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sabato 24 ottobre 2020

JoJo Rabbit sui pedali (Lacrime e consapevolezza)

Un film, che film. L’ho rivisto con te, una settimana dopo averlo guardato la prima volta, e m'è parso più bello ancora.
“JoJo Rabbit” parla di noi, di me, di te. Soprattutto di te, che per età ed eccesso di sfortuna puoi competere con il bimbo protagonista.
Mi sono commosso pure per questo, mentre si avvicinavano i titoli di coda e osservavi accigliato - come sei sempre, quando ti concentri - l’ultima scena.
È in quell'istante esatto che ti ho abbracciato, mentre stavi per appoggiarmi la testa sulla spalla, forse perché capivi che mi ero commosso, e tenendo gli occhi chiusi mi hai stretto forte, più forte ancora di quando ogni tanto vuoi fare la lotta.
“Non sarai mai solo. Ricordalo” m'è venuto da dirti, d'impeto, con la voce un po' strozzata, senza ragionarci sopra, sentendo che era vero a prescindere, perché sono quelle cose che dimorano non nel cervello, bensì nella pancia.
Chissà se quel momento rimarrà impresso in te, chissà se sarà uno di quelli che si cancellano dalla memoria oppure tra mille rimangono a galla, per insondabili motivi, per invisibili riccioli a cui li appendiamo, senza averne contezza.
Resta il fatto che il film merita proprio e la tua presenza me lo ha fatto apprezzare sotto una luce nuova, oltre che gustare un momento piacevole, una bella esperienza.

P.S. In questi mesi hai scoperto il gusto di andare in bicicletta, con gli amici, nei boschi, su e giù per le cunette. Per quanto possa suonare strano e benché tu non ne abbia piena consapevolezza, pedalando stai mettendo... un mattone, uno di quelli importanti, una pietra angolare della formazione di essere umano, della tua esistenza. Non è tanto il piacere delle due ruote, bensì quello della scoperta, della prima emancipazione, dell'autonomia. Stai diventando grande insomma. Sono certo lo farai pienamente, con l'augurio di non accantonare mai del tutto il tuo candore, la tua purezza.

domenica 3 marzo 2013

Lo scopo del lavoro

Foto by Leonora
Ho letto molti libri, la frase che mi ha aperto la mente l'ho trovata in un film. In un cartone animato. Neanche uno dei più famosi, tipo Bambi, il Re Leone, Kung Fu Panda (il mio preferito), Madagascar... No, l'ho scovata in "Robots", figlio minore e mai cresciuto dei creatori di L'Era Glaciale, passato inosservato ai più e anche a me stesso, la prima volta che l'avevo visto, anni fa. L'altra sera invece, mentre ero seduto sul divano con Giovanni, c'è stato uno di quei rari momenti in cui senti una cosa e per un'istante diventa tutto buio e hai solo quella luce, in fondo, che tuttavia chiarisce meravigliosamente tutto. A pronunciarla è Bigweld, inventore e fondatore delle omonime industrie, che a un certo punto dice: "Per me il solo scopo del lavoro era di rendere migliore la vita ma il fare soldi è passato al primo posto".
Il solo scopo del lavoro è rendere migliore la vita... Non è semplicemente vero? D'una semplicità pari alla verità: disarmante. Eppure me lo sono dimenticato, ce lo siamo dimenticati, non so perché, non so per come, per uno di quei meccanismi molto umani per cui si parte da un punto e ce ne si allontana piano piano, inesorabilmente, finché non rammenti più l'origine, l'inizio, l'obiettivo del viaggio.
Il solo scopo del lavoro dovrebbe essere quello: rendere migliore la vita. Invece il far soldi è passato al primo posto, l'ha sostituito goccia a goccia, palmo a palmo. "Soldi per far soldi per far soldi": se n'era già accorto Giorgio Bocca, in un reportage illuminante proprio della regione in cui vivo. Era il 1962. Cinquant'anni dopo in meglio è cambiato poco. Proseguiamo su quel crinale asciutto e a rischio, preferendo sbattere la testa contro il muro piuttosto che fermarci un attimo e tornare indietro, all'origine di tutto, a quello scopo del lavoro che ricerca non la ricchezza, bensì la felicità.

P. S. I film, il libri, i blog, servono anche a questo: ricordare da dove sei partito facendoti capire perché nonostante continui a camminare non ti senti mai arrivato. Da domani ogni azione che farò al lavoro sarà finalizzata a questo: rendere migliore la vita e il posto dove abito, il mondo.

venerdì 9 marzo 2012

Il segreto di Luca (La semplicità)

Da quando lavoro a Monza tengo ben separati i miei pensieri in forma scritta: sul blog professionale quelli che si riferiscono ai media e alle questioni brianzole, qui invece i temi più personali, quasi intimi direi.
Faccio un'eccezione oggi poiché è vero che ho incontrato Luca Miniero in virtù del ruolo che rappresento, ma voglio lasciare un appunto riguardo un aspetto che ha sorpreso l'uomo, più ancora che il giornalista.
Luca, per chi non lo sapesse e fosse tanto pigro da neppure sbirciare Wikipedia, è uno sceneggiatore e regista che tuttora si guadagna da vivere con gli spot (ne ha fatti di bellissimi) ed è diventato famoso con il film Benvenuti al Sud, a cui ha replicato un altro successo d'incassi, Benvenuti al Nord (tranquilli, perché Benvenuti all'Est e Benvenuti all'Ovest non li girerà, è inutile che sbuffate).
Io per la verità ero rimasto affascinato anni fa, quando avevo visto "Incantesimo napoletano", ma questa è un'altra storia. Stasera Luca era ospite dei Lions e dei Rotary di Monza e Brianza e accettando l'invito della collega Federica mi sono messo a disposizione per fargli da spalla. Non la faccio lunga, dico soltanto che mi ha stupito l'umiltà del personaggio, abbinata alla spontaneità, alla naturalezza con cui ha risposto a tutte le domande, senza rifugiarsi nel banale o, peggio, farsi velo con affermazioni elusive. In pratica, nonostante fossimo su una sorta di palco e con un centinaio di persone che lo ascoltavano, era come se egli parlasse a degli amici, a persone veramente speciali, a cui riservare il diritto e pure il rovescio delle cose. Ho scoperto così quanto costa girare in un giorno uno spot di trenta, quaranta secondi (dai cento ai centocinquantamila euro); quante persone sono impegnate (una quarantina, che diventano una sessantina se si sta girando un film); quanto è importante per gli attori saper improvvisare (nel cinema attuale l'improvvisazione è ben accetta ma non troppo, nel senso che non si deve esagerare: autore e regista hanno lavorato magari sei mesi su una battuta, non sempre l'attore, pur bravissimo che sia, può cavarne una migliore di quella concordata); che le attrice napoletane di cinquant'anni sono le più bizzose e ardue da dirigere; che i registi italiani sono cento volte più bravi degli sceneggiatori italiani; che dai francesi in fatto di commedia abbiamo da imparare; che se fosse stato per lui dopo aver girato Benvenuti al Sud sarebbe passato più tempo prima di girare Benvenuti al Nord; che alcune parti di Benvenuti al Nord non l'hanno convinto; che Claudio Bisio non è stata la prima scelta come attore principale; che la prima scelta era Antonio Albanese e la seconda Giovanni Storti, quello coi baffi di Aldo, Giacomo e appunto Giovanni; che Claudio Bisio è stato per il regista stesso sorprendente, per come ha saputo interpretare perfettamente l'uomo del Nord, diffidente ma che dopo un giorno si è già integrato al Sud perfettamente; che neppure Alessandro Siani era la prima scelta.
A parte questo, ch'è contorno rispetto al piatto principale, la sorpresa è stata trovarsi di fronte una persona che non si è montata la testa, che non si crede un padreterno e che senza fare teatro è capace di emozionare semplicemente restando se stesso, dicendo il vero, parlando col cuore. In un mondo patinato e in cui tutto rischia di avere sapore di plastica, Luca Miniero è un piatto di pasta fatta in casa, come in giro non ne trovi.
P.S. Altre cose vorrei dirle su Maria Vittoria, collaboratrice di Luca, ma le scriverò nell'altro blog, per par condicio e perché lei è brianzola e in via Longhi 3 è come se giocasse in casa.

Foto by Leonora