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sabato 11 aprile 2026

Diciamoci tutto (Almeno tra noi)

In latino si chiama “confiteor” ed è l’atto penitenziale che si proclama insieme, in coro, all’inizio della messa: «Confesso a Dio padre onnipotente e a voi fratelli…».
Mi accontenterei di farlo tra me e me, davanti a uno specchio: confessarsi tutto, anche ciò che c’è di brutto, dirsi la verità, dare nome e contorno a pulsioni, desideri, istinti. Dovrebbe essere un esercizio quotidiano, senza limitare i pensieri, accettandosi per ciò che si è, riconoscendosi e così conoscendosi, nel profondo.
Ammettere a se stessi di provare anche ciò che convenzione è storto è il primo passo per contenerlo, scremando tutto ciò che si ritiene vero e lasciando ipocrisie, falsità, perbenismo fuori dal cancello.
Per farlo, occorre innanzi tutto coraggio. E un abbondante senso d’indulgenza, un volersi bene che ha come unico limite la libertà e il diritto dell’altro a ricercare e ottenere lo stesso.
Guardarsi, considerarsi, rivelare a se stessi, accettarsi… Esercizi quotidiani di consapevolezza, un buon modo per trovare pace ed essere sereni, non schiacciati o soffocati da un peso, da un sentimento di inadeguatezza, considerandosi mai all’altezza o meritevoli del peggio e riuscendo così a provare indulgenza anche per l’altro, per limiti, errori, inciampi che ci sono stati o si avranno, essendo nessuno perfetto.

P.S. Immagino che mi stai ad ascoltare con quei tuoi occhi chiari, con il guizzo di sguardo di chi intuisce che sono parole che ci riguardano, in prima persona plurale, tutti, pur quando non se ne coglie pienamente la portata, il senso. Viviamo spesso di corsa, sfiorando tutto in superficie, senza addentrarci nel profondo, quello vero. Eppure basterebbe poco, avendo cura ogni giorno di coltivare la coscienza, come fosse un giardino.

giovedì 24 ottobre 2019

Nel nome del figlio (Un problema di coscienza)


Due indizi non fanno una prova, però se scrivo ogni giorno è più arduo omettere tutto ciò che concerne il mestiere che faccio, le questioni che altrettanto quotidianamente affronto.
L'antefatto. Nei giorni scorsi sulla tangenziale di Milano c'è stato un incidente in cui sono morte due persone, tra cui un bimbo di cinque anni. Molti giornali hanno riportato la notizia, alcuni di essi hanno omesso il nome e cognome delle persone coinvolte, qualche collega ha dichiarato la sua perplessità, richiamandosi al fatto che dare nome e cognome è sempre stata una regola del buon giornalista, sui social si è scatenato un parapiglia, con buona parte degli interventi che davano al suddetto collega dello sciacallo, della iena.
Dare il nome e cognome. Una questione delicata, che mi sta a cuore e che vorrei fosse affrontata "laicamente", cioè interrogandosi con serietà sui criteri, sulle motivazioni, anche alla luce delle nuove sensibilità e non scegliendo la via più comoda (che sovente è non mettere nome e cognome per pigrizia, per sciatteria).
Il tema è guardare alla luna e non limitarsi al dito che la indica, schierandosi da una parte o dall'altra.
Personalmente credo che sia essenziale - fatta eccezione per i casi già presenti nei manuali di deontologia - mantenere la regola di fornire le generalità delle persone coinvolte in un fatto meritevole di notizia.
Può non piacere, può costare imbarazzo, dolore, fatica, ma è il nostro mestiere.
Ed è importante non perché, banalmente, si vende una copia di giornale in più o si fa clic su una pagina web, bensì perché esiste una sfera pubblica, una dimensione sociale, comunitaria, dell’esistenza umana e di questa dimensione credo sia giusto dare valore, non annullarla.
Rinunciarvi significherebbe infatti accettare e promuovere una “privatizzazione” estrema, un mondo in cui è garantita la maggior privacy possibile, senza tener conto che il rischio conseguente è quello di individui ignoti, anonimi, soli, in cui nessuno conosce più nulla dell'altro.
Ecco perché a mio parere "dare il nome" non è soltanto un diritto, ma il dovere di un giornalista.
Non darlo, viceversa, non equivale a “rispettare” l'altro. Rispettarlo è raccontare cosa è avvenuto e far conoscere, affinché ne sia fatta memoria, compresa la buona memoria, affinché - nel caso specifico - chi conosceva quel bimbo e anche chi non lo conosceva possa piangerlo. Non è un caso che da che mondo e mondo si dica "partecipare al lutto".
La faccio breve, occorrerebbe un trattato, una discussione lunga, un confronto aperto. Se ce ne sarà occasione mi piacerebbe farlo, se qualcuno è interessato potremmo organizzarlo, anche perché ci sono altri temi simili e forse ancora più spinosi (dare il nome e cognome di chi commette un reato, ad esempio).
Per il momento mi accontento di insinuare il dubbio, di porre la domanda. Che poi è il nocciolo del mestiere del giornalista.

sabato 1 luglio 2017

L come Luglio (e L'ora dei lupi)

Foto by Leonora
L'ora dei lupi. Così lo chiamava Ingmar Bergman, quel preciso istante della notte in cui si tirano le somme e non si può mentire a se stessi e ci si trova soli pure se si ha qualcuno accanto, da stringere.
A nulla in quell'istante valgono fama, gloria, denaro, potere, poiché in quell'ora si rimane nudi, vestiti soltanto del buono che abbiamo saputo cucirci addosso, voce che fa eco alla propria voce, pugni che stringono frammenti.
L'ora dei lupi m'è venuta in mente in questi giorni, incrociando di sfuggita i miei figli, in quella porta girevole che diventa ogni casa quando i bimbi che erano si trasformano in ragazzi, giovani, adolescenti.
Mi somigliano tutti e tre, pur per aspetti diversi. Anch'essi, come io alla loro età, sentono il bisogno di mutare le radici in rami, di spiegare a falcate le gambe sulle quali hanno imparato a reggersi.
La loro età dell'innocenza, me ne rendo conto, sta per terminare e non lo scrivo rammaricandomene: nella vita questo ho imparato, che sono tutte stagioni, ciascuna con i suoi frutti, insieme buoni e grami.
L'unico desiderio, se posso permettermi, è quello di saperli sereni, così che non temano alcuna ora dei lupi o l'attendano persino, sperando di averli educati alla ricerca della felicità, che non è mai legata ad aspetti materiali, ma ha sempre sede dentro sé e si nutre di generosità, di apertura, di sorrisi, di comprensione, di curiosità, di passioni, di slanci.
Questo è l'augurio per loro e per tutti coloro che passano di qua e che proprio per questo considero amici: di essere felici a momenti e di voler bene a se stessi, sempre.