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lunedì 4 ottobre 2021

Una mente educata (Resistere al pregiudizio)

"Solo una mente educata può capire un pensiero diverso dal proprio senza avere bisogno di accettarlo" (Aristotele)

Le ragioni degli altri. Sono quelle che più mi intrigano, che ricerco con curiosità e ostinazione.
Un atto di volontà, spesso pure in contromano, in un tempo qual è il nostro, assai frammentato, in cui chi alza il dito per obiettare viene immediatamente etichettato e, forse per una forma di protezione, tendiamo a chiuderci nelle bolle di conforto di quanti la pensano allo stesso modo.
Aristotele invita alla resistenza, ricordando che "comprendere" e "accettare" sono azioni distinte, senza obbligo alcuno di unirsi in matrimonio.
Educare la mente allora è azione buona e giusta, nostro dovere, oltre che fonte di salvaguardia.
Perciò insisto affinché ovunque - in famiglia come tra amici o nei circoli, nelle amministrazioni, sui luoghi di lavoro, in chiesa, al bar, nelle piazze... - venga coltivato il dialogo, il dibattito, ci si confronti di più, si alimenti il desiderio di spiegarsi, comprendersi.

P.S. Mi piacerebbe dedicare a questa opportunità di scambio un luogo, magari lo stesso che ho ricevuto in eredità da mio padre e di cui in questo blog ho già scritto.
Sarebbe un bel lascito, oltre che un modo concreto di contribuire a ciò che ritengo buono, giusto, anche se più di un posto fisico, ciò che serve è un'attitudine, un atteggiamento.


domenica 3 ottobre 2021

Quando cala l'oscurità (La luce dentro)


Le persone sono come le vetrate.
Scintillano e brillano quando c’è il sole, ma quando cala l’oscurità rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce dentro.
(Elisabeth Kubler-Ross)

Quando cala l'oscurità. Cala sempre, prima o dopo. È per noi l'immutabile alternanza della notte e del giorno: può durare poco o tanto, ma ci sarà sempre un buio ad alternarsi al chiaro e di contro un'alba che sfida il tramonto.
Ecco perché la luce occorre averla dentro.
Intendo non la luce ch'è un dono, quella del carattere di chi ha cuor contento o che accompagna le persone serene di natura, poco inclini al tormento.
Piuttosto, la luce accesa dalla volontà, la capacità di vestire i panni dell'altro, di mettersi in ascolto, di scegliere ad ogni bivio il bene, il buono, il sorriso, il tendere costantemente la mano, vedere la parte del bicchiere mezzo pieno, riconoscere le proprie mancanze e le virtù di chi ci sta accanto o che osserviamo da lontano.
Le persone sono come le vetrate.
Non i vetri, limpidi, perfettamente trasparenti.
Le vetrate spesse e opache, colorate, quelle delle chiese o delle case in stile liberty e art nouveau, delle finestre o dei divisori, che illuminano e insieme coprono, quelle saldate con il piombo, pezzo per pezzo, come pezzo su pezzo siamo noi, non banalmente un uno.

P.S. Si fa in fretta a dire: sii contento. Ed è facile giudicare sommariamente da fuori, fare l'addizione delle fortune altrui, evitando di sottrarre ciò che non vediamo, quanto chi abbiamo di fronte tende a celare, a non mettere sul banco. C'è bellezza dentro ciascuno, insieme a fragilità, delicatezza. Per scorgervi la luce occorre attenzione, rispetto, non rompere a sassate il vetro, bensì accostarsi vicino, a volte mettendo le mani sulle tempie, eliminando l'abbaglio che c'è attorno e aguzzando la vista, mettendo meglio gli occhi a fuoco, confidando che ci sia anche ciò che d'acchito non notiamo. Vedere "la luce dentro" è un esercizio che riesce se, per farlo, ci alleniamo.

sabato 2 ottobre 2021

Lasciare un'impronta (Desiderio e cambiamento)

“Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto“
(Thomas Jefferson)

Parto al contrario, proponendo qualcosa che negli anni recenti ho sempre mantenuto: dedicando ottobre a questo spazio, rinnovando il proposito di un post al giorno.
Al tempo stesso, provo a cambiare spartito, inaugurando un modo nuovo, riportando sempre una frase che ho letto o ascoltato da qualche parte o sottolineato in un libro, e aggiungendovi sotto un pensiero.

P.S. La novità scompensa sempre, destabilizza, disorienta persino.
Ho avuto colleghi e amici che l'aborrivano, anch'io però la subisco, l'accetto, piuttosto che auspicarla, favorirla o cavalcarla appena compare all'orizzonte o mentre si fa spazio già al di qua dell'uscio.
A volte, quasi sempre, sono così pigro che piuttosto che fare qualcosa che non ho mai fatto, preferisco rinunciare a qualcosa che non ho mai avuto.
A contare allora non è la capacità di fare un salto, di cimentarsi, di sperimentare, bensì la molla che spinge a farlo, cioè l'aspirazione, l'ambizione e tutti quei sentimenti che si declinano con un desiderio.
In altre parole, il verbo che conta, nella frase di Jefferson, è il primo: vuoi, volere.
Se manca quello, il resto possiamo anche cancellarlo, considerarlo inutile, mai scritto.
Cosa voglio allora? Cosa desidero io, di ambizioso, in questo tempo?
La prima cosa che mi viene in mente è: un obiettivo, una missione, uno scopo. Vorrei lasciare un'impronta, utilizzare pienamente l'esperienza accumulata, mettere a frutto i talenti che ho ricevuto in dono, qualsiasi essi siano.
Se questo è l'auspicio, so anche cos'è che mi manca, cosa non ho mai a sufficienza avuto: disciplina, determinazione, spirito di sacrificio.
Buono a sapersi. Almeno come inizio.

mercoledì 31 marzo 2021

Vedere, vedersi (Meglio)

Porto gli occhiali. Mi hanno cambiato la vita, non soltanto la vista. Testimoniando il limite umano, l'ineluttabilità della decadenza - inclusa quella fisica - hanno obbligato a guardare a me stesso e a chi incrocia i miei passi con maggiore attenzione, cercando una comprensione più nitida.
La cosa avvenne da sé naturalmente, senza una data precisa, ma associo quel passaggio al coltivare un talento presente già prima: la capacità di vedere il meglio degli altri, di osservarli sotto una luce che brilla.
Non lo faccio per vezzo, piaggeria, cecità verso il male o eccessiva indulgenza.
Credo piuttosto sia questione di indole, di formazione, di convinzione che in ogni essere umano ci sia una scintilla di divinità, un'impronta di bontà, a dispetto di qualsiasi cattiveria (di cui per altro diamo spesso prova).
Anche se penso al lavoro, alle relazioni, credo che una qualità sia quella di trarre il meglio dagli altri poiché io per primo in essi vedo il meglio.
Un talento, dicevo, e pure un esercizio, una capacità che è possibile allenare. Anche, non soltanto, "portando gli occhiali".

P.S. A proposito di "vedere meglio". Considero Alessandro Baricco lungimirante, abile nel guardare lontano, e addirittura visionario, in grado di arrivare con lo sguardo oltre.
Oltre la linea d'orizzonte, là dove l'aritmetica degli occhi non arriva e occorre l'azzardo della mente, dei teoremi, delle arrampicate verticali, lo spettro degli infrarossi per cogliere un pezzetto di verità nascosta ai più e partendo da esso per ricostruire l'intera mappa.
In questo il saggista Baricco ha pochi rivali e gli sono grato poiché - da "Next" del 2002, passando per "I barbari", "The Game", "Quel che stavamo cercando", fino al recentissimo "Mai più", quattro articoli con cui ha inaugurato la collaborazione con "Il Post" - è da vent'anni quasi esatti mi fa da lanterna.
Qui trovate la prima puntata, poi è stata pubblicata la seconda, continuando con la terza, concludendo con la quarta e ultima. Per chi ha desiderio di immaginare il futuro, e anche il presente, buona lettura.

martedì 2 febbraio 2021

Il silenzio, come rifugio (Poi c'è lui)

Scrivo poco, quasi nulla. In questi giorni buona parte delle energie risparmiate da affetti e lavoro se ne va nel portare pazienza, masticare amaro, mordersi la lingua per non replicare a tutti coloro che parlano a vanvera, che ostentano sicurezza mentre di sicuro c'è soltanto la loro ignoranza e la presunzione di avere ragione su tutto.
Il contagio da Covid, le elezioni americane, la situazione politica in Italia...
Chiacchiere. Anche da parte di uomini e donne per molti versi stimabili, con l'unico torto di abdicare all'uso della ragione, per brandire invece il maglio del tifo, come allo stadio.
Chiacchiere. Sui social soprattutto, perché di sedersi attorno a un tavolo e discutere non si contempla neppure la possibilità: ogni predica accetta soltanto il pulpito.
Chiacchiere. Senza competenza alcuna, lasciando che a prendere posizione sia la pancia, evitando di comprendere le ragioni reciproche, limitandosi a sputare fiele e sentenziare, su questo o su quello, per partito preso.
Un vortice di stati emotivi che si riversa su di noi ogni giorno, con qualsiasi mezzo: radio, giornali, tv, social...
A superficialità, ignoranza e arroganza sto diventando allergico, fatico a restare lucido, perciò ho scelto la via del silenzio, del non ti curar di loro, passando e guardando senza muovere un dito.

P.S. Poi c’è lui. Giovanni Bachelet. Una persona per bene, che si ostina a replicare uno ad uno ai commenti più o meno sensati, compresi quelli insulsi, beceri, grevi. Puntiglioso ma mai pignolo, ne ho ammirato fin da subito il senso civico, l'ostinazione con cui persegue il vero, astenendosi da qualsiasi supponenza o tracotanza, con quella passione cocciuta che hanno i giardinieri, nel coltivare fiori, alberi, prato.
Una scoperta piacevole, una boccata d'ossigeno, e insieme l'implicito sprone per me ad essere diverso, a non usare il silenzio come scudo, al dovere del prendere posizione, non essere tiepido.
Con la consapevolezza che proprio i Giovanni Bachelet, tutti i Giovanni Bachelet di questo mondo, sono l'unico vaccino al virus della retorica, della faziosità, del muro contro muro e del ginocchio piegato dei fatti oggettivi - chiaramente accertati - di fronte alle emozioni e convinzioni di chi urla di più e più fa caos.

giovedì 17 dicembre 2020

Guardarsi, in prospettiva (La rivoluzione esaurita)

Facciamoci un regalo: tiriamo le somme degli ultimi dieci anni e guardiamoci, in prospettiva.
Senza giudicarci. Semplicemente osservando il punto di partenza e dove siamo arrivati, talvolta consapevolmente, nella maggior parte dei casi invece - compreso il mio - senza accorgersene, condotti dalla vita e trascinati dagli eventi, barca in mezzo al mare, Ulisse che cerca un'Itaca senza conoscerne nome proprio e punto esatto sulla cartina.
Abbiamo compiuto passi, macinato chilometri, intravisto mete e orizzonti, siamo tornati indietro, spesso cambiando direzione, altre riprendendola, in alcune circostanze trovandoci di fronte un’autostrada, altre perdendoci nella nebbia, restando invischiati senza orientarci, confusi come i lotofagi.
Se mi metto a sedere e volgo lo sguardo alle spalle fatico a distinguere eventi epocali miei, personali, pietre miliari di quello che è per tutti un peregrinare.
Lo stato non è mutato, ad esclusione delle rughe del volto e di alcune convinzioni profonde, composte o rinsaldate dalle esperienze accumulate. La sensazione è di aver avuto accanto - per tratti lunghi o brevi - persone meravigliose, compiendo un viaggio straordinario, quasi sempre senza accorgermene.
Faccio eccezione oggi, in questo anno strano e straniante, ponendo nero su bianco queste righe, mettendo a fuoco la consapevolezza della fortuna che ho, i gradini percorsi, le lezioni imparate, le persone godute, l’essere stato dono e un dono averlo ricevuto, nel bene o nel male, da tutti.

P.S. Lo metto qua, come postilla, poiché non ho pretese di saggista né conclamate capacità di comprendere ciò che oltre il pelo d'acqua sta capitando: nuoto, in qualche caso annaspo, a fatica riesco di tanto in tanto ad allungare il collo e ancor meno di frequente ho la lucidità per analizzare il quadro generale e trarre uno spunto di senso.
Faccio un'eccezione poiché mi pare di cogliere un ciclo che si chiude, uno degli eterni cicli delle rivoluzioni che si aprono, scorrono (spesso senza piena consapevolezza, senza coglierne la portata piena) e poi si chiudono, con l'inizio segnato dalla rottura delle regole e la fine con l'imposizione di nuove regole, che non sono più quelle precedenti la rivoluzione ma un ritorno allo stato di equilibrio infranto prima.
Ciò che è avvenuto centinaia di volte nel passato dell'evoluzione umana sta succedendo ora, con la rivoluzione introdotta da Internet e la sensazione che sia generalmente assestata, ingabbiata quasi.
Le sterminate opportunità che in principio presentava si sono moltissimo ridotte, il denaro, la finanza sono tornate a farla da padrone, riprendendo potere e guida dopo averla smarrita per anni a favore della creatività, della libertà, dell'intraprendenza.

lunedì 26 ottobre 2020

Compresi noi (I bordi frastagliati delle cose)

I bordi frastagliati delle cose. Potrebbe essere il titolo di un libro, è una frase che mi porto appresso spesso, specie in questi giorni di incertezze assolute, in cui il baccano sovrasta ogni lucidità, ogni possibilità di pensiero, di ragionamento.
I bordi frastagliati delle cose. Una sensazione tattile, come quando percorro con i polpastrelli il foglio di carta strappato di fresco, il granito della soglia d'ingresso, il ramo nodoso del larice, le rughe sul viso di mia madre e ormai anche del mio, sempre più simile a mio padre, quando mi guardo allo specchio.
Nulla è liscio, nulla è limpido, chiaro, scontato. Il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il bianco e il nero, la testa e la coda si intrecciano, si confondono, mi costringono a scegliere tra la mannaia che separa tutto o il mal di testa per tenerlo unito, per dare una direzione a ciò che invece va dappertutto.
Rimangono gli affetti, le persone che ho care, i sentimenti d'amore, d'amicizia, di stima, la curiosità, il desiderio di conoscenza, la volontà di non giudicare troppo duramente l'altro e insieme me stesso, di concedermi le attenuanti generiche e anche quelle specifiche, considerando la maggior parte degli errori involontari, commessi per colpa ma senza volontà di dolo.
I bordi frastagliati non sono soltanto delle cose, li abbiamo pure noi, dentro.

giovedì 8 ottobre 2020

Primo comandamento (È cosa buona ed equa)

Imparerai che nella vita è difficile accettare ordini, ma pure darne, comandare, specialmente se vorrai essere "giusto", perché giusti si riesce ad esserlo di rado, al massimo "equi", che poi è ciò che cerco di essere io, equo, come strumento di difesa, oltre che leva per non restare spalle al muro.
Imparerai tutto questo e pure a sopportare il rumore di fondo che a volte si crea e che è un ribollire in pentola, un borbottio diffuso, alimentato da chi mai è contento, da quanti per lamentarsi trovano immancabilmente un pretesto.
In quel caso, sappi che la battaglia è persa e l'unica uscita è tirare dritto, cercando di non farsi corrompere, riuscendo a mantenere quell'equilibrio di giudizio che porta a discernere comunque ciò che merita di essere ascoltato, per non gettare insieme all'acqua sporca pure il bambino, cioè le istanze giuste, le richieste intelligenti, i suggerimenti che odorano di bucato.
Parlo in generale, giuro, perché il destino mi ha offerto in dote la fortuna di lavorare in gruppi dove il lato oscuro della forza non ha mai preso il sopravvento, compreso qui, a Bergamo, anche se è una battaglia continua o, meglio, un dover prendersi cura del giardino ogni giorno, con la meticolosità, l'energia e la passione dell'agricoltore per il proprio campo.

P.S. Riconosco di non avere una vocazione o un talento per il comando. Se guardo a me stesso con lucida freddezza ammetto di essere scarso in alcuni talenti indispensabili allo scopo (il carisma, ad esempio, quella "autorevolezza" spontanea che si ha o non si ha, perché non è un'abilità, semmai un attitudine istintiva, un dono) così come è assente in me il piacere di dare ordini, il gusto di esser posto sopra un altro. Anche per tradizione, coprire ruoli apicali in famiglia non era contemplato. Mio padre per primo preferiva il "conto proprio", l'assenza di gerarchie, avendo al più come modello la tavola rotonda di re Artù, quell'essere "primo tra pari" che piace pure a me d'acchito, senza però considerare che per passare tra il dire e il fare c'è il mare di mezzo. Con il tempo ho trovato una mia strada, comprendendo che il potere non è cattivo in sé (dipende dal modo in cui si esercita e dall'avere o meno un obiettivo buono) e che si può interpretare il ruolo senza rinnegare i valori positivi, che della propria persona sono il fondamento.

sabato 11 luglio 2020

Fa la cosa giusta (L'impronta della sposa)

Ho poco o nulla da insegnarti e niente da tramandare che non siano gli infiniti errori e debolezze e inciampi della vita.
Però oggi ti sposi ed è una giornata memorabile e hai l'età dei miei figli e - a te e a loro - vorrei scrivere ciò che raramente esce dalla bocca, per pudore, pavidità, ritrosia.
Cominciando da questo: dimentica le favole che Disney e Hollywood hanno ciclostilato in abbondanza, tinteggiando tutto di rosa, facendo sentire "sbagliato" chi da quel modello si discosta.
L'equazione algebrica "conosco qualcuno, mi innamoro, si innamora di me, ci sposiamo, ci ameremo così da innamorati tutta la vita" fa più danni della pandemia.
Siamo prima di tutto, prima di qualsiasi costruzione culturale, figli e figlie della razza umana, che da milioni di anni ha un unico obiettivo: la riproduzione, la sopravvivenza.
Abbiamo istinti, desideri, aspirazioni che si possono conciliare con la vita di coppia, ma anche no, e quest'ultima ipotesi è assai più probabile della prima.
Per questo "Finché morte non vi separi" è prescrizione vana.
A separarci badiamo assai di frequente e prima noi.
Senza briglie, senza buona volontà, senza reciproco rispetto, senza capacità di accettarsi, senza tentare e ottenere di riallacciare quotidianamente un dialogo, senza un dirsi le cose in faccia, sapersi perdonare (sapersi perdonare, sopra ogni cosa), le divisioni non risultano un'eventualità, bensì la certezza.
Lo dico allora senza giri di parole, piatto piatto, come l'abito più prezioso che abbia scovato nel guardaroba dell'esperienza: non ci si sposa perché ci si ama, ci si sposa perché si sceglie di amarsi ogni giorno, ogni sera, ogni notte, ogni mattina.
Il mio augurio allora è questo: possiate camminare insieme, prendendo anche sentieri diversi, senza però mai perdervi di vista e con l'ostinazione di serrare i ranghi quando sentirete la distanza eccessiva, andando uno incontro all'altra, qualsiasi cosa accada.

P.S. L'ho messa giù dura perché, come ho avvertito in principio, l'occasione era ghiotta e scrivere a te e ai miei figli mi pareva la stessa cosa.
Una parola però la meriti per te, per la persona che sei, Letizia, per la stima che provo, per le capacità e la perseveranza che hai, per quel candore e quell'esuberanza che sempre ti distinguono, abbinate a sensibilità, profondità, solerzia. Sei davvero una persona speciale e fortunato chi ti sposa, come del resto certo fortunata sei tu, se lo hai scelto, se hai deciso di farne il tuo compagno di vita.
Tra i molti episodi che potrei citare, scelgo quello in cui tu hai deciso di segnalare i sospetti che riguardavano una ragazza, sul dubbio che venisse maltrattata. Ricordo il giorno in cui ti sei dovuta presentare dai Carabinieri per raccontare ciò che sapevi. Ricordo l'apprensione, l'angoscia, ma pure la determinazione nel fare - a qualunque costo - la cosa giusta.
Lì una lezione me l'hai data tu. Una lezione che è come l'impronta di ciò che sei. Da oggi anche una sposa.

domenica 3 novembre 2019

Il quinto vuoto (Quando la natura è maestra)


Una distesa infinita, ondulata, sabbia e sabbia e sabbia per chilometri e chilometri, sabbia rossa, cotta, fine, che s'infila nelle scarpe e cede sotto i piedi, rendendo ogni passo uno sforzo, fatica.
Il deserto, il suo spazio fisico, mi lascia sempre sgomento, intimorito, un'inospitalità letale per l'uomo, con il sole a picco sulla testa e zero verde, niente acqua.
C'è un'altro universo però, quello dello spirito, che innanzi al deserto ammutolisce, si interroga.
Il quarto vuoto. Lo chiamano così nella penisola d'Arabia, intendendo "la quarta parte", insieme con cielo, mare, terra. Me lo ha raccontato una persona sensibile, che sa andare oltre l'apparenza e che in quel deserto in questi giorni c'è stata.
"Il quarto vuoto" è un'espressione bellissima, due gocce di sapienza distillate in centinaia e centinaia di anni da popoli che vivono al cospetto di tanta maestosa e temibile grandezza.
La associo a una frase di Bernardo di Chiaravalle ("Troverai più nei boschi che tra i libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà") per ricordare che esiste, deve esistere, una dimensione contemplativa della vita.
Se ottobre l'ho dedicato alla scrittura quotidiana, vorrei che novembre fosse il mese dell'osservazione e dello stupore per ciò che ci circonda, senza fretta, ritagliandomi un "quinto vuoto", quello dentro me, un luogo che a ciascuno è stato dato in dono dalla nascita, ma raramente si abita, sacrificandolo alla superficialità, agli impegni, alla fretta.

P.S. La frase di San Bernardo mi piace perché spiega il motivo per cui le persone semplice spesso sono sagge e, con un po' di immodestia, dà valore ad alcuni post pubblicati in questo blog, sulle lezioni della natura.

giovedì 24 ottobre 2019

Nel nome del figlio (Un problema di coscienza)


Due indizi non fanno una prova, però se scrivo ogni giorno è più arduo omettere tutto ciò che concerne il mestiere che faccio, le questioni che altrettanto quotidianamente affronto.
L'antefatto. Nei giorni scorsi sulla tangenziale di Milano c'è stato un incidente in cui sono morte due persone, tra cui un bimbo di cinque anni. Molti giornali hanno riportato la notizia, alcuni di essi hanno omesso il nome e cognome delle persone coinvolte, qualche collega ha dichiarato la sua perplessità, richiamandosi al fatto che dare nome e cognome è sempre stata una regola del buon giornalista, sui social si è scatenato un parapiglia, con buona parte degli interventi che davano al suddetto collega dello sciacallo, della iena.
Dare il nome e cognome. Una questione delicata, che mi sta a cuore e che vorrei fosse affrontata "laicamente", cioè interrogandosi con serietà sui criteri, sulle motivazioni, anche alla luce delle nuove sensibilità e non scegliendo la via più comoda (che sovente è non mettere nome e cognome per pigrizia, per sciatteria).
Il tema è guardare alla luna e non limitarsi al dito che la indica, schierandosi da una parte o dall'altra.
Personalmente credo che sia essenziale - fatta eccezione per i casi già presenti nei manuali di deontologia - mantenere la regola di fornire le generalità delle persone coinvolte in un fatto meritevole di notizia.
Può non piacere, può costare imbarazzo, dolore, fatica, ma è il nostro mestiere.
Ed è importante non perché, banalmente, si vende una copia di giornale in più o si fa clic su una pagina web, bensì perché esiste una sfera pubblica, una dimensione sociale, comunitaria, dell’esistenza umana e di questa dimensione credo sia giusto dare valore, non annullarla.
Rinunciarvi significherebbe infatti accettare e promuovere una “privatizzazione” estrema, un mondo in cui è garantita la maggior privacy possibile, senza tener conto che il rischio conseguente è quello di individui ignoti, anonimi, soli, in cui nessuno conosce più nulla dell'altro.
Ecco perché a mio parere "dare il nome" non è soltanto un diritto, ma il dovere di un giornalista.
Non darlo, viceversa, non equivale a “rispettare” l'altro. Rispettarlo è raccontare cosa è avvenuto e far conoscere, affinché ne sia fatta memoria, compresa la buona memoria, affinché - nel caso specifico - chi conosceva quel bimbo e anche chi non lo conosceva possa piangerlo. Non è un caso che da che mondo e mondo si dica "partecipare al lutto".
La faccio breve, occorrerebbe un trattato, una discussione lunga, un confronto aperto. Se ce ne sarà occasione mi piacerebbe farlo, se qualcuno è interessato potremmo organizzarlo, anche perché ci sono altri temi simili e forse ancora più spinosi (dare il nome e cognome di chi commette un reato, ad esempio).
Per il momento mi accontento di insinuare il dubbio, di porre la domanda. Che poi è il nocciolo del mestiere del giornalista.

sabato 23 gennaio 2016

Famiglia al plurale (Contro gli steccati)

Foto by Leonora
Famiglia. Ne avevo una quando sono nato, la mantengo anche se nel frattempo ne ho formata un'altra e formandone un'altra mi sono intrecciato ad altre famiglie a cui sono legato.
Ed è proprio questo mischiarsi, questa gemmazione continua che esiste da che mondo e mondo, il tratto caratteristico della famiglia rispetto al singolo individuo. Non la chiusura, non l'idea di recinto, di steccato, che diamo quando la disegniamo delineandone i bordi in modo preciso, specialmente se lo facciamo per scopo propagandistico o politico.
La famiglia è un'istituzione naturale, prescinde e comprende tutto. "Senza famiglia" è il titolo di un libro (quanto ho pianto da ragazzo, vedendone in tv la versione cartone animato) ma senza famiglia non lo è nessuno.
Ecco perché oggi rifuggo le polemiche sia pro sia contro il Family Day, dichiarandomi fieramente neutro, non avendo bisogno di brandirlo come spada né di combatterlo ritenendolo un ipocrita feticcio.
Piuttosto sono lieto che Giacomo oggi, come dono per il suo compleanno, abbia chiesto di cenare tutti assieme, a casa, non soltanto noi cinque, ma anche nonna, zii, cugini, amici persino. Lui il Family Day non sa neppure cos'è, credo, però il significato positivo di famiglia lo ha stampato nel cuore ed è forse il più bel regalo che lui fa a me e a noi, ogni giorno.

P.S. Tanto per rimarcare il concetto, è famiglia quella a tinte pastello del Mulino Bianco e pure quella nero lutto evocata nel Padrino. C'è chi scrive che "famiglia" è dove ci sono persone felici e io obietto pure su questo, perché mai mi sono sentito parte di una famiglia più di quando volavano urla e c'erano attriti e dolore o pianto. Ognuno può chiamare "famiglia" ciò che vuole, però nulla cancella la sostanza di quella che è la famiglia davvero e che non ha mai pronome singolare, mia o tua o sua, ma soltanto plurale, nostra, vostra, loro.

giovedì 12 novembre 2015

Chi difende Abele (Appello per restare umani)

Foto by Leonora
“Nessuno tocchi Caino”. Affermazione stupenda, divina in tutti i sensi, ripresa non a caso da un'organizzazione non governativa il cui principale obiettivo è l'abolizione della pena di morte.
Nessuno tocchi Caino, giusto, giustissimo. Ma chi difende Abele?
Chi protegge il mite, il quieto, il cittadino comune? Chi si prende cura di tutelare il debole quando si tratta di una persona non ai margini della società, ma che anzi della società è la pietra portante, la fetta più consistente?
Una domanda che mi faccio spesso, in questi mesi, non volendo cedere alla deriva giustizialista di chi vorrebbe regolare i conti fuori dalla legge, ma anche incapace di chiudere occhi e orecchi di fronte alla palese evidenza che la nostra legge e l'applicazione che se ne fa è inadeguata per proteggere chi invece lo meriterebbe.
Abele è Cloe, bastonata a morte da ladri senza scrupoli entrati in casa per portar via un magro bottino, in provincia di Ferrara, una sera di inizio novembre. Abele sono Roberta e Fabio, lei uccisa e lui ferito gravemente dal fidanzatino della figlia, che aveva annunciato il crimine senza che nessuno però intervenisse. Abele è la coppia di Ponte San Pietro, aggredita e malmenata dall’ex fidanzato di lei, accecato dalla gelosia ma libero di farsi vendetta da sé, terrorizzando un intero quartiere. Abele è Angelo, che ha sposato Gloria per amore e s’è ritrovato in casa una moglie aggressiva, che minaccia e usa violenza tuttora, nonostante la separazione, senza che carabinieri, agenti di polizia o alcun giudice possano impedire un assedio del genere.
Abele sono loro, Abele è la maggior parte di noi, non esenti da vizi e difetti, ma che rispetta la legge e appena non lo fa paga salate le conseguenze. Abele è colui che non cede alla tentazione di armarsi contro chi è armato, né di farsi giustizia da solo, eppure è frustrato dal fatto che la giustizia in Italia, per come funziona, non lo tutela per niente. Abele è chi è ben disposto verso l’accoglienza dello straniero, ma si trova esasperato quando nota che al bussare alla porta per chiedere di entrare si sostituisce la prepotenza di chi vuole farla da padrone.
Se lo scrivo non è per una durezza maturata nottetempo o per un ispessimento della coscienza, come un callo cresciuto su un piede. Piuttosto voglio continuare a credere che la convivenza civile non possa fondarsi su due opposti estremismi; voglio pensare che su un tema del genere anche le forze politiche che si definiscono moderate la smettano di voltare lo sguardo dall'altra parte e trovino risposte adeguate; voglio evitare che i tanti Abele smettano di confidare in una giustizia superiore e si trasformino a loro volta in Caino; soprattutto voglio evitare che nel disinteresse generale siano i furbi, i prepotenti, gli infingardi a guadagnarsi un’opportunità e che i tanti Abele esasperati chiudano le loro porte, lasciando fuori chi invece avrebbe più bisogno, cioè i più fragili tra i fragili, i più piccoli tra i piccoli, i più poveri tra i poveri.

sabato 21 febbraio 2015

Il contagio del male (e come evitarlo)


Foto by Leonora
Ci sono uomini e donne che vengono abbattute dalle delusioni, dai torti, dai dispiaceri.
Altre invece che le trasformano in benzina, carburante per reagire, ripartire, rialzarsi più forti e determinati di prima.
E ci sono infine persone - la maggior parte credo - che stanno sul crinale, che vorrebbero usare dispiaceri, delusioni, torti subiti come leva, invece ne restano schiacciati o invischiati, rovinandosi la vita o per lo meno cancellando la serenità e dunque in qualche modo ingigantendo e amplificando gli effetti dannosi, il male che già di per sé, spoglio, è una ferita.
Non permettiamolo. Non lasciamo che la cattiveria diventi come la pioggia di oggi nei prati, penetrandoci a fondo, colmandoci il cuore fino a traboccare, occupando il posto che dovrebbe essere dei pensieri sereni, luminosi, positivi. Lo dico ad Isabella, che viene messa a dura prova in questi giorni, per vicende privatissime, ma lo ricordo soprattutto a me stesso.
La tentazione di reagire alla prepotenza con la prepotenza, di opporre all'offesa il dispetto, alla vigliaccheria lo sgarbo, il gesto vendicatore al colpo a tradimento è forte, seducente, normale direi. Mi è capitato cento volte e cento volte ho dovuto scegliere tra l'assecondare l'istinto, dare fuoco alla pira del risentimento, oppure farmi scivolare le cose addosso, ricordando il male subìto, ma senza assecondarlo. "Non diventerò come loro" mi ripeto in quelle circostanze, confidando che il fissare alle parole un proposito mi aiuti a scegliere la strada giusta, a serrare sì la mascella e stringere i pugni, ma per uscirne più forte, non per farmi trascinare a fondo (anche perché, nove volte su nove, chi provoca, offende e ferisce, in quel fondo si trova a suo agio e lì quasi sempre ha la meglio, mentre se portato in superficie, dove c'è aria, è come quegli organismi - anaerobi - vengono annientati, scompaiono).
Non diventerò come loro. Una consolazione niente affatto magra, perché è la stessa che quando poi al mattino mi guardo allo specchio o quando la sera appoggio la testa sul cuscino mi fa essere in pace con me stesso, mentre i prepotenti, i vigliacchi, i subdoli friggono e si consumano, impagati del male che hanno fatto e consapevoli di non avermelo neanche un po' trasmesso, infettato.

domenica 30 novembre 2014

L'uomo (in mostra) che si solleva

Foto by Leonora
Tranne poche eccezioni veniamo al mondo e viviamo convinti di essere eterni, unici, superiori a chi ci ha preceduto e incuranti di chi ci seguirà, come se tutto dopo di noi dovesse finire o non fosse degno di essere preso in considerazione qui, adesso: ci sentiamo tutti Adamo e probabilmente, sotto certi punti di vista, Adamo un po' tutti lo siamo, nel senso di originali, unici, primi.
E' forse l'illusione più potente dell'essere umano, ciò che ne ritaglia il limite ma lo spinge pure alla grandezza, a un'assenza di remissività che per l'intera nostra specie sarebbe dannosa.
Giunge poi per ciascuno un tempo in cui fare i conti con la disillusione, con l'assoluta precarietà del nostro vivere, la consapevolezza di essere, bene che vada, anelli minuscoli di una catena infinita, in cui l'aspirazione di lasciare un segno tangibile, duraturo della nostra presenza su questa terra equivale a follia. Quel momento in genere coincide con la vecchiaia o con un colpo forte alla bocca dello stomaco, quale può essere una delusione, un inciampo, una malattia.
Se guardo a me stesso tra questi due poli vivo una tensione continua, con la parte razionale che mi riporta con i piedi per terra e quella inconscia, delle emozioni, dello spirito, del cuore, che anela a uscire dalla gabbia, a superare i lacci dell'esistenza placida, quotidiana, quasi che confidassi in una capacità umana di andare oltre. Fatico a rendere questa impressione con le parole, mi piacerebbe essere un pittore e disegnare ciò che provo. Lo farei dipingendo un uomo che stacca i piedi da terra, con il braccio che va alla schiena e aggrappandosi alla collottola della giacca riesce a sollevarsi da sé.
P.S. Chi pensa che questi pensieri siano partoriti per colpa della pizza mangiata alla una di notte o della birra sbaglia. Non estranea invece è la visita alla mostra di Chagall, sempre di ieri sera, che al netto delle nozioni fornite dalla guida ha saputo comunicare altro, confermando che l'arte è vera quando svela una dimensione metafisica.
P.P.S. Ho scelto questa foto di Leonora perché tutte le statue indicano con qualcosa che non si vede, qualcosa di altro rispetto alla loro fisicità. Mi piace pensare che quel "altro" sia proprio la dimensione metafisica.

domenica 23 febbraio 2014

L'ala della farfalla (e noi di corsa, in bicicletta)

Foto by Leonora
La fretta non sempre è conseguenza di circostanze esterne, di fattori imponderabili, del vortice di impegni e scandenze e incombenze la cui somma sembra esser diventata la vita.
Andar di corsa spesso è una nostra scelta, a volte consapevole, quasi sempre inconscia, per rispondere al bisogno di equilibrio a cui ogni essere umano anela e che al giorno d'oggi rischia di infrangersi ogni qualvolta si rallenta o, peggio, ci si ferma, proprio come accade quando si va in bicicletta. E' così che tutto finisce nella centrifuga, compresi rapporti, relazioni, affetti, emozioni che invece, per loro stessa natura, necessiterebbero di tempo, quiete, calma, pazienza.
Uno scatto in avanti, una continua tensione che in sé non è negativa, anzi, potrebbe esser definita l'impronta digitale del genio, della forza creatrice che procede per strappi, per salti, e abbraccia l'ignoto senza curarsi di cosa lascia sotto, senza corde di sicurezza o rete protettiva.
Anche per il miglior trapezista arriva tuttavia il momento di fermarsi un istante, non fosse che per quel secondo tra l'asta che lascia e quella che arriva o perché il triplo carpiato è finito e si rimane in cima alla torre, sentendo nelle orecchie gli applausi e nelle vene l'adrenalina.
Le poche righe che ho scritto vorrebbero essere questo: il momento in cui si riprende fiato, una bolla spazio temporale senza attorno nulla, il minuto che ritagliamo per noi stessi, per guardarci come fossimo allo specchio e vedere chi siamo, chi siamo diventati, per ricordare che siamo fragili come ala di farfalla ma pure unici, irrepetibili, portatori di un seme che non è soltanto corpo, ma anche spirito, anima, bontà, bellezza.

mercoledì 4 maggio 2011

Con gli occhi al cielo


Di tanti volti, monumenti, viali, scorci di città, il momento più toccante è stata un'alba, mentre la nave raggiungeva Marsiglia e il sole è sputato dai monti, diventando in tre minuti da spicchio sottile a un tondo rosso e perfetto, facendo brillare le coste brulle e chiazzate di verde alle nostre spalle, mentre il cielo da azzurro intenso diventava chiaro. "Non può finire tutto qui" ho pensato, "deve esserci qualcosa d'immenso nascosto nelle piccole cose che neppure vediamo". Era più di un pensiero, era una certezza, una consapevolezza, di quelle che non durano a lungo e che assomigliano a un fare dieci o dodici passi in perfetto equilibrio su una corda tesa a due metri dal suolo. Poi crolla tutto e non ci si capacita di come sia potuto accadere e anche se ci si mette d'impegno e si riprova non si riesce a ricreare quell'estasi in cui la mente si apre all'intuito, illuminandosi per un istante al mistero. C'era qualcos'altro però, quella mattina, ed era la rivelazione che nulla di ciò ch'è materiale può dissetare, sfamare, acquietare e dare pace all'animo umano. C'è una dimensione spirituale che troppo spesso trascuro e che invece è necessaria quanto l'aria che respiriamo o la pasta, il pane, l'acqua che mai manca in tavola, ogni giorno. In questi mesi sto molto attento al fisico, facendo spesso movimento, badando a tenermi in forma, tonico, mentre il tempo che riservo al cuore e alla testa rasenta lo zero. Non è giusto. La pigrizia e la mancanza di consapevolezza completano il quadro, facendo di me un uomo più arido, gretto, asciutto, di fiato corto e orizzonte piatto. E' ora di aprire la finestra, di alzarsi dalla sedia e mettersi qualche volta di più con gli occhi al cielo, magari in ginocchio.

Foto by Leonora