e poi se ne parla.

P.S. Gino, dai, non prendertela. Hai un bellissimo nome, che non darei a un figlio, ma che mio padre portava con regale dignità. Noi ignoranti siamo così: semplici. Prometto che se non t'offendi, voto i La Crus.
P.P.S. Ma a parte il mio amico Maggi, che se ne intende, chi cavolo conosceva ieri l'altro i La Crus?




Foto by Leonora

martedì 15 febbraio 2011

Van De Sfroos, Sanremo e la Lega


Nella più triviale tradizione italiana, guardo la partita di calcio e il festival di Sanremo. C'è Davide Van de Sfroos, conosciutissimo dagli amici di Como e beatamente ignorato da quasi tutti gli altri, la cui latitudine residenziale è inferiore a Cerro al Lambro. Il Milan ha perso dal Tottenham, Van de Sfroos invece ha passato il turno. Lascio qui una nota, sulla globalizzazione, che è quel fenomeno spiegato così da un lettore de La Stampa: "Ho comprato una camicia di cotone realizzata in India pagandola nove euro, l'ho portata a lavare e mi hanno chiesto tre euro e venti: questa è la globalizzazione". Per me è anche assistere alla lite tra lo "squalo" Joe Jordan e Gennaro Ivan Gattuso, detto Rino, da Corigliano Calabro. "Parlavamo in scozzese" ha detto Rino, scusandosi per il fatto che se l'era presa con una persona più vecchia di lui, mettendogli le mani addosso. Al festival della canzone italiana invece non solo è andato in scena il dialetto comasco, ma nello spot per invitare a pagare il canone Rai c'era anche un prete che sposava due ragazzi, parlando in milanese stretto. Si vede che la Lega qualcosa a Roma combina: forse il pudore no, ma il folklore è salvo. E lo dico provenendo da una casa dove si è sempre parlato in dialetto (i miei genitori tra loro, mentre con me si sono quasi sempre rivolti in italiano), un modo di comunicare che adoro, perché rivela una cultura centenaria, troppo spesso dimenticata e di cui addirittura molti si vergognano. Credo che l'omologazione avvenuta negli anni scorsi, la cancellazione di tutto ciò che era considerato locale, sia stata un errore. Mi commuovo leggendo De Luca, quando scrive che parlare in italiano in casa sua era una legittima difesa, una forma di sopravvivenza nel magma di una Napoli amata ma città invadente. La clessidra s'è girata, l'italiano è diventata la base e forse è il tempo di distinguersi concendendo spazio anche al vernacolo, a una lingua che cambia di paese in paese. Purché non sia imposizione. Vedevo De Sfroos, che in casa mia - a causa dei miei figli - è un'istituzione e mi domandavo cosa avrebbero capito a Isernia, Latina, Firenze... "Gusteranno la musica - ho detto a Giacomo - come nelle canzoni in inglese". Mi è venuta in mente Maria Carta, quando appariva alla Rai e del suo sardo non capivo un'acca. Non ne comprendevo la ricchezza, era soltanto una noia e anche adesso, che magari ne apprezzerei le canzoni, quell'impressione resta un freno e una macchia. Certe cose non si possono imporre. Tra esse c'è la diversità, che come certi fiori pretende il giusto tempo per sbocciare ed essere gustata. Consiglio a tutti i fondamentalisti della Lega: siate dolci. Più che la spada di Alberto da Giussano può la penna. Anzi, la piuma.


Foto by Leonora