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venerdì 1 aprile 2022

La tentazione dell’eremita (Siamo antenne)

Sulle colline, tra i prati, un giardino.
Nel giardino una casa, nella casa una mansarda, nella mansarda una stanza, accanto alla stanza un anfratto, uno spazio a elle, quasi un cunicolo, una tana o una tomba, potremmo dire, se non si avesse per ile parole pudore, rispetto.
In quel pertugio nascosto ai più trovo a volte rifugio, senza restare in piedi, tanto è basso, entrando carponi, poi sdraiandomi o stando seduto, appoggiando la schiena al muro, avvertendo i rumori attutiti che dal resto della casa provengono, chiudendo gli occhi, fissando meglio un’idea, un obiettivo, un proposito, un’esame di coscienza, con annesso perdono (sì, perché perdonarsi è importante, è un voler bene agli altri partendo da se stessi, un lasciare gli ormeggi per evitare che alla furia delle onde e del vento le cime si spezzino).
È lì, solo che più solo non si può, estraneo e lontano da tutto, che il cuore comprende la tentazione degli eremiti, mentre la mente la rifiuta, la ricaccia, conoscendo il valore degli altri, sapendo che “io sono” in virtù di ciò che “noi tutti siamo”.

P.S. Siamo antenne. Siamo occhi e orecchie appostate in cima a torri di pietra sul crinale di un monte, pronti a cogliere il messaggio che un fuoco o un suono di corno a distanza di chilometri innescano.
Nulla saremmo se non avessimo questo istinto di comunicare, questo bisogno diventato opportunità sul motore di un desiderio.
Da millenni ci parliamo, esprimiamo, comprendiamo non perché abbiamo gli strumenti adatti, bensì abbiamo scovato gli strumenti - la voce, la lingua, la scrittura, la narrazione, la poesia, l’arte - come risposta alla volontà di farlo.
E oggi, nel giorno in cui cessa lo stato di emergenza, riconosco che nelle settimane di isolamento forzato per il Covid, immerso per gran parte nel silenzio, m'è parso ancor più evidente questo: parlarsi, scriversi, dirsi, tentare di spiegarsi, cercare un confronto è la base per qualsiasi altezza di relazione, per ogni convivenza che voglia progredire trovando serenità, risolvendo il conflitto.

domenica 20 febbraio 2022

Storie di Marinella (Vicini di vita)

Questa di Marinella è la storia vera. Doppia. Perché Marinella è la signora che abitava alle porte di Como ed è stata trovata morta, seduta al tavolo della cucina, senza che nessuno in oltre due anni si interessasse o insistesse nel suonare alla porta. Una vicenda straziante, che giustamente, comprensibilmente, interroga tutti sui pericoli del menefreghismo, dell’indifferenza, di una comunità che smette di essere tale per eccesso di privacy, di riservatezza.
Ma Marinella si chiama anche mia zia, che abita anch’essa da sola a una manciata di chilometri dalla prima, ottant’anni compiuti da poco, con dei vicini, Attilio e sua moglie Dina, che quando la mattina vedono le tapparelle abbassate, sapendo che solitamente si alza all’alba, la chiamano al telefono per chiedere: “Tutto bene Marinella?”.
Ora, tra le due Marinella, a parte il nome, in comune c’è poco o nulla. A cominciare dal fatto che mia zia ha comunque due figli e quattro nipoti che pur non abitando nella stessa casa sono presenti ogni giorno, non le fanno mancare nulla, oltre a vivere in un quartiere in cui tutti si conoscono da una vita.
Se scrivo di queste due vicende, portandole a paragone, è per un motivo semplice.
Due, anzi.
Primo: per evitare che si faccia di tutta l’erba un fascio, abboccando alla trappola del pessimismo cosmico (quello di William Golding, per chi conoscesse un po’ di letteratura, e del suo “Il signore delle mosche”, romanzo straordinario, ma che qualcuno pretende ancora di spacciare per trattato sociologico, smentito dai fatti, prima ancora che dagli studi, come spiega mirabilmente lo storico Rutger Bregman).
Secondo: per invitare chiunque, me per primo, ad essere come Attilio e Dina, a non farci soltanto gli affari nostri, a distinguere l’impicciarsi pettegolo dall’attenzione verso l’altro, il curiosare fine a se stesso dal prendersi cura.

P.S. “Sei sempre al telefono!” brontolo spesso con mia mamma, un anno maggiore della zia Marinella, fingendo di prenderla in giro, in realtà a volte seccato veramente per quel suo chiacchierare per minuti e minuti di fila, che per la legge di Murphy coincidono quasi sempre con le volte in cui rientro da Bergamo e passo a trovarla.
Lo ammetto pubblicamente: sono proprio un pirla.
Per fortuna alla reazione istintiva viene in soccorso la ragione.
Una telefonata infatti non allungherà la vita, come recitava una vecchia pubblicità, certo però la rende meno sola, più... viva.

venerdì 3 aprile 2020

Zero certezze (E un dolore che schiaccia)


Per tutti, compreso me, è una parola, una preoccupazione, un pensiero. Teoria.
Per te è paura concreta, un terrore, l'angoscia ogni volta che squilla il telefono.
Un'ansia con cui vivi da giorni. Prima un sasso nella scarpa, quando tuo padre ha cominciato a tossire, qualche linea di febbre, il respiro più corto; poi un timore reale, la saturazione del sangue sballata, l'ambulanza chiamata contro il suo stesso parere, l'ostinazione affinché fosse curato; infine il precipitare nell'emergenza, le telefonate dal Pronto Soccorso, il ricovero in reparto, l'attesa infinita delle chiamate di un medico, le notizie a spizzichi e bocconi di ciò che sta succedendo ("Gli abbiamo messo il casco, è stazionario". "Sì è aggravato, lo dobbiamo intubare e sedare". "Qui non c'è più posto, lo dobbiamo trasferire in Germania". "Si sono liberati due letti, lo teniamo a Bergamo"...).
Diciamo tutti "capisco", ma non capiamo affatto. Finché non ci sei dentro, finché non provi sulla tua pelle cosa succede, finché nelle vene non circola quello star appesi al buio, in apprensione per qualcuno che ti è veramente caro, restiamo spettatori di un dramma nudo.
Io per primo - pur se mi è capitato di essere al tuo posto, sebbene in circostanze diverse - non ho contezza di ciò che provi davvero.
Si è soli, in questo tempo. Solo tuo padre, in un letto di ospedale. Sola tu, che non trovi pace un momento. Sola tua madre, nella stanza accanto. Sola tua sorella, nonostante la sua famiglia, i figli, il marito.
Una solitudine che schiaccia, a cui posso dare voce, non un sollievo, tanto meno una spiegazione (perché di fronte a questo, di fronte a ciò che capita a migliaia di persone in questi giorni, la ragione, la filosofia e persino la religione, hanno il pudore del giudizio sospeso, l'eterno responso alle domande di Giobbe, che dolore e sofferenza sono un mistero).
Perciò resto qui, muto, facendo l'unico gesto, seppur ideale, che posso: cingerti le spalle, abbracciarti, sentirmi fraterno nel dolore, anche se non è paragonabile al tuo.

P.S. Zero certezze. Sono quelle che ho, dopo quarantacinque giorni nel mezzo del tornado.
Aperture sì, aperture no. Chiudiamo tutto no, chiudiamo tutto sì. Mascherine no, mascherine sì. Virus nell'aria no, virus nell'aria forse, almeno un po'.
E così via, ogni giorno la sua pena e una lezione nuova, spesso a smentire la precedente.
Di certo abbiamo perso le parole e ci tocca cercarne di nuove, per raccontare ciò che sta accadendo.
Lo scrittore Raul Montanari sostiene che ne abbiamo abusato, adoperandole all'eccesso ("Spingendole al massimo, fino al tetto" dice lui, con una bella espressione, mimandola pure con le mani, "Sono stanco da morire". "Chiuso in casa impazzisco". "Stanotte non ho chiuso occhio"...), ricorrendo all'iperbole per descrivere ciò che è normale, spacciandolo per straordinario.
Così ora, con lo straordinario diventato concreto, non abbiamo più il vocabolario, lo abbiamo sprecato (quasi) tutto. Di contro, questo tempo gramo ci regala un'occasione: rimediare, ridando alle parole un peso, oltre che un significato.

sabato 14 dicembre 2019

Un metro davanti a me (Cosa c'è oltre la maschera)


Eri un metro davanti a me, bella come sempre, in mezzo a tuo marito e tua figlia, che aveva in braccio il nipotino, anch'egli una meraviglia.
Eri un metro davanti a me e sarebbe stata una normale mattina, se sul viso tu non avessi avuto una mascherina, di quelle verde latte e menta, che usano i medici quando intervengono o gli infermieri o le persone malate, che non possono permettersi un'ulteriore acciacco, neppure un banale raffreddore, un'influenza.
Eri un metro davanti a me e quando gli sguardi si sono incrociati hai sorriso, serrando lievemente gli occhi, come sempre, come fai con tutti, per una spontanea forma di cortesia, mentre io pensavo a quanto mi avevano già detto, al male che ti ha cinto il petto, che si è insinuato nella carne e che fatica ad andare via.
Il tempo è volato e non ho avuto il coraggio né l'occasione di fermarmi, di chiederti come va, di dirti che faccio il tifo per te, che so quanta tribolazione nasconda l'apparente quiete, del carico che sulle spalle porti insieme con la tua famiglia.
Lo so perché l'ho vissuta, perché l'ho riconosciuta nell'espressione di tua figlia, anch'essa sorridente, fino a quando gli hai accostato la bocca all'orecchio e detto due o tre parole, mentre lei annuiva e continuava a sorriderti, tranne nel momento preciso in cui ti sei voltata e la sua espressione in un lampo è mutata, come chi viene colpito alla bocca dello stomaco, chi perde fiato, chi riceve una brutta notizia o ricorda quanto sia la situazione precaria.
In quell'istante ho percepito il suo dolore, la sua ansia, la preoccupazione di una figlia che ha da poco sperimentato la gioia più grande, quella di diventare a sua volta madre, ma sente in pericolo la persona a cui è più legata, tu, sua mamma.
Io non so cosa riserverà il destino, il caso, la vita. Ho pianto quindici anni fa per persone che sembravano avere i mesi contati e che sono invecchiate serene, vivendo tuttora in pienezza, mentre altri per i quali pareva poco o nulla ci hanno lasciato senza neppure il tempo di un Ave Maria.
Per questo dico che non lo so, tuttavia conosco e sono partecipe dell'apprensione tua e di chi ti vuole bene e di tutti coloro che vivono una simile vicenda, specialmente in questi giorni che precedono la festa e in cui tutti corrono e nessuno si ferma.
Tu a fermarmi mi hai costretto e lo considero un dono, che contraccambio abbracciandoti idealmente e dicendoti che non sei sola, anche se sola ti senti, come chiunque passa dalla soglia stretta e spinosa della malattia.

lunedì 8 settembre 2014

Io ci sono

Foto by Leonora
Dopo la pioggia viene sempre il sereno, ma mi piacciono le persone che in silenzio, quando gocciola forte, sanno offrirti un ombrello.
Apprezzo la vicinanza, specie se abbinata alla lievità, e sono grato ai tanti amici che ho, anche quando dicono poco o niente, ma so che sono disposti ad ascoltare e soprattutto che esistono, che se avessi bisogno sul serio potrei contare su di loro, mettendo da parte il pudore e l'orgoglio. Li sento come quella rete sottesa in un circo in cui volteggio al trapezio. Non faccio nomi, perché certo dimenticherei qualcuno, tuttavia sono numerosi e vanno dagli amici di infanzia, ai parenti, ai colleghi con cui ho condiviso un tratto di strada e i compagni di scuola, di università, fino ad alcune persone che ho conosciuto grazie alle nuove tecnologie, scoprendo un'affinità elettiva che sorprende per primo me stesso.
Ciò non toglie - sarei ipocrita se non l'ammettessi - che talvolta ci si sente soli ugualmente.
A me è capitato, pur se quando accade lo maschero, non fosse altro che per una sorta di rispetto dei dispiaceri altrui, considerato che in un'ipotetica fila delle grazie ricevute so di essere se non al primo posto, almeno sul podio.
Ribalto la prospettiva, domandandomi se a mia volta riesco ad esser di conforto per qualcuno, per le persone a cui voglio bene e pure per quelle che semplicemente mi camminano a fianco. Non posso caricarmi sulle spalle le pene di tutti, però potrei fare di più, essere più generoso, attento. Il fatto è che immerso nel fluire del fiume, nove volte su dieci sono troppo pigro e distratto per invertire la rotta o anche soltanto fermarmi, salire sulla riva e tendere la mano. E pensare che per gettare un salvagente non serve molto, basterebbe un pensiero, uno sguardo, un sorriso. Il modo più facile per dire: "Io ci sono".

sabato 22 dicembre 2012

Cambiare il mondo

Foto by Leonora
Nessun Natale ha la rincorsa lunga di quando cade di martedì, con una vigilia che a volerla spremere dura tre giorni. Una manna, specie per i tiratardi come me, anche se non bisogna abbassare la guardia perché il tempo vola e inciampare è un attimo. Tra i buoni propositi che faccio ogni anno c'è quello di godermelo appieno, di dare valore e priorità alle cose che contano, come lo stare insieme agli altri, la convivialità, il dono inteso come sorpresa, pensiero per l'altro, ma mi accontenterei di non esagerare con il carattere ostico e gli sbalzi d'umore da nervosismo. Come tutte le vette, infatti, Natale può altresì rappresentare un abisso. Forse è per questo che a molti non piace e alcuni proprio lo detestano: il Natale amplifica tutto, nel bene e pure nel male.
La solitudine ad esempio. Immagino che nessun altro giorno possa essere triste come un Natale passato senza affetti, qualcuno da poter invitare o essere invitato. Ma anche la malinconia, il dolore per le persone care che non ci sono più. Nelle altre settimane dell'anno è una ferita con cui coesistiamo mentre in queste feste torna a bruciare, sale sparso sulla carne, fitta che si insinua inesorabile sotto pelle e stringe il cuore, desiderio di tornare ai momenti sereni che invece non ritorneranno più, così come l'abbraccio di una madre, il sorriso di un padre, l'allegria di un figlio, certe tavolate che via via si sono spolpate, lasciando ora soltanto pareti grigie e il chiasso gelido di un televisore acceso.
Persino nella compagnia però il Natale può fare da apice alle tensioni, ai contrasti magari rimandati per assenza di incontro. La litigata più feroce tra mio padre e mia madre fu la mattina di un Natale di moltissimi anni fa. Avrò avuto otto anni e ricordo le urla che mi svegliarono nel sonno, i rimbrotti vicendevoli, le accuse, le offese, la rabbia che montava e io impotente, appena oltre la soglia della cucina, con gli occhi e i pugni chiusi, insieme al terrore che fosse la fine di tutto e l'unico desiderio che la smettessero, che facessero la pace, che tornasse l'armonia. L'armonia tornò, non ho memoria se già nel pomeriggio di quella giornata o a Santo Stefano o la settimana dopo.
Mio padre e mia madre erano caparbi e nessuno dei due sottomesso all'altro, si fronteggiavano come leoni nella savana, rizzando la criniera e mostrando denti ed artigli (senza tuttavia che mai una mano fosse alzata o che l'aggressività delle parole sfociasse nella violenza del contatto). Li detestavo per questo, giuravo a me stesso che sarei stato differente, invece sono cresciuto a loro immagine e somiglianza. Me ne accorgo da una mezza frase di Giovanni, oggi, dopo una banale seppur vivace discussione tra me e Isabella, di quelle che hanno tutti i mariti e le mogli, credo. "Litigate sempre" sussurra, quasi tra sé e sé, e a me si scioglie il cuore, ripiombando quarant'anni addietro, quando alto un metro e cinquanta e preoccupato ero io. Spero che lui sia migliore di me, che non ripeta i miei errori, anche se ne dubito. Più dai bei discorsi come questo, infatti, i nostri figli imparano dall'esempio. Perciò, invece di ostinarmi nell'ottenere ragione, faccio leva su me stesso e stacco il piede dall'acceleratore, facendo spuntare un sorriso. Ci vuole così poco a cambiare il mondo. Peccato me ne ricordi e lo metta in pratica così poche volte all'anno.