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sabato 7 maggio 2022

Così bella (Così fragile)

La pace dei sensi è soggettiva, quasi sempre armata, dovendo fare i conti ad ogni età con una tensione, che è la stessa dell’esistenza umana, degli esseri animati, che pensano se stessi come osservandosi da fuori, rispondendo agli istinti ma pure a una coscienza.
È facile essere attratti dalla bellezza di ceramica, quella della stagione migliore, della gioventù al suo apice di pienezza.
Si resta eterni adolescenti quando ci si ferma lì, non si va oltre, non si diventa adulti e si finisce per cercare sempre compagni e compagne senza rughe, scolpiti e perfetti, almeno all’apparenza.
Se si è fortunati invece si cresce, si impara ad apprezzare altro, a considerare un bello che somiglia più all’arte che alla ginnastica d’estetica.
I segni del volto, le naturali imperfezioni del corpo, la diversa struttura dei tessuti, una fragilità tutta umana, che tuttavia ha per riflesso altre virtù, la forza d’animo, la capacità di resistenza, la tenerezza dei sentimenti, il sapere (e il saper fare) dell’esperienza.
Ciò non significa lasciarsi andare, prendersi poca cura di sé, giustificare trasandatezza, pigrizia, sciatteria.
Piuttosto è continuare a volersi e voler bene accettando il limite, la fragilità, dando valore al “vulnus”, alla ferita, il modellare che ha fatto per ciascuno di noi il tempo, la vita.

P.S. Vale anche per la mente, che è come un giardino, pretende di essere curata, coltivata, alimentata, sempre, anche se a differenza del corpo soffre meno la decadenza, ha il vantaggio di poter crescere non a parabola, bensì in linea retta.

domenica 16 agosto 2020

Ciciù (Andare oltre, l'apparenza)

Ci scriviamo di rado, ma raramente passa giorno in cui non ricordi l'ultima e unica volta che ci siamo visti di persona, uno di fronte all'altra, al tavolino di un bar, quando ancora non c'era obbligo di mascherina.
Un momento, in particolare, oltre le chiacchiere, le risate, le reciproche confidenze: l'istante in cui mi hai raccontato di quand'eri ragazzina e il corpo non era quello che ti ritrovi ora.
"Ciciù". Così ti chiamavano, con quel sarcasmo graffiante che diventa umiliazione e ti marchia a fuoco, per tutta la vita, pure quando le forme cambiano e tu puoi prenderti una rivincita.
"Ciciù". Cicciona. Per le guance piene, le rotondità in evidenza, i movimenti goffi dell'adolescenza.
Guardavo te, pensavo alle ragazzine e alle donne di oggi, ma pure agli uomini - che in questo caso la parità di (mal)trattamento è garantita - a come passano gli anni e identica rimane la facilità di ferire, il giudizio legato all'apparenza, a come pure io contribuisca al ripetersi di un modello di estetica, di perfezione patinata, incapace di andare un passo più in là, di badare all'essenza.
Vorrei dire che ora sei splendida, ma commetterei un nuovo torto.
Splendida infatti lo eri anche allora, pure se ti prendevano in giro, pure se guardandoti allo specchio avresti voluto essere diversa.
Eri splendida e lo sei tuttora, poiché la bruttezza è come la bellezza: risiede negli occhi di chi guarda. Piuttosto che detestare se stessi allora, meglio fare "ciao ciao" con la mano, sorridere, voltare le spalle e cambiare direzione, oltre che compagnia.

P.S. È strano come proviamo empatia guardando "da fuori", sentendo raccontare una storia, mentre da protagonisti ripetiamo gli errori, le meschinità, le cattiverie, le indifferenze di chi biasimiamo assistendo da seduti in poltrona allo spettacolo della vita. Al di qua dello schermo ci sentiamo Zorro, mentre una volta entrati nella pellicola ci riveliamo peggio di quel pasticcione del sergente Garcia.