domenica 17 novembre 2019

Il dono della piantina (Far crescere, scomparendo)

L'hai raccontata così, un po' riferita, un po' inventata, la storia del grande albero e della piantina cresciutagli accanto, al riparo, protetta e al tempo stesso costretta, limitata nella crescita, fino al giorno della tempesta, del vento, dello schianto per il tronco secolare, che ha esposto l'arbusto smilzo agli sbalzi del meteo, ma nel contempo concedendogli luce e nutrimento, permettendo ad esso di crescere, che prima era impedito.
Eri seduto al tavolo della cucina, io terminavo la cena da solo, arrivato come al solito in ritardo. Tu a capotavola, hai voluto fermarti, chiacchierare, tenermi compagnia. Non accade spesso, ma come per gli altri figli ho imparato a rispettare i tempi, a non forzare le situazioni, cogliendo piuttosto al balzo le occasioni offerte, le eccezioni alla regola del procedere sul proprio binario, senza interscambio alcuno, se non quello convenzionale, della buona creanza, dei convenevoli classici, quando si chiacchiera senza entrare davvero in contatto.
Ti ho ascoltato con attenzione. Con i tuoi non ancora dodici anni sei tuttora per molti aspetti un soldo di cacio e spesso provo una vertigine pensando a quanto dolore la vita ti ha già messo nello zaino, al vuoto che immagino tu avverta di tanto in tanto, magari quando resti solo, nel tuo letto, eppure hai un garbo, una sensibilità, una capacità di empatia fuori dal comune, un dono, in tutto e per tutto.
Nel momento in cui te l'ho detto, che sei un dono, l'altra sera, in risposta al tuo racconto, mi hai guardato con occhi ampi, fissandomi, volendo quasi pescare nei miei per cogliere il tono di quel commento e non soltanto il contenuto, aggiungendo una sola parola, con un punto interrogativo: "Davvero?".
Sì, davvero. Hai un dono grande, un talento che la natura, i geni delle famiglie da cui provieni ti hanno dato e che coloro che ci hanno preceduto - penso in particolare ad Elisabetta e Stefano - hanno contribuito a temprare, come si fa quando si lavora il metallo, modellandolo quand'è caldo. Spero di aiutarti pure io a custodirlo, ad alimentarlo, ma già così è "tanta roba", come direbbero Giorgia o Giovanni. Già così è un regalo che fai a noi, che la piccola piantina insegna al grande albero.

P.S. Il racconto della piantina e dell'albero vorrei arrivasse a coloro che convivono con la lacerazione del lutto. A una persona in particolare, a cui sono legato fin da quando ero ragazzo e che sta passando giorni neri più che bui, alzandosi al mattino e accudendo i figli e riassettando la casa e recandosi al lavoro apparentemente come tutti gli altri giorni della sua vita, in realtà con la luce spenta dentro, con sul cuore un peso che al tempo stesso è una smorza, un muro altissimo, che impedisce non soltanto di sorridere, ma anche di guardare e pensare al futuro. La morte di chi ci ha preceduto e cresciuto ha il fragore e l'irruenza del tronco che precipita a terra, della tempesta che lo sradica e pare decretare anche il nostro abbattimento, la fine di tutto. Non è così. Anzi, quello stesso albero, una volta al suolo, continua ad esserci utile, non più riparandoci, bensì decomponendosi, disgregandosi, donando gli elementi necessari alla nostra crescita, ecco perché va tenuto accanto, accettandone il peso, e non rimosso. Lo so che il dolore che si prova e brucia è reale, tangibile, autentico, mentre queste sono soltanto parole, ma le parole - per chi le vuole ascoltare - hanno un potere intrinseco, curano, e a tacerle non è quello che fa chiunque pretende di definirsi amico.

sabato 9 novembre 2019

Muri, ponti e gentiluomini (La lezione di Marino)


Per un muro che cade, cento se ne costruiscono, ogni giorno.
Vista la ricorrenza di oggi, non è un esempio a caso.
La maggior parte però non sono pietre né mattoni messi con discernimento: spesso, quasi sempre, si tratta dei così detti "errori involontari", quegli sbagli non intenzionali ma che finiscono inevitabilmente per fare danno, pur senza volerlo.
Quanto livore, rancore, disappunto, quanta delusione e ira eviteremmo se tra i molti pregiudizi che abbiamo aggiungessimo questo: considerare l'errore altrui come frutto di un inciampo, una svista, un eccesso di superficialità, una scarsità di sensibilità o conoscenze e non di un disegno preciso, di un atto malignamente architettato.
Credo sia questo un modo efficace per distruggere molti dei muri che si erigono e nel contempo gettare le basi di quei ponti che a voce tutti auspichiamo e pochi nel concreto innalziamo.

Cambio scenario, pur restando in argomento.
Sentenziava Totò: "Signori si nasce e io modestamente lo nacqui". Lo nacque anche qualcun altro.
Marino Magrin fu a suo tempo giocatore diligente e di talento, professionista in molte squadre di calcio, ricordato soprattutto per aver vestito la maglia numero dieci della Juventus la stagione successiva a quella in cui "Le Roi" Platini annunciò il ritiro.
Tre giorni fa ho realizzato chiaramente perché piacque a Boniperti, dirigente spartano e primo ministro plenipotenziario della società che aveva l'avvocato Agnelli per monarca assoluto.
L'episodio che mi ha illuminato è stato questo: una telefonata ricevuta subito dopo aver concluso il tg. Era lui, Marino, ospite fisso di BgTv degli appuntamenti dell'Atalanta in Champions e per una volta assente, perché voleva essere allo stadio ad assistere alla sfida con il Manchester City, insieme con il figlio che proprio quel giorno avrebbe festeggiato il compleanno. "Giorgio, ti disturbo? - ha esordito - volevo soltanto sapere come stai e scusarmi se domani non potrò esserci". "Ma Marino, figurati - gli ho risposto - ci mancherebbe altro, mi avevi già avvisato e sono contento per te, non dovevi disturbarti a chiamare". E lui, a chiosa di tutto: "Non dirlo neanche per scherzo, una telefonata, sentirti di persona, è il minimo".
Questo è l'uomo (che da noi viene a sue spese, non prendendo neanche un euro, è bene precisarlo), questa è la lezione che mi ha dato. Una telefonata, al giorno d'oggi, è come il sorriso della poesia di Gibran: "Arricchisce chi la riceve, senza togliere nulla a chi la dona".

Quando pensiamo ai muri da abbattere e ai ponti da costruire non andiamo lontano: basta considerare involontarie buona parte delle mancanze altrui e praticare piccoli gesti di buona volontà per unire, più di quanto immaginiamo.

P.S. Che Magrin fosse un signore già lo sapevo. Me l'aveva detto un tifoso dell'Atalanta con i capelli brizzolati, incontrato per strada e che mi ha fermato per dirmi che quando era ragazzo suo padre lo portava agli allenamenti della prima squadra e l'unico che si fermava sempre, che stava con i tifosi e firmava autografi e ascoltava tutti era proprio lui, Magrin, Marino.

martedì 5 novembre 2019

Se non ci fossi tu (Il buono che è in noi)


Se non ci fossi tu, bisognerebbe inventarti, ma inventandoti non riuscirei comunque a pareggiare la simpatia, l'originalità, la bellezza del ragazzo che sei, con i tuoi diciassette anni oggi e il ciuffo castano chiaro, gli occhi scuri, come i miei, come il lato della famiglia a cui appartengo, il sorriso unico, gli scatti di altruismo e pure di carattere, mai piatto, banale.
Se non ci fossi tu, la vita sarebbe come il lago d'inverno, un televisore senza audio, la casa a cui manca un tetto, il risotto insipido, il camino freddo, Instagram prima delle "Stories" e un cellulare con pochi giga, che questi paragone forse li capisci meglio.
Se non ci fossi tu, sarei più piccolo, più grigio, più povero, più ingobbito, più avaro, più scorbutico, più tignoso, più inquadrato, più triste, più malinconico, più pigro, più vecchio, e tutti questi più sarebbero un grande meno.
Se non ci fossi tu, guarderei con minore fiducia al futuro, mi aggrapperei con forza alle poche certezze dell'essere umano, scordando che è la speranza in qualcosa di infinito, di eterno, il tratto distintivo delle persone che siamo.
Se non ci fossi tu, avrei smesso di seminare empatia, di preoccuparmi che sappia metterti nei panni dell'altro, comprenderne i desideri, le emozioni, le ragioni, di creare legami, relazioni, essere perspicace, andare avanti, non fermarti di fronte a un ostacolo.
Se non ci fossi tu, mi vestirei da anziano, non guarderei film che invece meritano, ascolterei la stessa musica che andava di moda quand'ero ragazzo, non riderei per i "meme", eviterei di rispondere a domande che mi aprono un mondo.
Se non ci fossi tu, non ci sarei io, l'io che sono diventato, un uomo fortunato.

P.S. Avere figli non è un merito, è un dono. Conosco moltissime persone generative che per scelta o indipendentemente dalla loro volontà non sono madri e padri. Mi piace pensare alla paternità e alla maternità non come un fatto privato, bensì in relazione a una comunità, alla società degli esseri umani, nel loro complesso. In questo senso bambini e bambine, ragazzi e ragazzi, uomini e donne, non sono figlie e figli miei, tuoi, loro, bensì nostri, nostre, di tutti. E il buono che c'è, in questo mondo, è proprio perché con compiti diversi ma con eguale valore li facciamo crescere, aiutandoli a capire qual è il loro posto e a diventare possibilmente migliori di come noi siamo.

domenica 3 novembre 2019

Il quinto vuoto (Quando la natura è maestra)


Una distesa infinita, ondulata, sabbia e sabbia e sabbia per chilometri e chilometri, sabbia rossa, cotta, fine, che s'infila nelle scarpe e cede sotto i piedi, rendendo ogni passo uno sforzo, fatica.
Il deserto, il suo spazio fisico, mi lascia sempre sgomento, intimorito, un'inospitalità letale per l'uomo, con il sole a picco sulla testa e zero verde, niente acqua.
C'è un'altro universo però, quello dello spirito, che innanzi al deserto ammutolisce, si interroga.
Il quarto vuoto. Lo chiamano così nella penisola d'Arabia, intendendo "la quarta parte", insieme con cielo, mare, terra. Me lo ha raccontato una persona sensibile, che sa andare oltre l'apparenza e che in quel deserto in questi giorni c'è stata.
"Il quarto vuoto" è un'espressione bellissima, due gocce di sapienza distillate in centinaia e centinaia di anni da popoli che vivono al cospetto di tanta maestosa e temibile grandezza.
La associo a una frase di Bernardo di Chiaravalle ("Troverai più nei boschi che tra i libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà") per ricordare che esiste, deve esistere, una dimensione contemplativa della vita.
Se ottobre l'ho dedicato alla scrittura quotidiana, vorrei che novembre fosse il mese dell'osservazione e dello stupore per ciò che ci circonda, senza fretta, ritagliandomi un "quinto vuoto", quello dentro me, un luogo che a ciascuno è stato dato in dono dalla nascita, ma raramente si abita, sacrificandolo alla superficialità, agli impegni, alla fretta.

P.S. La frase di San Bernardo mi piace perché spiega il motivo per cui le persone semplice spesso sono sagge e, con un po' di immodestia, dà valore ad alcuni post pubblicati in questo blog, sulle lezioni della natura.

sabato 2 novembre 2019

Alba chiara (Grida senza risposta)


L'ho ritrovata dopo anni, sentendomi parecchio in colpa, per non essere andato a trovarla prima, per non essermi ritagliato il tempo e la voglia necessaria.
Albina è prima cugina di mio padre, nata in Valtellina e innestata in Piemonte, in paesi sparsi tra Borgomanero e Varzo, con tutto quel ramo della discendenza.
Quando ero bambino non passava anno o due in cui non prendessimo l'auto, attraversassimo il lago Maggiore in traghetto, e facessimo visita ai parenti.
La modernità ha portato la comodità dell'autostrada e tolto l'abitudine buona della riunione di famiglia, complice la falcidie di lutti che ha estirpato poco alla volta ma inesorabilmente una generazione intera, quella della parentela più stretta.
Tranne Albina. Quando l'ho chiamata, prima di bussare alla sua porta, per avvisarla, ha risposto dolcemente, salvo poi chiedere consiglio alla vicina e chiamare per sicurezza a casa mia mamma, spiegando che "al giorno d'oggi può essere anche un truffa".
Non ci vedevamo da anni, l'ho ritrovata d'una dolcezza infinita, pure se oltre la limpidezza degli occhi c'era un muro, la barriera del dolore, della sofferenza inconsolabile, quella che continui a respirare e bere e mangiare e vedere la tv e parlare con la gente ma la tua vita è finita.
Albina, uno dopo l'altro, in un lampo, ha perso i due fratelli e i due figli, uno stillicidio di disgrazie da far perdere la testa.
Sentirglielo raccontare, a ciglio asciutto - perché anche le lacrime a furia di scorrere hanno inaridito la sorgente di provenienza - è stato straziante.
L'ho ascoltata come avrebbe fatto mio padre, una mano sulla fronte e a occhi chiusi, di tanto in tanto indicando sì con la testa, compreso quando ha parlato della fede, di quanto è arrabbiata e delusa da Dio, da come si sente lontana.
Non suonava come una bestemmia, tutt'altro: aveva il suono della disperazione, era il grido di Giobbe, dell'essere umano che non trova giustificazione, risposta.
Di fronte a lei mi sono sentito piccolo piccolo, uno gnomo che ha costruito la sua casa sulla sabbia, colui che vede la precarietà delle proprie certezze, del marinaio che viaggia spedito e sicuro di sé soltanto perché ha il vento in poppa.
L'ho ricordato quest'oggi, in uno di quei giorni che la tradizione ha fissato in calendario per ricordarci che molto traballa e tutto passa e per quanto i nostri affanni siano unici ed originali, fanno eco a quella che è da sempre, incessantemente, la condizione umana.

P.S. Il vuoto di Albina è immenso, eppure c'è chi lo riempie o tenta di riempirlo, con presenza, costanza. Sono le persone che le stanno vicino, a cominciare dalla nipote Claudia e dai figli dei suoi fratelli, che conosco a malapena ma a cui sono legato non soltanto dal sangue, pure dalla riconoscenza, perché danno contorno e forma e consistenza alla virtù della speranza.

giovedì 31 ottobre 2019

L'ultima pagina del libro (Questo)


Questo blog, il mio lascito. Perché è vero che non sono altro che fogli di carta in un bidone che brucia, ma a differenza di soldi, palazzi, gioielli ed oro, queste parole raccontano di me, di questo tempo, rendendolo in qualche modo vivo.
Il primo ottobre scorso, in occasione del dodicesimo anniversario, mi ero ripromesso di tornare a scrivere con assiduità, un post al giorno, per un mese di fila.
L'ho fatto.
Un poco arrugginito all'inizio, più disinvolto nella scelta degli argomenti e nella stesura dei testi man mano che i giorni passavano, ricordando una delle regole principali di ogni mestiere, compreso il mio: per fare una cosa non c'è miglior modo che farla.
Trentun giorni, trentuno argomenti, trentuno spunti, alcuni pubblicizzati poco, altri nulla, qualcuno molto, messo su Twitter e su Facebook, ammorbando coloro che passano di lì e ogni tre per due trovavano la mia postilla (mi ha fatto assai sorridere David, con la sua consueta ironia: "Ma che logorrea tieni in questi giorni? Non riesco a starti dietro con i like").
Da domani me la prenderò con più calma, senza tuttavia farmi vincere dalla pigrizia.
Dico spesso che non ho ancora pubblicato un libro, ma mento. Questo blog è già di per sé un libro, anche se l'ultima pagina è quella che non ho ancora scritto.

P.S. Sono grato a questo blog, anche perché è un pretesto: per osservare meglio le cose, per riflettere sui giorni che passano e ciò che mi capita, per dialogare con me stesso e con gli altri, soprattutto per fare quanto ogni volta mi prefiggo: posare lo sguardo.
"Posare lo sguardo", vedere "veramente", in particolare la persona che mi sta dinnanzi, sia esso qualcuno che conosco benissimo e frequento abitualmente, sia chi intervisto per lavoro, chi incontro casualmente al bar, per strada. "Posare lo sguardo" è uno stile, un punto fermo, ciò che mi qualifica e fa di me un essere davvero umano.

mercoledì 30 ottobre 2019

Lucky man in the Sky (Noi due)


Sei voluto venire con me, perché sei curioso di natura, ed è ciò che più mi rassicura, oltre che inorgoglisce, riguardo la tua vita, la tua crescita.
Ti ho intravisto mentre leggevi, nella guardiola che nell'enorme Sky fa da portineria.
I tuoi occhi, una volta entrati, sono stati per me una panacea. Guizzavano di interesse, di meraviglia, senza infantilismi, con quella serietà che caratterizza i tuoi ventidue anni e una solidità che spesso ti invidio, anche se la noto io, mentre tu difficilmente ne hai consapevolezza, essendo sempre così, generazione dopo generazione: il futuro tranquillizza soltanto quando lo guardiamo dalla coda, quando ormai abbiamo superato l'incertezza e il fiume ampio da cui, oggi, fatichi a vedere da riva a riva.
Abbiamo incontrato di sfuggita parecchi personaggi che entrano nelle nostre case ogni giorno, ogni sera. Fabio De Luigi, Francesco Facchinetti, Leo Di Bello, Giorgia Cenni, Sara Benci, Massimo Marianella, Gianluca Di Marzio... Li hai osservati tutti, hai scattato qualche foto senza farti notare, hai postato un paio di storie su Instagram e poi siamo tornati insieme, in auto, un ora e mezza di chiacchiere, come non capita spesso ma neppure di rado, rispettando i tuoi tempi.
Mi hai fatto un regalo. Oggi pomeriggio, in mezzo a molta gente di fama, di successo, il più ricco, il più fortunato, mi sentivo io: altro che i clienti abbonati extra.

martedì 29 ottobre 2019

RisorTweet (Dodici anni social)


C'è stato un tempo in cui questo blog era esclusivamente un estensione del lavoro, uno luogo di sperimentazione e di narrazione di ciò che si sarebbe rivelata l'alba di una nuova era, quella digitale, con i social che facevano capolino già facendo intuire le potenzialità che avevano, che tuttora hanno.
Lo scrivo oggi poiché è l'ottavo anniversario della mia iscrizione a Twitter, un social media che qualche hanno fa ho abiurato, dandolo per spacciato. Mi sbagliavo. Non che adesso sia convinto del contrario, tuttavia ammetto che sopravvive florido, avendo rinunciato ad essere di massa e ritagliandosi il ruolo che un tempo era delle agenzie di stampa, dando megafono a chi voce ha già e non più bisogno di giornali, tv, radio.
Da quel tempo, dodici anni fa, è rimasto vivo e vegeto soltanto Facebook, anche se settimana scorsa ho sentito dire da un collega che entro due anni chiuderà: non ne sono convinto. Instagram invece è fenomeno più recente e veleggia florido, mentre molti altri hanno vissuto il tempo di una stagione, piegandosi a una selezione naturale che riguarda tutti gli ecosistemi, non soltanto quelli biologici.
Intanto, proprio per ricordare quei tempi, metto il link al post intitolato "Un mese da orso", pubblicato esattamente dodici anni fa, in cui raccontavo l'approccio a quel nuovo mondo digital e social, account Twitter compreso.

lunedì 28 ottobre 2019

Tu e lui (Come vedersi adulto)


Aspettavi di vederlo da che te ne ho parlato, cinque giorni addietro, quando avevi ascoltato la sua storia e collegata alla tua, specialmente dopo che ti ho detto che la prima volta che ho incontrato te assomigliavi a lui, a Milan, bambino, lo stesso faccino pulito, serio, da ometto, il corpo esile, alto, asciutto.
Il giorno prima che arrivasse mi hai fatto cento domande, quasi buttate là, come distratto, per non dare l'impressione che ti interessasse davvero.
Poi l'incontro, a mezzogiorno di sabato, lui in piedi in cucina, sotto, due metri d'uomo, tu entrato dopo aver fatto la spesa, un soldo di cacio, con un sorriso da orecchio a orecchio, un filo imbarazzato e più che altro ammirato, da quella pertica di ragazzo, solare, moro, bello.
Non ne abbiamo più parlato ma io so perché lo aspettavi, perché nel vederlo eri così contento: in lui aspettavi di vedere te, tra vent'anni, una sorta di salto rassicurante nel tempo, perché se ce l'ha fatta lui puoi farcela pure tu. Una sensazione confermata dalle domande che con discrezione, nelle ore successive, gli hai fatto.
Che numero di scarpe portava alla tua età? Quanto era alto? Era vero che era timido e parlava poco?
Lui ti ha risposto con pazienza, con quella luce negli occhi che fa da contrasto alla voce profonda, calma, da basso.
Sono contento che vi siate conosciuti, lui è la testimonianza che l'albero buono non teme bufera, tempeste, fulmini, vento. Ciò non significa indifferenza, assenza di riguardo, protezione, specialmente quando l'essere umano è appena un germoglio, tuttavia aiuta a mettere a fuoco le priorità, l'attenzione al carattere, alla capacità di empatia, alla sensibilità, a tutto ciò che irrobustisce la pianta, rendendola forte, radicata nel suolo.

domenica 27 ottobre 2019

Un odio accecante (E come è stato sconfitto)


"Blinding hate". Un odio accecante. Così lo chiama Milan, mentre racconta chi era e cosa è diventato, anche grazie alle terribili esperienze che ha vissuto.
La storia di Milan e di come mi sia "fratello per dono ricevuto" l'avevo già raccontata, meno di dieci anni or sono.
La sintesi è che aveva dieci anni giusti giusti quando per la guerra nei Balcani dovette scappare da casa, con suo padre da una parte e sua madre e le sue sorelle d'altra, via dalla Croazia in cui aveva sempre abitato, a motivo delle sue origini serbe, pur se la famiglia si era stabilita pacificamente lì una generazione addietro.
Per un ricciolo del destino fu ospite a casa nostra alcune settimane, poi altri mesi, l'anno successivo. Era la metà degli anni Novanta, lui alto alto e con un volto serio, che raccontava più delle parole cosa gli stava capitando.
I contatti da allora non si sono più interrotti e non capita di raro che venga a trovarci, ora ch'è diventato due metri d'uomo e lavora come ingegnere in Irlanda ed è sposato e mantiene intatta la bellezza del viso, che si apre in un sorriso disarmante. Un sorriso che quando venne la prima volta aspettammo moltissimo prima di vederlo.
"Se non fossi stato qui, se non avessi vissuto quell'esperienza di accoglienza e di amicizia, non sarei ciò che sono ora - mi ha detto ieri, mentre lo guardavo dal basso in alto, sentendomi ancor più piccolo di quanto sia al suo cospetto - e soprattutto credo che avrei provato un odio accecante, che mi avrebbe lacerato".
"Blinding hate". La furia dei disperati in fuga, di coloro a cui è stato tolto tutto, saccheggiata ed espropriata la casa, recise le radici, le amicizie, di quanti devono ripartire da capo, con nulla, poveri tra i poveri, stranieri tra gli stranieri (perché questo era la sua famiglia, una volta arrivati a Belgrado, in quella che è la sua nazione d'origine ma che nel frattempo ne aveva fatto a meno e non sapeva poi come gestire quell'esodo, diventando tutto più angusto, più stretto).
Milan ce l'ha fatta, ha trasformato tutto quel dolore in un trampolino, ha imparato a vedere nell'altro non un estraneo, un nemico, bensì un altro essere umano, che come lui ha un cuore, dei sogni, uno zaino sulle spalle, a volte greve, altre leggero. A conferma che persino le prove più dure non piegano l'albero buono né impedisce ad esso di produrre frutto e seme sempre nuovo.

(Quando sono preoccupato per il futuro dei miei figli, per le privazioni o delusioni o difficoltà che potrebbero incontrare, penso sempre a Milan, così come a mia madre e a mio padre e a tutti coloro che sono cresciuti ad ostacoli, uscendone rassicurato e convincendomi che più che metterli al riparo dal mare burrascoso devo badare a far sì che imparino a stare a galla e nuotare fino al porto).

sabato 26 ottobre 2019

Ultima fila (Lì c'è Paolo)


Mai dire "Te l'avevo detto", sempre stare accanto.
"Un modo di essere, uno scegliere di metterci al fianco, senza rinunciare ad esprimere cosa vediamo da quel punto di vista, a raccontare la nostra esperienza, sperando che possa essere illuminante, evitando imposizioni, assumendosi un rischio".

Lo spiega Paolo Ferrari, una persona fuori dal comune, con cui ho la fortuna di collaborare da qualche anno, contribuendo a realizzare qualcosa di nuovo, utile, bello.
Il piacere maggiore, per me, è proprio stargli accanto, perché non è mai banale e ha una capacità unica nell'individuare il percorso educativo e un rigore fermo nel mettere sempre al centro il ragazzo, il suo cammino.
Il bello invece è che da un paio di settimana, invece di limitarsi a "fare", ci si ferma anche per "dire", per mettere nero su bianco i principi che lo ispirano, le lezioni che a sua volta ha imparato, ciò che l'esperienza nel bene e nel male ha partorito.
Per chi ha figli adolescenti, ma non solo, mi permetto di consigliare una sbirciatina, ogni tanto, ai suoi articoli, che di tanto in tanto posterò anche qua, linkandoli.
Questo ad esempio è il primo e afferma il principio secondo cui gli adulti sono sempre e comunque educatori ed il punto non è cosa facciamo, bensì se siamo credibili o meno.
Il secondo è quello che ho citato all'inizio e che qua si trova in versione integrale, garantendo che è corto e si legge in un fiato.

P.S. Il suo blog si può leggere anche se L'Eco di Bergamo e ha un nome curioso: "Ultima fila", poiché  generalmente soltanto se ci si siede in fondo si riesce ad avere uno sguardo ampio, attento, su tutto.

venerdì 25 ottobre 2019

Il frutto del ciliegio (Mattoni di memoria)


Li ho messi da qualche parte, non li trovo né li cerco: alla possibile delusione del certo preferisco il tempo sospeso, quello del possibile ritrovamento.
Saranno stati una trentina i trentatré giri che avevo e che forse ho tuttora, da qualche parte, magari ben conservati, forse da buttare per colpa del tempo, del caldo, di una conservazione malsana, dovuta al non aver creduto al loro ritorno, quando il cd era l'astro nascente mentre ora va incontro anch'esso a un rapido declino (sulla mia auto, per dire, neppure lo prevedono).
Quei dischi ampi, di vinile, con le copertine di cartone rigido, hanno segnato il confine tra il bambino e l'adolescente che ero, al liceo.
Qualcuno lo avevo comprato pure prima, ma in formato quarantacinque giri, che bastava il "mangiadischi" arancione per ascoltarlo, lo stesso con cui sono cresciuto, mettendo e rimettendo migliaia di volte le "fiabe sonore" o Coccobill, il mio preferito.
C'erano pure le canzonette, quelle comprate dai miei genitori, Gianni Morandi con Bella Belinda, Partirà la barca partirà di Sergio Endrigo e molti altri.
"Grease" di Frankie Valli fu l'apice di quella stagione, il primo che acquistai io, da Gastone, il rivenditore di elettrodomestici in via Varesina, un milanese sfollato durante la guerra e che aveva aperto trovato al mio paese un negozio.
"Questo è l'ultimo che è uscito" diceva sempre, pure quando sulla copertina c'era polvere alta un dito, noi ci vendicavamo dicendo che era tirchio e in casa lo chiamavano "Tone" per risparmiare il "Gas".
Poi venne lo stereo, un Sony credo, un parallelepipedo basso, una ventina di centimetri, con il piatto per i trentatré giri ed insieme ad esso Giorgio, fratello del mio migliore amico, tornato da Londra dove era andato terminate le superiori, a fare il barista, quando non esisteva ancora l'Erasmus e viaggiare un affare avventuroso, oltre che serio.
Fu lui che portò il "verbo", la musica come appartenenza, simbolo, non più soltanto svago.
Elton John, gli Eagles. Comprai i loro long playing, smisi di essere bambino. Tra gli italiani uno su tutti, Bennato, che fu pure il primo che vidi in concerto, a Cantù, accompagnato da Giampietro, il ragazzo più grande, la guida, l'educatore in oratorio.
Ed ora che su Amazon Prime Music ho ritrovato in formato Mp3 gli album di quel tempo ("Madman across the water", "Honky Chateau", entrambi di Elton John) mi capita di ripensare a quegli anni, aprendo brecce e fessure nel muro che nel frattempo s'è costruito, infrangibile per la memoria nella sua interezza ma che può crollare a pezzi ampi, se si ha la pazienza di raccontare, scoprendo che ogni ricordo ne richiama un secondo e un terzo e un quarto, come il frutto del ciliegio, che uno tira l'altro.

giovedì 24 ottobre 2019

Nel nome del figlio (Un problema di coscienza)


Due indizi non fanno una prova, però se scrivo ogni giorno è più arduo omettere tutto ciò che concerne il mestiere che faccio, le questioni che altrettanto quotidianamente affronto.
L'antefatto. Nei giorni scorsi sulla tangenziale di Milano c'è stato un incidente in cui sono morte due persone, tra cui un bimbo di cinque anni. Molti giornali hanno riportato la notizia, alcuni di essi hanno omesso il nome e cognome delle persone coinvolte, qualche collega ha dichiarato la sua perplessità, richiamandosi al fatto che dare nome e cognome è sempre stata una regola del buon giornalista, sui social si è scatenato un parapiglia, con buona parte degli interventi che davano al suddetto collega dello sciacallo, della iena.
Dare il nome e cognome. Una questione delicata, che mi sta a cuore e che vorrei fosse affrontata "laicamente", cioè interrogandosi con serietà sui criteri, sulle motivazioni, anche alla luce delle nuove sensibilità e non scegliendo la via più comoda (che sovente è non mettere nome e cognome per pigrizia, per sciatteria).
Il tema è guardare alla luna e non limitarsi al dito che la indica, schierandosi da una parte o dall'altra.
Personalmente credo che sia essenziale - fatta eccezione per i casi già presenti nei manuali di deontologia - mantenere la regola di fornire le generalità delle persone coinvolte in un fatto meritevole di notizia.
Può non piacere, può costare imbarazzo, dolore, fatica, ma è il nostro mestiere.
Ed è importante non perché, banalmente, si vende una copia di giornale in più o si fa clic su una pagina web, bensì perché esiste una sfera pubblica, una dimensione sociale, comunitaria, dell’esistenza umana e di questa dimensione credo sia giusto dare valore, non annullarla.
Rinunciarvi significherebbe infatti accettare e promuovere una “privatizzazione” estrema, un mondo in cui è garantita la maggior privacy possibile, senza tener conto che il rischio conseguente è quello di individui ignoti, anonimi, soli, in cui nessuno conosce più nulla dell'altro.
Ecco perché a mio parere "dare il nome" non è soltanto un diritto, ma il dovere di un giornalista.
Non darlo, viceversa, non equivale a “rispettare” l'altro. Rispettarlo è raccontare cosa è avvenuto e far conoscere, affinché ne sia fatta memoria, compresa la buona memoria, affinché - nel caso specifico - chi conosceva quel bimbo e anche chi non lo conosceva possa piangerlo. Non è un caso che da che mondo e mondo si dica "partecipare al lutto".
La faccio breve, occorrerebbe un trattato, una discussione lunga, un confronto aperto. Se ce ne sarà occasione mi piacerebbe farlo, se qualcuno è interessato potremmo organizzarlo, anche perché ci sono altri temi simili e forse ancora più spinosi (dare il nome e cognome di chi commette un reato, ad esempio).
Per il momento mi accontento di insinuare il dubbio, di porre la domanda. Che poi è il nocciolo del mestiere del giornalista.

mercoledì 23 ottobre 2019

La nonna bambina (Prima che sia tardi)


"I filari di pomodori sono pronti, così pure i cespi di lattuga, le piantine di basilico, il rosmarino.
La cicoria no, verrà piantata nel fine settimana prossimo venturo.
Vangare l'orto è stato il regalo per la festa della mamma che ho fatto a mia madre. Venti metri quadri di giardino fuori casa che lei, con puntiglio e senza eccessivo entusiasmo, coltiva ogni anno.
La osservavo domenica, alle prese con le erbacce, zappino in mano, distratta per qualche ora dagli acciacchi e dalle malinconie dell'età, mentre pensavo che ci sono feste più ingiuste di altre, poiché figli lo siamo tutti, mentre madri alcune donne non lo diventano, chi per scelta, chi per un capriccio del destino, chi per disgrazia".

Ho ripescato queste parole scritte a maggio di quattro anni fa e sparite, dimenticate in un anfratto da talpa di questa prateria tecnologica.
Mi fanno tenerezza, specie quando descrivono mia madre, la cui età per me s'è fermata in una data indefinita di venti o trent'anni fa.
Lei nel frattempo è invecchiata, io non me ne rendo conto, osservandola settimana dopo settimana e non cogliendo quelle differenze che, ne sono certo, mi impressionerebbero se guardassi due sue fotografie, una scattata dieci anni fa e una ora.
Con lei sono spiccio, sbrigativo, solerte nell'invitarla all'azione, scherzandoci sopra, sostenendo che lo faccio per lei, per tenerla vispa.
La verità è che la gusto poco, resto in superficie, non mi "collego" come dovrei, affinché l'esperienza comune sia intensa, vissuta.
So che lo rimpiangerò, che prima o poi non ci sarà più o non godrà di una salute dignitosa, e me ne pentirò, mi renderò conto di tutti gli "avrei potuto" sprecati, scivolati via.
Rimediare ora, ripromettersi chissà quali cambi di rotta so che sarebbe una bugia.
Mi limito a un impegno, da qui alla prossima settimana: di starle accanto un po' di più, di non avere fretta, di guardarla con occhi di comprensione, di ascoltarla, di goderla, di abbracciarla più a lungo di quanto faccio di solito, quando la tengo tra le braccia e chiudo gli occhi e sento la pelle della sua guancia morbide attaccata alla mia, e mi pare che d'un lampo non sia più una mamma, una nonna, ma sia diventata di nuovo bambina.
Devo farlo per lei, per me e più ancora per rispetto delle persone che vorrebbero farlo con la loro e non possono più, perché il tempo ha già fatto da cesoia e non concede nessun miracolo, almeno su questa terra.

(A proposito di "nonna bambina", la vera "nonna bambina" credo sia la mamma di Fulvio e Danila, che con l'età e il male che ne contagia la mente è diventata d'una dolcezza infinita).

martedì 22 ottobre 2019

L'abbondanza del nocciòlo (Ordine e caos)


La natura è generosa, procede per abbondanza, per eccesso. L'ho compreso guardando una pianta di nocciòlo, la miriadi di semi che sparge, incurante che mettano radici o si disperdano nutrendo altri essere viventi, sbocciando sotto altra forma, ma sempre e sempre e sempre, di nuovo.
La misura, il contenimento, il risparmio, sono categorie tipiche dell'essere umano.
Capita spesso, in questi giorni, che mi soffermi a pensare a un piano sopra il cielo, a come siamo piccoli e pure presuntuosi, volendo dare un giudizio su ogni cosa, usando il nostro metro.
Siamo una parte del tutto, non il centro: la scienza lo ha compreso secoli fa, noi fatichiamo.
Ecco perché mi sforzo di adottare un punto di vista diverso, come se l'essere vivente da considerare non fosse quello umano, non fossi io, qui ed ora, bensì l'universo intero e il battito di cuore o il respiro non si contasse in attimi bensì in secoli, in millenni.
Discorsi che portano lontano. In molti sensi.
Penso ai pianeti, alle stelle: tutte sfere.
È un Dio, se un Dio c'è, giocoso: gioca a palla, a bocce, non con il cubo di Rubik.
Potevano avere forme strane, come una goccia di inchiostro che cade sul foglio o i gnocchi della nonna, il venerdì, a pranzo. Invece no. Sfere, perfette.
Mi sono imbattuto, ieri l'altro - mi capita spesso di scrivere "ieri l'altro", ne deduco che sono lento e per pensare qualcosa, per elaborarlo, ci metto minimo due giorni o un giorno e mezzo - ho visto un documentario sulle modificazioni genetiche, sul "codice con cui è scritto il libro della vita", così l'hanno chiamato. Non sono arrivato in fondo. Una dozzina di minuti e ne ero già sazio. Non per paura, per timore, per i dilemmi etici che si pongono e che pure sono vertiginosi o abissali, a secondo del punto di vista da cui guardiamo, bensì perché non sono ancora pronto, perché sono ancora nella fase dello stupore e del sentire (a si sente anche ciò che non si sa) che esiste un equilibrio, un'armonia, che non tutto è caos e perciò non è impossibile che solo caos sia all'origine e alla fine di tutto.

P.S. Sono contento Giorgia che studi filosofia. Ancor più dopo aver visto il documentario di cui sopra, in cui la scienza e la tecnica mostravano tutta la loro grandezza, ma le risposte alle domande che interessano davvero sono altre, le stesse che ci poniamo da quando ammiriamo il cielo stellato.

lunedì 21 ottobre 2019

Una sorprendente amicizia (anche se ci vediamo poco)


Sei arrivata da un paese lontano, senza sapere la lingua, preceduta da tua madre, che ti ha spianato la strada senza risparmiarti la fatica di percorrerla, comprese le salite e i dossi che riserva la vita.
Ti ho conosciuta per caso, notando come fossi sempre in movimento, come non ti costasse il sacrificio, la fatica, l'umiltà del lavoro, svolto con dedizione, con cura, senza stare con le mani in mano, pure quando nessuno ti osservava.
Le prime parole le abbiamo scambiate di sfuggita, mentre tenevi gli occhi bassi, per un misto di soggezione e diffidenza. Hai imparato a sorridere pian piano, concedendo insieme fiducia e confidenza.
E' così che ho conosciuto oltre l'apparenza, compresi i dispiaceri, le delusioni, le rughe del cuore, mentre la pelle del viso resta liscia, da bambina.
Ci vediamo poco, rare volte all'anno, di sfuggita, eppure anche in quelle occasioni ho sempre qualcosa da imparare da te. L'ultima lezione che mi hai dato è stata sulla riconoscenza, sull'essere grati per le persone che danno senza chiedere nulla.
Anche per questo, pur se mi sento in colpa per le mie assenze, per restarmene mesi senza scambiare neanche un messaggio, so che ciò ci lega ha un nome e quel nome è "amicizia".
Te lo dico oggi, che compi gli anni, per farti una sorpresa, sapendo che ogni tanto passi di qua, per dimostrarti che anch'io ogni tanto ho buona memoria.

domenica 20 ottobre 2019

L'ordine cosmico (mi accontenterei del divano)


L'asciugamani arruffato, appallottolato, in bagno.
I giacconi sul divano.
Le felpe sulle sedie del soggiorno.
Le antine del guardaroba e degli armadi perennemente spalancate.
La porta d'ingresso aperta.
Le chiavi "di scorta" non rimesse a posto.
Le bottiglie d'acqua svuotate e non riempite.
La tavola non sparecchiata.
Le scarpe disseminate sulle scale.
Le cartelle lanciate e abbandonate in un angolo della cucina.
L'accappatoio usato e umido appeso alla ringhiera delle scale per non riportarlo di sopra.
Il computer lasciato con la batteria esaurita.
Le ricariche del telefono sparse per la casa.
La carta igienica terminata e non rimpiazzata.
I telecomandi abbandonati dove capita.
La pigna dei vestiti accatastata sulle scrivanie delle camere.
La pinzetta per le ciglia e il tagliaunghie mai al loro posto.
La Coppa del Nonno vuota o il vasetto dello yogurt finito e lasciato su una mensola, con il cucchiaino dentro.
I libri di scuola sul tavolo dove mangiamo.
Il piatto di pietanza servito per il dolce o la frutta sul pavimento, accanto al divano.
I panni sporchi sparsi davanti alla doccia.

Questo e molto altro ci troviamo di fronte, ogni giorno.
Io più assente e paziente, scuoto il capo e brontolo e borbotto e sistemo quel che posso, cercando di essere il signor "Che sarà mai" di cui ho scritto l'altro giorno, vostra madre più presente ed esasperata, ricadendo sulle sue spalle il novanta per cento delle faccende domestiche, si concede pure qualche gesto teatrale, tipo la recente usanza di scaraventare sul tavolo del terrazzo, all'esterno di casa, felpe e giacche che trova su sedie e divano.
Lo scrivo non per un rimprovero, né come certificazione di una battaglia che noi adulti quotidianamente perdiamo, bensì affinché ve ne ricordiate, quando sarete adulti a vostra volta e avrete figli che vi faranno saltare la mosca al naso e con i quali sarete tentati di ricorrere alle maniere forti oppure di farvi scoraggiare, pensando che sono incorreggibili disordinati, incapaci di badare a se stessi.
No, non saranno incorreggibili né incapaci. Miglioreranno, cambieranno, ne sono certo, come sono cambiato io, come cambierete voi, prima o poi (speriamo prima, che poi divento vecchio).

P.S. Una cosa. Non cento, non dieci, non cinque. Una. Almeno una abbiate l'intraprendenza e la costanza di metterla in pratica come la convivenza civile richiede. I giacconi ad esempio. Se invece di gettarli sul divano, appena entrati in casa, dedicherete venti secondi ad appenderli su una gruccia e riporli nel guardaroba all'ingresso, voi - ve lo assicuro - non subirete mutazioni genetiche né perderete occasioni uniche per fare qualcos'altro, evitando soprattutto che a vostra madre venga l'esaurimento nervoso.

sabato 19 ottobre 2019

Sono giornalista, dunque Scavo (Onore a Nello)


Del mio mestiere parlo poco: lo faccio e non sento il bisogno di ostentarlo o di usarlo come pretesto ricamandoci sopra, filosofeggiando.
Oggi mi concedo un'eccezione, soltanto per rendere omaggio a un collega che stimo e che sta pagando a caro prezzo le notizie scovate, gli articoli che ha pubblicato.
Ho conosciuto Nello Scavo quindici anni fa, quando ero in televisione, a Como e lui aveva scelto la città affacciata al lago come dimora, pur lavorando a Milano, già allora ad Avvenire.
D'istinto ne avevo apprezzato la serietà, testimoniata fin dallo sguardo, da quell'espressione del volto, mi verrebbe da scrivere "tragica", amara, tipica di molti suoi conterranei, anche quando sorridono, abbinata a una raffinitezza culturale, a una preparazione, a una meticolosità che ne fanno il tratto distintivo e la ragione prima per cui li ammiro (uso il plurale poiché Nello non è il solo di quell'idealtipo, che comprende un ampio spettro, che va da Pierangelo Buttafuoco a Claudio Fava a Gianni Riotta fino a un altro siciliano "adottato" comasco, Dario Campione).
In un tempo in cui il giornalismo viene posto sulla graticola e ci si interroga su quale sia il futuro, Nello insieme a molti altri indica una strada, facendo altresì da argine a quanti - compreso qualche illustre collega - imputano di cialtroneria e pressapochismo e trombonaggine l'intera categoria, considerando tutta l'erba un fascio.
Onore dunque a lui e a quanti come lui considerano il proprio mestiere un sacerdozio e non cedono di un metro e testimoniano nei fatti, oltre che con le parole, l'utilità del giornalismo, di chi si pone domande e cerca risposte, senza protervia ma coltivando sempre il dubbio.

P.S. L'inchiesta che ha portato alle minacce e conseguentemente sotto tutela Nello Scavo riguarda il traffico di migranti, ma un suo pallino riguarda Papa Francesco, per "smontare" molte delle accuse che gli rivolgono. Su questo tema lo avevo intervistato, un paio d'anni fa, a Bergamo, definendolo già allora un "cronista scomodo" (che scomodo poi è l'aggettivo che ad ogni cronista degno di tal nome dovrebbe essere abbinato).

venerdì 18 ottobre 2019

A occhi chiusi (Darsi pace, un dono prezioso)


"Sono un paio di giorni che soffro come un cane" mi hai scritto, per il cruccio che ti porti dentro, "non avere figli, il tormento di una vita, la ferita più grande, il desiderio tradito".
Ascolto ciò che dici, incapace di aggiungere altro, sapendo che nessuna parola potrebbe rammendare lo squarcio che hai dentro, consapevole che in questi casi è già molto stare in silenzio, mettere una mano sulla spalla, idealmente o dal vivo, chiudere gli occhi, come mi capita spesso, replicando tale e quale l'espressione di mio padre, come la ricordo.
Di fronte al dolore altrui sto così, a palpebre abbassate, come se il buio possa contenere lo strazio, fare da scudo.
Ti sono vicino, cerco di esserlo con chiunque condivide con me un vuoto, anche se non sempre ho la capacità di comprendere quant'è vasto, profondo.
La sofferenza, pure per me, come per qualsiasi essere umano, resta un mistero, confido però in ciò che hai chiosato, concludendo il messaggio e aprendo le pagine di quello che potrebbe essere un libro: "Devo soltanto dirmelo a voce alta e darmi pace".
Darsi pace. Un dono prezioso, un riaprire gli occhi, dopo avere pianto tanto. Un regalo d'umanità, che ci meritiamo.

giovedì 17 ottobre 2019

Il signor "Che sarà mai" (Cambiare io, per primo)


Tra i libri che più mi sono piaciuti, negli ultimi cinque o sei anni, c'è senz'altro "Il desiderio di essere come tutti" di Francesco Piccolo.
Ne ho apprezzato il tono, la scrittura, le riflessioni, alcune delle quali - lo scrivo senza imbarazzo - hanno cambiato l'uomo che sono, il modo di intendere il mondo, introducendo un sentimento di tolleranza che prima non avevo.
C'è un altro passaggio che mi è rimasto impresso, quando racconta della moglie, della madre di suo figlio, che lui non chiama per nome proprio, definendola con un atteggiamento: "Che sarà mai?". La signora "Che sarà mai".
Vado a memoria, per spiegare meglio cosa intende: una persona che alla pesantezza preferisce la lievità, al trattenere e covare il lasciar correre, riducendo il tutto all'essenzialità della realtà oggettiva, senza caricare di altro significato.
Alcuni possibili esempi concreti.
"Luigino si è rotto il braccio? Che sarà mai, s'è rotto un braccio...".
"Il bicchiere è caduto e ha sporcato di vino il tappeto? Che sarà mai, s'è sporcato il tappeto...".
"Ci siamo svegliati tardi e abbiamo accumulati ritardi fino a perdere l'aereo? Che sarà mai, abbiamo perso l'aereo...".
In questi mesi, nei confronti delle persone che mi stanno accanto ho espresso spesso il desiderio che siano simili alla signora "Che sarà mai", cioè il contrario di pesanti, grevi, insistenti, pignole.
Da qualche giorno ho intuito che attenderlo dagli altri è arduo prima ancora che sbagliato: l'unico cambiamento che si può pretendere è quello che declinato in prima persona (prima persona singolare, al massimo plurale, ma sempre e soltanto prima persona).

P.S. Giuro, ci sto provando. Non sempre mi riesce, specialmente con le persone che mi vogliono più bene e con le quali sono in confidenza, ma non c'è occasione in cui - quando la metto giù dura e sono pesante, permaloso, complicato - penso che il signor "Che sarà mai" dovrei esserlo io.

mercoledì 16 ottobre 2019

Ti ho visto così (Tenerezza, di spalle)


Ti ho visto mentre tu non mi vedevi, girato com'eri a tirare la tenda oscurante, prima di andare a letto, vestito del pigiama azzurro pallido avuto in dote da Giacomo e Giovanni, minuto come sei, pur se stai diventando alto ogni giorno che passa.
Eppure, in quel frangente, sembravi così piccolo, così fragile, che m'è venuta una tenerezza immensa e un desiderio altrettanto intenso di protezione, pensando che non hai che te stesso, che noi, a cui vuoi bene e che decidiamo di volerti bene senza vincoli di sangue, per un'asola cucita dal destino.
In quell'istante, prima che ti voltassi, ho ripromesso a me stesso di prendermi cura di te, di non lasciarti mai solo, finché potrò, finché avrò testa e fiato.
Abbiamo qualche incomprensione, è vero, io soprattutto fatico a calarmi nei panni della persona paziente, ma tu sei un bambino straordinario, d'una dolcezza e sensibilità che non ha paragone alcuno.
Oggi mi hanno detto che al ritorno da scuola eri scuro in volto e terminato il pranzo ti sei messo subito a fare i compiti, evitando il tiramolla e le perdite di tempo a cui ci hai abituato.
Eri triste per conto tuo, per un cruccio legittimo, per un sentimento che non riguarda noi ma non devi vergognarti di provare e che grazie al cielo hai confidato, non tenendolo dentro, non permettendo che si incistasse, trasformandosi in un dolore difficilmente sostenibile, tumultuoso.
Sostengono che è cosa buona e giusta quando con i tuoi undici anni perdi la calma, quando ti comporti non da "ometto", perché significa che ti fidi di noi, che puoi smettere di recitare con l'obiettivo di essere accolto, perché accolto ti senti già. Perciò non mi arrabbio se ti arrabbi, non divento a mia volta permaloso quando lo sei tu, con quella faccia afflitta, che pare una caricatura da teatro.
Con tutti i miei limiti, i miei sbagli, i miei difetti continuo a ritenerti un dono, un piccolo scrigno da custodire, finché diventerai grande e sarai a tua volta per noi un punto di riferimento.

P.S. Vedevo te, ieri, sentivo mio padre, come ti avrebbe voluto bene lui, come si sarebbe commosso pur senza sceneggiate, che quelle non gli appartenevano. Sei nato tre giorni prima che lui ci lasciasse: continuo a pensarci, come se non fosse un semplice ricciolo del destino.

martedì 15 ottobre 2019

In buona compagnia (Il test dell'aeroplano)


Lo chiamano il test dell'aeroplano e i due fondatori di Google, Sergey Brin e Larry Page, lo utilizzavano spesso per scegliere i loro collaboratori.
Non è nulla di speciale, si tratta semplicemente di chiedersi come ci sentiremmo se dovessimo viaggiare diverse ore in aereo sedendo accanto a una tal persona.
Da quando l'ho scoperto, idealmente lo faccio anch'io ogni volta che incontro una persona nuova o qualcuno che conosco già, ma non frequento spesso.
Non è facile andare d'accordo con le persone. Io in genere sono cortese, sorrido a tutti, però con altrettanta rapidità mi annoio. Le donne mi incuriosiscono di più, gli uomini meno, tranne nel caso siano amici o persone ricche di aneddoti, di storie da raccontare.
Il mio ex direttore, ad esempio, Giorgio Gandola, potrei ascoltarlo per giorni, perché sa essere spiritoso e non somiglia affatto a un trombone, di quelli che sfruttano ogni risvolto per cavare la morale e impartirti una lezione. Anche con Angelo non mi stancherei mai di chiacchierare, specialmente quando mi spiega un fenomeno o un caso che a sua volta ha studiato o affrontato, oppure Raffaele, altro amico storico, che sento mio pari in tutto e per tutto ma mi sa spesso sorprendere, "leggendo" la realtà come non riesco a fare io.

P,S, Ho trovato la bozza di questo post tra gli "scarti" del passato. Scritta sei anni fa e accantonata non so per quale motivo. Probabilmente avevo in mente un finale, ma non avevo fatto in tempo a scriverlo oppure non ero riuscito ad elaborarlo. Per caso - anche se "il caso non esiste" come dice maestro Oogway in Kung Fu Panda - l'ho ritrovato oggi e m'è sembrato giusto pubblicarlo tale e quale, modificando soltanto qualche particella d'italiano. Il test nel frattempo l'avevo dimenticato, mentre la lista delle persone con le quali starei a parlare per ore è aumentata, senza diventare l'elenco del telefono. Identico invece è il rammarico di non riuscire a farlo, più spesso.

lunedì 14 ottobre 2019

Davide contro Golia (La dignità della leggerezza)


C’è sempre qualcuno che rompe gli schemi e ce la fa, a dispetto di chi ci ha provato prima.
Mi racconta Roberto che Lindbergh riuscì nell'impresa della traversata atlantica per uno sgravio: gli altri puntavano sulla potenza, aumentando i motori per poter coprire più distanza ma nel contempo dovendo sopportare un peso che faceva da croce tombale ai sogni di gloria e alla loro stessa vita: lui scelse un motore solo, la leggerezza, e arrivò dove nessun altro aveva volato prima.
Un secolo dopo debbo all'aviazione una lezione analoga, anche se più personale, banale, prosaica.
La compagnia Ryanair, nel tentativo di massimizzare i profitti, impone gabelle sempre più minuziose, a cui nei rari viaggi che faccio mi picco di replicare con altrettanta ostinata e certosina pedanteria.
È così che - memore tra l'altro che il post più letto di gran lunga sul mio blog è questo, sulla virtù del togliere - ho accolto senza batter ciglio l’indicazione di contenere il bagaglio gratuito consentito alle misure lillipuziane di una borsetta, applicandomi con attenzione per portare con me il meno possibile, pur restando al di sopra della decenza, cioè prevedendo cambi di biancheria e abiti sufficienti per non restare senza in caso di freddo o pioggia.
Sono rimasto stupito e dunque provo indiretta gratitudine per il “gigante cattivo” dei cieli, poiché ho scoperto quanto poco serva, oltre alla piacevolezza di viaggiare lievi, di riuscire a godersela lo stesso, se non di più, senza peso in eccesso e zavorra.

P.S. Siccome ogni Davide, quando affronta un Golia, per vincere deve puntare alla guerriglia più che a una battaglia ad armi pari dichiarata, confesso di aver escogitato piccoli, innocenti diversivi, che riporto qui, per un’espiazione catartica, ammettendo che se dovessi sentirli raccontare messi in atto da qualcun altro ne riderei o ne resterei scandalizzato, giudicandolo meschino al limite della grettezza. Chiedo scusa dunque alla dignità d’essere umano e ai millenni di civiltà che mi hanno preceduto se prima di imbarcarmi, per ridimensionare lo zaino, ho indossato un maglione, una felpa e tre giacche (una però senza maniche), infilando nelle tasche tre paia di calze, una mutanda (pulita!) due libri, il caricabatterie del telefono, il telefono, un cappellino, sei pasticcini in una scatola esagonale, un deodorante (mini), lo spazzolino da denti e una maglietta da calcio del Portogallo (da regalare).

domenica 13 ottobre 2019

Benedetta pianta (La lezione di Lisbona)


La città è per gran parte una vecchia dama, che il trucco da lontano mantiene bella, mentre da vicino mostra le rughe e gli acciacchi dell'età, insieme con una certa indolenza.
Gli appunti di viaggio su Lisbona li riservo a chi ha talento e passione per raccontarla, io mi limito al pensiero fisso che mi ha accompagnato nei due giorni in cui ci sono stato, riflettendo sull'alba e il tramonto di una potenza, sui motivi, sulle differenze tra popolo e popolo, città e città, persona e persona.
Un pensiero che mi è venuto accostando due periodi storici, uno del secolo scorso, l'altro a cavallo tra Cinquecento e Seicento.
Per decenni, in seguito della scoperta dell'America, delle rotte commerciali che si aprivano e della posizione strategica, il Portogallo ebbe gloria, prestigio, potere, ricchezza. Un tesoro che ha saputo capitalizzare assai meno di altri Stati, con in dote minor fortuna ma più fame, più determinazione, più grinta.
A metà degli anni Quaranta del Novecento invece, mentre mezzo mondo bruciava nel rogo della Seconda guerra mondiale, lo stesso Portogallo ne restava pressoché intonso, dichiarando una neutralità che ha evitato perdite, non una decadenza risparmiata invece a chi un tributo altissimo di vite e sogni aveva sacrificato prima.
Morale (una morale che cerco di trasporre ed applicare alla persona singola): non sempre le fortune sono una benedizione e non sempre le disgrazie una fonte di rovina. Ciò che conta è il nerbo, il fusto della pianta, che se è sano e generativo porta germogli a prescindere da ciò che accade attorno, così come se è stinto e sterile prima o poi si rinsecchisce e affloscia.

P.S. Mi fanno notare che i riferimenti bucolici sono frequenti in questo blog. Ne riporterò uno anche ora, raccontando la sorte del "ficus beniamina"di Loris e Roberta, che l'anno scorso vollero tenere all'esterno pure d'inverno, il un luogo che pareva riparato ma il freddo non lo sapeva, così non mancò la classica gelata di stagione, che parve essere fatale alla pianta. Quando tutto pareva perduto, potato decisamente e lasciato all'aria aperta della primavera, qualche fogliolina verde alla base è cominciata a spuntare, finché ora è tornato che sembra un ragazzino, pronto a crescere e diventare come prima.

sabato 12 ottobre 2019

Bestiario minimo (La natura senziente e sapiente)


Il primo freddo l'hanno patito, pur senza fare baccano né con azioni clamorose, di quelle che gli esseri umani utilizzano per richiamare l'attenzione e mettersi al centro della scena.
Loro no. Le galline di mia mamma - quattro splendidi esemplari di un paio d'anni, piume color nocciola - semplicemente hanno ridotto la produzione di uova.
Una sciopero bianco che mi ha ricordato una spiegazione fornita da un esperto di cui ho scordato il nome, non la faccia, sull'incremento dei cinghiali nella nostra zona, quella prealpina.
"Per molti anni i castagni sono stati malati, con pochissimi frutti - mi ha detto, come fosse la cosa più normale del mondo - dunque per l'inverno c'era poco cibo per gli animali selvatici, che mangiando poco non andavano in calore e non si riproducevano. Ora i castagni sono guariti e i cinghiali sfornano cuccioli che è una meraviglia".
Non so voi, ma la natura che si sa regolare, al punto da diminuire o aumentare le nascite, controllandole di fatto, in un ottica di macro ed ecosistema, a me affascina moltissimo, oltre che infondermi fiducia, quasi fosse la prova evidente che non il caso regola la vita, bensì è la vita stessa che si sa adattare e regolare, piegando il caso ai propri disegni, ai bisogni essenziali, primo tra i quali la proliferazione ed esistenza.

venerdì 11 ottobre 2019

Prendere la pace per la gola (Conoscere per convivere)


I prezzi sono da mordi e soprattutto fuggi, da fiera. Per tacer del caos, della qualità non eccelsa di molte pietanze e di buona parte della chincaglieria.
Eppure ogni volta che passo per "Mercatanti", la rassegna di bancarelle in centro a Bergamo bassa penso che dovrebbero dedicarvi un piccolo monumento o almeno una targa ricordo, a futura memoria.
E' così infatti che una provincia in cui un abitante su due viene additato come discriminante, poiché vota Lega, mostra il suo lato più vero, genuino. E lo fa in un modo semplice: lodando in cuor suo e mangiando ogni domenica, se può, casoncelli o polenta, ma assediando e facendo razzia di cibo turco, indiano, greco, brasiliano, caraibico, per non parlar delle prelibatezze siciliane, liguri, abruzzesi toscane e chi più regioni ha più ne metta.
Un gesto da poco, si potrebbe pensare. Invece al giorno d'oggi vale più di una lezione magistrale, di una predica dal pulpito, persino di un "Porta a porta".
Perché attraverso la gola, il gusto, il palato, scatta una molla, la scintilla per una reciproca conoscenza. Conoscenza e riconoscimento di "bontà" che è la prima e forse unica chiave che apre la porta di una pacifica e civile convivenza.

giovedì 10 ottobre 2019

Scacco matto (La mossa di Giada)


Per vincere non ha vinto, però mi ha stupito e insieme insegnato una lezione da non scordare, cioè che si può essere madre di cinque figli - o anche di uno, due, tre o sei, sette, otto - ma si resta sempre donna e, nel caso, compagna, moglie, fidanzata.
Lei si chiama Giada, a dicembre compirà trentaquattro anni e come la contadina del "Generale" di De Gregori ha cinque figli, ma non "venuti al mondo come conigli", bensì cercati, voluti, cresciuti, dedicandosi ad essi a tempo pieno, senza però svuotare il proprio d'un tempo, ritagliandosi uno spazio per restare la donna e la moglie che è.
Giada va a ballare, esce con le amiche, s'è iscritta pure al casting di TuttoAtalanta, ch'è dove l'ho incontrata e conosciuta, insieme con il marito, ch'è m'è piaciuto altrettanto, poiché non subiva la personalità della moglie e neppure l'assecondava, ma mi pareva riconoscerle il valore che merita.
Per un soffio Giada non è entrata tra le prime tre (qui il video di tutte e dodici, Giada è l'ultima a presentarsi), mancando così l'occasione di essere sorteggiata per la vittoria finale, tuttavia ha centrato l'obiettivo di spiccare tra tutte e di essere ammirata per ciò che è, oltre che per come appare: una donna bella, solare, estroversa.
Ne scrivo qui soprattutto per mia figlia, per Giorgia, con la quale parlo spesso di "femminismo" e della necessità che noi per primi si cambi forma mentale, riconoscendo una parità che non annulla le differenze di genere, piuttosto le comprende e le valorizza.
Un argomento spesso scivoloso, proprio perché anche in presenza di buona volontà, manca una cultura. Una cultura anzi c'è, ma è ammantata di un retaggio che per molti versi è maschilista, tanto che io stesso mi trovo a volte in imbarazzo, predicando bene e razzolando male, con la testa che vorrebbe andare da una parte e l'abitudine che tende verso l'altra.

P.S. Giuro che da stasera imparerò ad avviare la lavastoviglie, ultimo bastione nel mio personale vissuto, di una faccenda che finora tacitamente ma ostinatamente e colpevolmente "non mi riguarda".

mercoledì 9 ottobre 2019

Generazione Giorgia (Eccola realizzata)


Giorgia ha appena sedici anni e ieri a Stoccarda ha conquistato una storica medaglia di bronzo nel campionato mondiale a squadre di ginnastica artistica.
Tanto per capirci, erano sessantanove anni che l’Italia non raggiungeva un risultato d’identica portata.
Quando è stata ospite in Via Novelli, qualche mese fa, più della verticale o della ruota o dei salti prodigiosi in cui si è esibita, mi ha impressionato per i sacrifici che ogni giorno affronta, compreso l’aver lasciato i genitori e la propria casa per andarsi ad allenare già piccolissima.
Eppure è solare, sempre sorridente e con uno sguardo che guizza.
Giusto per ricordare quanto è falsa la convinzione che i giovani di oggi sono “peggio” di quelli di una volta.
Il problema è che spesso parliamo "di loro" e non "con loro". Io sono un privilegiato poiché grazie all'esperienza di Edoomark li frequento in abbondanza e non c'è volta che non ne esca convinto di quanto sono diversi da come li immaginiamo, da quanto sono in gamba.

P.S. Oltre a Generazione Greta, Generazione Giorgia. L'avevo sperato già cinque anni fa, s'è realizzato tuttora.

martedì 8 ottobre 2019

Casa dolce casa (Benvenuta Ginevra)


Ginevra è un batuffolo rosa con già un ciuffo di capelli scuri e gli occhi chiusi, che dorme beata.
Poche ore fa era nel grembo di sua madre, ora è avvolta in una coperta bianca e le riposa accanto, incurante di tutto quello che le accade attorno, ignara di cosa le riserverà il mondo, la vita.
Leslie, la mamma, l'aspettava tra due settimane, ma lei non lo sapeva e ha deciso di nascere prima, ricordando a tutti che l'esistenza è un dono, non un programma, e bisogna prenderla come viene, quando capita.
Poteva nascere a Capo Verde, il paese di suo padre e di sua nonna, invece è nata qui e qui crescerà, coccolata.
"Quell'isola è un paradiso - mi ha detto un giorno sua mamma - però dopo due settimane che ci sto, mi viene una gran voglia di tornarmene a Bergamo, a casa".
La stessa sensazione mi ha riferito ieri Cristiana, che fa la barista proprio accanto i Propilei, in città bassa, ed è nata alle Mauritius. Oggi è partita e per due settimane starà là, in vacanza. "Di più no - ha aggiunto, sorridendo - perché ormai a certe cose non sono più abituata".
"Anch'io - s'è intromesso il suo collega - ad agosto sono stato in Albania, il paese dei miei, e mi è piaciuto tantissimo, ma non ci starei mai per sempre".
Mentre tornavo in redazione ho ripensato a com'è strana questa cosa: corriamo e ci affanniamo qui, dicendo che non ce la facciamo più, anelando un posto tranquillo, "a misura d'uomo", dove vivere beati, con poco o nulla, e quando abbiamo un posto con poco o nulla, dove nessuno corre e campa senza fretta, non vediamo l'ora di tornare qui, poiché quella vita ci sta stretta.
Un paradosso inspiegabile o forse comprensibilissimo, se si tiene conto che ampio e stupendo a modo suo è ogni angolo di mondo e profonde le radici che ci legano alla terra dove siamo nati o cresciuti, ma più forte ancora l'asola che ci tiene stretti a quel lembo di terra in cui siamo capitati o che ci siamo scelti e che chiamiamo casa.

lunedì 7 ottobre 2019

L'aquilone di un'idea (Francesca e la sua Drogheria)


Davanti all'immagine provo stupore, emozione, come un assaggio di eternità, di grandezza.
Amo le parole ma ne ammetto l'inferiorità, a tratti l'impotenza: un quadro, un video, una fotografia riescono a far comprendere in un colpo d'occhio ciò che resterebbe ignoto persino avendo a disposizione un'enciclopedia.
Non a caso scelgo sempre per questi post un'immagine che li accompagna, finora monopolio quasi esclusivo di Leonora, in futuro mi piacerebbe aggiungere i lavori di Elena (Cometti), che ha il potere di cogliere istanti in cui il movimento si percepisce pure nella fissità e sembra che tutto l'universo abbia cospirato per arrivare esattamente a quel punto lì, quando ha fatto clic con la macchina fotografica.
C'è un'altra artista che ammiro immensamente, una professionista, che di recente ha preso coraggio (a proposito di osare e di quanto scritto ieri l'altro) trasformando la passione in un'impresa.
Ho conosciuto e visto Francesca Ripamonti tre volte in vita mia.
La prima quand'ero direttore de "Il Cittadino", a Monza, per un lavoro d'una sensibilità rara che aveva svolto con le donne detenute in carcere.
Anni dopo l'ho incontrata di nuovo, mi aveva anticipato l'idea di cimentarsi con la realizzazione di oggetti (tovaglie, tovagliette americane, vassoi, idee regalo...) con riprodotte sue fotografie, realizzate in studio, secondo quella ch'è la sua vocazione, il suo carisma.
C'è riuscita. Dimostrando tenacia e perseveranza ha fondato la "Drogheria digitale" e s'è inventata una professione, curando ogni dettaglio, dalla produzione al marketing alla vendita.
"Non vendo, non voglio vendere un prodotto, ma un concetto" mi ha detto ieri, seria seria, eppure sorridendo, ad Orticolario di Villa Erba, a Cernobbio, dove esponeva.
Non erano parole vuote o inutilmente pompose, come quelle spesso forgiate dalle agenzie di comunicazione o dagli uffici stampa. Ho capito cosa intendesse perché me l'ha mostrato e il coinvolgimento emotivo, abbinato all'esempio, è valso più di una scossa.
Sono felice per lei, spero abbia successo, se lo merita. Così come tutte le persone che inseguono l'aquilone di un sogno, di un'idea.

domenica 6 ottobre 2019

Non passa (semmai ci si abitua)


Oggi soltanto una nota, una postilla, rispetto a ciò che ho scritto ieri l'altro, sulle lacerazioni che ci riguardano, sulla morte di chi ci sta più a cuore, su un'esperienza di cui ciascuno farebbe a meno eppure plasma, forma, permette di diventare persona adulta.
"Passerà, la vita come sempre sarà più forte della morte, con il passare del tempo, senza accorgertene, tornerai a sorridere" ho scritto e lo penso tuttora. Però è vero anche quanto sostiene Paola, che quando aveva meno di quarant'anni ha perso la mamma: "La verità è che non passa mai, semmai ci si abitua".
Me lo ha detto sorridendo, tenera, con gli occhi che brillavano, ma di nostalgia.

P.S. Il destino disegna trame che prendono per il collo, di sorpresa. Ieri ha lasciato questa terra Monica, cinquacinque anni, moglie e mamma di un figlio e una figlia, lui ancora piccolo, lei non ancora ventenne. Era malata da tempo, le cure non le hanno fatto effetto, non credevo se ne andasse così in fretta.