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sabato 7 agosto 2021

Sulle tue spalle (Viktor)

Ti chiami Viktor e sei nato un giorno d’agosto che per noi italiani farà rima con “vittoria” a lungo, consegnandoci una gioia e una lezione che idealmente - proprio come il testimone nella staffetta - ti affido, qui sotto.
Quella più bella però l’hanno data a me i tuoi genitori, Milan e Dina, raccontandomi quanto e come ti hanno desiderato, cercato, voluto.
Vederti in foto, ieri, in braccio a tua madre, luminosa come il sole, dopo averti partorito, scorgere il lampo di tenerezza negli occhi di quel gigante di tuo padre, lo ammetto, mi ha commosso.
Ho pensato che davvero ha ragione Renzo Piano, l’architetto, quando dice: “Sono i giovani che salveranno la terra. I giovani sono i messaggi che mandiamo a un mondo che non vedremo mai.  Non sono loro a salire sulle nostre spalle, siamo noi a salire sulle loro, per intravedere le cose che non potremo vivere”.
Le vivrai tu, allora, Viktor. E ne sono pienamente lieto, poiché io, grazie a te, ne ho viste già un pezzetto.

P.S. L’ho dichiarato all’inizio: voglio affidarti una lezione che con gli anni ho imparato, affinché il male, il dolore, la sconfitta - nei quali ogni essere umano prima o poi inciampa, sappilo - non siano mai ostacolo, bensì molla, leva, trampolino.
La dimostrazione viene dallo sport di queste settimane, con l’Italia del calcio che tre anni fa non aveva potuto partecipare ai Mondiali, ma da quella sconfitta ha messo seme e tratto forza per vincere i recenti Europei, e con la squadra di atletica, sempre italiana, che nelle Olimpiadi di cinque anni fa non aveva vinto neppure una medaglia, mentre in questi giorni, a Tokyo, di successi ha fatto il pieno, come mai nella propria storia, un vero e proprio record.
Un esempio per te ancora più fulgido viene proprio dai tuoi genitori, cresciuti sotto le bombe e in parte da profughi, conoscendo terrore, povertà, separazioni forzate, ma che da quella radice di dolore hanno tratto linfa per crescere robusti e costruirsi un futuro di benessere, soddisfazioni, di cui tu, oggi, sei il frutto più dolce, bello, unico.

sabato 30 marzo 2019

I propri panni (Competitivi e collaborativi)


Vedo te, rivedo me. In meglio. Pur se non mancano caratteristiche che ci accomunano: su una di esse mi sono soffermato ieri l'altro, riflettendo sull'esistenza di persone che hanno un carisma, una capacità di essere leader, di trainare gli altri, affascinandoli, conquistandoli senza neppure bisogno di aprire bocca, semplicemente ponendosi di fronte, con l'atteggiamento, la postura, lo sguardo.
Una sorta di "tocco magico", una dote naturale che non possiedo: lo ammetto senza imbarazzo, né provando invidia o rammarico.
C'è stato un tempo in cui ho compreso di non essere come chi possiede quel magnetismo.
L'istante esatto, ora che ci penso, è stato da bambino, undici o dodici anni, quando volevo convincere i miei compagni di gioco a nominarmi capo dei cowboy: tre su quattro erano d'accordo, uno si è opposto, andandosene e lasciandomi con un palmo di naso, nonostante per un paio d'ore avessi tentato di convincerlo, illudendomi a lungo di esserci riuscito.
Passando gli anni mi sono via via convinto di essere piuttosto uno spirito gregario, un'ottima spalla, un compagno ideale e in certi contesti un capo, ma costruito, imparando a condurre, a prendermi responsabilità, conscio di avere molti limiti, di essere diverso da quelle (rare) persone che lo sono in modo naturale, che sembrano quasi sollevarsi senza sostegno.
Di recente ho affinato il pensiero e proprio grazie a te, osservandoti giocare a calcio, analizzando le difficoltà con cui devi fare i conti, formulando una teoria in base a cui esistono almeno due spiriti: quello agonistico, competitivo e quello cooperativistico, collaborativo.
Il primo è tipico dei vincenti, di coloro che non hanno altro scopo che il raggiungimento dell'obiettivo, con un desiderio costante e dominante. Sono quelli che se li osservi da fuori ti pare che abbiano più "voglia" di imporsi e se praticano discipline individuali sovente vincono, mentre in quelle a squadre fanno da punto di riferimento, caricandosi sulle spalle i compagni quando sono in difficoltà.
Anche i secondi vogliono vincere e spesso ci riescono, ma hanno uno stile differente, una sensibilità che manca di sfacciataggine, che comprende lo scrupolo, che coltiva il dubbio, che scende a patti con il fallimento (mentre gli altri, i vincenti, i competitivi, la sconfitta non lo tollerano affatto) e tale fragilità a volte compromette il raggiungimento dell'obiettivo.
Sii te stesso dunque, poiché nella vita innanzi tutto è importante dare valore a ciò che si ha, con la certezza che l'abito migliore da indossare è sempre il proprio.