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sabato 5 febbraio 2022

Un passo avanti (Chiudere il cerchio)

Ho imparato a lasciare la presa molto tempo fa, dovrei farlo ancora, con te, anche se non sono pronto.
Non lo si è mai.
Faccio così, inverto la direzione, per lasciarti sì, ma non indietro, bensì avanti, sempre un passo, dove riesco a scorgerti, quasi a sfiorarti, a toccare con mano l'essenza che sei, ciò che rappresenti per me, per noi.
La tristezza - lo sai, l'hai provata - è un drappo greve, che tutto ammanta e persino soffoca se si orienta la mente al centro dell'abisso, sentendo sulla pelle, nelle viscere, la presenza del nulla, l'assenza di un dopo.
Scaccio con le mani il pensiero, come insetto fastidioso, punto i piedi saldi al suolo, chiudo gli occhi e vedo dove sei, dove ti ho lasciato, guardando insieme la fotografia che i nostri figli l'altra sera hanno scattato, ritrovandosi insieme, continuando una tradizione che ci precede e che ha reso anche noi felici, quando è stato il momento.
Sono loro la consolazione e il senso, il motivo per cui ti vedo innanzi a me e non da solo. Come mai soli siamo noi, finché tu sarai ago e il bene che ci vogliamo il filo.

P.S. Oggi è il compleanno dì Giorgia, il regalo più bello l’hai fatto tu, con la lettera che hai lasciato, a lei, a noi, alla nostra famiglia "allargata".
La conserviamo preziosa.
Nella tua saggia essenzialità hai saputo cogliere il meglio di ciò che siamo, l'unica eredità che vorrei i nostri figli portassero in dote, patrimonio e testimonianza di un dono inestimabile, infinito, che non c'entra nulla col denaro e rende ricchi, ricchissimi, con poco, vivendo quella dimensione di accoglienza, di ospitalità, di convivialità che "ha contribuito a conoscerci, a valutare i nostri pregi e difetti, a cementare gli affetti, a conoscere persone nuove, a confrontarci e a volte scontrarci su vari temi, ma senza serbare rancori di sorta, ha sempre prevalso il sorriso. Quel sorriso che contagia il cuore di fiducia e vedo nelle foto dei ragazzi, quando si ritrovano".
Vedi. L’ho detto, eri avanti. Hai scorto prima ciò che poi si è realizzato.

lunedì 12 ottobre 2020

Undicesimo (Non invidiare)

Il fatto di cronaca è passato di moda, acqua sotto i ponti, eterna girandola di un sapere senza memoria.
Non per me, non questa volta, che mi ostino a ricordare il titolo dell'articolo in cui l'autore del duplice omicidio di Lecce, a fine settembre, avrebbe confessato uno dei moventi della sua furia: "Li odiavo, erano troppo felici".
L'invidia. La "tristezza per il bene altrui percepito come male proprio". Una debolezza che più delle altre mi spaventa, un po' perché rifugge la luce e pugnala alle spalle, in maniera vigliacca, un po' poiché dei sette vizi capitali è l'unico che nemmeno mi sfiora, per cui mi sento impreparato a riconoscerlo e, non riconoscendolo, a pormi in difesa.
Tentando però di non cedere alla paura, faccio uno sforzo per ignorarlo, evitando di snaturare la mia natura, bensì assecondandola e provando tristezza a mia volta per coloro che ne sono corrosi, logorati nel cuore da quella fiamma, non riuscendo a godere nulla, dovendo convivere con il loro demone ventiquattro ore ogni giornata.
Non ho invidia degli invidiosi, insomma.
L'unica cosa che mi sento di appuntare loro è l'assenza di obiettività: se sapessero mettersi nei panni altrui, infatti, scoprirebbero che la felicità piena non esiste, che ciascuno ha la sua pena e che provare invidia è un farsi del male da sé, non godendo la propria vita soltanto per il torto di immaginare migliore l'altra.

P.S. L'unico invidioso che mi viene in mente, che ho riconosciuto, la tipica eccezione a conferma della regola, è un collega di tempi lontani, il quale tuttavia lo era in maniera puerile, evidente, quasi farsesca, tanto da diventare esso stesso macchietta. Avendone perse le tracce non ne ho più l'occasione, ma se potessi tornare indietro glielo direi, gli farei presente che la sua invidia è proprio un "peccato", nel senso che dispiace come le molte piccolezze offuschino la grandezza del professionista che stimavo, che era e che forse da qualche parte è, tuttora.



mercoledì 16 marzo 2011

Buongiorno tristezza (mutande incluse)


"Sempre cose tristi", mi hanno detto. "Scrivi sempre cose tristi". Non è colpa mia se piove, se fa freddo, se all'orecchio arrivano sempre brutte notizie, se, se, se... Oggi in più sono andato anche a un funerale, quello del papà del mio amico Maggi (Mauro, per tutti, ma mi piace chiamarlo anche Maggi, che anche per cognome è uno che sembra di famiglia lo stesso). E' stata una cerimonia non banale, con un prete che credeva a quello che faceva e canti antichi, che mi hanno ricordato quand'ero bambino e quelle note erano pace, casa. Pensavo che con canti così si lascia questo mondo più volentieri, ci si stacca dalle ricchezze che abbiamo accumulato e che sono tanti lacci che ci tengono inchiodati al suolo, incapaci di volare e anche di morire in pace amen. Forse non ha torto chi mi ha detto che scrivo solo cose tristi, ma sono fatto così: questo non è lo spazio e il tempo delle chiacchiere fatte per caso. Per quello c'è la piazza, la tavola e altri momenti di convivialità che non mi faccio mancare, pur nella pigrizia che m'è connaturata.
Oggi scrivevo a un'amica che a volte ho il desiderio di restare solo, magari passando giornate in una cittadina tra la Francia e la Svizzera, dove mi sono fermato un momento, anni fa. Era alle pendici del passo del Gran San Bernardo e c'era una chiesa meravigliosa, medioevale, con un chiostro, odore d'incenso e silenzio attorno. E una piazzetta, con pasticceria e panetteria, vasi di gerani rossi e lilla, tavolini all'aperto e lampioni vecchio stile. Ho sempre pensato di tornarci, un giorno.
P.S. Giuro che per la prossima volta penso a qualche storiella divertente, da raccontare, oppure metto una mia foto in mutande, che così sì, che si ride
Foto by Leonora